(1086) Morto che fu l'arcivescovo Tealdo, dall'imperatore Enrico fugli destinato a succedere Anselmo da Ro, il quale abbandonò il partito imperiale, e interamente si collegò col partito romano. La famosa contessa Matilde sembrava che conservasse tutto lo spirito di Gregorio VII, a cui fu tanto ossequiosa mentre visse. Per opera di lei fu sedotto Corrado a diventare ribelle al padre Enrico Augusto. Essa lo adescò mostrandogli la corona d'Italia, e indusse l'arcivescovo di Milano a incoronare solennemente in Sant'Ambrogio Corrado (1093). Un arcivescovo che doveva ad Enrico la sua dignità, che da lui non fu mai offeso, che doveva ai popoli servire d'esempio di rettitudine, consacra nel tempio di Dio, scrutatore dei cuori, un figlio traditore e ribelle ad Enrico, per compiacere alle brighe della contessa Matilde, dimenticando il giuramento di fedeltà, profanando le sacre cerimonie, abusando della religione.... Volgiamoci ad altre idee, e benediciamo il secolo più illuminato e più felice in cui viviamo! Corrado, poichè in tal forma venne unto re, come ostaggio rimase presso la contessa Matilde; e non avendo che il titolo di sovrano, dovette dare il suo nome a quanto a lei piacque. Morì Anselmo da Ro, e il legato romano elesse per arcivescovo Anselmo da Boisio, che ebbe il bastone pastorale dalla contessa Matilde, e il pallio dal papa; e si pose a esercitare il suo ministero senza dipendenza alcuna, nè dall'imperatore Enrico nè dal re Corrado. Assoggettata così la dignità del metropolitano, e resa dipendente, si può a quest'epoca fissare il primo germe della repubblica milanese: poichè, se in prima l'arcivescovo godeva, per l'eminenza del suo grado, una sorta di principato nella città; ora i nobili e la plebe, vedendolo ridotto all'obbedienza, poterono bensì conservare una rispettosa deferenza al di lui sacro carattere, ma non vi trovarono più quella distanza che l'opinione deve collocare fra chi obbedisce e chi comanda. Perciò, verso la fine del secolo undecimo, si crearono per la prima volta i consoli della repubblica milanese, e con questa nuova magistratura si venne a formare una sovranità che rappresentava tutto il popolo[318], e si vennero ad abolire gli ufficiali regii. L'arcivescovo dovette subordinare a questo senato persino i decreti sinodali, acciocchè venissero confermati coll'acclamazione[319] fiat, fiat, quando piacevano. In fatti nel 1100 dovette l'arcivescovo ottenere il consenso di que' magistrati, perchè si accordasse franchigia a chi veniva a certa solennità del Santo Sepolcro in Milano. Come poi questi consoli allora venissero eletti; se dai soli nobili, ovvero promiscuamente; quanto la loro dignità durasse, le memorie di quei tempi non ce lo insegnano. Certo è però che monete nè di Corrado nè col nome della Repubblica non ve ne sono; e che le sole fra gli Ottoni e Federico che si conoscono sinora, sono dei re Enrici e degl'imperatori Enrici, onde la repubblica si considerò sempre sotto la protezione imperiale. Pochi anni dopo sappiamo che il numero de' consoli era diciotto, e talvolta anche maggiore. Sembra che questi consoli formassero il minore consiglio, sempre adunato e sempre attivo per reggere la città; e che negli affari di maggiore importanza questi consoli intimassero una generale adunanza del popolo. Nel 1130 i consoli erano venti, ed erano stati eletti dalle tre classi di cittadini, cioè dai capitani, i quali erano i nobili del primo ordine, dai valvassori, che erano nobili bensì, ma di minore autorità, e dai cittadini, che erano come il terzo ordine. Il numero dei consoli cittadini era minore di quello di ciascuna delle altre due classi; onde l'autorità realmente era presso i nobili[320], non rimanendo ai cittadini poco più che l'apparenza, come in Roma, ne' comizi centuriati. La repubblica di Milano però era ben piccola allora, poichè la giurisdizione di lei si limitava a poco più della mera città; e la campagna che le stava intorno, formava diversi altri piccoli Stati indipendenti da lei, e così v'erano i conti del Seprio, i conti della Martesana e altri distretti, che avevano un governo parziale e i loro consoli[321]; di che rimasero sino al 1781 le vestigia nelle diverse misure, che furono in uso