Di consueto Pippo era ilare, e più nel tempo che lavorava; e la compagnia dei condiscepoli dell’Accademia, tra i quali se ne trovavano alcuni d’ingegno svegliato, altri piuttosto bizzarri, ma da non confondersi certo coi frivoli o con gl’insolenti, gli faceva nascere la smania d’imitarli e gli fomentava l’ambizioncella, naturale nei giovani, di comparire stravagante. Ma la stravaganza che nasce da imitazione e si può dire affettata rimpiccolisce le idee, indebolisce il sentimento, distrugge a poco a poco la originalità, e a lungo andare ci rende fatui e servili. Nicodemo, conoscendo la disgrazia della Carolina e del suo figliuolo, s’era affezionato ad essi, senza peraltro darlo a divedere: e in special modo si sentiva commosso dalla ingenuità e dalla tenerezza materna della vedova, e stava in apprensione pel futuro destino di quel giovane, che non gli pareva potesse facilmente essere conforme alle speranze lusinghiere da lui concepite. Chi avesse potuto penetrare nell’animo di Nicodemo, avrebbe detto: costui ha certamente nutrito un tempo i più soavi affetti domestici; e ora, per quanto si sforzi di comparire insensibile a tutto e indifferente per qualunque cosa gli accada all’intorno, pure la ricordanza del passato, certi confronti, chi sa? lo spingono, contro sua voglia, a prendersi a cuore i fatti di quella famigliuola. Pareva ch’ei si fosse ormai voluto distaccare da tutte le creature; ma eccone capitate vicino a lui alcune, che lo riconducevano talvolta a quei sentimenti d’umanità senza dei quali la vita è uggiosa, sterile, null’altro che un aspettare impassibilmente la morte. Nondimeno, che cosa poteva egli concludere a loro vantaggio con questo suo segreto affetto? Povero, sconosciuto, tenuto in non cale da tutti, non v’era da aspettarsi da lui nè assistenza nè protezione. La Clarice, povera anch’ella, ma d’indole in apparenza diversa, sempre lieta, sempre fidente nel bene, piena d’attività benchè vecchia ed inferma, era, a paragone di lui, una persona di molta importanza, e si trovava in stato non solo di volere il bene, ma qualche volta anche di farlo, compatibilmente peraltro alle sue forze. E Nicodemo tutto ciò conosceva; per lo che tenendosi ristretto nella sua quasi nullità, celava con grande studio ogni più piccola commozione, faceva proprio di tutto per comparire noncurante di qualunque cosa.
Non è dunque maraviglia se Pippo, dopo la prima impressione di qualche sorpresa che l’aspetto e i modi di quell’uomo gli avevano generato nell’animo, si assuefacesse poi a guardarlo con indifferenza; e fors’anco, ma di rado e in un momento di giovanile inconsideratezza, si lasciasse andare all’estro di prenderne beffe, benchè poi ne sentisse rincrescimento. In sostanza il buon uomo gli faceva servigio col permettergli di disegnare nella sua soffitta; e poi, senza che Pippo potesse immaginarlo e sentirne gratitudine, per Nicodemo quella compagnia, in specie sulle prime, era anche un sacrifizio, perchè opposta alla sua grande affezione per la solitudine.
Ma a poco per volta ambedue s’affiatarono alquanto. Nicodemo dai muti cenni passò ai monosillabi, e da questi a qualche parola, semprechè peraltro fosse interrogato da Pippo; il quale mirando con occhio di disprezzo o di compassione i rozzi intagli di Nicodemo, quei lavorucci d’una umile arte che pure gli dava il pane, e confrontandoli co’ suoi disegni di teste e di statue greche, co’ suoi studi del nudo, cedeva talvolta alla tentazione di chiedergli il suo parere in aria di dileggio scherzevole, o con un po’ di sentimento d’orgoglio, quasi per fargli notare la gran differenza che passava tra i lavori di lui, giovinetto, e quelli d’un uomo in età avanzata.
— A voi, maestro Nicodemo, che cosa ve ne pare, eh? M’è venuto bene questo disegno? Potrà essere contento il professore? —
E Nicodemo lo mandava in pace con un muover di capo, che non significava nè lode nè adulazione, nè biasimo, nè indizio di sentirsi umiliato dal confronto.
Ma una volta che il garzoncello ebbe condotto con grande amore e con lunga fatica il disegno che doveva servire pel concorso al premio, e s’era avvantaggiato di qualche giorno sopra degli emuli per la smania di conseguire un trionfo sperato, lo mostrò a Nicodemo con maggior baldanza del solito, e non fu come prima contento del suo consueto e freddo muover di capo. Voleva ad ogni costo godersi le primizie della lode, fosse anche quella di un giudice da lui medesimo riputato incapace di gustare il bello dell’arte.
— Animo via! ditemi qualche cosa! vi piace, sì o no? Non avete occhi? Non avete parole fatte? Ci ho faticato tanto! Mia madre, la Clarice, le scolare sono rimaste a bocca aperta. Non è un disegno da portar via il premio?
— Sei tu persuaso d’averlo fatto bene in ogni sua parte? — rispose Nicodemo dopo averlo considerato attentamente.
Pippo, a questa domanda inaspettata e ch’egli non aveva mai pensato di dover fare a sè stesso, guardò Nicodemo con una specie di dispetto, e poi esaminò il lavoro, e non gli parve in tutto quello di prima. A un tratto ne fu sbigottito; poi scuotendo il capo:
— Che forse pretendereste di trovarvi qualche eccezione?