La sommissione dei Milanesi si rappresentò, al principio di marzo 1162, nella nuova città di Lodi. Ivi si prostrarono avanti l'imperatore gli otto consoli. Furongli consegnati quattrocento ostaggi trascelti fra gli ottimati. Le armi e le insegne militari furono depositate a' suoi piedi. Gli fu giurata obbedienza illimitata. Io non descriverò minutamente quello spettacolo umiliante; poichè quando una città si rende a discrezione, come facemmo noi, è detto tutto. Ogni avvilimento, ogni insulto di più che debba soffrire il popolo che in tal modo si è reso, può far torto bensì alla grandezza d'animo del vincitore, ma non aggiugne alcuna macchia di più ad una città che non ha più mezzi per resistere. Il giorno 26 marzo 1162 l'imperatore Federico venne a Milano, e comandò che i cittadini tutti uscissero dalla città, e che la città venisse distrutta. L'imperatore medesimo ce lo attesta nella sua lettera diretta al conte di Soissons, in cui dice:[447] Fossata complanamus, muros subvertimus turres omnes destruimus, et totam civitatem in ruinam, et desolationem ponimus[448]. Radevico descrive così:[449] Deinde muri civitatis et fossata et turres paulatim destructi sunt, et sic tota civitas de die in diem magis in ruinam et desolationem detracta est. Dodechino, nella continuazione della cronaca di Mariano Scoto, dice:[450] Populus expulsus: murus in circuito dejectus: aedes, exceptis Sanctorum templis, solo tenus destructae[451]; e nella cronaca dell'abate Anselmo Gemblacense, così racconta:[452] Medialanenses, obsidione, fame, inopia, dissensione coarctati, per internuntios petunt ab Imperatore misericordiam... Imperator, qui proposuerat eos, ad terrorem aliorum, diversis suppliciis interimere, vita donatos, rebusque necessariis, quantum secum ferre poterant, concessis, per regiones dispersit, ita ut non haberent licentiam in civitatem amplius revertendi: deinde jussit suos civitatem ingredi, muros, turres, alta et supera fastigia, et aedificia destrui[453]. L'anonimo autore della cronaca Sampietrina Erfurtense, così dice:[454] Mediolanenses, regis, et italici atque teutonici exercitus obsidione, jam quadriennio, arctati, post multa et praeclara militaris audaciae facinora, tandem pertaesi malorum, et inedia magis quam armis devicti manus imperatori tradunt supplices, regiae potestati se suaque omnia dedentes. Optimatibus igitur ac populo in deditionem susceptis, Rex civitatem cum victricibus aquilis, ac grandi moltitudine circa Palmas ingreditur, et civibus salute, omnique supellectile concessa, eo jubente valli complanantur, muri, turres, omnisque munitio destruitur, caetera aedificia, excepta matrice ecclesia, ac reliquis ecclesiis, voraci flamma consumantur, et civitas opulentissima... terrae funditus coaequatur; indi più oltre, per accennare il modo con coi i Milanesi alloggiavano, dice:[455] Mediolanenses, post suae excidium civitatis, quatuor oppida per quatuor plagas, imperiali edicto, fecerunt[456]; e nel Cronico Boemico si legge che l'imperator Federico allora,[457] muros urbis diruit, et aspera mutat in plana[458]. Il canonico di Praga Vincenzo così ci descrive più a lungo questo avvenimento:[459] Mediolanenses autem tantae fortitudini resistere non valentes, crebris vastationibus, fame, siti, diversis captionibus, fratrum quoque et amicorum suorum diversis cruciatibus, et interfectionibus defatigati, a principibus, tam Lombardiae, quam Teutoniae, inveniendi gratiam imperatoris modum quaerunt, quibus sic a principibus respondetur: quod nullo modo gratiam domini imperatoris obtinere valeant, nisi prius Mediolanum in manus domini imperatoris tradant. Et ex consilio suorum fidelium Laudum civitatem veniunt, et imperatore pro tribunali suo cum suis principibus sedente, claves omnium portarum mediolanensium ante ipsum portantes, coram eo, et tantis principibus, nudis pedibus, ad terram se prosternunt. Ex mandato imperatoris surgere jubentur, ex quibus Alucherus de Wimarkato sic incipit. Peccavimus; injuste egimus, ita quod contra romanorum imperatorum