in Monza, Lecco ed altri borghi del ducato, abolite or ora. Questo è tutto quello che sappiamo intorno la costituzione civile di Milano verso il principio del secolo duodecimo. L'autorità suprema si riconosceva presso dell'imperatore, il di cui nome incidevasi nelle monete, e dal quale ricevevano la giurisdizione alcuni giudici e messi che decidevano le controversie dei privati[322]. Ma il governo politico, la pace e la guerra, l'imposizione e riscossione de' tributi erano presso la città istessa. Landolfo il Giovine, parlando dell'anno 1112, così si esprime:[323] Papienses et Mediolanenses statuerunt et juraverunt sibi foedera, quae nimium quibusdam videntur fuisse imperatoriae majestati, et apostolicae auctoritate contraria; cum illi cives juraverent sibi servare se et sua contra quemlibet mortalem hominem natum vel nasciturum; dal che pare che, collegandosi per difendere le cose loro contro qualunque uomo, tacitamente s'intendesse la disposizione di contrastare colla forza all'imperatore, qualora cercasse di toglier loro o i nuovi magistrati, o i tributi, o la giurisdizione che esercitavano. Nelle carte de' contratti, testamenti, sentenze, ec., si soleva in prima porre il nome dell'imperatore o re d'Italia: Regnante Domino nostro, il tale. Al principio del secolo duodecimo non più si fece questa menzione. In una parola la costituzione civile di Milano allora divenne, siccome dissi, a un dipresso simile a quella d'una città libera dell'impero.

Quantunque l'arcivescovo di Milano Anselmo da Boisio fosse un uomo di carattere assai mite, e quantunque dovesse interamente la sua dignità al papa, cui era nella più esatta maniera sommesso; e quantunque l'autorità politica del metropolitano fosse di molto diminuita, ciò non ostante dava ombra al papa il nome dell'arcivescovo di Milano: e per allontanare ogni pericolo e confermarne la soggezione, piacque a Roma che l'arcivescovo abbandonasse la sua diocesi, e, seguendo lo spirito delle Crociate al principio del secolo duodecimo, si portasse a guerreggiare nell'Asia. Gerusalemme era già in potere dei cristiani. Non sembrava che vi rimanesse altro desiderio alla pietà dei fedeli, se non se quello di custodirla. Ma, se crediamo allo storico nostro Landolfo il Giovine, altra impresa si propose Anselmo da Boisio, e tale, che la gravità della storia corre pericolo nel raccontarla, cioè la conquista del regno di Babilonia. Eccone le parole dello storico:[324] Anselmus de Buis, mediolanensis archiepiscopus, quasi monitus apostolica auctoritate, studuit congregare de diversis partibus exercitum cum quo caperet Babylonicum Regnum, et in hoc studio praemonuit praelectam juventutem mediolanensem cruces suscipere, et cantilenam de Ultreja, Ultreja cantare. Atque ad vocem hujusprudentis viri, cuiuslibet conditionis per civitates Longobardorum, villas et castella eorum cruces susceperunt, et eamdem cantilenam de Ultreja, Ultreja cantaverunt[325]. Questa canzone latina inventata allora aveva la frequente esclamazione Ultreja, che il conte Giulini crede, assai verisimilmente, essere un composto di Eja! Ultra! come sarebbe animo! avanti! eccitandosi così la gioventù lombarda a prendere le armi e passare nell'Asia[326]. Che questa crociata milanese, avendo alla testa l'arcivescovo Anselmo da Boisio, attraversasse l'Ungheria e si portasse in Costantinopoli, dove poco dopo l'arcivescovo morì, sembra cosa certa. Cosa poi facesse in quella comica impresa, è difficile il definirlo, tanto sono discordi gli scrittori. Orderico Vitale, scrittore di quei tempi, ci racconta che questo esercito si accostò verso Gerusalemme, e in una battaglia verso Gandras fu malamente battuto, onde i fuggitivi si ricoverarono a Costantinopoli; ma i geografi non ci sanno dire in qual luogo trovisi questo Gandras. Radolfo, che scrisse le imprese di Tancredi, sotto del quale militava, ci lasciò scritto che l'arcivescovo Anselmo da Boisio fu battuto dai Saraceni sotto Danisma; ma nemmeno Danisma si trova in nessuna carta geografica. L'abate Uspergense invece c'insegna che la battaglia seguì:[327] contra terram Coritianam, quae est Turcorum patria; ma nemmeno questa terra è conosciuta nella geografia; e la patria de' Turchi, se crediamo