— Figurati che sia lavoro di un altro, d’uno dei tuoi concorrenti....
— Ebbene?
— Ti metterebbe in soggezione, o ti darebbe maggiore speranza d’avere il premio?
— Io non vi capisco.
— Mi sarò spiegato male; e quasi quasi l’ho caro.
— Ma dunque?
— Non ti confondere. Basterebbe che tu potessi proprio figurarti che non è tuo.
— E allora, — esclamò con fuoco, dopo averlo squadrato come chi cerca il pelo nell’uovo, — allora lo straccierei per farne un altro migliore, e poi un altro. No, no! Io non ne sono più contento! Ma il tempo, neanche di rifarlo una volta sola, dov’è? E se mi ritiro dal concorso, addio speranze! E’ diranno che ho avuto paura dei compagni!... Non è possibile! Bisogna che sia questo! che sia com’è; non v’è rimedio!... Già il professore mi vede di buon occhio; m’ha promesso.... Eh via! coraggio! Starà così.... Po’ poi son sempre scolare. Un bel negozio ho fatto a domandarvi il vostro parere!... Oh! ma io non vi do retta! Badate ai vostri intagli.... Eppure.... Se potessi far meglio!... —
E mentre Pippo farneticava in quel modo, trabalzato ai due estremi dello scoraggiamento e della presunzione, Nicodemo pensava tra sè: Veramente questo ragazzo avrebbe genio da addivenire un artista; ma, poveretto, l’Accademia lo ha traviato; e questi concorsi, queste gare forzate tra chi non ha ancora la vigoria di reggersi in gambe da sè, nella strettezza d’un tempo contato a giorni e ad ore, con la speranza di protezioni, di parzialità, d’indulgenza, con l’argomento assegnato a capriccio dei maestri, non secondo il genio dello scolaro, finiranno di rovinarlo, s’e’ non sarà in tempo o s’e’ non avrà forza di liberarsi da sè dalle torture accademiche.
— In conclusione, — riprese Pippo, — che cosa dovrei io fare, secondo voi? O ajutatemi, se sapete! — e lo disse più per burla che sul serio.