Se riguardiamo adunque Barnabò Visconti come principe e signore potente, dobbiamo confessare che egli non meritò stima alcuna, poichè la porzione sulla quale ei regnò venne diminuita colla perdita di Bologna, delle terre del Bolognese, della Romagna e del Modanese, ch'egli aveva ereditate dall'arcivescovo Giovanni. Egli con puerili e feroci insulti animò i suoi nemici, e non ebbe forze abbastanza per difenderlo. Osserviamolo come legislatore del suo popolo e conservatore della felicità pubblica. Egli lasciò che la pestilenza desolasse Milano nel 1361, quella pestilenza alla quale ho attribuita la partenza del Petrarca, se pure anche l'indole del governo non isforzò del pari quell'uomo illuminato a tal partito. Quella sciagura distrusse più di settantamila abitatori di Milano, e fece nelle terre ancora strage molto maggiore. Dopo sì gran flagello, mentre Barnabò stava alla guerra nel Modanese, alcune compagnie d'uomini facinorosi devastavano la città, tormentata dalle violenze, e dalle rapine e da ogni genere di dissolutezza. Ritornato Barnabò per rimediare a simil disordine, pubblicò un editto in cui proibì che alcuno in Milano non potesse andar di notte per le strade, sotto pena del taglio d'un piede. Tanto ci attesta l'Azario, che allora viveva[129]. Un ammalato di notte non poteva più avere soccorso in virtù di tal legge feroce. Barnabò lasciò soffrire ai suoi popoli la carestia negli anni 1364 e 1365, senza trovare modo di soccorrere i suoi sudditi. Questa carestia nacque da un fenomeno fisico che riferirò poi.[130] Attendentes temporum sterilitates, et guerrarum discrimina, dicesi in un decreto di Barnabò dell'anno 1369, nel quale introdusse il costume di mettere alle gride i fondi per assicurare al compratore la proprietà[131]. L'anno 1372, con altro editto comandò Barnabò che nessuno ecclesiastico potesse allontanarsi dal luogo di suo domicilio, senza suo permesso. L'ordine poteva essere necessario, attese le scomuniche e l'assoluzione del giuramento di fedeltà dette di sopra; ma la pena d'essere subito gittati nel fuoco gli ecclesiastici contravventori, è orrenda. Il Corio ci assicura che Barnabò, dopo la pestilenza e la carestia e le perdite dello Stato, «se volse contra de li miseri sudditi che per quatro anni adietro havevano pigliato porci salvatici, et altre selvaticine, onde a molti di loro faceva doppuo grande tormento cavare gli occhi et inde suspendere per la gola, de li quali si riferisce essere ascesi al numero de cento. Assai magiore summa, de le crudele e tyranice mano fugendo, li faceva proscrivere, d'inde gli pigliava ogni suo facultate, et a molti altri habitanti ne le ville, non havendo il modo di satisfare al fisco per le condemnatione, le case sue faceva brusare... due frati Minori, andandogli per reprendere de si inaudita extorsione, sensa alcuno riguardo gli fece brusare, incolpandoli de nuova heresia[132]». Amava Barnabò la caccia singolarmente dei cinghiali, e manteneva un grande numero di cani; come ciò facesse ce lo dice il Corio all'anno medesimo: «teneva cinque milia cani, e la magiore parte de quelli distribuiva ala custodia de li cittadini et anche a contadini, li quali niuno altro cane che quegli puotevano tenere. Questi due volte il mese erano tenuti a fare la mostra, onde trovandoli macri, in grande summa de pecunia erano condennati, e se grassi erano, incolpandoli dil troppo, similmente erano mulctati, se morivano gli pigliava il tutto, e li officiali o caneteri più che pretori de le terre erano temuti». Pietro Azario, che vivea in quei tempi, ci lasciò scritto che certo Antoniolo da Orta, ufficiale in Bergamo, venne accusato presso di Barnabò di avere esatte delle propine arbitrarie nello spedire certe licenze. L'accusatore era un solo, e Barnabò[133] sine alia determinatione et defentione praecedente, jussit unum suum domicellum cum litteris suis de praesenti ire, dirigendis Potestati Pergami, ut, visis praesentibus, dictum Antoniolum per gulam laqueo faceret suspendi sub poena suspensionis ipsius potestatis. Qui Potestas, licet invite, dictum Antoniolum in palatio Pergami, nullo alio expectato nisi quod cum sacerdote confiteretur, suspendi fecit[134]. Se prestiamo fede agli Annali milanesi, Barnabò con un editto proibì che alcuno più non ardisse di chiamarsi Guelfo o Gibellino, sotto pena del taglio della lingua, e furono tagliate le lingue ad alcuni contravventori[135]. Fece bruciar vivi tre uomini ragguardevoli, imputati di tradimento[136]. Fece bruciare due monache del Bocchetto. Due altre monache di Orona miseramente ebbero sorte uguale. Fece crudelmente torturare Tommaso Brivio, vicario generale dell'arcivescovo, perchè aveva ricusato di degradare quelle infelici. Fece bruciare il prete Stefano da Ozena d'Incino, dopo di avergli fatto soffrire atroci tormenti. Fece impiccare l'abate di San Barnaba perchè aveva prese delle lepri[137]. Fece cavare un occhio ad un uomo, perchè trovato a passeggiare in una strada privata di Barnabò. Un povero contadino fu incontrato da Barnabò, e lo fece ammazzare dal suo canattiere, perchè egli aveva un cane. Un giovinetto raccontò d'avere sognato che uccideva un cinghiale, e per questo Barnabò gli fece cavare un occhio e tagliare una mano. Per un decreto di Barnabò nessun giusdicente poteva cominciare a ricever il soldo assegnatogli se prima non aveva fatto tagliar la testa a un uccisore di pernici. Giovanni Sordo e Antoniolo da Terzago, suoi cancellieri, furono chiusi in una gabbia di ferro con un feroce cinghiale. Il podestà di Milano Domenico Alessandrino, a forza di bastonate, fu obbligato a strappare la lingua ad un uomo colle sue proprie mani... Chiudasi l'atroce scena: chi ne bramasse più minute circostanze vegga il nostro diligente conte Giulini[138]. Io suppongo che vi sia della esagerazione in questi fatti. Mi sento uomo; ed ho piacere di lusingarmi che un uomo simile a me non possa mai discendere in tale abisso di crudeltà. Credo esagerati i racconti di Nerone, di Caligola e di simili principi. Ma togliendo anche la esagerazione, sempre ne rimane abbastanza per detestarli. I popoli disgraziati che erano sudditi di un tal uomo, gemevano altresì sotto il peso di gravosissimi tributi. Il Corio ci dice che Barnabò ogni anno riceveva centomila fiorini d'oro pe' carichi ordinari, e sessantamila fiorini d'oro pei straordinari; in tutto incassava centosessantamila annui fiorini d'oro dal suo Stato. Egli possedeva Cremona, Bergamo, Brescia, Crema, Lodi, Parma e la metà di Milano, e questo carico contribuito da' suoi popoli allora riusciva insopportabile. Oggidì il solo Cremonese paga altrettanto senza che il popolo sia oppresso; il che sempre dimostra quanto ho detto al capitolo ottavo e ripetuto poi, cioè che il valore dell'oro, reso in questi tempi più abbondante, si è notabilmente diminuito.
Il fenomeno fisico di cui ho fatto cenno, quello cioè per cui l'anno 1364 venne una funesta carestia nello Stato, è per fortuna nostra così insolito nel Milanese, che le persone poco istrutte lo potrebbero collocare fra le favolose invenzioni immaginate per allettare colla meraviglia. Ma ve ne sono prove tali, che non ci lasciano luogo a dubitarne. Tre scrittori che allora vivevano, i quali, oscuramente celati, notavano gli avvenimenti de' loro tempi senza che uno potesse avere cognizione dell'altro, ce lo hanno tramandato concordemente; e sono Pietro Azario, l'autore degli Annali milanesi, ed il cronista di Piacenza. Nell'anno 1364 comparvero nel mese di agosto de' nembi di locuste. Queste occupavano l'aria, come dense e vaste nubi, ed offuscavano il sole. Esse volavano con molta forza, e tutte si dirigevano dalla stessa parte nel volo. Scendevano poi su i campi, e, a vederle discendere, pareva che cadessero fiocchi di neve. L'Azario dice che questi animaletti erano verdi, e col capo e collo grossi. Nel terreno sul quale avevano posato, erbe, foglie, frutta, tutto rimaneva distrutto; e così questi eserciti funesti di locuste, passando da un campo all'altro, isterilirono le terre; e durò il flagello da agosto sino al mese di ottobre[139]. Un simile flagello si dice che l'avesse provato la Lombardia quattrocentonovantun'anni prima, cioè l'anno 873, e ce ne tramandò memoria Andrea Prete. Ma se a quell'autor solo si poteva contrastare un avvenimento maraviglioso, converrebbe rinunziare alla storia se dubitassimo della verità rapporto all'anno 1364. Questo fenomeno, stranissimo per noi, è conosciuto in altre regioni verso il Levante. Carlo XII, re di Svezia, nella Bessarabia ebbe moltissimo a soffrire per i nembi di locuste; e l'autore della storia Histoire militaire de Charle XII de Suède[140], ci narra un caso simile, ed eccone le parole: «Une horribile quantitè de sauterelles s'elevoit ordinairement tous les jours avant midi du còté de la mer, premiérement à petits flots, ensuite comme des nuages, à qui obscurcissoient l'air, et le rendeient si sombre, et si épais, que dans cette vaste plaine le soleil paroissoit s'être éclipsé. Cest insectes ne voloient point proche de terre, mais à peu près à la même hauteur que l'on voit voler les hirondelles, jusqu'à ce qu'ils eussent trouvé un champ sur lequel ils pussent se jetter. Nous en rencontrions souvent sur le chemin, d'où ils se jettoient sur la même plaine où nous étions et sans craindre d'être foulés aux pieds des chevaux, ils s'elevoient de terre, et couvroient le corps et le visage à ne pas voir devant nous, jusqu'à ce que nous eussions passé l'endroit où ils s'arrêtoient. Partout où ces sauterelles se reposoient, elles y faisoient un dégât affreux, en broutant l'herbe jusqu'à la racine; ensorte qu'au lieu de cette belle verdure dont la champagne étoit auparavant tapissée, on n'y voyoit qu'une terre aride et sablonneuse». Questi insetti, col favore d'un vento gagliardo, attraversano persino il mare a volo; e in conseguenza della sterilità avvenuta nell'Asia, o di una prodigiosa moltiplicazione accaduta in quell'anno nella specie di quegl'insetti, o d'un vento straordinariamente violento, che gli abbia trasportati oltre i consueti loro confini, o alfine di qualche altra cagione che non posso conoscere, giunsero essi persino a noi l'anno 1364. Se questa devastazione fosse periodica, sarebbe da temersi da' nostri figli, che vivranno l'anno 1855. Ma tali avvenimenti o non hanno periodo, ovvero l'hanno così vasto, che oltrepassa la memoria.
Ritorniamo agli orrori di quel governo, e miriamo l'altra porzione dello Stato soggetta a Galeazzo II. Dopo che egli ebbe nuovamente in suo potere Pavia, ivi collocò la sua sede, lasciando che Barnabò alloggiasse in Milano. Galeazzo non ebbe tante brighe a sostenere colle armi, quante ne ebbe Barnabò; onde, abbandonando da principio ai ministri ogni cura dello Stato, egli null'altro ebbe in pensiero, che di apparentarsi con illustri matrimoni, celebrare regie pompe, e cercare la fama di protettore delle lettere. Le scuole di Pavia vennero da lui fomentate e promosse, e nell'anno 1362 sembra che venisse aperta quell'Università, la quale aveva maestri di leggi canoniche e civili, di medicina, fisica e logica. Radunò una biblioteca pregevole per quei tempi, anteriori quasi d'un secolo alla invenzione benefica della stampa. Per illustrare la sua famiglia, al figlio suo Gian Galeazzo (che non aveva più di sette anni) diede per moglie Isabella di Francia, figlia del re Giovanni, bambina essa pure di pochi anni; e la pompa di quest'illustri sponsali costò ben cinquecentomila fiorini d'oro, cavati con ogni sorta di mezzi dai sudditi, senza eccezione alcuna; il che non bastò a togliere la sofferenza in ciascuno d'un aggravio enorme. Maritò sua figlia Violanta con Lionetto, figlio del re d'Inghilterra Edoardo III. Galeazzo aveva Bianca di Savoia per moglie; e così la casa Visconti, in meno di sessant'anni di tempo, dalla condizione nobile sì ma privata, passò a grandeggiare a segno d'avere le più strette parentele col re di Francia, col re d'Inghilterra e col duca di Savoia. Oltre a questi oggetti sproporzionati di spese, ei si volse a fabbricare senza riguardo. In Pavia si pose ad erigere un parco di più miglia, cinto di muro; ivi aveva le cacce, i giardini, le peschiere, che ricevevano l'acqua per un cavo ch'ei fece dal naviglio di Milano sino colà. Queste spese, e quest'abbandono degli affari pubblici, in tempi di pestilenza e di carestia, mentre una parte dello Stato soffriva le invasioni de' nemici, produssero danni così grandi che, malgrado l'opulenza e l'adulazione che a più giri attorniavano quel principe, ei si dovette alla fine riscuotere. Aprì gli occhi; e vide tutte le cariche venali occupate da vilissimi ministri; i popoli rovinati; le sue milizie mancanti di paghe; il suo erario vuoto; e i suoi pochi sudditi esausti e languenti. In quel momento fece quello che sogliono le anime da poco; dalla inerzia passò alla frenesia. Fece impiccare il suo direttore delle fabbriche in Milano. Fece impiccare il suo direttore delle fabbriche in Pavia. Il castellano di Voghera, per essere stato assente quando quegli afflitti abitanti scossero il giogo della oppressione, fu strascinato a coda d'asino, poi fu impiccato con un suo figlio. Sessanta stipendiati, perchè furono un poco lenti nell'eseguire una commissione, furono con una sola parola condannati tutti alle forche. Indotto a far loro grazia, se ne rammaricò poi, e fece porre in carcere Ambrosolo Crivello, suo cancelliere, e lo privò d'un anno di salario, perchè era stato sollecito nella spedizione della grazia. Questi fatti ci sono attestati da più autori contemporanei. L'Azario poi ci ha tramandato l'editto col quale quel principe ordinò a' suoi giudici qual carnificina dovessero far eseguire contro i rei di Stato. Egli immaginò il modo per far soffrire atrocissimo strazio per quarantun giorni, riducendo un uomo sempre all'agonia senza lasciarlo morire. La natura freme, Busiri e Falaride non lasciarono altrettanto:[141] Intentio domini est quod de magistris preditoribus incipiatur paulatim. Prima die quinque bottas de curlo; secunda die reposetur; tertia die similiter quinque bottas de curlo; quarta die reposetur; quinta die similiter quinque bottas de curlo; sexta die reposetur; septima die similiter quinque bottas de curlo; octava die reposetur; nona die detur eis bibere acqua, acetum et calcina; decima die reposetur; undecima die similiter acqua, acetum et calcina; duodecima die reposetur; decima tertia die serpiantur eis duae corrigiae per spallas, et pergottentur; decima quarta die reposetur; decima quinta die dessolentur de duobus pedibus, postea vadant super cicera; decima sexta die reposetur; decima septima die vadant super cicera; decima octava die reposetur; decima nona die ponantur super cavalletto; vigesima die reposetur; vigesima prima die ponantur super cavalletto; vigesima secunda die reposetur; vigesima tertia die extrahatur eis unus oculus de capite; vigesima quarta die reposetur; vigesima quinta die truncetur eis nasus; vigesima sexta die reposetur; vigesima septima die incidatur eis una manus; vigesima octava die reposetur; vigesima nona die incidatur alia manus; trigesima die reposetur; trigesima prima die incidatur pes unus; trigesima secunda die reposetur; trigesima tertia die incidatur alius pes; trigesima quarta die reposetur; trigesima quinta die incidatur sibi castronum; trigesima sexta die reposetur; trigesima septima die incidatur aliud castronum; trigesima octava die reposetur; trigesima nona die incidatur membrum; quadragesima die reposetur; quadragesima prima die intenaglientur super plaustro, et postea in rota ponantur. Pare impossibile che un sovrano abbia mai dato un comando tanto infernale; pare impossibile che alcun uomo, soffrendo questi martirii, potesse sopravvivere sino al quarantesimoprimo giorno! Eppure convien dire che crudelmente si andassero applicando i rimedii, per prolungare la vita e il tormento; poichè, ci attesta lo stesso autore, che[142] harum poenarum exequutio facta fuit in personas multorum anno 1372 et 1373[143]. Così pensarono i principi, così furono governati i popoli di quella città, in cui doveva l'immortale marchese Cesare Beccaria scrivere il libro dei Delitti e delle Pene; libro sacro all'umanità, alla ragione ed alla beneficenza. I principii dl sublime filosofia che l'hanno dettato; la calda e libera eloquenza collo quale ci annunziano; lo compassionevole sensibilità ai mali degl'infelici, assicurano all'illustre nostro cittadino, ed all'amico e compagno de' miei studi una celebrità costante; la onorata tranquillità poi di cui gode, anzi lo stipendio e le cariche delle quali è stato decorato, serviranno agli esteri non solo, ma alla posterità, di vera dimostrazione della felicità e della gloria del governo sotto cui abbiamo la fortuna di vivere.
Sin qui Galeazzo II poteva esser sedotto da malvagi consiglieri; ma il fallo seguente lo mostra quale egli era, senza difesa. Aveva quel principe incorporato nel vastissimo suo parco di Pavia i poderi di molti, e fra gli altri d'un povero cittadino pavese che aveva nome Bertolino da Sisti. Questo povero uomo aveva una famiglia numerosa da alimentare; i figli soffrivano la fame e la miseria, mancando di quel fondo, che non gli era stato pagato. Egli si prostrò avanti del suo sovrano, implorando umilmente soccorso, e il pagamento della sua porzione di terra. Venne accolto da Galeazzo con amarissima derisione e vilipendio, e non potè ottenere compenso alcuno. Quel disperato padre di famiglia aspettò poi, nel parco istesso dove Galeazzo soleva cavalcare, il momento della vendetta, e, il giorno 24 di agosto dell'anno 1369, lo ferì, mentre passava a cavallo, in un fianco; ma la fascia cordonata di seta lo difese. Fu arrestato quel suddito; sempre colpevole, ma degno di commiserazione, e finì, dopo fieri tormenti, squartato dai cavalli[144]. Coloro che esclamano contro i costumi del nostro secolo, vedano se in tutta quanta l'Europa vi sia un angolo solo in cui gli uomini siano trattati come lo erano i nostri maggiori quattro secoli sono! A che attribuirne il cambiamento? All'ardimento che alcuni ebbero di pensare e cercare il vero, indipendentemente dalle opinioni ereditate; al progresso della ragione, all'accrescimento de' lumi; alla moltiplicazione de' libri; al genio della coltura; a quello spirito moderato e benefico di filosofia che ha dissipata la ferocia e il fanatismo, ed ha reso gli uomini benevoli ed umani, sotto di una santa e pura religione di concordia e di pace. Rendiamo umili azioni di grazie al Dator di ogni bene, e guardiamoci da coloro che ardiscono d'insultare a que' felici mezzi co' quali si è operata la consolante rivoluzione. Galeazzo II aveva la bassezza di voler giuocare ai dadi co' sudditi che avessero denaro, e godeva di rovinarli. (1377) Quel principe fece un decreto l'anno 1377 che non ha esempio, a quanto mi è noto. Egli, con un foglio di carta, annullò, cassò, rivocò tutte le grazie e dispense che aveva sin allora concesse. Il decreto è del giorno 13 di ottobre,[145] Datum in castro nostro Zojoso, sito nel Pavese, ora chiamato Belgioioso, nel quale soleva passar qualche tempo quel principe. Che un successore revochi le grazie di un sovrano che l'ha preceduto, benchè sia cosa dura assai per chi la soffre, se ne trovano esempi, ma che un principe cancelli, così in un colpo solo, tutte le sue beneficenze, non so che sia mai accaduto altra volta[146].
Paragonando i due fratelli, pare che Barnabò avesse l'animo più forte, e Galeazzo fosse freddamente crudele. Il primo abbandonandosi ad una collera brutale, era capace di ogni eccesso; l'altro lo era sempre, con maligna tranquillità. Barnabò dava gl'impieghi a persone che li sapessero eseguire, e sapeva tenersele affezionate e fedeli; Galeazzo, per denaro, dava le cariche a' più inetti uomini. Barnabò era veridico e palesava i suoi sentimenti; Galeazzo non era definibile. Il primo incuteva spavento, l'altro diffidenza. Barnabò si fece scolpire in una statua equestre di marmo e la collocò sull'altar maggiore di San Giovanni in Conca. Essa ivi si vede, ma non più sull'altare. Galeazzo pazzamente fece distruggere le peschiere, le pitture del Giotto, e tutte le belle cose ordinate da Azzone nel palazzo di corte,[147] quae domus, diceva l'Azario, cum ornamentis et picturis et fontibus, hodie non fieret cum trecentis millibus florenis[148]. Galeazzo faceva alzare un gran muro con merita spesa; poi parendogli che stesse male, lo faceva demolire. Faceva delle vôlte assai grandi in mezzo del verno, e diroccavano poi; e i mattoni, le travi, la calce si prendevano per suo cenno, ove trovavansi, senza parlare di pagamento. Galeazzo fabbricò il castello di Milano e quello di Pavia: Barnabò, quello di Trezzo. Nessuno di questi due atroci fratelli ebbero commensali, come solevano averne Azzone, Luchino e Giovanni. Costoro offendevano un numero sì grande di persone, che non era poi loro fattibile la scelta di alcuni fra' quali passare giocondamente le ore. Barnabò pagava esattamente i suoi stipendiati, e non permetteva che facessero estorsioni; Galeazzo trascurava di pagarli, e non badava alle loro angherie. Durante tale governo, i due successivi arcivescovi Guglielmo della Pusterla e Simone da Borsano non posero piede mai nella loro diocesi; sia che ciò nascesse per le dissensioni col papa; sia che, per godere le rendite dell'arcivescovato, i principi non volessero concederne a quei prelati il possesso; sia finalmente che la meschina vita che sotto a quel governo vi dovette passare l'arcivescovo Roberto Visconti, fatto porre in ginocchio per ascoltarsi il nescis, poltrone, di Barnabò, avesse fatto perdere il coraggio ai successori di presentarsi a vivere sotto quei terribili sovrani, animati anche contro degli ecclesiastici; i quali, con un editto di Barnabò, venivano obbligati a porsi in ginocchio tosto che l'incontravano per le strade, e, non solamente dovevano contribuire la porzione d'ogni tributo al paro di ciascun altro cittadino, ma dovevano portare il più delle tasse che quei sovrani arbitrariamente imponevano sul clero. (1378) Galeazzo II mori in Pavia il giorno 4 di agosto dell'anno 1378, dopo di aver regnato ventiquattro anni; e successe ne' suoi Stati Giovanni Galeazzo, di lui figlio, che portava nome il conte di Virtù, per un feudo che gli era stato dato nella Francia per dote della principessa Isabella.
Prima di terminare questo capitolo, credo di far cosa grata a' miei lettori, informandoli d'un curioso dialogo che ebbe Barnabò con un villano, da cui non venne conosciuto. Io lo tradurrò, perchè la storia della patria può interessare anche persone che non sappiano il latino. Ho dovuto inserire anche troppi squarci, scritti in tal lingua, o per contestare l'autenticità dell'asserzione, o per non diventarne io medesimo responsale, ovvero per non annunziare colle mie parole, cose che mi sarebbe dispiaciuto di dover dire. Il dialogo si trova nella Cronaca di Azario[149], e consiglio ai curiosi lettori di vederlo nel suo originale; perchè, frammezzo a quella trascurata e rozza latinità, vi è certo lepore ingenuo, e una certa domestichezza di frasi che piacciono sommamente e dipingono il costume. Barnabò soggiornava parte dell'anno in Marignano: i contorni erano ancora pieni di boschi ed opportuni alla caccia, e questo era il motivo per cui Barnabò amava di trattenervisi. Egli a cavallo ben sovente si allontanava dalla comitiva, e s'innoltrava solo nel più interno dei boschi. Un giorno fra gli altri aveva smarrita ogni traccia, nè sapeva più donde uscirne per ritornare al suo albergo. La stagione era assai fredda; l'ora avanzata, e rigido il verno. Per caso Barnabò s'avvidde che taluno era in quel bosco. S'accostò; e riconobbe ch'era un povero contadino, assai lacero, che s'affaticava a tagliar legna. Ecco il dialogo che con lui tenne Barnabò: «Il cielo t'aiuti, galantuomo. — Villano: Ne ho bisogno. Con questo freddo ho potuto far poco. L'estate è ita male, potesse almeno andar meglio l'inverno! — Barnabò, scendendo dal suo cavallo affaticato: Amico, tu dici che la state è ita male; e come? L'annata è stata anzi felice; vi è stato abbondante raccolto di grano, vendemmia abbondante. E che l'è ito male? — Villano, mentre continua a tagliar la legna: Oh abbiamo di bel nuovo il diavolo per nostro padrone. Si sperava che, allorquando venne scacciato il signor Bruzio Visconti, il diavolo fosse morto, ma ne è comparso un altro peggiore ancora. Costui ci cava il pane di bocca. Noi poveri lodigiani lavoriamo come cani, e tutto il profitto colui ce lo carpisce. — Barnabò: Certamente, quel signore opera male assai.... Ti prego, guidami, amico, fuori del bosco; l'ora è tarda: la notte è vicina; e m'immagino che tu ancora non avrai tempo da perdere, se brami ritornartene a casa tua. — Villano: Oh! per andare a casa non ho alcun pensiero. L'imbroglio, padron mio, sarà a ritrovarvi da cenare; e davvero ho gran paura che non ne faremo nulla; mia moglie e i miei figli gli ho lasciati a casa con poco pane. — Barnabò: Ebbene, conducimi fuori del bosco, e guadagnerai qualche cosa. — Villano: Tu mi vuoi distrarre dal mio lavoro.... saresti tu mai uno spirito infernale.... i cavalieri non vengono per questi boschi... Sia tu chiunque ti piaccia, pagami prima, e ti scorterò dove vuoi. — Barnabò: Ebbene, cosa vuoi ch'io ti dia? — Villano: Un grosso di Milano. — Barnabò: Fuori che saremo dal bosco ti darò il grosso, e ancora di più. — Villano: Oh sì domani! Tu sei a cavallo, e, fuori che tu sia dal bosco, prendi il galoppo, ed io rimango come un cavolo! Così fanno gli ufficiali di quel diabolico nostro padrone; vengono scalzi, e ruban poi tanto, che passeggiano come grandi signori a cavallo. Barnabò: Amico, poichè non mi vuoi credere, eccoti il pegno», e gli diede la fibbia d'argento che aveva alla cintura. Il villano se la gettò in seno nella camiscia, e cominciò a precedere per uscire dal bosco, ma stanco come era, camminava lentamente. «Barnabò: Galantuomo, monta in groppa sul mio cavallo. — Villano: Credi tu che quella rozza potrà reggere a due! Tu sei tanto grosso! — Barnabò: O, benissimo; porterà te e porterà me; tanto più che, a quanto dicesti, non hai mangiato troppo a pranzo. — Villano: Tu dici il vero.... proviamoci»; e qui si pose a sedere in groppa, e mentre così proseguivano attraverso del bosco, continuò Barnabò: «Amico, tu mi hai date delle cattive nuove del tuo padrone: e del signor Barnabò, che sta in Milano, che se ne dice? — Villano: Di lui se ne parla meglio. Benchè sia feroce, egli almeno fa osservare l'ordine; e s'egli non fosse, non avremmo osato nè io, nè gli altri poveri entrar nel bosco a tagliar legna, per timore degli assassini. Il signor Barnabò fa osservare esatta giustizia, e quando promette, mantiene. Ma quest'altro che sta in Lodi, fa tutto al contrario». E così, proseguendo il discorso, gli riferì come un castellano gli aveva rubato un pezzo di terra ed alcuni pochi mobili; indi, usciti che furono dal bosco, disse il villano: «Signore, tenete la campagna da questa banda, la notte viene, fate presto, perchè altrimenti vi potrete trovare in mezzo d'una strada. — Barnabò: Amico, mi vorresti gabbare, e con questo bel modo portarmi via la fibbia». Tremava di freddo il villano, perchè a piedi almeno si riscaldava, e sedendo era, senza moto, esposto al rigore della stagione, e disse: «Per Dio! non mi ricordava nemmeno più della fibbia; prendetela, signore. Se mi volete dar qualche cosa per amor di Dio, fatelo; se non vi piace, il cielo vi aiuti, e andate colla vostra fibbia. Correrei pericolo d'essere impiccato, se questa fibbia si ritrovasse presso di me; si direbbe che l'avessi rubata. Tenetela. Credo bene che, se mi volete fare la carità, non vi mancano in tasca denari. — Barnabò: Amico, fa a modo mio; accompagnami ad un albergo e ti prometto un grosso, e di più un buon camino per riscaldarti, e poi anco di più una buona cena: e così domattina di buon'ora tornerai da tua moglie». Il villano si consolò pensando a questi beni, e come la mattina vegnente con quel grosso avrebbe potuto comprare dodici pagnotte e darle alla sua povera famiglia. Scese dalla groppa, e riprese il cammino, calpestando lo stoppie attraverso dei campi; e Barnabò cavalcava dietro lui. — Barnabò: «E dove anderemo noi ad albergare? — Villano: Andremo a Marignano: vi sono delle buone osterie; vi si può entrare giorno e notte, e alloggeremo bene, e noi ed il cavallo, che mi pare ne abbia bisogno. Barnabò: Dici bene. E da questo tuo Marignano siamo noi molto discosti? — Villano: Cosa ti preme? Se non vi giugneremo di giorno, vi giugneremo di notte. Non t'ho dett'io che ivi non si chiudono le porte? — Barnabò: Va dunque, sia come tu vuoi». Così proseguendo con tai discorsi il cammino, si videro da lontano comparire molte e grandi fiaccole, e Barnabò disse: «Vedi tu quei fanali e tante faci? — Villano: Le vedo. — Barnabò: E che vuol dir questo? — Villano: Vuol dire che vanno cercando il signor Barnabò, che tante volte s'innoltra nei boschi per amore della caccia; vuole essere solo, si perde, e i suoi domestici poi vanno la sera facendo dei fuochi, acciocchè veda per dove possa ritornarsene. — Barnabò: S'ella è così, fanno bene: è segno che quei domestici hanno premura pel loro padrone». Discorrendo per tal modo s'andarono accostando a quei che portavano le faci; e tosto che questi videro Barnabò, scesero da cavallo; e salutato con riverenza quel sovrano (inclinatis capuciis, dice Azario), e rispettosamente attorniando lui e il villano, tutti giunsero a Marignano. Allora il povero villano s'avvide qual fosse l'uomo col quale aveva fatto il dialogo. Desiderava di essere già morto; tanto timore aveva dei tormenti che s'aspettava di dover patire nel castello di Marignano! Giunti che vi furono, il signor Barnabò, scoppiando dalle risa, raccontò a' suoi domestici tutta l'avventura; e ordinò che il villano, tal quale era, stracciato e sporco, fosse condotto in una sala, e se gli accendesse un gran fuoco. Poichè fu ben ristorato dal freddo, fu chiamato il povero villano a cena, e dovette sedere di contro al signor Barnabò. Essi due soli sedevano; e volle che il villano venisse in tutto servito come egli lo era. Il contadino non voleva tanti onori; tremava; e Barnabò: «Son galantuomo, mantengo la parola. Ti ho promesso un buon fuoco, e te l'ho dato. Ti ho promessa una cena, e te la mantengo. Ti ho promesso un grosso di Milano, e domattina l'avrai. — Villano: Ah! signore, misericordia! io ho parlato da stolido qual sono! sono un povero uomo, che vive nei boschi solitario, non so quello che convenga di parlare: per pietà, mi lasciate partire: per carità, perdonatemi». Il villano combatteva fra lo spavento e la fame, stimolata da' cibi insoliti; e la fame la vinse; mangiò bene assai. Poscia venne congedato dal principe e condotto in una bella stanza; lavato con un bagno tepido, posto a dormire sopra di un magnifico letto; e la vegnente mattina fu condotto avanti del signor Barnabò, che gli disse: «Ebbene, amico, coma bai passata la notte? — Villano: Come in paradiso; ma, con vostra buona grazia, vorrei andarmene. — Barnabò: Se così ti piace, vi consento»; indi rivolto ad un suo cameriere: «Dagli un grosso»; e questi immediatamente lo consegnò al villano, poi Barnabò: «La mia promessa ora è compiuta; pure ti ho lasciato sperare qualche cosa di più; cercami quella grazia che brami. — Villano: Signore, basta che mi lasciate partire vivo e sano. — Barnabò: Questo lo accordo; chiedi qualche altra grazia. — Villano: Se mi faceste restituire il mio piccolo podere toltomi dal castellano....». Súbito fecegli dare lettere colle quali il villano riebbe il suo, e tranquillamente se ne ritornò allo stato di prima. L'Azario, che allora viveva e che ci ha tramandata la memoria di questa scena, non ci riferisce chi fosse il governatore di Lodi che era succeduto a Bruzio Visconti. Questo avvenimento ha tanta verosimiglianza, che lo credo veramente accaduto; e Barnabò, avendolo súbito raccontato ai suoi cortigiani, è naturale che venisse poi divulgato come una novella di quel tempo. Non avranno trascurato alcuni d'interrogarne il villano medesimo, e così potrà essersi ancora più esattamente risaputo. Il carattere di Barnabò mi pare che vi sia dipinto al vivo. Non permetteva egli che si commettessero vessazioni ed ingiustizie; amava la sicurezza e l'ordine; manteneva la parola data. Ma un buon principe non avrebbe impresso nel cuore dei sudditi uno spavento generale, a segno che, per qualche incauta parola, temessero d'essere condannati alla carnificina da lui medesimo, nel di lui palazzo. Nessun principe oggidì avrebbe piacere di far soffrire a quel meschino la barbara incertezza che lo tormentò per laute ore; e la prima parola gli annunzierebbe ilarità e pace. Poi lo sborso di un grosso, ossia il solo valore di dodici pagnotte, oggidì sembrerebbe affatto indecente. Il povero villano aveva dovuto lasciare la moglie ed i figli con poco pane; stanco e mal pasciuto, aveva camminato per ricondurre il sovrano senza sapere ch'ei fosse altro che un uomo; meritava adunque qualche cosa di più d'un grosso. Se il fatto fosse accaduto alla maestà dell'adorabile augusto Giuseppe II, o ad alcuno dei reali arciduchi, la sera medesima avrebbe la famiglia del villano avuto di che cenare; e invece di tremare, come avrà fatto, avrebbe sparse lagrime di tenerezza, benedicendo la sovrana pietosa munificenza. Non bastava poi alla giustizia la restituzione del podere rubato dal castellano. Un principe buono non si sarebbe determinato a cosa alcuna colla esposizione di un solo. Avrebbe disposte le cose in modo d'essere esattamente informato del fatto, e d'ascoltare anche il castellano, per dargli campo a giustificarsi; indi, se egli aveva oppresso una povera famiglia, non bastava disfare il mal fatto. Voleva il ben pubblico che quel prepotente venisse contenuto per l'avvenire, e col suo esempio allontanasse i suoi pari dal meditare altrettanto. Nè avrebbe mancato un principe buono di prendere informazione sul governatore di Lodi e sugli ufficiali rapaci che l'attorniavano. Barnabò, anche in questa scena, manifesta un carattere duro, insensibile, atroce nei momenti istessi della giocondità, ed appare violento, e niente addottrinato nella scienza di governare.
CAPITOLO XIV. Del conte di Virtù, e della erezione del ducato di Milano.
Per lo spazio di sette anni ancora, dopo la morte di Galeazzo II, continuò ad essere separato in due parti lo Stato de' Visconti, reggendo l'eredità del padre il conte di Virtù, e continuando a regnare Barnabò sulla sua porzione. Il Gazata nella sua Cronaca ci racconta che Barnabò aveva comprata la città di Reggio da Feltrino Gonzaga, collo sborso di cinquantamila fiorini d'oro; e che per diventar padrone di alcune rocche e castelli di quel distretto, egli s'impadronì di Francesco Fogliano; ed avutolo nelle sue mani, gli fece intimare che o doveva indurre Guido Fogliano, di lui fratello, a consegnare a Barnabò le fortezze che egli possedeva, ovvero questi sicuramente lo faceva impiccare, quantunque tra il Fogliano e Barnabò non vi fosse mai stata altercazione alcuna. Il povero Francesco Fogliano fece ogni sforzo per indurre colle sue lettere il fratello a riscattarlo. Guido credette che non si sarebbe mai imbrattato il Visconti con una così obbrobriosa macchia; ma s'ingannò, perchè Barnabò fece sospendere Francesco alle forche, sulle mura di Reggio, il giorno 7 dicembre 1372. Il conte di Virtù aveva questo terribile collega. Il conte era giovine di venticinque anni. Egli s'era più volte presentato al nemico con valore, allorquando i collegati invasero lo Stato; ma non aveva dato saggio nemmeno d'avere i talenti d'un buon comandante. Aveva egli stretti vincoli di sangue colla casa di Francia, colla casa di Savoia, colla casa d'Inghilterra: ma Barnabò non era meno appoggiato ad illustri e potenti parentele. Barnabò ebbe tanti figli, che (ommettendo i bambini ed i fanciulli periti) se ne contarono trentadue, de' quali quindici legittimi, nati dalla signora Beatrice della Scala, da altri chiamata Regina della Scala. Barnabò aveva date le sue figlie in matrimonio a potenti signori. La casa d'Austria, la casa di Baviera, il re di Cipro, la casa di Wirtemberg, la casa di Turingia, i Gonzaghi avevano delle principesse figlie di Barnabò. La principessa che entrò nella gloriosissima casa d'Austria si chiamava Verde Visconti. Ella sposò il duca Leopoldo. Questo principe, giovine di quattordici anni, venne a Milano l'anno 1365, ed il giorno 23 di febbraio celebrò le sue nozze nel palazzo del signor Barnabò Visconti, presso San Giovanni in Conca. Barnabò diede in dote alla figlia centomila fiorini. Indi andarono gli sposi a Vienna; e da queste nozze discende l'augusto sovrano che ora, per nostra felicità, domina su questo Stato. Chi bramasse più minute notizie di queste memorabili nozze (per le quali il sangue de' Visconti, sublimato a più elavata condizione, e depurato colla virtù e colla beneficenza di quattro secoli, trovasi attualmente sul trono, dal quale i Milanesi ricevon legge) vegga il nostro conte Giulini, che ne ha pubblicati i monumenti sinora inediti.
A fronte d'uno zio terribile, stavasene circospetto ed attentissimo il conte di Virtù. Milano, siccome dissi, era divisa in due padroni: Galeazzo II possedeva il castello di Porta Giovia, cioè il castello che ancora in parte internamente sussiste; e Barnabò possedeva un altro castello alla torre di porta Romana, di cui veggonsi anco oggidì le vestigia dalla parte del naviglio. Il conte di Virtù stavasene in Pavia: era una volpe che adocchiava destramente il vecchio leone. Mostrava il giovine conte di Virtù d'essere timido, irresoluto, debole in ogni sua azione. Bramava d'imprimere nell'animo di Barnabò tale opinione, che, considerandolo egli giovane da nulla ed incapace d'intraprendere un colpo ardito, nemmeno pensasse a tenersi difeso; e tanto seppe dissimulare in ogni azione, anche domestica, tanto attento fu nel rappresentare il meschino personaggio propostosi, che ingannò supinamente lo zio, quantunque avesse giorno e notte al suo fianco Caterina Visconti, figlia di Barnabò, da Galeazzo sposata, sebben cugina, dopo la morte di Isabella di Francia, sua prima moglie. Barnabò deriderà l'imbecillità del nipote, il quale ne' suoi editti ancora spirava umanità, beneficenza e moderazione, mentre l'altro continuava a spaventare i sudditi con inesorabile ferocia. Poteva comparire agli occhi dello zio un nuovo tratto di pusillanimità la cura che ebbe il conte di Virtù di procurarsi la grazia del nuovo augusto Venceslao, succeduto al defunto Carlo IV di lui padre. Ma in fatti egli solo venne da quel monarca confermato vicario imperiale l'anno 1380, senza che nel diploma venisse fatta menzione di Barnabò. Così nel silenzio andava il conte di Virtù preparando la mina che doveva scoppiare un giorno, e rovinando il collega, riunire la sovranità dello Stato sopra di lui solo. Barnabò, dal canto suo, senza accorgersi, somministrava sempre nuove armi al nipote contro di lui; poichè disponeva una nuova divisione dello Stato suo ne' cinque suoi figli legittimi, e già a ciascuno di essi aveva assegnato il governo nel distretto che gli aveva destinato in sovranità dopo di lui. Marco aveva la metà di Milano; Lodovico aveva Lodi e Cremona; Carlo aveva Parma, Crema e Borgo San Donino; Rodolfo aveva Bergamo, Soncino e la Ghiara d'Adda; Giovanni Mastino, ancora bambino, aveva finalmente Brescia colla Riviera e Valle Canonica. Questo avvenire non poteva essere caro ai popoli, che diventavano sudditi d'una piccola sovranità, e soggetti ad un principe debole. Così insensibilmente, e simulando debolezza ed incapacità, Gian Galeazzo lasciava maturare gli avvenimenti; e andava contrapponendo l'apparenza di un saggio principe a quella di un capriccioso e crudele despota. (1385) Giunse il momento, e fu il giorno memorando 6 di maggio dell'anno 1385; giorno in cui venne tolta a Barnabò ed a' suoi figli, per sempre, ogni sovranità, e concentrossi nel conte di Virtù ogni potere. Il caso è noto, ed è il seguente. Il conte fece intendere al signor Barnabò ch'egli pensava di portarsi alla Madonna del Monte presso Varese; che sarebbe venuto da Pavia a Milano, la mattina del 6 di maggio, ma non amando di entrare nella città, costeggiandola fuori dalle mure, sarebbe andato a smontare nel suo castello a porta Giovia; e che sarebbe stata pure grande la sua consolazione se avesse potuto abbracciare uno zio che tanto onorava. Si sapeva che il conte voleva condurre la scorta di quattrocento lance. Un domestico del signor Barnabò non mancò di fargli osservare che quel corredo era troppo per portarsi ad un santuario e ad un borgo dello Stato, in tempo di pace. Questo domestico si chiamava Medicina, e cercò di persuadere al suo padrone di starsene cauto e non avventurarsi. Ma Barnabò disprezzava il nipote, e attribuì alla pusillanimità sua questa schiera d'armati. I due figli maggiori di Barnabò furono spediti incontro al conte due miglia fuori di porta Ticinese. Questi accolse co' maggiori segni di cordialità i suoi due cugini e cognati Rodolfo e Lodovico, i quali, dopo le accoglienze, con apparenza di onore, furono circondati dalle armi di cui erano comandanti Jacopo dal Verme, Ottone da Mandello e il marchese Giovanni Malaspina. S'incamminò il conte verso Milano, e giunto che fu avanti della porta Ticinese (che allora era ove oggidì sta il ponte del naviglio) prese la sinistra, e per la via che ora fiancheggia il canale, andò colla sua comitiva cavalcando, sin che alle ore sedici, ossia verso mezzo giorno, trovatisi vicino al ponte che da Sant'Ambrogio conduce a San Vittore, per esso videro scendere Barnabò a cavallo con uno o due domestici di seguito. Il conte, dopo i primi saluti, diede il segnale concertato; e Jacopo dal Verme il primo spronò il cavallo, e pose le mani adosso della persona del signor Barnabò, dicendogli: Siete prigioniere. Ben tosto Ottone da Mandello gli levò dalle mani la briglia; altri gli tagliò il cingolo; e così al momento Barnabò fu disarmato, togliendogli altri la spada, altri la bacchetta dalle mani. Contemporaneamente lo stesso venne fatto ai due suoi figli Rodolfo e Lodovico; e presto presto, in mezzo alle armi, vennero tradotti nel castello di porta Giovia, poco di là lontano. Barnabò venne cautamente trasportato poi al castello di Trezzo, ove anco oggidì vedesi la stanza, in cui sopravvisse sette mesi colla sua o moglie o amica Donnina de' Porri sin che morì avvelenato, a quanto si dice. Tanto seppe simulare il conte! Egli aveva trentadue anni.
Appena il colpo era fatto, il conte, alla testa degli armati, entrò nella città, e senza veruna opposizione se ne impadronì, fra gli evviva della plebe, alla quale permise tosto di saccheggiare i palazzi di Barnabò e de' suoi figli, e la plebe di più saccheggiò le dogane e la gabella del sale, che era alla piazza de' Mercanti. Nella fortezza di porla Romana vi fu ritrovato tanto argento per caricarne sei carri, ed in oro vi si contarono settecentomila fiorini. Quindi si radunò un consiglio generale della città, il quale tosto conferì il dominio al conte di Virtù, e, dopo lui, a' suoi discendenti maschi legittimi, in quel modo a lui più fosse piaciuto[150]. Con tal decreto vennero esclusi i discendenti di Barnabò: e in quel giorno Giovanni Galeazzo Visconti, conte di Virtù, diventò sovrano di ventuna città, e sono Reggio, Parma, Piacenza, Cremona, Brescia, Lodi, Bergamo, Crema, Milano, Como, Vigevano, Pavia, Bobbio, Alessandria, Valenza, Novara, Tortona, Vercelli, Alba, Asti e Casale. Questo colpo, eseguito con tanto vigore, e preparato colla più cupa e simulata ipocrisia, conveniva in qualche modo farlo comparire onesto e suggerito dall'assoluta necessità; e a tal fine ordinò il conte che si formassero i processi contro di Barnabò. L'autore degli Annali milanesi ce ne ha trasmesso l'epilogo. Le atrocità che ivi si leggono imputate a Barnabò, sono enormi; e dopo una sanguinosa enumerazione di esse, vedesi incolpato Barnabò d'avere tese insidie alla vita del nipote; d'essere uno stregone, che colle fattucchierie avesse rese sterili le nozze del conte di Virtù; e che finalmente Gian Galeazzo fosse stato costretto a far prigionieri lo zio ed i cognati, perchè essi l'avevano in quel momento assalito a tradimento. Non saprei se sotto il governo di uomini di quell'indole vi fosse nelle magistrature un uomo virtuoso; ma se pur vi era, quello certamente non sarà stato trascelto per formare il processo. Barnabò era uomo feroce, violento, coraggioso, franco, ma non dissimulato, nè capace di tradire o di insidiare. Egli era nemico di ogni arte e di ogni scienza, crudele, sanguinario, d'una religione inconseguente, poichè, insultando il papa, oltraggiando i vescovi, calpestando gli ecclesiastici, donava ai conventi generosamente i beni che rapacemente confiscava ai cittadini. Ma il conte era suo nipote; il conte era suo genero; giaceva le notti colla sua moglie Caterina Visconti, nel tempo in cui ordiva di togliere la sovranità alla di lei famiglia, mentre teneva prigione suo padre, lasciava errare raminghi e bisognosi i di lei fratelli, che pure avevano tanta ragione per succedere nella signoria di Barnabò, quanta ne aveva il conte per essere succeduto nella signoria a Galeazzo. Di tanti figli che aveva Barnabò, malgrado le potenti e illustri loro aderenze, non ve ne fu più alcuno che potesse comparir nemmeno a disputare la usurpata porzione del padre, trattone Estore che era figlio illegittimo, il quale potè fare ventisette anni dopo un momentaneo contrasto al duca Filippo Maria, come vedremo. La potenza acquistata in un istante dal conte di Virtù fiaccò l'animo de' suoi sudditi; l'ardimento della sua ambizione, spiegata come un improvviso lampo, unita alla profondissima simulazione, rese attoniti gli altri principi; giacchè gli oggetti più ne soprafanno, quanto più grandeggiano annebbiati. I popoli, oppressi dal duro e violento giogo sofferto, accolsero con allegrezza il cambiamento. La virtù e la giustizia non ebbero parte alcuna in questa rivoluzione, in cui si vide accadere un avvenimento di cui sono frequenti gli esempi; cioè che, posti due colleghi di egual condizione al governo, colui che avrà le passioni più spiegate, dovrà soccombere a colui che saprà coprire colla timidezza l'ambizione, siccome ancora accadde dell'impero del mondo fra Ottavio ed Antonio.