a Pomponio Mela ed a Plinio, è nei contorni delle paludi Meotidi, ovvero fra l'Eusino e il Caspio, nelle vicinanze del Caucaso; parti del mondo assai sviate per coloro che dalla Lombardia cercavano di passare in Babilonia o nella Terra Santa. Guglielmo Tirio, che è riputato il più sicuro scrittore di quelle guerre di Terra Santa, non fa menzione alcuna della spedizione dell'arcivescovo di Milano Anselmo, nè delle disgrazie del suo esercito. L'arcivescovo morì in Costantinopoli l'anno 1110, e Landolfo il Giovine ce ne indica la malattia; ei morì di tristezza. Questo buon Anselmo da Boisio ce lo qualifica Landolfo il Giovine per un povero uomo, semplice, timido, e ironicamente lo chiama nel testo riferito:[328] ad vocem hujus prudentis viri. Probabilmente a queste disposizioni del di lui animo egli doveva la sua dignità. Questo moderatissimo prelato, se per il merito dell'obbedienza aveva animato i suoi a prendere le armi per combattere gli infedeli; poichè si vide affaticato da un assai lungo viaggio; trasportato in mezzo a popoli dei quali ignorava il costume e il linguaggio; abbandonato alla licenza militare di giovani incautamente espatriati per di lui consiglio, e inquieti per trovare mezzi da sussistere; in mezzo ai pericoli; senza forza d'animo e senza aiuto; mi sembra naturale ch'ei morisse d'affanno e di melanconia, e che si sbandassero i suoi, e ritornassero alla patria gli altri pochi rimasti, cui riuscì di trovare la strada ed i mezzi per rivederla. Coloro che rimproverano alla generazione vivente d'avere minor senno di quello che si osservava altre volte, esaminino queste epoche.

Nel principio appunto del secolo duodecimo lo storico nostro Landolfo Juniore, che è il solo autore contemporaneo, ci racconta un fatto prodigiosissimo; e ce lo descrive con circostanze cotanto minute e singolari, che sembra quasi ch'ei temesse l'incredulità nei posteri. Sinora il suo timore fu vano; ma io lo credo giustissimo. Il fatto è il seguente. Mentre Anselmo da Boisio era partito, comandando l'esercito che marciava alla conquista di Babilonia, il vescovo di Savona Grossolano, come vicario dell'assente arcivescovo, reggeva la chiesa milanese. Giunta la nuova della morte di Anselmo, Grossolano ebbe un partito, e fu eletto arcivescovo; e dal papa fugli spedito il pallio, che il portatore, tenendo a guisa di stendardo, in cima del bastone, andava gridando: ecco la stola, o come dice Landolfo il Giovine: heccum la stola, heccum la stola[329]; dal che vedesi che anche allora si parlava una lingua simile a quella che oggidì si parla. Eravi in Milano un prete che aveva nome Liprando. Egli era zio di Landolfo Juniore, e convien dire che fosse di genio piuttosto attivo, poichè ebbe tagliati il naso e gli orecchi in uno de' tumulti per la giurisdizione romana, per cui egli combatteva. Il papa Gregorio VII prese questo prete sotto la speciale protezione della Santa Sede, e nella bolla gli scrisse:[330] Tu quoque, abscisso naso, et auribus pro Christi nomine, laudabilior es qui ad eam gratiam pertingere meruisti, quae ab omnibus desideranda est, qua a sanctis, si persevereraveris in finem, non discrepas. Integritas quidem corporis tui diminuta est, sed interior homo, qui renovatur de die in diem, magnum sanctitatis suscepit incrementum: forma visibilis turpior, sed imago Dei, quae est forma justitiae, facta est pulchrior. Unde in Canticis Canticorum gloriatur Ecclesia, dicens: nigra sum, filiae Hierusalem; e poi dopo lo chiama[331] martyr Christi[332]. Il prete Liprando era titolare della chiesa di San Paolo in Compito. Appoggiato a questa bolla, pretendeva di essere indipendente dall'arcivescovo, e da ciò nacquero dei dissapori, i quali s'inasprirono. L'arcivescovo sospese il prete dal suo ufficio sacerdotale, e il prete accusò pubblicamente l'arcivescovo di simonia,[333] per munus a manu, per munus a lingua, per munus ab ubsequio[334]. La disputa andò tanto avanti, che vi furono partiti; si venne alle solite zuffe, e[335] Grossolani turba, dimicans adversus primicerium, Landulphum, ejusdem primicerii clericum lapide occidit[336]. Fu perciò costretto l'arcivescovo Grossolano a convocare un sinodo, in cui si giudicasse s'egli fosse legittimamente