CAPITOLO V.
Dissensioni civili pel cambiamento della disciplina ecclesiastica dopo la metà del secolo XI.
La rivoluzione di cui sono per trattare in questo capitolo, ha cagionato più di trenta anni di fazioni nella nostra città. Stragi, incendii, odii, scandali, risse, questa è la scena che ci si apre davanti. Vorrei cancellare dalla storia la memoria di que' tristi avvenimenti; ma essi influirono sopra i posteriori, e furono troppo lunghi ed importanti. Costretto a riferirli, io lo farò più colle parole altrui, che colle mie. La libertà ecclesiastica era stata depressa all'estremo dall'imperatore Enrico II, come già accennai. Il pontificato istesso di Roma già da una serie di anni era abbassato all'ultimo segno. Romano, console, duca e senatore di Roma, a forza di denaro si era fatto eleggere sommo pontefice col nome di Giovanni XIX nel 1204. Teofilato, di lui nipote, fanciullo ancora e appena cherico, a forza pure di denaro speso da' suoi parenti, gli succedette col nome di Benedetto IX. La vita libertina, le rapine, le crudeltà che esercitava, indussero i Romani a scacciarlo. L'imperatore Corrado, colle sue armi, lo collocò di nuovo sulla sua sede; ivi però, circondato dalla detestazione pubblica ben meritata, vendette il sommo pontefice a prezzo d'oro all'arciprete Giovanni Graziano, che fu Gregorio VI. L'imperatore Enrico II, successor di Corrado, volle che Gregorio VI fosse deposto in un concilio a Sutri. Poi costrinse i Romani a riconoscere per sommo pontefice Svidger, vescovo di Bamberga, ch'egli aveva dalla Germania condotto in seguito, e si chiamò Clemente II. Morto questo, l'imperatore Enrico elesse a sommo pontefice Poppone, vescovo di Brixen, e lo spedì a Roma, dove ebbe nome Damaso II; a cui l'imperatore stesso in Worms destinò per successore Brunone di Egesheim, che fu in Roma chiamato Leone IX. Gli fu successore Geberardo, vescovo di Eichslat, scelto in Magonza, il quale in Roma si chiamò Vittore II. Così si facevano allora le elezioni. Ildebrando, nato nella Toscana, monaco, in Roma, poi cardinale, viveva in que' tempi. Dotato di somma accortezza e di quella energia d'animo che caratterizza gli uomini grandi, fermo ne' suoi principii, audace, cautamente violento, fremeva nel mirare rovesciata la disciplina ecclesiastica, calpestata l'antica libertà delle elezioni canoniche, soggiogata l'Italia da continue invasioni, umiliata Roma all'obbedienza, e collocati sulle sedi vescovili uomini talvolta i più vili e i più indegni d'occupare quel sacro luogo. Ildebrando era nato a tempo, poichè il disordine era al colmo. L'evidenza de' mali pubblici, cresciuti a un dato segno, dispone gli uomini a desiderare e seguire una mente superiore riscaldata per una rivoluzione. In ogni altro tempo più placido l'inerzia prevale; e il vigoroso entusiasmo sbalordisce e dispiace. La stima de' Romani l'aveva innalzato a tale ascendente, che Vittore II era pienamente governato da lui; ch'egli creò, si può dire, Alessandro II; e che erano già quasi vent'anni ch'ei dirigeva il sommo pontificato quando vi ascese col nome di Gregorio VII, nome che ei rese famoso nella storia. Egli si propose di assoggettare alla chiesa romana la milanese; di rendere il papato potente colla soggezione de' vescovi, e così opporre alla forza dell'Impero la forza ecclesiastica riunita: mezzo che forse era il solo per allontanare la simonia nelle elezioni, e restituire alla Chiesa pastori degni dell'apostolato. La chiesa milanese era la più importante di ogni altra, per il numero grande delle chiese da essa dipendenti, per l'opinione antica, per la venerazione del suo rito e per l'influenza che aveva l'arcivescovo nella elezione del re d'Italia. In fatti vedremo con quanta ostinazione Ildebrando abbia seguitato il suo piano senza mutare giammai consiglio, malgrado le gravissime difficoltà che vi si frapposero.
(1056) Nell'anno 1056 era morto l'imperatore Enrico II, e restava collocato sul trono imperiale un bambino di sei anni, Enrico III, in mezzo alle turbolenze della Germania, sotto la tutela dell'imperatrice Agnese, di lui madre. Durante una lunga serie di anni l'Italia rimase come se non vi fosse un re, ed era libero il campo ai maneggi d'Ildebrando. Cominciarono essi appunto in quell'anno 1056. In quel tempo la chiesa milanese ordinava, siccome accennai, sacerdoti anche gli uomini che avevano moglie, e permetteva loro di convivere con essa. Non però ammetteva al sacerdozio coloro che fossero passati a seconde nozze, ovvero avessero presa per moglie una vedova. Non si proibiva poi che un sacerdote, rimasto vedovo, passasse a nuove nozze; ma gli restava sempre interdetto l'esercizio delle funzioni sacerdotali. Pretendevano i nostri sacerdoti che tale fosse il patrio rito sino dai tempi di Sant'Ambrogio, il quale, come nella forma del battesimo e in altra parte della liturgia aveva adottata la pratica della chiesa greca, così ne avesse accettata anche la disciplina, che accorda il matrimonio ai sacerdoti. Questa opinione è stata contrastata con molta erudizione dal nostro Puricelli in una sua dissertazione, in cui volle provare non avere mai sant'Ambrogio permesso il matrimonio ai sacerdoti[214]. Citavano allora i nostri ecclesiastici un testo del santo nel suo primo libro[215] de officiis ministrorum, con queste parole:[216] De monogamia sacerdotum quid loquar? quum una tantum permittitur copula, et non repetita; et haec lex est non iterare conjugium[217]. Ma questo passo ora si legge così:[218] De castimonia autem quid loquar, quando una tantum nec repetita permittitur copula. Et in ipso ergo conjugio lex est non iterare conjugium[219]. Non consta nemmeno che gl'impugnatori del matrimonio de' sacerdoti allora accusassero di mala fede i nostri sacerdoti, che pubblicamente si appoggiavano a quella testimonianza; anzi in un'aringa pubblica si pretese allora che la seguente fosse dottrina di sant'Ambrogio:[220] Virtutum autem magister apostolus est, qui cum patientia redarguendos docet et contradicentes, qui unius uxoris virum praecipiat esse, non quod exortem excludat conjugii, nam hoc supra legem praecepti est, sed ut conjugali castimonia fruatur absolutionis suae gratia; nulla enim culpa conjugii, sed lex. Ideo Apostolus legem posuit dicens: Si quis sine crimine est unius uxoris vir; ergo qui sine crimine est unius uxoris vir, teneatur ad legem sacerdotii supradicti; qui autem iteraverit conjugium, culpam quidem non habet coinquinati, sed praerogativa exuitur sacerdotis[221]. Questo passo del santo dottore ora si legge così:[222] Virtutum autem magister apostolus est, qui cum patientia redarguendos doceat contradicentes; qui unius uxoris virum praecipiat esse, non quo exortem excludat conjugii (nam hoc supra legem praecepti est) sed ut conjugali castimonia servet ablutionis suae gratiam: neque iterum ut filios in sacerdotio creare apostolica invitetur auctoritate, habentem enim dixit filios, non facientem, neque conjugium iterare[223]. Il testo odierno è precisamente contrario a quello che allora si allegava in pubblico, senza che alcuno accusasse chi lo citava, di mala fede; e gli scritti di sant'Ambrogio dovevano essere noti al clero ambrosiano, che faceva professione di conservare i particolari instituti di quel santo vescovo. In seguito a ciò, leggesi anche presentemente il passo in questi termini:[224] Ideo apostolus legem posuit dicens: Si quis sine crimine est unius uxoris vir, tenetur ad legem sacerdotii suscipiendi: qui autem iteravit conjugium, culpam quidem non habet coinquinati, sed praerogativa exuitur sacerdotis[225]. Cresce anche al di più la difficoltà sul testo del santo dottore, osservando come poco dopo, a tal proposito, presentemente leggesi:[226] Patres in concilio Nicaeno tractatus addidisse, neque clericum quemdam debere esse qui secunda conjugia sortitus sit; il che non si sa come spiegarlo, poichè ne' venti canoni del concilio Niceno nessuna menzione si fa de' cherici bigami; ne è presumibile che il santo dottore Ambrogio ignorasse gli atti di quel primo concilio generale della Chiesa, che era celebrato appena settantun'anni prima del tempo in cui egli scriveva quelle parole; meno poi che allegasse l'autorità di quella celebre unione di trecento diciotto vescovi sopra un argomento di cui il concilio non avesse trattato. Il testo del santo padre allora era diverso da quello d'oggidì; quale sia la genuina lezione a me non appartiene il deciderlo[227]. I nostri ecclesiastici allora interpretavano letteralmente i testi di san Paolo:[228] Bonum est homini mulierem non tangere; propter fornicationem autem unusquisque suam uxorem habeat; e l'altro:[229] Oportet ergo episcopum irreprehensibilem esse, unius uxoris virum, sobrium, prudentem, etc. Questa opinione, che attribuiva a sant'Ambrogio la disciplina favorevole al matrimonio de' sacerdoti, si vede ancora nell'antica cronaca di Dazio, riferita da Galvaneo Fiamma:[230] In synodo Damasi Primi, centum quadraginta episcoporum, celebrata in Costantinopoli, ubi beatus interfuit Ambrosius, gravissima dissensio exorta et inter sacerdotes uxoratos ex una parte, et inter sacerdotes sine uxore viventes ex altera, qui sacerdotes sine uxore dicebant sacerdotes uxoratos salvari non posse. Summus pontifex hanc quaestionem commisit beato Ambrosio, qui sic ait: Perfectio vitae non in castitate, sed in charitate consistit, secundum illud apostoli: Si linguis hominum loquar et angelorum, etc. Ideo lex concedit sacerdotes semel virginem uxorem ducere, sed conjugium non iterare. Si autem, mortua prima uxore, sacerdos aliam duxerit, sacerdotium amittit. Questa opinione durava ancora al principio del secolo decimoquarto, quando scriveva Pietro Azario, il quale, descritta che ebbe la gerarchia ecclesiastica di Milano, aggiugne:[231] Iis omnibus benedicens beatus Ambrosius, una uxore uti posse concessit, qua defuncta et ipsi vidui in aeternum permanerent. Quae consuetudo duravit annis septingentis usque ad tempora Alexandri papae, quem civitas Mediolani genuerat. E anche un secolo dopo così credevasi; di che ci fanno testimonianza le seguenti parole del Corio, e concesse loro[232] che potessero avere moglie vergine, la quale morendo, restassero poi vedovi, come chiaramente si legge nella prima a Timoteo; parole che trovansi nelle prime edizioni di Milano 1503, e di Venezia 1565, ma che si tralasciarono nelle posteriori ristampe. Quantunque questa opinione di sant'Ambrogio sia considerata erronea; e la pratica di ammettere al sacramento dell'ordine le persone che avevano già il sacramento del matrimonio, si risguardi come un abuso introdottosi posteriormente; egli è però certo che i sacerdoti che vivevano nel 1056 erano nati ed allevati con questo costume e con questa opinione che il matrimonio fosse permesso agli ecclesiastici, e che, almeno da cento anni, tale fosse la loro pratica; il che lo attesta il conte Giulini, che pure è poco amico di que' nostri ecclesiastici così egli: Non era così antico, a mio credere, come quello della simonia, nella nostra città l'altro abuso del matrimonio degli ecclesiastici, non avendone io trovato qualche indizio che nel secolo decimo[233].
Quand'anche io credessi migliore la disciplina ecclesiastica che permette le nozze ai sacerdoti, dell'altra che impone loro l'obbligo del celibato, io tacerei per riverenza verso della Chiesa, che ha stabilito generalmente il secondo. Ma tutto bene esaminato, parmi che il celibato sia lo stato più conveniente ed opportuno agli ecclesiastici; perchè meno legami gli attaccano alle brighe della società; più imparziali e liberi conservansi nell'esercizio del santo loro ministero; più tranquillità loro rimane per occuparsi negli studi sacri; minori ostacoli hanno d'intorno, e possono interamente consacrarsi al bene degli uomini; i beneficii ecclesiastici possono essere ripartiti ai poveri, senza che i sentimenti della natura verso i figli allontanino il beneficiato dal distribuirli; finalmente i figli degli ecclesiastici che vivono co' beni della Chiesa, contraggono con una educazione civile i bisogni ai quali totalmente viene a mancare la base colla morte del padre, e corre pericolo la società di avere pessimi cittadini, a meno che le cariche ecclesiastiche non diventassero feudi transitorii ne' figli. Quest'ammasso di ragioni mi persuaderebbe in favore del celibato, per i pochi cittadini trascelti per servire al ministero dell'altare, anche allorquando si disputasse se convenga non ammettere se non uomini che siano determinati a questo genere di vita, giudicato più perfetto, e più dal popolo riverito. Ma questo non mi induce però a chiamare i sacerdoti della chiesa milanese di que' tempi concubinari, siccome in questi ultimi tempi sogliono fare alcuni; poichè essi nè difendevano il concubinato, nè generalmente erano accusati di questo; e nemmeno li chiamerò incontinenti, eretici, scismatici, nicolaiti, voci adoperate per un male inteso zelo, poichè nessun rimprovero venne loro fatto sul loro dogma. La questione è stata unicamente per la disciplina del celibato, che da noi non si credeva una condizione essenziale per il sacerdozio. Posto così lo stato della questione nel suo vero aspetto, vediamo ora per quai mezzi Ildebrando abbia incominciata in Milano la rivoluzione che si era prefissa.
Già nell'anno 1021, siccome dissi, erasi da Benedetto VIII, nel concilio di Pavia, coll'autorità anche del re Enrico, fatta la legge che obbligava al celibato i sacerdoti. Anselmo da Baggio, ordinario cardinale della santa chiesa milanese, uomo di merito e di nascita distinta, e che godeva in Milano, sua patria, moltissima considerazione, fu il primo che cominciasse da noi a disapprovare il matrimonio degli ecclesiastici[234]. Sappiamo che gli ecclesiastici erano del partito de' nobili, e nobili essi medesimi comunemente. I discorsi di Anselmo stavano per cagionare dei torbidi nella città, dove le inimicizie fra i nobili e i plebei erano sopite, piuttosto che spente; e i popolari, prontissimi a cogliere l'occasione di umiliare gli ottimati. L'arcivescovo Guidone si adoperò in modo che l'imperatore Enrico II creasse Anselmo vescovo di Lucca; e per tal mezzo (che nelle circostanze era, se non il solo, almeno il più saggio e il più mite) credette di avere allontanato il pericolo di un fermento nella città. Anselmo da Baggio poi fu sempre ligio d'Ildebrando; con esso venne in Milano, siccome vedremo in seguito; e non dimenticò mai l'oggetto di sottomettere l'arcivescovo alla giurisdizione romana, finchè fu innalzato al sommo pontificato per opera d'Ildebrando, col nome d'Alessandro II. Credette l'arcivescovo di essersi assicurata la tranquillità coll'allontanamento dell'eloquente Anselmo. Ma se non si trovò un uomo di quella autorità, non perciò mancarono altri che decisamente cercarono di animare il popolo contro degli ecclesiastici. Tre uomini si collegarono, Arialdo, Landolfo e Nazaro: Arialdo era diacono; nessuno storico lo nega; Landolfo era cherico, se osserviamo quanto ne scrisse il beato Andrea; non era in modo alcuno ecclesiastico, se crediamo allo storico Arnolfo. Nazaro era uno zecchiere assai ricco, de' quali due compagni di Arialdo, uno con l'autorità, l'altro col danaro diede molto vigore al partito de' buoni, dice il conte Giulini[235]. Convien credere che appunto questo fosse il solo appoggio che Nazaro diede al partito; poichè di lui in nulla si fa menzione, nè io più lo nominerò. I due che figurarono furono Arialdo e Landolfo. Sono concordi i due partiti nell'asserire che Landolfo fosse uomo di nascita nobile; discordano sulla famiglia di Arialdo, gli uni volendola plebea, e gli altri al contrario. Arnolfo, che viveva in que' tempi, così comincia il racconto di questa dissenzione:[236] Hac eadem tempestate horror nimius ambrosianum invasit clerum.... cujus initium et seriem, quum res nostris adhuc versetur in oculis, prout possumus enarremus..... Quidam igitur ex Decumanis, nomine Arialdus, penes Widonem Antistitem multis fotus deliciis, multisque cumulatus honoribus, dum litterarum vacaret studio, severissimus est divinae legis factus interpres, dura exercens in clericos solos judicia. Qui quum modicae foret auctoritatis, humiliter utpote natus, praevidit applicare sibi Landulphum, quasi generosiorem, et ad hoc idoneum, familiaris ejus factus assecla. Landulphus vero, quum esset expeditioris linguae ac vocis, nimiusque favoris amator, repente dux verbi efficitur, usurpato sibi, contra morem Ecclesiae, praedicationis officio. Hic, quum nullis esset ecclesiasticis gradibus alteratus, grave jugum sacerdotum imponebat cervicibus, quum Christi suave est, et ejus leve sit onus[237]. Landolfo adunque dai privati discorsi passò ai pubblici, e lo storico istesso ci ha trasmessa la prima parlata con cui eccitò la plebe a disprezzare gli ecclesiastici, ed a saccheggiare le case loro. Ella è la seguente:[238] Carissimi seniores, conceptum in corde sermonem ultra ritenere non valeo. Nolite, domini mei, nolite adolescentis et imperiti verba contemnere; revelat enim saepe Deus minori, quod denegal majori. Dicite mihi: creditis in Deum trinum et unum? Respondent omnes: credimus. Et adjecit. Munite frontes signo Crucis. Et factum est. Post haec, ait. Condelector vestrae devotioni, compatior tamen imminenti magnae perditioni. Multis enim retro temporibus non est agnitus in hac urbe Salvator. Diu est quod erratis, quum nulla sint vobis vestigia veritatis; pro luce palpatis tenebras, caeci omnes effecti, quoniam caeci sunt duces vestri. Sed numquid potest caecus caecum ducere? nonne ambo in foveam cadunt? Abundant enim stupra multimoda; haereris quoque simoniaca in sacerdotibus et levitis, ac reliquis sacrorum ministris, qui, quum nicolaitae sint et simoniaci, merito debent abjici, a quibus si salutem a Salvatore speratis, deinceps omnino cavete, nulla eorum venerantes officia, quorum sacrificia idem est ac canina sint stercora, eorumque basilicae jumentorum praesepia. Quamobrem, ipsis amodo reprobatis, bona eorum publicentur. Sit facultas omnibus universa diripiendi ubi fuerint in urbe vel extra[239]. Gli editori della raccolta Rerum Italicarum credono che quest'aringa sia una prova di eloquenza dello storico, e che unicamente Landolfo, parlando al popolo, acremente declamasse contro il matrimonio dei preti:[240] acriter intonuisse[241]: ma non producono alcuna ragione. La storia ci fa vedere che in seguito il popolo saccheggiò le case degli ecclesiastici, e se crediamo a questo autore, che scriveva mentre attualmente accadevano le cose:[242] Quum res nostris adhuc versetur in oculis, si vede che erano vaghe e generali le accuse per eccitare il popolo contro del corpo ecclesiastico. Landolfo il Vecchio, altro nostro scrittore di quei tempi, così più in breve ci descrive l'origine della dissenzione:[243] Arialdus, cujusdam superbiae zelo gravatus, qui paulo ante de quodam scelere nefandissimo accusatus, et convictus ante Guidonem, adstantibus sacerdotibus hujus urbis multis, et partim quia urbani sacerdotes, forenses togatos urbem intrare minime consentiebant, et ecclesias civiles illis habere nisi per tonsuram illis non permittebant, per omnia occasionem quaerebat qualiter omnes sacerdotes ab uxoribus, populi virtutem sollicitando, removeret. Il conte Giulini a questo passo aggiugne: «Quanto al delitto che gli appone il maligno scrittore, si scuopre questa per una mera calunnia, osservando che Arnolfo, storico nemico egualmente di sant'Arialdo, nulla affatto ne dice. Oltrechè, se fosse stato vero, non avrebbe lasciato Landolfo di spiegarne meglio le circostanze per renderlo credibile. Ma anche senza badare a ciò, la santità di quel buon servo di Dio in tutto il resto della sua vita lo difende abbastanza da tale manifesta impostura[244]». I due nostri scrittori Arnolfo e Landolfo Seniore sono i soli che abbiamo di quel tempo. Essi erano stati testimonii, e forse partecipi delle miserie nelle quali venne ingolfata la città per queste dissenzioni: essi erano animati contro coloro che ne furono la cagione. È naturale altresì il supporre che essi fossero affezionati alla disciplina che avevano trovata in uso presso de' loro padri; e questo basterà perchè non venga loro prestata ciecamente credenza nel male che dicono di Arialdo e di Landolfo. Se si fosse allora trattato unicamente di ripristinare o dilatare la disciplina del celibato anche nella chiesa milanese, e non ammettere agli ordini sacri in avvenire se non coloro che si obbligassero alla vita celibe, la questione si sarebbe potuta discutere pacificamente; ma volendosi rimovere dall'altare i sacerdoti ammogliati, ognuno vede in quale angustia venivano riposti e i sacerdoti e i parenti delle loro mogli. Il metodo migliore per conoscere lo spirito dei partiti si è l'attenerci ai fatti non contrastati, e non far caso delle declamazioni.
Tra i fatti accordati dagli scrittori dell'uno e dell'altro partito, evvi il seguente: Arialdo, in un giorno solenne, radunò sulla piazza un buon numero di popolo; e alla testa della moltitudine entrato nella chiesa, mentre i sacerdoti celebravano i divini uffici, violentemente scacciolli tutti dal coro, e perseguitolli in tutt'i canti e ripostigli; poscia dispose un editto in cui si comandava il celibato, e costrinse gli ecclesiastici a sottoscriversi. Frattanto si saccheggiarono le case degli ecclesiastici ed alcune si diroccarono. Arnolfo così lo racconta:[245] Die una solemni ad ecclesiam veniens, parla di Arialdo, cum turbis a foro, psallentes omnes violenter projecti a choro, insequens per angulus et diversoria; deinde providet callide scribi Pytacium de castitate servanda, neglecto canone, mundanis extortum a legibus, in quo omnes sacri ordines ambrosianae diocesis inviti subscribunt, angariante ipso cum laicis. Interim praedones civitatis, praeter aedes aliquos in urbe dirutas, lustrabant parochiam, domos clericorum scrutantes, eorumque diripientes substantiam. Al qual passo di Arnolfo il conte Giulini così riflette: Era per altro ben giusta cosa che quegli ecclesiastici viziosi ed ostinati i quali non volevano cangiar vita, venissero castigati anche col braccio secolare. Egli è ben vero che i rimedi violenti non vanno per l'ordinario disgiunti da qualche disordine: ma pure talora sono necessari[246]; il che suppone che quegli ecclesiastici fossero viziosi e legalmente provati tali; che il loro vizio fosse della classe di quelli che sono sottoposti al braccio secolare; che Arialdo fosse rivestito della pubblica autorità; che legittimamente lo costituisse vindice della disciplina; e finalmente che il modo per esercitare questa magistratura fosse legale, movendo la plebe a tumulto, profanando l'asilo del sacro tempio, e scacciandone i ministri: cose tutte che non mi paion vere. Ridotto adunque lo scandalo a questo eccesso, dopo di aver sin da principio adoperati tutti i mezzi possibili per guadagnarsi Arialdo e Landolfo[247], Guidone arcivescovo doveva ricorrere al mezzo che i sacri canoni proponevano, cioè alla convocazione d'un concilio in cui, radunati i vescovi suffraganei ed ascoltate le ragioni dell'una e dell'altra parte, si decidesse la questione, si restituisse la pace alla Chiesa, e il popolo ritornasse alla riverenza de' pastori. Così appunto fece l'arcivescovo. Ma siccome il furore dei partiti rendeva troppo pericoloso il soggiorno di Milano, venne radunato il sinodo in Fontaneto, luogo del Novarese. Furono avvisati Arialdo e Landolfo di comparire al concilio, ed ivi esporre la loro dottrina e le querele contro del clero. Ma nè Arialdo, nè Landolfo vollero presentarvisi[248], e quindi vennero da quel sinodo scomunicati[249]. Questa scomunica sconcertò i disegni di Arialdo e del compagno Landolfo. La storia c'insegna quanto obbrobriosa e precaria fosse in que' tempi l'esistenza di quell'infelice sul quale era stato pronunziato l'anatema. Arialdo perciò abbandonò Milano e portossi a Roma nel 1057, ove dal sommo pontefice Stefano X venne accolto con molta onorificenza[250]. Landolfo aveva presa la strada medesima, e le insidie che trovò nelle vicinanze di Piacenza fecero che ritornasse ferito in Milano[251]. Allora sembrava ritornata la quiete nella città.
Non poteva il cardinale Ildebrando, motore, siccome dissi, di questa rivoluzione, essere contento della sentenza proferita dal concilio di Fontaneto; per cui presso il popolo veniva screditato il partito contrario agli ecclesiastici e confermata la loro disciplina. Il fine era di sottomettere alla giurisdizione di Roma la Chiesa milanese: mezzo unico forse, come accennai, per impedire le elezioni simoniache e collocare prelati migliori al reggimento della Chiesa, alla quale non era più possibile lo restituire l'antica libertà, toltale dal potere dei re. Ildebrando istesso venne a Milano, e condusse con seco il vescovo di Lucca Anselmo da Baggio, primo autore della novità[252]. L'arrivo de' due legati, che operavano in nome del sommo pontefice Stefano X, risvegliò più che mai le fazioni. La discordia era cresciuta a segno ch'era diventata guerra civile, e sì da un partito che dall'altro le fazioni insieme crudelmente combattevano: i legati, temendo il furore del popolo, adunati di nascoso quanti cittadini potettero, dichiararono simoniaco Guidone arcivescovo, e detestabili tutte le sue operazioni; così il conte Giulini[253]; al che aggiugne questo pio e cauto scrittore che lo storico Landolfo Seniore, che ci narra il fatto, essendo nemico de' legati, è sospetto di parzialità. Si dee credere che la loro condotta sarà stata molto più regolare di quello che l'appassionato storico non la dipinga; e che non saranno giunti ad una sì rigorosa sentenza se non dopo un maturo esame, e dopo aver perduta ogni speranza di ridurre l'arcivescovo a qualche onesto accomodamento. L'animosità di deprimere la chiesa ambrosiana era allora tale in Roma, che nemmeno più si volle permetter dal papa che i monaci di Monte Cassino usassero del canto ambrosiano, che è il più antico della chiesa latina; e venne ordinato che introducessero un nuovo canto[254]. I due legati partirono, lasciando la città immersa più che mai nella discordia. Arialdo era ritornato. Varii rimproveri gli furono detti pubblicamente. Un sacerdote così lo apostrofò:[255] Numquid tu solus per execrabilem Pataliam, et quamplurima sacramenta prava et detestabilia, populi flammam, quae impetu ut mare versatur, super nos accendis?[256] Da altro ecclesiastico distinto era stato così ripreso:[257] Dum hujus inauditae Pataliae placitum cogitasti commovere, qualiscumque intentionis esses, ab aliquo religioso viro prius multis cum jejuntis debuisses consiliari[258]. La voce patalia era quella colla quale si qualificava una dottrina nuova e discordante dalla opinione ortodossa; e coloro che sostenevano opinioni riprovabili chiamavansi patalini, patarini o catari, come oggidì chiamansi novatori. Così i due partiti, protestando ciascuno di sostenere l'ortodossia, vicendevolmente accusavano gli avversari di prevaricare, e si ingiuriavano a vicenda coi nomi di nicolaiti e di patarini. Le risse, i saccheggi, i tumulti sempre continuavano, anzi andavano frattanto crescendo. Il partito d'Arialdo, rinvigorito dalla sentenza dei legati, s'ingrossò col numero de' plebei animati ad umiliare i nobili, e l'accanimento giunse a segno che molti nobili, non avendo più forza per sostenere i sacerdoti, dovettero allontanarsi dalla città, e ritrovarsi un asilo tranquillo nelle terre:[259] Ast nobiles urbis, quorum virtute sacerdotes paulo ante tuebantur, nimia ira et indignatione commoti, alii urbem exiebant, alii ut procellosae calamitati finem imponerent, tempus expectabant[260]. Abbandonati così gli ecclesiastici, il partito della plebe si era unito ad Arialdo; ed è facile l'immaginarsi quale doveva essere lo stato civile e religioso di Milano in quel tempo del quale, e del potere d'Arialdo allora, e del suo partito, dice lo storico nostro Tristano Calchi, che era forte:[261] Fere cunctorum civium concursu, qui clericorum probra libenter audiebant: alii inopia, vel aere alieno pressi, et spem omnem in praeda et rapinis locantes, nihil minus quam pacem et civitatis concordiam optabant[262].