dominum nostrum naturalem arma movimus; culpam nostram recognoscimus, veniam petimus, colla nostra imperiali majestati vestrae subdimus; claves civitatis nostrae, urbis antiquae, imperiali majestati vestrae offerimus, et ut tantae urbis, tam antiquorum imperatorum operi antiquissimo, pro Dei et S. Ambrosii amore, et eorum qui intus requiescunt sanctorum misereri subditis; pacem dare subjectis imperialis dignetur pietas, vestigia pedum vestroram dorantes, humili, et supplici prece rogamus. Hic eorum imperator auditis precibus, claves portarum mediolanensium recipit, et sic contra respondet: quod sicut per quatuor partes orbis terrae innotuit quod contra dominum imperatorem orbis terrae dominum arma movere praesumpserunt, sic per quatuor orbis terrae partes eorum poena innotescat. Per quatuor partes circa Mediolanum, ad Orientem, ad Occidentem, ad Aquilonem, et Austrum, qua quis vult suam deportet pecuniam, Mediolanum urbem imperatoris in potestatem reddant. Hoc audito, Mediolanenses ejus assistunt volontati, et licet inviti, ejus obtemperant imperio. Per praedictas quatuor partes sua ponunt domicilia, ad Orientem, Occidentem, Aquilonem et Austrum: Mediolanum in potestatem domini imperatoris reddunt. Imperator autem, Teutonicorum, Papiensium, Cremonensium et aliorum Longobardum collecta militia, Mediolani suo residet pro tribunali; quid de tanta urbe faciendum sit consilium quaerit. Ad quod a Papiensibus, Cremonensibus, Laudensibus, Cumanis, et ab aliis civitatibus, respondetur; qualia pocula aliis propinaverint civitatibus, talia gustent et ipsi. Laudam, Cumas, imperiales destruxerunt civitates, et eorum destructur Mediolanum. Hoc audito, imperator ex eorum consilio tali in Mediolanum data sententia, extra progreditur in campestria. Primo dominus Theobaldus, frater domini regis Wladisiai, deinde Papienses, Cremonenses, Laudenses, Cumani, et diversi de diversis civitatibus, ocyus dicto, ignem ex omni parte in Mediolanum jaciunt, hoc ipso imperatore cum suis exercitibus spectante. Sic Mediolanum, urbs antiqua, civitas imperialis, diversis attrita miseriis, destruitur. Imperator autem, Mediolano destructo, in tota Italia imperialem exercebat potestatem, tota enim in cospectu ejus tremebat Italia, et in urbibus Italiae suis positis potestatibus, versus Siciliam cum Siculo de ducatu Apuliae rem acturus, suus disponit exercitus[460]. Tutti i riferiti autori tedeschi (e per conseguenza non mai sospetti di essere animati contro dell'imperatore) uniformemente ci assicurano che fummo dalla città scacciati, ripartiti a vivere in quattro borghi: e che la città non solamente fu smantellata, ma posta in rovina e desolazione, e distrutte le case, trattene le chiese. I quattro borghi o terre nelle quali venne collocata tutta la popolazione di Milano, sono a vista delle porte della città, e distanti appena due miglia; e sono Noceto, Vigentino, Carraria e San Siro alla Vepra. Se questo numero di autorità ancora non bastasse, un fatto solo basterebbe a provare che i Milanesi, dal mese di marzo 1162 sino al maggio 1167, non abitarono in Milano, ma ne' suddetti luoghi; e questo si è che nessun contratto, nessuna carta scritta in quello spazio di cinque anni porta la data di Milano; ma i nostri archivi conservarono i contratti di quell'epoca, i quali portano In burgo de Veglantino, ovvero In burgo Noceti, che anche chiamavasi Burgo Porte Romane de Noxeda[461]; e le monache de' monasteri di Milano facevano i loro contratti in questi borghi, nei quali si erano ricoverate; come accadde all'abadessa del monastero di Orona, di cui vi è un livello fatto nel 1163:[462] Ante portam sancti Georgii de Noxeda[463]. Da tutto ciò, senza alcun dubbio, si conosce che non le sole fortificazioni di Milano furono demolite, ma realmente fu rovinata la città, la quale per cinque anni rimase un acervo di rottami disabitati, mentre i cittadini vennero separatamente collocati nei quattro nominati luoghi, che ora sono povere terre suburbane, capaci appena di ricoverare alcuni contadini.

I nemici o si disarmano co' beneficii, o si spengono, come insegnò il Segretario Fiorentino: i partiti mediocri guastano l'impresa. I Goti, considerando gl'Insubri come nemici, affezionati all'Impero, per non trovarsi assaliti dagl'imperiali con averci alle spalle, e per conservarsi la comunicazione co' Borgognoni, ossia Svizzeri, loro alleati, sotto Vitige, spedirono Uraja, il quale, alla testa d'un'armata, passò a fil di spada i nostri maggiori, e lasciò il paese deserto per cinque secoli, siccome si è veduto. La condotta dell'Imperatore Federico è stata men crudele; ma non più eroica nè più saggia. Egli voleva che non vi fosse più Milano; ne fece uscire gli abitanti, e distrusse la città. Doveva prima giudicare se uno sterile ammasso di rovine deserte sia una dominazione gloriosa ed utile per un monarca. Poi, supposto che trovasse conveniente un tal partito, doveva trasportare i cittadini nel fondo della Germania, divisi in modo che non più potessero concertare il ritorno. Collocandoli alle porte della città, non potevasi aspettare l'imperatore altro avvenimento, se non di vedere rinata la città al primo istante in cui fosse allontanata la forza ch'egli vi esercitava. Nel 1758 gli Austriaci furono a Berlino, e i Prussiani a Dresda; che direbbe la storia se avessero posto l'incendio nelle due città? In mezzo all'ardore della guerra le nazioni colte ed i sovrani illuminati risparmiano all'umanità tutti i danni superflui. Tutti sono concordi gli scrittori asserendo che non furono demolite le chiese; ed abbiamo anche oggidì il colonnato di San Lorenzo, l'atrio di Sant'Ambrogio, le torri di San Sepolcro, le chiese di San Giovanni in Conca, di San Simpliciano, di San Celso, di San Satiro, il battisterio incorporato nella chiesa di San Gottardo, ed altri edificj, che ci fanno prova del riguardo usato allora ai luoghi sacri. A qual uso poi si riservassero questi edifici privi di ministri e di adoratori, non saprei dirlo; tanto più che le reliquie ivi esistenti furono trasportate dai vincitori nella Germania, dove anche oggidì in Colonia veggonsi i tre corpi che si dicevano de' Magi, dall'arcivescovo di Colonia Reinoldo levati da Sant'Eustorgio. La superstizione di quei tempi avrà fatto credere che fosse un maggior delitto il diroccare le mura d'un tempio, che il ridurre alla estrema angoscia gli uomini d'una città. Il Morena, lodigiano ed imperiale, ci lasciò scritto, che:[464] Quinquagesima pars Mediolani non remansit ad destruendum[465]; lo storico milanese sire Raul si scrive:[466] Primo succendit universas domos, postea destruxit et domos[467]. Vero è che il guasto principalmente lo soffrimmo dai nostri nemici italiani, cremonesi, lodigiani, pavesi, comaschi, vercellesi, novaresi, e dagli abitanti del ducato medesimo delle provincie Martesana e Seprio, i quali, a più riprese, ritornarono a demolire e incendiare le antiche abitazioni d'una città che gli aveva con troppo orgoglio e ingiustizia maltrattati; ed è probabile che l'imperatore Federico fondasse su questo radicato livore il progetto di impedire che i Milanesi mai più non osassero rientrare nella città; e dovessero vivere sempre a vista della rovinata città, ma separati in quattro terre. Ma gli amori e gli odii d'una città e di una nazione sono tanto variabili quanto l'autorità e l'interesse; poichè la prima li dirige nei paesi ignoranti, l'altro negli illuminati. Gli autori contemporanei non parlano, nè che fosse sparso il sale sulle rovine della città, nè che vi fosse passato l'aratro. Queste circostanze s'immaginarono dal Meimbomio, e dal Fiamma posteriormente; e il giudizioso nostro conte Giulini dissipa queste favole, troppo incautamente ripetute da chi descrisse questa nostra sciagura[468]. I buoi non potrebbero strascinare l'aratro sopra di un ammasso di mura diroccate: nè in un paese mediterraneo e senza miniere, il sale è tanto abbondante da farne tal uso insolito ed inefficace, il sale anzi si vendeva in Milano soldi trenta lo stajo, come ci attesta sire Raul, e i trenta soldi di allora valevano, secondo il calcolo del conte Giulini, più che non valgono tredici zecchini ai tempi nostri[469]; tanta era la carestia di ogni cosa, da cui erano i miseri nostri cittadini oppressi. Sire Raul ci descrive:[470] Planctum, et luctum marium, atque mulierum, et maxime infirmorum, et foeminarum de partu, et puerorum egredientium et proprios lares reliquentium[471]. E a dir vero, questo trattamento fatto ai Milanesi dall'imperatore Federico non ha, ch'io sappia, molti esempi nella storia. Non ancora erano cessati i freddi dell'inverno, che da noi anche in marzo è durevole. La neve, il ghiaccio non sono cose insolite in Milano in quella stagione. Donne da parto, infermi, vecchi, bambini, costretti a sgombrare e collocarsi a cielo scoperto per ivi mirare la rovina delle loro case! Una popolazione invitata ad abbandonare sè stessa alla clemenza di quell'augusto dalle promesse de' principi, che assicuravano una generosa accoglienza[472], dopo aver dati ostaggi e deposte le armi, condannata così a penuriare di tutto e soffrire una morte lenta, miseranda, amareggiata dalla baccante vendetta dei nemici, che sotto i loro occhi distruggevano la città infelice, non fanno un'epoca gloriosa per la magnanimità di Federico. Debellare gli arditi e perdonare ai vinti furono le virtù dei Romani, e Federico credette così gloriosa impresa per lui l'avere, non già sottomessa, ma distrutta Milano, che in varii diplomi, che tuttora si conservano, vi pose la data:[473] Post destructionem Mediolani[474], e ne fece solenni feste in Pavia, ove con nuova pompa sedette incoronato ad un pranzo colla imperatrice, pure incoronata, ed i vescovi colla mitra sul capo; ornamento che allora si rese universale ai vescovi.

Sebbene io creda verisimile l'asserzione del Morena, il quale narra che appena la cinquantesima parte di Milano rimase intatta, non credo io già per ciò che le quarantanove cinquantesime parti della città siano state distrutte in modo che veramente fossero le case dai fondamenti demolite. Una demolizione ridotta a quel segno costerebbe un lavoro grandissimo; e chiunque abbia sperienza di fabbricare, comprende quanto dispendio e quanto tempo vi voglia per appianare una casa di buone e antiche mura. È verisimile che lo sfogo della vendetta de' nemici desse il guasto alle abitazioni, a tal segno da renderle inservibili; ma probabilmente le muraglie o in tutto o in parte restarono, se non altro nella parte più vicina al suolo; poichè i mattoni, la calce, i travi, cadendo, le dovevano seppellire sotto il mucchio di que' rottami. E ciò sembrami assai naturale, osservando la capricciosa tortuosità e l'angustia di molte delle nostre vie, singolarmente al centro della città, poichè se non si fossero riattate le case sopra i fondamenti antichi, vedremmo della simmetria, come si vede in ogni città fabbricata tutt'in un tempo. Quel disordine che ci rimane al centro di Milano a me pare che provi l'opinione da me esposta sin dapprincipio, cioè che Milano non abbia fondatore alcuno, ma dallo stato di semplice villaggio, gradatamente crescendo, sia diventata una città. Le prime case che piantano gli uomini in mezzo ai campi sono collocate con nessuna legge, ma puramente a libero comodo del padrone; a queste si aggiungono altre abitazioni sul pezzo di terra che ciascuno acquista, e si forma un villaggio colla sola distanza fra casa e casa, che ne lasci l'uscita e l'ingresso. Cresciuto che sia poi il numero degli abitatori, si comincia a conoscere la necessità d'un regolamento, e si obbligano i nuovi che vengono ad osservare nelle nuove case che v'innalzano certa distanza e certo ordine; e come i nuovi sono costretti a sempre più allontanarsi dal centro, quanto più tardi si determinano a scegliervi la dimora, perciò sempre più regolari e spaziose sono le vie lontane dal mezzo della città; perchè le case del centro sono state aggiunte ad un villaggio; e quelle più lontane, ad una città, che aveva un regolamento di Edili. Io perciò opino che la maggior parte delle vie interne di Milano sieno antichissime, e le case ristorate sempre sopra i primi fondamenti; poichè dopo cinque anni ciascuno sarà ritornato esattamente a possedere lo spazio della sua casa, e l'avrà riattata sopra gli antichi fondamenti.

Come fossero trattati i Milanesi confinati nei quattro borghi, e quanti vilipendii ed a quante miserie andassero esposti, è facile immaginarselo, e gli autori ce lo descrivono. Se è possibile un governo civile che abbia per oggetto l'infelicità del popolo, lo fu quello; e negli annali nostri ancora si ricordano i nomi di Pietro da Cunin, di Marquardo di Wenibac e del conte di Grumbac, i quali poterono distinguersi nella rapacità, durezza ed oppressione sotto cui fecero gemere i nostri antenati[475]. Il terrore di questo trattamento costrinse Piacenza, Brescia e Bologna a sottomettersi a Federico:[476] ne sicut Mediolanum, quod fuerat flos Italiae, si ribelles imperatori existerent, funditus subverterentur, dice il Morena. Tutte le città del regno italico, anche le adiutrici dell'imperatore, dovettero soffrire l'orgoglioso disprezzo dei ministri imperiali, che le avevano poste nella servitù. Le doglianze non portavano in risposta che scherno e vilipendio[477]. Tale fu il punto a cui le interne discordie condussero le città della Lombardia. Tale fu la condotta dell'imperatore Federico, che non collocheremo fra gli eroi benefici, nè fra gli eroi militari; poichè per vincere una città fiancheggiata da' nemici, ed ancora mal ferma nella propria costituzione, circondandola con un esercito, di cui dice Wernero Rolewinck:[478] Federicus imperator, quasi cum innumerabili Alamannorum exercitu, Mediolanum obsedit[479], non fa mestieri di arte alcuna; peggio poi, con un apparato simile, il non acquistare la città per assalto, ma l'ottenerla colla subornazione in prima, poi colla fame. Un numero assai minore di forze poteva restituire all'Impero la città; e rivolgendo poi la subordinazione in beneficio dei vinti, poteva Milano trovare sotto il governo d'un solo quell'ordine, quella pace e quella sicurezza che desiderava nella passata condizione; e poteva un più virtuoso monarca, dandoci una stabile esistenza civile, farci amare la perdita della indipendenza, di cui incautamente avevamo abusato per acquistarci la civile libertà. Allora non avrebbe la storia lasciato scritto quello che il monaco bavaro pose nella sua cronaca:[480] Mediolanenses sponte se suaque imperatori dederunt, qui absque ulla clementia Mediolanum destruxit[481]. Una scorreria di barbari può demolire molte città: ma appena nel corso d'un lungo regno può un monarca potente fabbricarne ed abbellirne una sola. Questi umani e deliziosi sentimenti non si conoscevano in que' secoli feroci; e ciò diminuisce in qualche parte la colpa dell'imperator Federico.

CAPITOLO VIII.

Umiliazione dell'imperatore Federico, e stabilimento d'un sistema politico.

Alessandro III godeva il favore della Francia e dell'Inghilterra; presso di lui erasi ricoverato il nostro arcivescovo Oberto da Pirovano, prima dell'eccidio della patria; e l'imperatore Federico, all'incontro, sosteneva il partito dell'antipapa. Se la prepotenza de' Milanesi aveva destata l'invidia e l'odio universale, l'estrema loro oppressione aveva cominciato a farvi sostituire la pietà. Le città tutte del regno d'Italia s'accorgevano omai quanto incautamente si fossero abbandonate allo spirito della discordia, e gemevano sotto il giogo de' ministri imperiali, spogliate delle regalie, e ridotte a sopportare la dispotica dura alterigia di un conquistatore. In questo stato era la Lombardia, quando Alessandro III dalla Francia, ove aveva ritrovato un asilo, passò in Italia l'anno 1165. L'imperator d'Oriente Manuello Comneno era passionatamente animato contro i Tedeschi, i quali, sotto Corrado, erano comparsi ne' suoi Stati per la Crociata. Guglielmo, re di Sicilia, si collegò col papa e coll'imperatore d'Oriente, e così il papa si avventurò al ritorno nell'Italia. Gl'interessi del papa e quelli delle città lombarde erano i medesimi, cioè di sottrarsi dalla dominazione dispotica dell'imperator Federico. Ma la difficoltà era grandissima, perchè nè Alessandro aveva forze bastanti per iscacciare Federico, nè pareva possibile il formare una lega fra molte città oppresse, dominate e sospettosamente custodite da un terribile vincitore. Secondo tutte le apparenze, queste difficoltà vennero superate coll'opera de' frati, ai quali, come ad uomini affatto alieni dalle cose mondane, non si prestò attenzione. Essi conoscevano in ciascheduna città gli uomini più accreditati; insinuarono il progetto d'una confederazione, e ne prepararono e fomentarono la corrispondenza. Il primo congresso che si tenne secretissimamente per formare la lega, fu nel monastero di Pontida, nel territorio di Bergamo, il giorno 7 aprile 1167; ed ivi si trovarono alcuni de' principali cittadini delle città lombarde[482]. Il primo articolo che vi si trattò e concluse, fu di ristabilire i Milanesi nella loro patria, riparare le loro fortificazioni, aiutarli a repristinare le case loro; e così dare nuova vita alla città, che doveva essere la prima della confederazione. Per quanto però fosse stato condotto con mistero questo primo congresso, non potè a meno che il conte di Disce, ministro imperiale, non ne concepisse qualche sospetto. Pretendeva egli quindi dai Milanesi nuovi ostaggi, e per ogni modo più che mai gli opprimeva. Privi di tutto, disarmati, avviliti, divisi nelle quattro terre da cinque anni, mirando i rottami della patria, senza potervi nemmeno riporre più il piede, i Milanesi, ignari probabilmente di quanto si andava da alcuni pochi cittadini trattando per la comune salvezza, tremavano ad ogni minaccia. I Pavesi, antichi nostri nemici, erano i più affezionati all'Impero; Pavia era la sede della corte del regno italico, e diventava, nello stato libero, una città secondaria. In questi ultimi periodi l'inquietudine sospettosa de' ministri imperiali faceva tutto paventare agli infelici:[483] O quantus clamor, dice sire Raul, et quantus timor, quantus fletus per quatour hebdomadas in burgis fuit, maxime in burgo Noxede et Vegentini! nemo erat, qui auderet lectum intrare. Quotidie enim dicebatur: Ecce Papienses burgos comburere[484]. L'imperatore trovavasi verso Roma: i Cremonesi, i Bresciani, i Bergamaschi, i Mantovani e i Veronesi vennero a Milano; e il giorno 27 aprile dell'anno 1167 scortarono i Milanesi nella loro città, come leggiamo anche nella iscrizione posta allora sulla porta Romana, la quale attualmente si conserva, unitamente ai rozzi e preziosi bassi rilievi che indicano questo ritorno; la spiegazione de' quali io non intraprenderò, sì per essere questo un oggetto più d'antiquario che da storico, come anche per non ripetere quanto si può vedere nella diligente e laboriosa opera del nostro conte Giulini[485], al quale non saprei che aggiungere. Queste sculture ci mostrano che l'antesignano di questa impresa fu appunto un frate, che precede i militi e porta il vessillo: nè si può dubitarne, poichè vi è scolpito sotto: Frater Jacobo; il che avvalora sempre più l'opinione che de' frati siasi servito il papa Alessandro per questa impresa, condotta così felicemente a fine, che venti giorni appena trascorsero dal congresso all'esecuzione.

Per ricondurre i Milanesi nella loro patria, rialzare le loro fortificazioni, rendere abitabili le loro case e sicura la loro città, vi voleva l'aiuto dei collegati; e si colse il tempo in cui l'imperatore stavasene colla sua armata sulla Romagna per discacciare il papa Alessandro III. La novella inaspettata del risorgimento di Milano fece che l'imperatore abbandonasse il papa e si rivolgesse alla Lombardia. Ognuno vede che il beneficio che il sommo pontefice ci aveva fatto non era per lui senza ricompensa. Appena ricondotti alla nostra patria, muniti di armi e assicurati dalla sorpresa, il valore dei nostri si rianimò. Ci portammo ad assediare il castello di Trezzo, presidiato dagl'imperiali, e presimo la guernigione e la condussimo prigioniera in Milano. I Lodigiani ricusavano di entrare nella nuova lega; e ci portammo colle armi a Lodi, e vennero obbligati que' cittadini ad unirsi con noi. Tutto ciò si fece prima che l'imperatore fosse giunto in Lombardia. Vi giunse. Pose al bando dell'Impero quasi tutte le città della Lombardia, le quali, o palesemente, o cautamente, avevano acceduto alla lega. Cominciò a fare delle scorrerie sul Milanese, ma si presentarono gli alleati con forza tale, che obbligarono l'imperatore a contenersi e ritirarsi nella Germania per la strada della Savoia, l'unica che gli rimaneva. Allora le città di Lombardia:[486] Insimul unum corpus effectae sunt, come dice il continuatore del Morena. Si trattava di ben ventitre città collegate: Milano, Cremona, Lodi, Bergamo, Ferrara, Brescia, Mantova, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Venezia, Bologna, Ravenna, Rimini, Modena, Reggio, Parma, Piacenza, Bobbio, Tortona, Vercelli e Novara. Tal macchina aveva saputo preparare contemporaneamente l'accorto Alessandro III, con mezzi in apparenza inettissimi; e le città confederate, appena formata la loro unione, pensarono, in un modo grandioso e trascendente, la maniera di ragionare di que' tempi, di rendere immortale la fama del sommo pastore, creando una nuova città, che portasse ai secoli venturi il di lui nome e la memoria del beneficio. I Pavesi ancora erano imperiali; essi preferivano la condizione d'una reggia suddita a quella d'una città libera del second'ordine. Imperiale si dichiarava ancora pure il marchese di Monferrato, che vessava i popoli tortonesi con frequenti scorrerie sulle loro terre. Gli alleati trascelsero il sito ove il fiume Bórmida sbocca nel Tánaro, e vi piantarono una nuova città, che difendeva Tortona dagli attacchi del marchese; e, radunati in questa nuova città gli abitatori delle vicine terre, diederle il nome di Alessandria. Le nazioni barbare e le incivilite hanno fatte delle guerre e delle conquiste: le prime, distruggendo ogni cosa; le seconde, riparando i mali della guerra con monumenti che ricordano alle nazioni venture la loro grandezza. La Francia, l'Inghilterra, la Germania, l'Ungheria conservano ancora gli avanzi delle grandiose opere che a pubblica utilità vi lasciarono i Romani, un tempo loro padroni e loro benefici legislatori e maestri. L'Egitto conserva ancora i monumenti della conquista di Alessandro. Gli uomini anche agresti, anche viziosi e corrotti, col disprezzo e coll'insulto non si migliorano, nè si uniscono a noi. L'uomo grande, posto a comandare un popolo, fa che è in sua mano l'imprimervi il carattere che vuole; e che il subblime dell'arte consiste nella scelta del mezzi; ma l'ambizione dell'imperatore Federico non fu illuminata a questo segno.