eletto, ovvero se fosse simoniaco; e il prete Liprando si esibì di provare col giudizio di Dio, passando attraverso del fuoco, l'accusa che aveva fatta all'arcivescovo. Il popolo accettò con avidità questa proposizione, che gli offeriva un genere di spettacolo maravigliosissimo. La curiosità di vedere un miracolo generalmente eccitò l'impazienza di ognuno; e fu avvisato il prete Liprando di apparecchiarvisi: e il fatto ce lo descrive Landolfo nella maniera che dirò. Distribuì il prete Liprando in elemosina il grano ed il vino che possedeva; fece testamento, lasciando erede lo storico suo nipote; e dispose che se egli morisse nel giudizio, quel che le fiamme avessero lasciato del suo corpo, venisse seppellito nella chiesa della Trinità. Sia ch'ei temesse falsa la simonia asserita, ovvero non sicuro il miracolo, egli credette possibile il rimanervi abbruciato, sebbene con tanta fiducia ne cercasse l'occasione. Digiunò il prete due giorni; poi, vestito con cilicio, camice e pianeta, a piedi nudi, portando la croce, da San Paolo in Compito venne a Sant'Ambrogio, e cantò la messa all'altar maggiore in faccia all'arcivescovo, che si era collocato sul pulpito con altri due personaggi. Forse in que' tempi il digiuno naturale, prima d'accostarsi all'altare, non era un precetto; almeno, nel secolo nono, la imperatrice Ermengarda,[337] ante introitum missarum fatebatur se exardescere siti, et bibit plenam phialam vini peregrini, et post haec, coelestem participavit mensam[338]. Comunque sia di ciò, Landolfo non dice come celebrasse la messa quel prete sospeso dal suo ufficio: ci dice però che l'arcivescovo, poichè la messa fu terminata, prese a dire così: Aspettate, che con tre parole convincerò quest'uomo; indi, rivolto al prete: Hai asserito, gli disse, che io sono simoniaco, ora dichiara soltanto, se il puoi, qual sia la persona a cui io abbia donato. Il prete si collocò sopra un sasso elevato che era nella chiesa, e indicando il pulpito: Vedete, disse al popolo, vedete tre grandissimi diavoli, che possono confondermi col loro ingegno e coi denari che possedono; ma io rispondo che con quel danaro istesso che il diavolo gli suggerì di adoprare per comprarsi l'arcivescovato, possono aver occultata la verità e togliermi i testimonii; e per ciò ho scelto il giudizio di Dio, che non s'inganna. Il dialogo continuò qualche poco, sin tanto che, impaziente il popolo di vedere questo prodigio, si udì gridare perchè venisse al cimento il prete; il quale, sebbene fosse vecchio, e digiuno per il terzo giorno, ed avesse fatto un lungo cammino, balzò dal sasso e si portò co' suoi paramenti avanti l'atrio di Sant'Ambrogio; fuori del quale erano disposte due cataste di legna di quercia, ciascuna delle quali era lunga dieci braccia, alte entrambi più di un uomo, e similmente larghi, e distanti l'una dall'altra un braccio e mezzo. Anzi nel viottolo istesso eranvi gettati dei pezzi di legna tratto tratto, per renderne più lento e difficile il passaggio. Poichè il prete e l'arcivescovo furono fuori dell'atrio, l'accusatore prese l'arcivescovo per la cappa e disse:[339] Iste Grossulanus, qui est sub ista cappa, et non de alio dico, est simoniacus de archiepiscopatu Mediolani[340]. Ciò fatto, l'arcivescovo non volle star più presente, montò a cavallo, e se ne partì. Arialdo da Meregnano, amico dell'arcivescovo, teneva frattanto il prete, acciocchè ei non passasse, sin tanto che il fuoco non fosse bene acceso; e il fuoco crebbe a segno, che Arialdo ne ebbe offesa la mano. Allora dissegli: Prete Liprando, mira la tua morte, piegati all'arcivescovo e salva la vita; e se nol vuoi, vanne colla maledizione di Dio. Il prete rispose a lui:[341] Sathana, retro vade, poi si prostrò a terra, fece il segno della croce, ed entrò fra le cataste ardenti. La fiamma si spaccava avanti di lui, e si riuniva tosto che era passato; passò sopra i carboni, come se fosse arena, due volle recitò in quel passaggio:[342] Deus, in nomine tuo salvum me fac, ed in virtute tua libera me, e nella terza volta, alla parola fac, si trovò sano dall'altra parte del fuoco, senza danno alcuno nella persona, o nei lini del camice, o nella pianeta. Così il nipote Landolfo ci racconta il fatto.

Questo fatto, riferitoci dal solo Landolfo, e adottato poscia da chi scrisse dopo di lui, ha tanta somiglianza con quello che Desiderio, abate di Monte Cassino, asserisce accaduto in Firenze, che non si potrebbe giudicare quale dei due fosse l'originale e quale la copia; se quello di Toscana non fosse stato collocato quarant'anni prima di questo di Landolfo, che si colloca nell'anno 1103. A Firenze si accusava quel vescovo di simonia: si propose di provarlo colla prova del fuoco; si prepararono due cataste lunghe dieci piedi, alte e larghe cinque, distanti appunto un piede e mezzo. Le misure sono le medesime nel numero, sebbene da noi non erano piedi, ma braccia. Ivi passò illeso un monaco Giovanni Aldobrandino, che fu poi chiamato Giovanni Igneo: e l'uno e l'altro fatto si dice accaduto in quaresima. Costretto a rinunziare alla fede di uno storico contemporaneo, ovvero al buon senso, io abjurerò la prima: nè crederò che la novità abbia operato un portento per approvare una temerità solennemente riprovata dalla Chiesa in più concilii. Dopo un fatto cotanto decisivo, non sarebbe stato possibile che i vescovi suffraganei, che erano in Milano pel sinodo, non conoscessero la mano di Dio, e non concorressero a deporre l'arcivescovo. Eppure lo stesso Landolfo ci avvisa che:[343] praesentia episcoporum suffraganeorum huic legi et triumpho favorem integre non praebuit[344], e il popolo istesso, pochi giorni dopo, cambiossi di parere sul preteso miracoloso passaggio:[345] turba tristis de casu et ruina Grossulani, in presbyterum, et ejus legem post paucos dies scandalizavit. Ci narra di più lo stesso autore che in quella occasione il prete ebbe offesa bensì una mano dal fuoco, ma che se l'abbruciò prima di passarvi; che ebbe anche male a un piede, ma che ne fu cagione un cavallo da cui fu calpestato. La verità sola che oggi possiamo sapere è, che il fatto, come ce lo racconta Landolfo, non è vero. Se qualche fatto simile vi è stato, conviene allargare il viottolo, abbassare e sminuire le cataste, supporre il prete che passi prima di una perfetta accensione; e allora con una mano ed un piede offesi potremo accordare i due fenomeni, il fisico ed il morale. Se poi il racconto fosse imitato da Landolfo dall'altra favola toscana, per vanità di raccontare cose prodigiose, e per farsi nipote di un taumaturgo, allora ne sarebbe ancora più semplice la spiegazione. Nè sarà questa un'accusa troppo severa che noi faremo all'ingenuità di questo storico, il quale ci vuol far credere che un angelo sia venuto ad avvertirlo che il di lui zio Liprando era ammalato:[346] Mihi angelus occurrit dicens: presbyter Liprandus, rediens a Valtellina, infirmus jacet ad monasterium de Clivate[347]: asserzione sul proposito della quale saggiamente riflette il nostro conte Giulini, che «sarebbe stato desiderabile che lo storico ci avesse additato i segni pe' quali egli s'avvide con tanta sicurezza, che quello era un angelo[348]». Tutti i nostri autori però, ciecamente appoggiati all'asserzione del solo Landolfo, hanno creduto vero un tal prodigio; e nemmeno il nostro conte Giulini si è voluto segregare. Sarebbe stato veramente desiderabile che avessero seguita l'opinione piuttosto dei vescovi suffraganei e della plebe, che ne fu spettatrice. Ma il meraviglioso seduce; non si ha coraggio di affrontare una lunga tradizione per annunciare la verità, i di cui dritti non si prescrivono giammai; ed è costretta la storia a raccontare di tali inezie, qualora sieno generalmente credute.