La sedizione era giunta al colmo, e il partito fomentato da Ildebrando aveva depresso gli avversari. Era giunto il momento opportuno per assoggettare la chiesa di Milano. Se i primi legati, incontrato l'ostacolo de' nobili e de' fautori del clero, ancora capace di sostenersi (per lo che non senza pericolo dimorarono in Milano) prontamente se ne partirono condannando, siccome dissi, l'arcivescovo, ora la venuta de' legati doveva essere più sicura ad eseguirsi. Ciò non ostante non trovò a proposito di venirvi il cardinale Ildebrando. Furono destinati a quest'ufficio nuovamente Anselmo da Baggio, vescovo di Lucca (il primo autore, come si disse, del partito), e gli assegnò per compagno il vescovo d'Ostia, Pietro di Damiano, che è conosciuto col nome di san Pier Damiano. Questa nuova legazione accadde l'anno 1059. Sebbene però Ildebrando non venisse ad eseguire l'impresa, egli interamente la diresse, come ce ne fanno fede le lettere di san Pier Damiano a lui indirizzate su di questa negoziazione. Non si potevano trascegliere due legati più opportuni per ottenere l'intento. Il primo cospicuo nostro cittadino, appoggiato a parenti ed a clientele; l'altro, eloquente, dotto e d'una pietà celebratissima. Non perciò fu la cosa senza qualche difficoltà, e questa la ritroviamo in una delle lettere scritte da san Pier Damiano al cardinale Ildebrando:[263] Factione clericorum repente in populo murmur exoritur. Non debere ambrosianam ecclesiam romanis legibus subjacere, nullumque judicandi, vel disponendi jus romano pontifici in illa sede competere. Nimis indignum, inquiunt, ut quae sub progenitoribus nostris semper fuit libera, ad nostrae confusionis opprobrium nunc alteri, quod absit, Ecclesiae sit subjecta![264] così scriveva il vescovo d'Ostia. Questa fazione naturalmente sarà nata, perchè il partito medesimo della plebe secondava le mire di Roma, sin tanto che queste la conducevano alla depressione dei nobili, ch'erano stati incauti a segno di opprimerla; ma un impegno nazionale poi la rendeva ritrosa nel secondarle, per assoggettare la Chiesa propria alla giurisdizione della romana. Il vescovo d'Ostia avendo cercato nelle funzioni solenni di precedere al nostro metropolitano, il popolo se ne sdegnò. Cominciarono a vedersi dei torbidi; quindi i legati cautamente temperarono la pompa, e si posero a sbrigare sollecitamente gli affari. Imposero varie penitenze ad alcuni, differirono a giudicare di altri in migliore occasione; furono mutate le antiche costumanze, introdotte leggi nuove, e col favore del partito furono costretti l'arcivescovo e gli ordinari di porvi il loro nome. Così di san Pier Damiano scrive il Calchi:[265] Deinde fasto legationis inflatus voluit se in publicis actionibus archiepiscopo nostro praefere: sed populus in propria dioecesi temerari ambrosianam dignitatem non laturus, frendere, ac tumulum circa facere coepit. Eo metu deterritus Ostiensis proposito destitit, et quae instabant negotia confecit: atque iis qui quid deliquerant, pro magnitudine delicti, varias ultor poenas irrogabat: alios, dilatione data, in aliud judicium reservabat. Denique, ut novus censor, et rerum nostrarum arbiter, veteres consuetudines mutat; novas leges inducit; litteris signisque suis adfirmat; iisdem ut subscriberent, archiepiscopus et ordinarii Mediolani, incitata multitudine ni obsequerentur, effecit[266]. Queste pene, delle quali fu dispensatore san Pier Damiano, furono dati ai simoniaci; poichè, per un abuso assai antico, si gratificava dagli ordinandi il vescovo che ii consacrava, e davano per essere suddiaconi[267] duodecim nummos, diciotto per essere diaconi, e ventiquattro per il presbiterato[268]: sul qual proposito così scrive il conte Giulini: «A coloro che avevano pagato la solita tassa già stabilita ab antico, e che quasi non sapevano che ciò fosse peccato, furono dati cinque anni di penitenza, nel qual tempo dovevano due giorni ogni settimana digiunare in pane ed acqua, e tre giorni nelle settimane delle due quaresime, cioè quella avanti il Natale, e quella avanti Pasqua, ec.[269]». Questa sommissione poco spontanea diede motivo allo storico Arnolfo di esclamare:[270] O insensati Mediolanenses! Qui vos fascinavit? Heri clamastis unius sellae primatum: hodie confunditis totius Ecclesiae statum: vere culicem liquantes, et camelum glutientes. Nonne satius vester hoc procuraret episcopus? Forte dicetis: veneranda est Roma in apostolo. Est utique: sed nec spernendum Mediolanum in Ambrosio. Certe certe non absque re scripta sunt haec in Romanis Annalibus. Dicetur enim in posterum subjectum Romae Mediolanum. Così Arnolfo, che viveva in que' tempi: il di cui passo riferendosi dal conte Giulini, vi aggiunge: «Se Arnolfo e gli altri nostri ecclesiastici in que' tempi credevano che la città milanese non fosse punto soggetta alla romana, vivevano in un grandissimo errore. Egli è ben vero che prima la chiesa romana non esercitava tanto la sua giurisdizione sopra la milanese, quanto l'esercilò dipoi; ma ciò fu utile cosa, anzi necessaria, acciò non nascessero in avvenire i disordini che già eran nati dianzi: onde questa mutazione nella gerarchia ecclesiastica, di cui il citato storico fa tanto romore, non fu se non vantaggiosa alla chiesa ambrosiana, la quale perdette, a dir vero, alcun poco della primiera libertà, ma acquistò un miglior regolamento, e maggiore quiete e felicità[271]». Appena l'arcivescovo Guidone fu dai legati pontificii assoggettato, che dal sommo pontefice Nicolò II venne chiamato a Roma per intervenire ad un sinodo:[272] Ecce metropolitanus vester, prae solito, romanam vocatur ad synodum, dice Arnolfo, continuando l'apostrofe ai Milanesi; ed il conte Giulini a questo passo dice: «Anche qui Arnolfo doveva parlare con maggior moderazione, perchè non era cosa insolita affatto che il sommo pontefice invitasse l'arcivescovo di Milano ai concilii[273]». Il dotto conte Giulini, che per altro non tralascia di esporre le più minute circostanze nei fatti, che esamina e che con molto ordine e chiarezza è solito di porre in vista le ragioni delle opinioni che avanza, non ha allegato alcun fatto che provi come fosse stata in prima soggetta alla giurisdizione romana la chiesa milanese; nè ha nominato alcuno arcivescovo che siasi portato a Roma per un concilio. Anzi non solamente non ne ha dato cenno in quel luogo, il che pure sarebbe stato opportuno per ismentire uno storico di quel secolo, ma nemmeno nei tre secoli precedenti, dei quali con tanta esattezza egli ha posto in ordine le notizie, non vi si legge alcun fatto che dia valore ai rimproveri che egli fa ad Arnolfo. In quest'ultimo caso non si tratta di un invito trascurato dall'arcivescovo, ma di una chiamata, alla quale dovette obbedire portandosi a Roma, ove fu obbligato a giurare sommissione ed obbedienza al papa; avvenimento sul quale poi lo stesso conte Giulini ha ragionato così: «Non può negarsi che allora il sommo pontefice non ottenesse molti punti importantissimi, con cui venne a dilatare non poco l'uso della sua giurisdizione sopra dell'arcivescovo di Milano. Il primo fu che il nostro prelato, chiamato a Roma ad un sinodo, prontamente vi si portasse; il secondo, ch'egli promettesse solennemente ubbidienza al papa; cosa che prima di Guidone non si era, ch'io sappia, mai praticata; il terzo finalmente, che ricevesse da lui l'anello, quando il costume o l'abuso di quei tempi portava di riceverlo dal sovrano. Pure siccome tutte queste pretensioni del sommo pontefice erano giuste, così fu giusto che l'arcivescovo le accordasse[274].»
I castighi che avevano dati i legati apostolici cadevano principalmente sopra i simoniaci; cioè sopra quelli ecclesiastici che avevano pagata la solita retribuzione per essere ordinati. Continuavano per altro gli ammogliati a vivere colle loro mogli e figli, e sembrava che quasi fosse dimenticata la questione sul matrimonio de' sacerdoti. (1061) Qualche riposo ebbe la nostra città frattanto sino al 1061; anno in cui morì il papa Nicolò II, e per opera del cardinale Ildebrando fu innalzato alla sede pontificia il vescovo di Lucca, Anselmo da Baggio, che prese il nome, siccome ho detto, di Alessandro II. Lo storico nostro Tristano Calchi, ad altra opportunità nominando Ildebrando, così parla di lui:[275] Id quod maxima arte et astutia Hildebrandi monaci factum traditur, qui Soana Haetruriae urbe uriundus, promptitudini ingenii non mediocrem sacram litterarum eruditionem junxerat; et statim ob ingens meritum in ordinem cardinalium adscitus fuit: et cum vigore animi cunctis praestaret, facile primarium locum inter sacerdotes obtinuit[276]. Maggiore accortezza non poteva certamente adoperarsi per consolidare la dipendenza da Roma, quanto il creare papa un milanese; obbedendo al quale, il popolo, che poco vede e prevede pochissimo, non si accorgesse di obbedire ad una estranea giurisdizione. Appena dopo che fu creato, papa Alessandro II scrisse una lettera[277] Omnibus Mediolanensibus clero, et populo, nella quale, dopo molte affettuosissime espressioni, diceva:[278] Speramus autem in Eo qui de virgine dignatus est nasci, quia nostri ministerii tempore sancta clericorum castitas exaltabitur, et incontinentium luxuria cum caeteris haeresibus confundetur. Questo fu un avviso che precorse le nuove imprese contro de' sacerdoti ammogliati; la tranquillità dei quali da due anni goduta si può attribuire anche alla lunga malattia di Landolfo, che fu il primo, siccome abbiamo veduto, ad animare la plebe colla parola. Ma egli dopo di avere perduta la voce per molti mesi, finalmente dovette soccombere. Arnolfo lo attribuisce a punizione del cielo, che, per avere colla parola peccato, gli facesse soffrire un tal genere di malattia:[279] Quum vero placuit Altissimo, qui renes scrutator et corda, ille qui alienam diu meditatus fuerat lassitudinem et inopiam, doluit sui ipsius aegritudinem: quumque langueret biennio pulmonis vitio, vocis privatur officio, ut in quo multos affecerat, in eo quoque deficeret, dicente Scriptura: per quae quis peccat, per haec et torquetur. Sed ne mortuos accusare videamur, de illio penitus taceamus[280]. San Pier Damiano gli ricordò di mantenere il voto che aveva fatto a Dio, di prendere l'abito monastico; voto che Landolfo fece nell'occasione d'un tumulto popolare che lo aveva posto in angustia. Questo si raccoglie dalla lettera di san Pier Damiano, la quale trovasi al lib. V delle sue epistole, ed è diretta:[281] Landulfo, clerico et senatorii generis, et peritiae litteralis, nitore copiscuo. Landolfo non si fece monaco. Taluno sostenne che Landolfo servisse meglio Dio non facendosi monaco, e occupandosi, come fece, in Milano[282]. Il cardinale Baronio lo ascrive nel catalogo de' santi. La Chiesa però non rende verun culto a Landolfo, il di cui merito, e come cristiano e come cittadino, resta un libero soggetto di esame.