Il conte di Savoia, il marchese di Monferrato, i Pavesi stimolavano l'imperatore Federico perchè venisse con un potente esercito nella Lombardia a distruggere la nuova lega. L'imperatore nella Germania venne della Savoia; il conte vi unì le sue armi; entrò l'esercito nell'Italia; e, nel 1174, si postò sotto la nuova città e la cinse d'assedio. L'imperatore non la chiamava Alessandria, nome del papa suo nemico, ma la chiamava Rovereto, nome d'uno de' vicini villaggi, gli abitatori del quale concorsero a formare la città; e vi è una carta di quell'augusto che la data: In episcopatu papiensi, in obsidione Roboreti[487]. L'assedio fu ostinato, e durò tutto l'inverno, che fu anche più del solito rigido. Questi avvenimenti vengono raccontati sotto aspetti assai diversi dagli scrittori tedeschi, di quello che li riferiscono gli scrittori italiani. Federico è un eroe per quelli; è un barbaro tiranno per questi: io però mi attengo principalmente agli autori tedeschi, acciocchè non sia il mio racconto sospetto di parzialità. Il monaco Gottofredo, tedesco, dice che la nuova città d'Alessandria era popolata da ladroncelli, da rapitori e da servi che erano scappati dai loro padroni:[488] Multitudo latrunculorum, raptorum, servorum dominos fugientium, incolebat[489]. Pare veramente difficile che gli alleati volessero impegnarsi tanto per la salvezza di uomini che avessero loro rubato e disertato dal loro servigio. Comunque sia, l'autore istesso ci riferisce che ivi:[490] Magna costantia ex utraque parte militaris res ferbebat: interdum ex his et illis quidam capti nonnulli occisi et suspensis sunt. Imperator vero quiddam laude dignum gessit. Tres enim ex captis ante faciem ejus cum essent ducti, mos oculos eorum erui praecepit. Duobus primum coecatis, tertium, juniorem aliis, cur contra Imperium ribellis existeret inquisiva; ast ille: non (inquit) contra te Caesar, vel Imperium tuum gessi: sed habens dominum in civitate, ejus jussis paravi, et ei fideliter servivi: qui si tecum contra cives suos pugnare voluerit, aequa vice ei fideliter serviam. Quibus verbis illectus imperator, luminibus ei permissis, alios coecatos in urbem ab eo reduci praecepit[491]. Nel capitolo antecedente ho riferito quello che il milanese sire Raul ci lasciò scritto; cioè che l'imperatore Federico, nel blocco di Milano, facesse cavare gli occhi ai prigionieri, e tagliar le mani a chi portava provvisioni nella città. Poteva credersi esagerata quell'accusa; ma questo autore tedesco, che, negli altri suoi racconti è sempre parziale a Federico ed animato contro gli Italiani, pare che provi tale essere stato pur troppo il modo di guerreggiare dell'imperatore, facendo mutilare i prigionieri di guerra. Io lascerò che i tedeschi medesimi, che in questo secolo hanno tanti uomini illuminati e sensibili, giudichino se sia[492] quiddam laude dignum quello che fece Federico, perchè fece accecare due soli di que' disgraziati; e se possa pretendere un posto fra gli uomini grandi quel Cesare, che pronunziava tai sentenze e le faceva eseguire dal carnefice in sua presenza. Il discorso di quel servo non era certamente da ladroncello, nè da disertore. Egli parlò come fa un uomo fermo e colto. Assai più verisimile è il racconto che ce ne lasciò il cronografo Siloense:[493] Alexandriam obsidione cinxerunt, civitatem, sicut dicunt, munitissimam, non mororum ambitu, sed positione loci, et vallo incredibiliter magno, in quo vicinum derivaverunt fluvium, viri quoque virtutis in ea plurimi, fortiter ex adverso resistentes, quos imperator non tam cito quam voluit expugnavit, sed multo labore, magnaque suorum caede, interjectis etiam aliquot annis[494]; anzi a dir vero nè tosto nè tardi la potè Federico espugnare. Giunta la primavera del 1175 gli alleati formarono un esercito combinato, il quale si radunò presso Piacenza; d'onde marciò verso Alessandria per obbligare Federico a togliervi l'assedio. L'imperatore non si credette forte abbastanza per resistere coll'armi: sciolse Alessandria, e cominciò a parlare di pace. L'esito poi fece conoscere ch'ei con ciò non cercava che d'acquistar tempo sin che gli giugnessero nuovi rinforzi, ch'egli aspettava dalla Germania. L'imperatore propose di abbandonare all'arbitramento di alcune persone saggie le di lui ragioni, salvi i diritti dell'imperio; e le città confederate accettarono la proposizione, salvo la loro libertà e quella della Chiesa romana. Si passò all'elezione degli arbitri, e l'imperatore nominò Filippo arcivescovo di Colonia, Guglielmo da Piozasca, torinese, e Rainerio da San Nazzaro, pavese. Le città collegate nominarono Girardo Pisto, milanese, Alberto Gambara, bresciano, e Gezone da Verona.

Si cominciò a trattare per questa pace fra gli arbitri. Ma prima di esporre il soggetto del loro parlamento, conviene che io accenni l'opinione di alcuni cronisti tedeschi, i quali pretendono che l'imperatore siasi indotto a trattar di pace per le suppliche fattegli dalle città di Lombardia: anzi il citato monaco Gottifredo ci vuol far credere che, quando l'armata degli alleati si portò verso Alessandria, sebbene fosse un esercito forte, alla vista delle truppe imperiali si ponesse ad implorare perdono, e che, sguainando le spade, ciascuno se le collocasse sul capo per dar segno che s'impetrava clemenza. La storia tutta smentisce un tal racconto; nè è mai stato l'uso che per mostrar sommissione, molte città collegate radunino un'armata cospicua, e con tal cerimoniale vadano a cercare misericordia. Siamo tutti d'accordo nell'asserire che l'imperatore si pose ad assediare Alessandria; che gli alleati col loro esercito marciarono a quella volta; che l'assedio di Alessandria fu sciolto; che s'aprì un congresso di pace; e di più che le proposizioni delle città alleate furono: che l'imperatore riconoscesse per legittimo il papa Alessandro III; che nulla più pretendesse dalle città confederate di quanto avevano fatto durante i regni dei due ultimi Cesari, Lottario II e Corrado III:[495] Volumus facere domino imperatori Friderico, accepta ab eo pace, omnia quae antecessores nostri a tempore mortis posterioris Henrici imperatoris antecessoribus suis sini violentia, vel meta fecerunt[496]; così impariamo da una carta pubblicata dall'esimio nostro Muratori. Esigevano pure le città collegate che l'imperatore restituisse tutto ciò che aveva tolto alle città, ai vescovi, ai signori; e lasciasse loro godere in pace le consuetudini e comodità che erano in uso di godere ne' pascoli, nelle pescagioni, ne' mulini, ne' forni, ne' banchi, ne' macelli, nelle case fabbricate sulle strade pubbliche: regalie tutte che l'imperator Federico pretendeva fossero di sua ragione. Queste pretensioni, che allora promossero le città alleate, e che seppero ottenere dappoi, non lasciano luogo a credere che l'armata marciasse verso Alessandria per umiliazione. Il monaco suddetto fa un ritratto odioso e meschino degl'Italiani, quasi che allora fossero un composto di inquietudine, di viltà e di mala fede. Romualdo, arcivescovo di Salerno, scrivendo dei Lombardi in que' tempi, dice:[497] Lombardi in utraque militia diligenter instructi; sunt enim in bello strenui, et ad concionandum populo mirabiliter eruditi[498]; e Ottone da Frisinga, tedesco, anzi zio dello stesso imperatore Federico, di noi scrisse:[499] Latini sermonis elegantiam, morunque retinent urbanitatem. In civitatum quoque dispositione, ac reipublicae conservatione antiquorum adhuc Romanorum imitantur solertiam[500]. I fatti successivi abbastanza ci provano che in quei tempi i Milanesi non mancarono nè di valor militare nè di condotta; e che furono tanto urbani e colti, quanto lo permetteva l'indole del secolo.