— Ajutarti io? Ti par egli! Io non so disegnare. Posso dire il mio sentimento; posso credere che una parte sia fatta men bene, o che so io;... ma posso anche sbagliare più d’ogni altro.

— Intanto ditemi dove vi sembra che sia difetto. Anch’io m’accorgo ora, a guardarlo ben bene, che certe cose.... Vediamo almeno se si va d’accordo. —

Nicodemo pareva stanco d’un colloquio per lui troppo lungo, chè da molti anni non aveva fatto tante parole in un medesimo giorno; ed era tornato a lavorare co’ suoi ferruzzi, per finire l’intaglio d’una stampina da leggendario.

Ma Pippo insisteva: — Ditemi qualche cosa: ormai mi avete messo una pulce nell’orecchio; non esco di qui, finchè non mi abbiate dato retta.

— Dunque, — e posava gli arnesi e si metteva a considerare il disegno, — dunque tu vuoi addirittura...? Proviamoci. Guarda se questo torso non dovrebbe esser girato un po’ meglio.... così, per esempio.... — E infatti anche Pippo vi aveva conosciuto un difetto, e si accorse che Nicodemo gl’indicava bene la correzione; e lo stesso in altri luoghi; e così d’alcune sviste sfuggite a Pippo, e che richiedevano occhio bene esercitato per discernerle. Della qual cosa Pippo rimase stupefatto, e domandò:

— Ma dunque voi sapete...?

— Adagio! altro è saper fare, altro è dire il proprio sentimento sulle cose fatte da quest’e quello. Tu sai che chi sta a vedere ha la mente quieta, l’occhio riposato, e non è frastornato dal pensiero di dover rifare o correggere il mal fatto. Va’ al teatro, e una semplice fanciulletta scoprirà nel dramma una imperfezione che all’autore è sfuggita, benchè abbia messo tutto il suo studio e tutta la sua fatica nel comporre e correggere e ricomporre. Ma di quanto io t’ho detto sul tuo lavoro, fanne quel conto che crederai; pensavi meglio; non ti perdere d’animo; e se ormai non sei più in tempo a lasciare una professione disgraziata per tanti versi, preparati almeno ad esercitarla in modo, che nè tu nè la tua patria ve n’abbiate mai a vergognare. —

Queste ultime parole fecero specie[210] a Pippo, ma e’ non ne intese nè poteva intenderne tutto il significato. Senza nissuna cultura, con idee grette, con la sola compagnia di ragazzi per lo più ineducati e ignoranti al par di lui, come poteva egli inalzare la mente alla considerazione dei grandi uffici dell’arte, rispetto alla civiltà ed alla patria? La matita, la carta, gli esemplari, le sue copie, la mano e di rado la parola del professore per correggere quelle copie; una caterva di condiscepoli per lo più messi là come lui da genitori che non sapevano dove mandarli per levarseli di casa; le invidiuzze, le persecuzioni e le mariuolerie e bene spesso i mali esempi dei depravati.... ecco in che cosa consisteva la educazione artistica di Pippo. Egli appena sapeva leggere e scrivere; e libri d’arte, di storia, di letteratura non conosceva nè avrebbe facilmente capiti. I soli libri ch’egli avesse più volte riletto nell’infanzia erano stati quei brani di relazioni di viaggi; e sempre gli stava a cuore lo studio del paese, e qualche prova di quando in quando faceva alla meglio da sè medesimo, dimostrando sempre d’aver più genio pel paese che per la figura. Ma ormai trovandosene suo malgrado sviato, proseguiva a studiare quel che poteva, tanto per dire un giorno: — Sono stato tutto questo tempo all’Accademia, ho fatto quel che mi hanno dato da fare, ho avuto i premi; dunque son pittore.... — Così, come tanti altri, si metteva nel caso di ridurre il suo esercizio dell’arte a mestiero, o di doversi poveramente adattare, per necessità di pronto guadagno, ai lavori di riquadratore di stanze e d’imbianchino.

A confermarlo poi nel proposito di fare il pittore s’aggiunse il premio del concorso conferito difatti a lui stesso. Figuratevi la sua gioja, la consolazione della madre, la festa che ne fu fatta da tutti! La buona Carolina benediceva in segreto le lunghe veglie spese nel lavoro, e gli stenti segretamente sofferti per mantenere il figliuolo all’Accademia, figurandosi che l’averne riportato un premio fosse indizio infallibile di buona riuscita, e sperando ogni dì più che Pippo dovesse diventare professore celebre, ed arricchirsi.

Il giovanetto, dopo aver dato sfogo alle sue consolazioni, andò a trovare Nicodemo, gli annunziò la buona notizia, e poi aggiunse con ingenua confessione e con sincero affetto di riconoscenza: