El se giama dalla Terra che fronteggia Cantu».

Queste sono le sole reliquie che siano da quei tempi trapassate alla cognizione nostra; e ben a ragione il signor abate Paolo Frisi, che ci vantiamo d'aver per concittadino, e che mi onora colla sua amicizia, nell'Elogio del Cavalieri, sul proposito della venuta a Milano del Petrarca e dello stato delle lettere milanesi in que' tempi, così s'esprime: «I tempi dell'antica anarchia, le guerre intestine ed estere del principato, la fiera e bellicosa indole dei nostri principi, avevano lasciato appena qualche adito tranquillo e libero agli studi della pace... que' semi esotici non trovando il terreno bastantemente preparato a riceverli, non allignarono molto sotto del nuovo cielo. Non vi si videro spuntare per molto tempo che informi compilazioni, popolari leggende, storie non ragionate, prose snervate e languide, poesie che di poetico non avevano altro che il metro e la desinenza delle parole, ec.»

CAPITOLO XIII. Della signoria dei tre fratelli Matteo, Barnabò e Galeazzo Visconti.

Nella successione de' Visconti non si vede seguita una legge costante. Matteo I aveva quattro figli: dopo la di lui morte restò unico signore Galeazzo I, a cui successe Azzone di lui figlio. Pareva adunque il principato ereditarsi dal primogenito. Ma dopo di Azzone, morto senza figli, la signoria passò a' due fratelli Luchino e Giovanni, senza che i figli di Stefano vi avessero parte; i quali pure avrebbero dovuto possedere l'eredità paterna, se lo Stato fosse un bene divisibile. In fatti, morto Giovanni, i tre soli discendenti di Matteo riconosciuti legittimi, cioè Matteo, Barnabò e Galeazzo, figli di Stefano, diventarono padroni e si divisero lo Stato. Non vi erano in que' tempi idee chiare di gius pubblico. Il principato era un podere, non una dignità instituita per il bene dello Stato. Tutto il bene che un sovrano faceva al suo popolo non era considerato allora come il più sacro dovere adempiuto, ma bensì come un'accidentale beneficenza d'un animo generoso. Terminata che fu la vita di Giovanni, la divisione si fece di comune accordo fra i tre fratelli. A Matteo toccarono le città che s'inoltrano nell'Italia, a Barnabò la provincia che s'accosta a Venezia, ed a Galeazzo toccarono le terre che ora sono appartenenti al Piemonte. Milano e Genova rimasero indivise sotto la comune dominazione. Matteo così ebbe in sua separata porzione Bobbio, Lodi, Piacenza, Parma e Bologna. Barnabò ebbe Cremona, Crema, Bergamo e Brescia. Toccarono a Galeazzo Pavia, Alessandria, Tortona, Novara, Vigevano, Asti, Vercelli; e Como, che rimaneva come isolata, fa pure assegnata a Galeazzo. Con tal modo altro non mancava se non la dissensione o diffidenza per distruggere una signoria ragguardevolissima. Ma nelle cose umane comunemente accade che nè si ottenga tutto il bene che ragionevolmente si poteva sperare, nè si soffrano tutt'i mali che con ragione si dovevano prevedere; e talvolta le più scomposte ed assurde organizzazioni di sistemi, le quali pareva che dovessero rovinare uno Stato, si sono ridotte ad effetto, senza che per ciò siane accaduto il danno che compariva inevitabile: poichè nell'esecuzione, gl'interessi degli uomini che vi si adoperano, essendo quelli d'evitare la rovina, rimediano e correggono l'imperfezione del sistema. Così lo Stato si conservò, crebbe anzi, come vedremo, e potè lusingarsi il successore de' tre fratelli d'essere dichiarato re d'Italia; e forse lo sarebbe stato, se la morte non troncava il filo della di lui ambizione.

Lodovico il Bavaro, ossia Lodovico V, quel contrastato imperatore, avea terminato i suoi giorni, ed era stato eletto legittimamente imperatore Carlo IV, marchese di Moravia, figlio di Giovanni re di Boemia, e di Elisabetta, che era figlia di Enrico di Lucemburgo. Carlo IV era riconosciuto e dai principi della Germania e dal papa e da tutta l'Europa, come vero re de' Romani. La di lui elezione era accaduta l'anno 1347, e in quel punto le dispute già da trentanni incominciate fra il sacerdozio e l'Impero erano terminate. Carlo IV se ne venne in Italia per ricevere le due corone del regno italico e dell'impero romano. I principi d'Italia, che temevano la potenza de' Visconti, non mancarono di profittare dell'occasione, e d'animare quell'augusto ad abbatterla, promettendogli ogni aiuto e vantaggio. Ma sia che a Carlo premesse maggiormente l'acquisto del denaro per sè medesimo, anzi che la difesa di quella autorità che per caso era annessa alla persona di lui; sia che l'esempio de' suoi antecessori l'avesse istrutto a non adoperare la forza delle armi ausiliarie, per non correre ei pure il pericolo di vedersi abbandonato da' suoi, prima di avere ridotti i progetti a fine; sia che le forze dei Visconti fossero tali da non lasciargli sperare un buon esito; sia finalmente che il genio mite e rivolto alle lettere di quel re lo distogliesse da simile briga, certo è ch'egli allora si mostrò anzi amico dei Visconti. I fratelli Visconti mandarongli incontro i loro ambasciatori a Mantova, invitandolo a passare a Milano e ricevervi la corona; e il re accettò l'invito. Appena Carlo IV si trovò sulle terre dei Visconti, non dovette aver più pensiero alcuno; poichè ogni cosa eravi magnificamente preparata per alloggio, ristoro e trasporto di quell'augusto e di tutta la corte che veniva seco. I Visconti non risparmiarono nè spesa, nè attenzione. A Lodi se gli presentò Galeazzo, e, resogli omaggio, lo accompagnò con cinquecento militi alla vòlta di Milano. A Chiaravalle gli andò incontro Barnabò con altri militi, e fece dono al re di trenta superbi cavalli, coperti di velluto, di scarlatto e di drappi di seta, tutti in ricco e magnifico arnese. (1355) Entrò in Milano quel Cesare il giorno 4 di gennaio dell'anno 1355; e venne da tutto il popolo festosamente accolto con rumore di nacchere, cornamuse, tamburi e trombe, siccome allora era il costume. Venne splendidamente alloggiato nel palazzo ora della regia ducal corte, dove avevano presa dimora i suoi antecessori Enrico VII, che noi diciamo VI, suo avo materno, e il combattuto Lodovico V. Non vi è dimostrazione di rispetto e di benevolenza che i Visconti abbiano dimenticata. Protestarono di riconoscere la loro signoria dall'Impero: e l'imperatore, al quale regalarono duecentomila fiorini d'oro, dichiarò i tre fratelli vicari imperiali ne' loro Stati. Si fecero giostre, feste e corti bandite per onorare l'augusto ospite, fra le pompe che i Visconti immaginarono in quella occasione, una singolarmente fu significante; e fu quella di passare schierati sotto le finestre di corte, ove alloggiava l'imperatore, seimila uomini a cavallo, signorilmente equipaggiati, e diecimila fanti; e i Visconti dissero a quel monarca che quelle forze e le altre molte che tenevano nelle altre città del loro Stato, erano tutte pronte per servigio suo. Per que' tempi erano queste forze di molta considerazione. La cerimonia della incoronazione si celebrò in Sant'Ambrogio dall'arcivescovo Roberto Visconti, il giorno 6 di gennaio: e in quell'occasione il re Carlo creò milite il figlio di Galeazzo, cioè Giovanni Galeazzo, bambino di due anni. Questo bambino fu poi il primo duca, e diventò un potentissimo principe, come vedremo. Alcuni giorni dopo partì il re Carlo, e s'incamminò alla vôlta di Roma. Pretende Matteo Villani che questo re non fosse stato nelle mani dei Visconti senza inquietudine. Sarebbe questa una prova della pusillanimità di quel principe, giacchè non potevano sperare alcun vantaggio i Visconti nè da un affronto, nè da un tradimento che gli facessero, allorchè era abbandonato nelle loro mani.

Prima che terminasse l'anno, il triumvirato fu tolto, e colla improvvisa morte di Matteo II lo Stato si divise in due sole parti fra Barnabò e Galeazzo II. Matteo II aveva molto vigor fisico e poca forza di mente. Dopo ch'egli ebbe in sua porzione Bologna, la perdette, per aver cercato di scemare lo stipendio a quei che potevano soli conservargliela. Matteo operava in modo da perdere la signoria, e trascinar seco in rovina anco i fratelli; poichè, diventato padrone, cercava di possedere per autorità e senza mistero quello che tutt'al più si carpisce industriosamente fra le tenebre. Egli giunse a minacciar la morte ad un cittadino ammogliato con una bellissima donna, perchè contrastava di cedergli i suoi diritti. Questi presentossi a Barnabò chiedendo giustizia, e dichiarandosi con molto impeto di esser pronto a morire, anzi che acconsentire a tanta infamia. Barnabò lo accolse con freddezza ed indifferenza; poichè, trattandosi del suo maggior fratello, a lui, disse, non toccava il correggerlo: poi concertato l'affare con Galeazzo II, vedendo che Matteo era incorreggibile nella scostumatezza, che già serpeggiavano nel popolo delle sorde e tronche voci, e che correvasi rischio, temporeggiando e lasciando moltiplicare gl'insulti, di vedere lo Stato in rivoluzione, per evitare il fatto de' Tarquini, divennero fratricidi come Romolo; almeno così ci racconta Matteo Villani[107]. Si dice altresì che a questo timore un altro vi si accoppiasse per unire o indurre a tale estrema risoluzione i due cadetti Barnabò e Galeazzo, e fu che, trovandosi i tre fratelli insieme cavalcando, nell'osservare il fecondo e ridente paese del quale erano signori, uno de' cadetti dicesse che era pure la bella cosa l'esservi sovrani; e che incautamente allora al primogenito fuggisse di bocca, che bella cosa era l'esser solo; la quale risposta (non essendovi stato prima d'allora altro esempio di signoria promiscua veramente, meno poi di signoria divisa) doveva dar molto da temere ai due principi minori. Qualunque ne fosse la cagione, Matteo II morì il giorno 26 di settembre dell'anno 1355; e Barnabò e Galeazzo si divisero la di lui porzione. Anche Milano venne divisa: Barnabò ebbe la parte d'oriente e mezzodì; l'aquilone e l'occidente della città l'ebbe Galeazzo. V'ha chi pretende altresì che nessun altro motivo vi fosse stato per escludere dalla successione Luchino Novello, e farlo comparire illegittimo, fuori che le minacce e le brighe di Barnabò e Galeazzo, colle quali intimorissero la Fieschi, già colpevole della licenziosa peregrinazione non solo, quant'anche del veneficio, e la inducessero a dichiarare il figlio macchiato nella sua origine, e a contentarsi d'uscire illesa dalle loro mani; onde l'essere vivo il legittimo successore sempre più rendesse sospettosi e Barnabò e Galeazzo II. Fors'anco la divisione dello Stato mostra ch'essi piuttosto si divisero una preda. Non sono divisibili le sovranità passate per legittima successione.

Carlo IV, dopo di essere stato incoronato anche in Roma, se ne ritornò al suo paese; ma non per questo cessarono gli emuli principi d'Italia di eccitare per ogni modo l'animo di quell'augusto a deprimere i Visconti. (1356) I maneggi degli Estensi, dei Gonzaghi e del marchese di Monferrato indussero Marquardo, vescovo d'Ausburgo, il quale stavasene in Pisa col carattere di vicario imperiale, a citare i fratelli Visconti per il giorno 11 di ottobre 1356 a comparire dinanzi al suo tribunale e discolparsi d'aver conferite con arrogata facoltà le dignità ecclesiastiche, di aver tessute all'imperatore delle insidie a Pisa, e di aver fatte chiudere le porte delle città, impedendovi l'ingresso al medesimo imperatore nel suo ritorno da Roma[108]. I due fratelli Visconti non pensarono nemmeno a questo viaggio. Il vescovo Marquardo radunò le forze degli emuli: e si pose alla testa di un corpo d'armati rispettabile, incamminandosi verso Milano. S'impadronì di varie città; poichè i Visconti o non avevano preveduta una tale invasione, ovvero avevano negligentate le difese. La stessa campagna di Milano venne esposta alle prede ed ai guasti de' nemici. Si postarono gl'imperiali ne' contorni di Casorate; e i due fratelli finalmente, radunate le loro forze, ne confidarono il comando al vecchio Lodrisio Visconti; a quel Lodrisio che, diciasette anni prima, colle armi alla mano, venne preso a Parabiago, allorchè cercava di togliere la sovranità ad Azzone. Il valore di Lodrisio e la sua perizia produssero la vittoria del giorno 14 di novembre l'anno 1356. I nemici vennero disfatti a Casorate; il vescovo Marquardo d'Ausburgo, loro comandante, rimase prigioniero, fu condotto decorosamente a Milano, e dai Visconti fu poi licenziato, onde ritornossene nella Germania. Lodrisio Visconti ricompensò per tal modo la vita che gli lasciò Azzone, e la libertà che gli diede Giovanni, principi illuminati, i quali conobbero che un generoso perdono ci affeziona più di qualunque altro beneficio un'anima nobilmente energica. I Visconti, signori quasi tutti assai valorosi, affrontarono intrepidamente i pericoli prima che reggessero lo Stato; seduti poi che erano sul trono, ben rare volte si esponevano; ma affidavano anzi ai loro figli o cugini ed altri estranei il comando. La sconfitta di Casorate però non tolse la speranza ai collegati, dai quali non si risparmiavano maneggi. Il papa non vedeva punto con indifferenza il gran potere de' Visconti, e soprattutto da che Bologna era un oggetto delle loro pretensioni; il che ottenendo essi, era aperta loro la strada a nuovi acquisti sulla Romagna. Ai Genovesi non era men gravosa questa estera dominazione sulla loro città, in prima libera, e già illustre per imprese marittime e per ricchezza. Il papa, i Genovesi, gli Estensi, il marchese di Monferrato e i Gonzaghi facevano causa comune. Già Bologna, siccome accennai, si era staccata. Genova fece lo stesso; e il giorno 17 di novembre 1356 si dichiarò libera, e creossi un doge, che fu Simone Boccanegra. (1358) Dopo ciò, seguirono varii piccoli fatti d'armi sul Milanese; ma le cose de' fratelli Visconti non prendevano buona piega; onde furono costretti, cedendo Asti e Pavia al marchese di Monferrato, di cercare la pace, la quale fu stabilita il giorno 8 di giugno dell'anno 1358.

Non era piccol discapito per Barnabò e Galeazzo l'avere, ne' primi quattro anni del loro regno, perduto Bologna, Genova, Asti e Pavia. Questa ultima città singolarmente doveva premere a' due fratelli; poichè a venti miglia di Milano non potevano vedere, senza inquietudine, domiciliata una guarnigione di nemici. Ma nemmeno conveniva mancare apertamente alla fede d'una pace appena giurata, senza una superiorità di forze che ne imponesse alla opinione dei popoli. Le fazioni interne di Pavia fecero quasi spontaneamente nascere l'occasione, e Galeazzo Visconti la seppe cogliere. Il fatto ce lo riferisce l'Azario. Il marchese di Monferrato, nuovo signore di Pavia, non aveva forza d'armi bastante per esercitarvi una piena sovranità. La famiglia de' signori Beccaria era assai potente, e disponeva delle cose della città più che non ne potesse fare il marchese, nuovo sovrano. Egli cercò pure come abbassare i Beccaria, e toglier loro quel favore popolare che li faceva prevalere, e gli venne in pensiere che nessun altro avrebbe meglio potuto ottenergli quest'intento, fuori che frate Giacomo del Bussolari, agostiniano, predicatore rinomatissimo in Pavia, dietro del quale, come a santo uomo, correva ciecamente il popol tutto. Quai mezzi adoperasse il marchese per guadagnarsi questo frate Giacomo de' Bussolari non lo sappiamo: sappiamo bensì ch'egli lo guadagnò, e sì fattamente, che il frate fece passare il popolo pavese, dell'amore passionato che aveva, alla detestazione ed all'odio contro dei Beccaria, per modo che furono costretti a partire esuli dalla patria. Cominciò il frate, nelle sue prediche, a indicarli al popolo, senza però palesemente nominarli:[109] O frumentarii, o viri sanguinum populi, non expectatis diem judicii? Andava costui esclamando, e persuadeva che la carezza del pane fosse cagionata dalla insaziabile avarizia de' fratelli Beccaria:[110] Ipse praedicando fertur propalasse occulta illorum de Beccaria, quae sibi narrata fuerant nomine poenitentiae, et praecipue de domino Castellino talia dixit, quod universum populum pellexit et animavit ad destructionem universorum de Beccaria, et eorum prolis, et progeniei, et amicorum suorum, et ad ruinam, et populationem eorumdem. Et tunc, sine ulla defensione praecedente, universas illorum ac sequacium domos, aedes et palatia dirui fecit, et asportari lapides, et vendi, praedicans quod quisque Papiensis ipsos lapides teneret sub pulvinari, et capite lecti, ad perpetuam memoriam male gestorum per ipsos de Beccaria[111]. Gli esuli Beccaria si rifugiarono a Milano presso Galeazzo, implorando soccorso. È assai probabile che da Galeazzo medesimo fossero stati animati i Beccaria, per attraversare le voglie del loro nuovo sovrano marchese di Monferrato. Galeazzo II spedì Luchino dal Verme, valoroso comandante, alla testa d'un conveniente numero di armati, con apparenza di proteggere gli oppressi e di porre l'ordine in una città vicina tumultuante, sotto un sovrano che non aveva forze bastanti per darle la pace. Fu così bloccata quella città, in cui frate Giacomo comandava dispoticamente, creando e cassando a suo arbitrio i magistrati. A tal proposito io riferirò le stesse parole d'Azario:[112] Nam a carrocio, quo saepius vehebatur (et beatus ille qui poterat tangere id carrocium, pro vehendo palliis cohopertum!) caepit praedicare, et increpare quod homines, et mulieres debebant a laqueis mundanis declinare, nempe a vestibus luxuriosis et sumtuosis, ab argenteis, et gemmis praetiosis, et ornamentis...... et in exequutorem eligi fecit officialem, quem vidi incidendo maniconos guarnazonorum phrigio opere contextos, vel auro, et argento ornatos, et incidendo balthea si quid praetiosi inveniebat circa ea. Nè tale pure era il limite del potere di questo frate Giacomo de' Bussolari. Egli giunse al segno che[113] fecit publicam justitiam per capitis obtruncationem.... Venditis ergo praedictis auro, et argento, gemmis, adamantibus, et lapillis praetiosis usque in Venetiis, radunò una somma destinata a provvedere i viveri alla città. Ma non era facile l'introdurveli, e Luchino dal Verme vegliava intorno da ogni parte. Si cominciò a provare in Pavia la fame, e il frate scorreva per la città nel suo calessetto, gridando al popolo:[114] ne dubitaret de victualibus, quum sciret ipse, ita enim affirmabat, per orationes.... se impetraturum ut manna similis datas Moysi in deserto defluxura esset ad sufficientiam. I Pavesi alla fine, ridotti alla estremità, si diedero a Galeazzo II, al quale avevano già ubbidito; e frate Giacomo de' Bussolari ebbe la cura di capitolare, e provvide a tutto per la città, e nessuna condizione ricercò per sè medesimo:[115] curaverat de aliis, non autem de se ipso, prout semper allegabat praedicando[116]. Il generale del suo Ordine pregò poscia Galeazzo II, dal quale ottenne il frate, che terminò i suoi giorni in carcere. Così Pavia ritornò in potere dei Visconti.

Non così facile riuscì ai Visconti il riavere Bologna; chè anzi, malgrado l'ostinazione e gli sforzi di Barnabò, questi non potè, sin che visse, averla in suo dominio. Una signoria divisa non è nel momento opportuno d'ingrandirsi. Fra Barnabò e Galeazzo II non trovavasi molta armonia; i vizi loro, la maniera di governare atrocemente, non disponevano i popoli a bramare il loro impero. I principi italiani, tanto più attivi e costanti, quanto più speravano di riuscire contro di uno Stato diviso, non risparmiarono arte e forza in ogni occasione; per modo che non v'è da maravigliarsi come sotto i due fratelli non s'ampliasse lo Stato, ma bensì come ei non cadesse in un totale discioglimento. (1360) Bologna era passata nelle mani del papa, e Barnabò vi spinse le sue armi l'anno 1360, ma senza frutto; poichè Innocenzo VI fece venire nell'Italia Lodovico re d'Ungheria, con buon numero di armati, in soccorso di Bologna, e Barnabò dovette ritirarsi. Quel sommo pontefice scomunicò Barnabò Visconti; e Urbano V, che fugli successore, confermò la scomunica con sua bolla[117]. I delitti che s'imputavano in quella bolla a Barnabò Visconti sono: ch'egli proteggesse gli eretici; ch'egli un giorno, avendo fatto chiamare avanti di sè l'arcivescovo, torvamente gli avesse comandato di porsi in ginocchio, il che fattosi dal timido prelato, Barnabò gli dicesse:[118] Nescis, poltrone, quod ego sum papa et imperator ac dominus in omnibus terris meis; ch'egli sugli ecclesiastici esercitasse giurisdizione, obbligandoli a pagare i carichi, facendoli imprigionare, e condannandoli al supplizio, come gli altri cittadini, e che si arrogasse la collazione de' beneficii e l'amministrazione de' beni ecclesiastici. Questa era la settima volta in cui il papa prendeva a scomunicare ed interdire i signori o la città di Milano. Già vedemmo al capitolo quinto gli anatemi pronunziati, nel secolo undecimo, da Alessandro II, all'occasione di sottomettere la chiesa milanese alla giurisdizione di Roma. Vedemmo pure, al capitolo nono, l'interdetto pubblicato sopra Milano da Innocenzo III, l'anno 1216, per fargli abbandonare il partito di Ottone IV; e l'altro interdetto di Urbano IV, di cui ho fatta memoria al capitolo decimo, per abbassare i signori della Torre, nel 1262; poi le scomuniche pronunziate contro Matteo I Visconti, nell'anno 1321, allorchè la potenza di lui cominciava a dar gelosia a Giovanni XXII, di che trattossi al capitolo undecimo. Vedemmo pure come lo stesso sommo pontefice, non contento della scomunica e dell'interdetto sulla città, facesse pubblicare contro Galeazzo I una Crociata, e invadere il di lui Stato. Vedemmo nel capitolo precedente come il papa Clemente VI ponesse all'interdetto la città, e scomunicasse Giovanni Visconti, arcivescovo, e i tre suoi nipoti Matteo, Barnabò e Galeazzo II, perchè aveva l'arcivescovo comprato dal Pepoli il dominio di Bologna. Ora la scomunica cadde sopra Barnabò, il quale era stato già due altre volte anatematizzato di riverbero, come discendente da Matteo e nipote di Giovanni. Il papa, per mezzo d'un cardinal legato, faceva delle proposizioni di accomodamento a Barnabò. Bologna era stata comperata da Giovanni arcivescovo per ducentomila fiorini d'oro. Questo era il solo titolo che poteva Barnabò legittimamente allegare per sostenerne il dominio; e il legato gli offeriva di sborsargli la metà di quella somma, cioè centomila fiorini d'oro, purchè egli abbandonasse le sue pretensioni sopra Bologna. Ma Barnabò non faceva altra risposta se non questa: Voglio Bologna. Nuove offerte faceva il legato, e Barnabò rispondeva sempre: Voglio Bologna. Per deludere tutte le arti d'un uomo colto, ingegnoso ed accorto, basta ch'egli abbia a trattare con un uomo ostinato, ignorante e feroce. Tali erano i dialoghi tra Barnabò ed il legato. Gli Annali Milanesi e' insegnano che[119] ipse dominus diebus suis scientificos laicos, clericos, et praelatos, ac quoslibet virtuosos viros odio habuit; et idiotas, crudeles, abjectos viros, infames et homicidas semper sublimavit[120]. Un principe di tal carattere poteva far tremare gli uomini di merito che avevano la sventura di trovarsi con lui, ma non poteva riuscire felicemente ne' suoi progetti. Le sue armi ritornarono verso del Bolognese l'anno 1361, e più d'una volta vennero malamente battute, senza ch'ei punto acquistasse.

Due fatti accaduti in quel tempo dimostrano qual principe fosse Barnabò, e qual rispetto egli avesse pel gius delle genti. Innocenzo VI gli spedì come nunzii due abati benedettini. Essi erano incaricati di trattar seco lui, per terminare la controversia di Bologna, ed avevano le bolle pontificie da presentargli. Ciò accadde nell'anno 1361. Barnabò stavasene nel castello di Marignano, rintanato colà per allontanarsi dalla ferocissima pestilenza che devastava Milano, abbandonata dai due fratelli al caso, e senza adoperare alcuna di quelle precauzioni colle quali Luchino loro zio, nell'anno 1348, cioè tredici anni prima, aveva saputo preservarla, abbenchè allora quella sciagura avesse desolata gran parte dell'Italia. Ivi attese i due nunzi, e concertò la cosa per modo che il primo incontro con essi loro seguisse al ponte sotto cui scorre il fiume Lambro. Barnabò, scortato da una buona caterva d'armati su di quel ponte, ricevè i due nunzi, i quali se gl'inchinarono, e presentarongli le bolle consegnate loro dal papa. Barnabò seriamente si pose a leggerle, indi biecamente mirando i due ministri: «Scegliete, disse, una delle due, o mangiare o bere». I due nunzi, posti in mezzo agli armati, senza scampo, mirando il fiume che scorreva al disotto, costretti dopo replicate e impazienti istanze alla scelta, mostrarono che non piaceva loro di bere: «Ebbene, mangiate dunque», disse il feroce Barnabò; e furono costretti i due venerabili prelati a mangiare la pergamena tutta quanta, il cordoncino di seta e la bolla di piombo[121]. Con tale insulto atroce ardi Barnabò di violare non solamente la riverenza che si deve al sommo sacerdote, ma i doveri che reciprocamente uniscono i principi e le nazioni fra di loro; e persino le sacre leggi d'ospitalità, che impongono, anche agli stessi popoli agresti e selvaggi, di non abusare della condizione d'uno straniero ricoverato in casa nostra. (1363) Uno di questi due abati era Guglielmo da Grimoaldo di San Vittore di Marsiglia, il quale, pochi mesi dopo di quest'obbrobrio, venne creato sommo pontefice, e chiamossi Urbano V. È facile l'immaginarsi quai sentimenti dovesse poi avere Urbano V verso di Barnabò, da cui era stato insultato con tanta soperchieria. Egli, in fatti, con un breve dato di Avignone il giorno 3 di marzo dell'anno 1363, scomunicò solennemente Barnabò; lo dichiarò eretico, decaduto dall'ordine di cavaliere, spogliato d'ogni onore, diritto e privilegio; e comandò che alcuno non osasse più di trattare con lui[122]. Nel breve della scomunica vi eran queste parole:[123] Propterea destruet te Deus in finem, evellet te et emigrabit te de tabernaculo tuo, et radicem tuam de terra viventium[124]. Inoltre, agli 11 di luglio dello stesso anno 1363, dal cardinale Egidio Alburnoz fece pubblicare la Crociata contro Barnabò, come già era stata pubblicata contro suo zio Galeazzo quarant'anni prima; e tale e tanto era in ciò l'impegno del papa, che (quantunque egli venisse istantemente sollecitato e da Pietro re di Cipro, e dal re di Francia medesimo, ad intimare una Crociata contro de' Saraceni, che sempre più si rendevano formidabili ai Cristiani del Levante), egli ricusò di farlo per allora; anzi si protestò ch'ei non avrebbe mai dato mano a Crociata alcuna, sin tanto che non avesse ottenuto esito felice quella giù intimata contro di Barnabò. (1364) Allora però questa Crociata non ebbe effetto; poichè la combinazione degli interessi dei principi gl'indusse ad accordar la pace l'anno 1364, in cui Barnabò cedette Bologna al papa, che s'obbligò a pagargliela cinquecentomila fiorini d'oro[125]. La perdita di Bologna e del Modanese fatta da' Visconti non fu una riparazione bastante al pontefice; poichè con nuova bolla dell'anno 1368, in data 30 maggio, lo stesso papa pubblicò una seconda Crociata contro di Barnabò[126], e fece che lo attaccassero con formidabile esercito l'imperatore, la regina di Napoli, il marchese di Monferrato, gli Estensi, i Gonzaghi, i Malatesti, i Carraresi, i Perugini e i Sanesi collegati insieme coi pontificii. Questo esercito collegato avrebbe svelta dalle radici la sovranità de' Visconti, se non avesse portato seco quel principio di lentore e debolezza, che sono inseparabili dalle armate combinate, ciascuna porzione delle quali, perchè dipendente da un distinto sovrano, si crede la prima di ogni altra, o almeno l'eguale, e si disperde nelle rivalità, che più la tengono occupata di quello non faccia la causa comune. Così potè Barnabò difendersi, e senza nuove perdite ottenere la pace, segnata il giorno 11 febbraio 1369. Nè la morte di Urbano V, che aveva sofferto l'insulto personale, diede costante fine all'odio pontificio: parve anzi che nel successore Gregorio XI venisse trasfuso come un'eredità; poichè Gregorio, l'anno 1372, combinò una nuova lega fra i principi d'Italia, e vedendo che le armi non andavano prosperamente, scomunicò di bel nuovo Barnabò, e liberò i sudditi dal giuramento di fedeltà[127]; poi animò l'imperatore Carlo IV; il quale, con suo diploma dato in Praga il giorno 3 di agosto dello stesso anno 1372, privò i due fratelli Visconti Barnabò e Galeazzo del vicariato imperiale e d'ogni dignità, e Barnabò venne persino degradato dell'ordine equestre[128]. Alle forze degli alleati, per opera del cardinale di Bourge, legato pontificio, si unirono quelle del duca di Savoia; e sebbene nemmeno questa volta l'armata combinata giugnesse a fare conquista sulle terre di Barnabò, ella però potè devastarle, e porre a saccheggio e in rovina una parte del suo Stato. Così la rozza e feroce violazione del gius delle genti produsse a Barnabò delle inquietudini mortali durante il suo regno; e questo è il primo de' due fatti. L'altro fatto si vede originato dall'animo istesso di quel sovrano truce ed ignorante. Sino dall'anno 1362 s'era formata l'alleanza fra il papa, i Carraresi signori di Padova, gli Scaligeri signori di Verona, gli Estensi signori di Ferrara, e un Gonzaga signore di Reggio. Questi principi collegati, prima di commettere ostilità, spedirono i loro ministri a Barnabò, facendogli dire che essi avevano fatto lega col papa, ma unicamente in difesa dello Stato della Chiesa, non mai per invadere gli Stati altrui: onde, qualora il signor Barnabò avesse restituito i luoghi da lui occupati nel Bolognese e nella Romagna, essi non avrebbero mosse le armi contro di lui. Tale era la commissione di que' legati. A questo colto e nobile ufficio Barnabò corrispose nella più villana maniera. Ordinò che i legati venissero a corte; ivi non si degnò di lasciarsi vedere, ma volle che esponessero la loro ambasciata avanti di un notaro; e poichè ebbero ciò eseguito, egli spedì una squadra d'armati e fece attorniare i legati de' principi; indi furono essi dalla forza obbligati a indossarsi alcune vesti bianche preparate apposta per esporli alla derisione della plebe. Vennero poscia costretti, in tal ridicolo arnese, di porsi a cavallo; e per due buone ore volle che in tal meschina e pazza forma rimanessero avanti la porta del palazzo di corte: indi li fece girare per la città, esposti al vilipendio ed alle fischiate della ciurmalia; e con tale infamia vennero scortati poi sino ai confini. Non è dunque da stupirsi che i principi italiani sempre gli fossero poi contrarii, e pronti a secondare contro di lui tutte le proposizioni del papa. Barnabò pensava come l'imperator Federico I, e sarebbe stato nato a proposito, se fosse stato suo contemporaneo e suo nemico. In mezzo alle guerre fra le quali visse, una volta sola Barnabò comparve in campo, e fu l'anno 1363, nel quale si portò sul Modanese alla testa de' suoi. Egli era intrepido, e fu ferito; ma questo non basta per essere un buon capitano: venne sempre battuto. Barnabò era violento, coraggioso e feroce; ma di poco ingegno. Per richiamare intorno di sè i militi sparsi nello Stato, e riparare le perdite che faceva, ei mandò loro ordine che immediatamente si portassero da lui nel Modanese sotto pena della vita. Da questo modo barbaro di comandare minacciando la morte, si deve concludere, o che Barnabò non aveva avuto il talento di scegliere i suoi militi e di formarli, poichè conveniva minacciar loro la morte per indurgli ad accostarsi al nemico, ovvero che Barnabò non aveva il talento di comandare la gente d'onore e sensibile alla gloria, la quale si aliena anzi trattata colle minacce e con viltà. Sempre in quella spedizione Barnabò fu battuto.