Per otto anni ancora, dopo il raccontato prodigio, continuò l'arcivescovo Grossolano a conservare la sua dignità, sebbene con un partito contrario. Il papa lo considerò arcivescovo legittimo, e non cessò d'esserlo, se non quando, portatosi egli, nel 1111, a Costantinopoli, se gli elesse in Milano un successore. Morì frattanto in Germania l'infelice imperatore Enrico III; ciò avvenne l'anno 1106. Corrado, di lui figlio, se gli era ribellato, siccome dissi, adescato da una vana lusinga di essere re d'Italia, ove visse con questo titolo per obbedire a tutti i cenni della contessa Matilde. Anche l'altro figlio Enrico si trovò modo di farlo ribelle al padre. Non si può rinunziare ai sentimenti dell'umanità e della natura più freddamente di quello che fece questo figlio Enrico, che il padre aveva già fatto suo collega nel regno di Germania. Io ne racconterò l'avvenimento colle parole istesse colle quali il conte Giulini lo riferisce. «I vizi, le scostumatezze, la simonia, lo scisma dell'imperatore erano veramente cose orribili a chi le considerava; ma pure dovevano con pazienza tollerarsi da un suddito, e molto più da un figliuolo. Per quanto la storia della vita di Enrico IV, re di Germania, e terzo imperatore e re d'Italia, desti odio ed abborrimento contro dì lui, quella della sua morte non lascia di muovere gli animi a compassione e pietà. Altro io non dirò, se non che il misero principe, spogliato a forza de' reali ornamenti, pentito de' commessi delitti senza poter ottenere dal legato apostolico la desiderata assoluzione, prosteso a' piè del figlio senza poter ottenere da lui un solo sguardo, finalmente da disperato diede nuovamente di piglio alle armi; ma abbandonato presso che da tutti, e giunto alle ultime angustie, alli sette di agosto del corrente anno 1106 terminò in Liegi di puro cordoglio la vita. Così castigò Iddio i suoi delitti in vita»[349]. I delitti di questo principe sono di non aver voluto rinunziare alle investiture de' vescovi, che avevano goduto i suoi antecessori. Le sue buone qualità furono la generosità, la giustizia e il valore. Non rapì l'altrui, non insidiò alcuno, non se gli rimprovera alcuna crudeltà. Egli comandava in persona la sua armata; si trovò in sessantasei battaglie, e le vinse tutte, eccetto quelle nelle quali fu tradito. Il di lui figlio Enrico, che poi fu il quarto imperatore di questo nome, venne in Italia nel 1110; pretese dalle città lombarde l'antica obbedienza; trovò degli ostacoli, poichè erano già avvezze a reggersi da sè. Novara, fra le altre, non fu docile, e il re Enrico la incendiò; così fece a varie altre castella e terre. L'infelice Enrico suo padre non adoperò il fuoco per sottomettere i popoli. Questa feroce maniera di guerreggiare mosse le altre città a cercare di guadagnarselo con denaro, con vasi d'oro e d'argento; ma la popolata e nobile città di Milano non gli fece regalo alcuno, nè in verun conto gli badò, come ci attesta il monaco Donizzone, che in quei tempi scriveva le gesta della contessa Matilde con versi assai meschini:

Aurea vasa sibi nec non argentea misit

Plurima cum multis urbs omnis denique nummis:

Nobilis urbs sola Mediolanum populosa

Non servivit ei, nummum neque contulit aeris[350][351].

Pareva che allora Milano ergesse già la testa sopra delle altre città del regno italico. Prestarono però i Milanesi assistenza ad Enrico, piuttosto come alleati, che come sudditi; e questa fu di molti armati che lo accompagnarono a Roma per ricevervi la corona imperiale. È noto che Pasquale II, papa, pretese, prima d'incoronarlo, che rinunziasse al diritto di dare l'investitura ai vescovi. Ricusò Enrico di rinunziarvi, e pretese, non meno di quello che aveva fatto suo padre, di conservare questa ragione, posseduta dai precedenti augusti. Insisteva il papa; nacque in Roma una zuffa: i Lombardi, uniti coi Tedeschi, frenarono l'impeto de' pontificii, a segno che Enrico fece suo prigioniero il papa, lo condusse fuori di Roma, nè gli accordò la libertà, se non quando gli promise con solenne scrittura di lasciargli le investiture come per lo passato. Ciò fatto, ei lo pose in libertà, e da esso fu incoronato imperatore nella basilica Vaticana, il giorno 13 di aprile 1111. Per questa zuffa ne dovettero soffrire anche i Milanesi, de' quali varii ne perirono, e fra gli altri Ottone Visconti:[352] Otho autem mediolanensis Vicecomes, cum multis pugnatoribus ejusdem regis, in ipsa strage corruit in mortem amarissimam hominibus diligentibus civitatem mediolanensem, et Ecclesiam[353]. Questo Ottone è forse lo stesso reso immortale dai due versi del Tasso: