All'ambizione artificiosa del conte di Virtù erano poche ventuna città suddite. Egli pensava a nulla meno che al regno d'Italia: e i primi sguardi ch'egli gettò furono dalla parte del Veronese e del Padovano, per estendere sino all'Adriatico il suo Stato. Egli, siccome dissi, possedeva già Crema, Bergamo e Brescia. Antonio della Scala era signore di Verona e di Vicenza. Francesco da Carrara era signore di Padova. Da gran tempo questi due piccoli sovrani avevano delle discordie, e si facevano delle reciproche ostilità. Il conte di Virtù, simulando zelo per la concordia e per il bene di que' due principi, entrò mediatore per accomodare le loro controversie; e mentre l'una parte e l'altra stavano facendo le loro proposizioni, il conte lusingò il Carrarese, signore di Padova, proponendogli un'alleanza invece del progettato accordo. L'alleanza avea per fine la distruzione dello Scaligero. Il piano era che il Carrara lo dovesse attaccare dalla parte di Vicenza, mentre il conte di Virtù farebbe lo stesso dalla parte di Brescia. L'esito non poteva essere dubbio, poichè Antonio della Scala, posto così di mezzo, non poteva avere scampo. Il frutto era grande, mentre s'offeriva a Francesco Carrara di lasciargli Vicenza, e il conte restava pago di prendere per sè Verona. Non poteva essere l'orecchio del Carrarese adescato da una proposizione più seducente di questa, e incautamente la accettò. La passione antica che aveva contro lo Scaligero, lo acciecò a segno di lusingarsi, che il conte (il quale aveva tradito suo zio, usurpata la sua sovranità, e, coll'apparenza di officiosa mediazione, proponeva un tradimento contro dello Scaligero) sarebbe stato un alleato fedele a lui, poichè fosse reso ancora più forte coll'acquisto del Veronese, e diventato confinante col Padovano! Appena concertata la cosa, il conte mediatore immediatamente pubblicò un manifesto diretto allo Scaligero, diffidandolo che tre giorni dopo quella data veniva a muovergli guerra. (1387) Fu invaso il Veronese dalla milizia del Visconti da una parte, e del Carrara dall'altra. Alcuni malcontenti veronesi, che avevano secreta corrispondenza con Antonio Bevilacqua, comandante delle truppe del conte, aprirono l'ingresso; e il Bevilacqua, fuoruscito veronese e nemico di Antonio della Scala, rese Verona suddita del conte di Virtù; alle armi di cui si sottomisero i borghi e le terre tutte del Veronese non solo, ma del Vicentino e la stessa città di Vicenza. Così terminò la signoria degli Scaligeri l'anno 1387. La conquista fatta dal conte, della città di Vicenza, era una violazione dei patti. Contra di essa reclamava il signore di Padova Francesco da Carrara. Il conte rispondeva che egli teneva Vicenza, non come cosa spettante a lui, ma come l'eredità di Caterina sua moglie, figlia della regina Scaligera, moglie di Barnabò. Il Gatari, nella Storia di Padova[151], ci dice che il conte di Virtù, per maneggi secreti, corruppe i favoriti di Francesco da Carrara, e fece che gli consigliassero di alzar ben bene la voce, e declamare contro la perfidia del conte, facendogli sperare che, in tal modo, e il consiglio del conte e la di lui stessa moglie, l'avrebbero certamente indotto a consegnargli Vicenza, anzi che portare la patente macchia d'avere violata la fede; supponendosi a ciò indotti dalla lusinga che, intimorito, il Carrara non avrebbe osato di farne pubblica doglianza. Anche da tale insidia fu côlto quell'incauto principe; e il conte ebbe il pretesto di vendicare le ingiurie proferite da Francesco Carrara; e non solamente ritenne Vicenza, ma invase il Padovano, s'impadronì di Padova istessa, fece prigioniere l'infelice Francesco da Carrara, e trasportollo nella torre di Monza, ove terminò i suoi giorni. Io ho delle monete del conte di Virtù, signore di Padova, e sono già pubblicate altre monete del medesimo come signore di Verona, le quali monete vennero coniate probabilmente dalla zecca di Milano o nell'anno 1387, ovvero poco dopo. Da questi fatti compare chiaramente il carattere di Giovanni Galeazzo. Gli editti che pubblicava erano composti con frasi che indicavano religione, pietà, moderazione. S'invocava Dio; se gli rendeva omaggio di ogni prospero successo; si fabbricava il Duomo; si fondava la gran Certosa presso Pavia; ma la morale non era punto rispettata. Le animosità e le contese fra gli Scaligeri ed i Carraresi ebbero tal fine. E per lo più così accadde che i piccioli nemici combattono colla chimerica lusinga di soggiogare i loro emuli; e un terzo si presenta, il quale tranquillamente profitta delle loro spoglie; giugnendo poi i rivali rovinati a conoscere, ma tardi, che assai miglior partito è quello di tollerarsi scambievolmente, e rimanere concordi ed uniti, per ottenere stabilità di fortuna, e tranquillo e decoroso godimento di essa.

Poichè per tal modo ebbe Gian Galeazzo estesi i suoi confini sino al mare Adriatico, rivolse le sue cure a dilatarli al lungo dell'Italia, al di là di Bologna, nella Romagna e nella Toscana. Egli conquistava per mezzo de' suoi generali. Prese colle armi Bologna. Molto si stese nella Romagna. Perugia, Spoleti, Nocera, Assisi furono da lui acquistate. Nella Toscana egli comprò Pisa collo sborso di ducentomila fiorini, e gliela vendette Gerardo Appiani, che era succeduto al padre in quel dominio. Egli acquistò Siena, che se gli rese per dedizione spontanea[152]. La repubblica di Firenze non poteva con tranquillità rimirarsi in tal modo cinta dai nuovi Stati del conte, la di cui ambizione non aveva limiti, e si venne alle ostilità. Nel loro manifesto i Fiorentini dissero:[153] Sed profecto nosmetipsos, vana fide delusi, decipiebamus, persuadentes nobis illum esse posse fidelem, qui tam infidelis extitit nepos et gener et frater, in patruum, socerum, atque fratres, cujusque toties, et nobis, et aliis, probata fides erat nihil habere constantiae, nisi solum in hoc ut fidem quam promiserat non servaret... Nos versa vice tyranno Lombardiae, qui se regem facere cupit, et inungere, bellum indicimus[154]. Stimolarono i Fiorentini il re di Francia, e non si sa con quai mezzi l'indussero, malgrado gli stretti vincoli del sangue, a spedire per la Savoia, un corpo di diecimila francesi, comandati dal conte d'Armagnac. Sebbene il duca di Savoia fosse pure stretto parente del conte, che era figlio di Bianca di Savoia, pure lasciò libero il passo a queste truppe. Il comandante conte d'Armagnac era parente stretto di Carlo Visconti, figlio di Barnabò, che viveva miseramente ramingo colla sua moglie Beatrice d'Armagnac. L'armata francese si portò rapidamente sotto di Alessandria, città munita di valido presidio, comandato da quel Jacopo dal Verme che aveva fatto prigioniere Barnabò. I Francesi si presentarono con insulto, deridendo, provocando, ed invitando se avevano coraggio di venir fuori que' poltroni Lombardi. Si vide poi che è più facile l'oltraggiare che il vincere. Uscì Jacopo dal Verme il giorno 28 di luglio dell'anno 1391, e, per risposta, prese il conte di Armagnac prigioniere, e tutti que' francesi che non rimasero sul campo. Così terminossi quella spedizione; e il conte ben presto si accomodò colla Francia, facendole sperare di sottomettere colle sue armi Genova, e darla a quel re; il che poi non avvenne. Il conte per altro sembrava affezionatissimo ai Francesi. Ei si faceva pregio della contea di Virtù, che era un piccolo feudo della Francia nella Sciampagna, portatogli in dote dalla prima moglie Isabella, figlia del re di Francia Giovanni II. L'essere stato sino dalla fanciullezza unito con una amabile principessa di Francia, gli aveva lasciata quella propensione. Il conte, nell'anno 1387, maritò Valentina Visconti, l'unica sua figlia, a Luigi duca di Torrena e conte di Valois, fratello del re di Francia Carlo VI. Le sborsò quattrocentomila fiorini d'oro per sua dote, e le assegnò pure in dote Asti, e tutte le terre e castelli del Piemonte. Di più, volle riservare a lei ed a' suoi figli la ragione di succedere negli Stati suoi in mancanza di successori maschi legittimi e naturali; poichè allora non per anco ne aveva: di che erasene incolpata la stregoneria del signor Barnabò, come dissi. Questa riserva di successione fu poi cagione funestissima di miseria e rovina allo Stato, allorchè, centododici anni dopo, il re di Francia Lodovico XII (che era salito sul trono dopo Carlo VIII, morto senza figli), venne a far valere le ragioni della sua ava paterna Valentina Visconti, per essere estinta la linea legittima di Matteo I Visconti. Se poi il conte di Virtù, che aveva ottenuta la sovranità, per sè e suoi successori maschi legittimi e naturali, dal consiglio generale due anni prima, avesse facoltà di trasferirla ai discendenti delle femmine; e se ciò fosse conforme alla pace di Costanza, all'eminente sovranità dell'Impero, di cui era vicario, ed al buon diritto, sarebbe facil cosa il deciderlo, qualora la questione si fosse trattata fra privati avanti un tribunale. Il conte dava una cosa non sua. Pure, questa incautissima eventuale sostituzione serve di una dolorosa epoca nella nostra storia, per le guerre, le invasioni, la scissione che poi ne avvenne del nostro paese.

Se i Fiorentini erano in armi, e se movevano altri principi contro di Giangaleazzo conte di Virtù, per porre argine alle conquiste ch'egli faceva nella Toscana, non avrebbero certamente i papi risparmiato dal canto loro di adoperare tutti i mezzi ch'erano in loro potere, contro di un principe invasore del loro Stato, e che occupava Bologna e le altre città che abbiamo accennate. Ma gl'interessi della Santa Sede erano turbati interamente. V'erano due, ciascuno de' quali pretendeva d'essere papa; e questo scisma, incominciato sin dall'anno in cui morì Galeazzo II, durò da un successore all'altro per lo spazio di ben quarant'anni. Alcuni paesi decisamente riconoscevano uno de' due papi per legittimo sommo pontefice. Lo scaltrito conte di Virtù non volle mai decidersi; ma adescò ed un papa e l'altro, lasciando sperare a ciascuno di volersi per esso determinare; e frattanto che i due competitori, con prodiga compiacenza, gareggiavano per guadagnarsi l'amicizia sua, egli andava togliendo alla Santa Sede lo Stato, ed operando ne' suoi dominii come s'ei fosse padrone di tutto, disponendo anche delle cose ecclesiastiche. La politica del conte era tale, che volle ottenere e da Urbano VI, che stava in Roma, e da Clemente VII, che risedeva in Avignone, la dispensa per contrarre le nozze con Caterina Visconti, sua cugina, l'anno 1380; e ciò sotto pretesto di timorata coscienza, non essendo egli ben certo quale de'due papi fosse il vero. Con tal mezzo,[155] Omnes dignitates, dice l'Annalista piacentino[156], et beneficia ecclesiastica terrarum ipsius domini comitis, quae erant conferenda, dictus dominus comes ipse conferebat cui volebat, et dictus dominus papa dicta beneficia et dignitates confirmabat omnibus illis quos dictus dominus comes elegerat. Ciò nondimeno i principi minori d'Italia erano collegati contro del conte; e fra questi eravi il signore di Mantova Francesco Gonzaga, gli Stati del quale, come più vicini, erano ancora più degli altri in pericolo; sembrando inevitabile anche per lui il destino dei signori della Scala e de' signori di Carrara. L'armata del conte, spedita contro il Mantovano, era comandata da Jacopo dal Verme. I Fiorentini non potevano soccorrere il Gonzaga, perchè il conte altro corpo di truppe teneva contro Firenze. Il Po era coperto di navi con armati dall'una e dall'altra parte; ed il Gonzaga aveva fabbricato su di quel fiume un ponte, di legno bensì, ma tanto forte e munito, che il dal Verme non credè di attaccarlo. Sotto di questo ponte si ricoveravano le navi mantovane ogni volta che dalle nostre venivano minacciate di offesa, come frequentemente accadeva. (1397) Il dal Verme, che non poteva innoltrarsi senza essere padrone del fiume, per cui riceveva la vettovaglia, immaginò uno stratagemma, che fu poi imitato dal re di Svezia Carlo XII alla Duina, mentre guerreggiava nella Polonia. Fece disporre un buon numero di barche piccole, e le caricò di paglia e di legna da ardere. Aspettò un buon vento favorevole; vi accese il fuoco, e il vento, unito alla corrente, portarono le barche sotto del ponte, ed immersero quel presidio nel fumo anche prima che il fuoco lo distruggesse. Ebbe cura che le barche fossero più larghe di quello che non erano i vani del ponte, per modo che, ivi giunte, vi rimanessero, e ne seguisse l'incendio, e così avvenne, dato che fu il fuoco alla paglia, e lasciate le macchine in poter del fiume. Nello stesso momento egli attaccò per terra la testa del ponte, talchè i Gonzaghi, sorpresi, e nemmeno potendo conoscere ove occorresse di portare soccorso, non s'avvidero del fatto se non dopo che fu rovinato il presidio ed il ponte, e perduta la difesa del Po. Jacopo dal Verme colse il momento della costernazione dei nemici, de' quali ben mille si erano sommersi col ponte, attaccò le navi de' Gonzaghi colle sue, e terminò questa battaglia navale colla presa di tutte le navi del nemico, il che accadde il giorno 14 di luglio dell'anno 1397. Pareva dopo ciò inevitabile la presa di Mantova e di tutto lo Stato del Gonzaga. Ma questi ricorse ad uno stratagemma men nobile e meno eroico, ma che lo sottrasse dall'imminente destino. Trovò un falsario che seppe esattamente contraffare una lettera di Giangaleazzo Visconti, e con questa lettera ordinò al dal Venne di ritirarsi dal Mantovano, come seguì. L'occasione passò, e il Gonzaga si sottrasse alla rovina[157]; poichè attaccò l'armata priva del suo generale, e nel momento in cui nessuna disposizione vi era per la difesa, ebbe il campo di batterla. Il mestiere di falsificare le lettere del principe convien credere che in que'tempi fosse in uso, poichè il conte di Virtù, l'anno 1393, fece a tal proposito un editto che decretava a que' falsari un'atrocissima pena:[158] Cum catena ferrea alligetur ad unam columnam, cum uno annulo ferreo revolvente se, et cum quo ipse homo revolvere se possit circumcirca ipsam columnam, longinqua catenus quatenus plus fieri poterit, ita ut mortem dolentiorem sustineat; ibidem tamen comburatur ita quod moriatur. così leggesi in quel decreto, che pare scritto dallo stesso secretario che serviva Galeazzo, padre del conte.

Sino dall'anno 1380 il conte di Virtù aveva ottenuto, siccome dissi, dall'Imperatore Venceslao il diploma di vicario imperiale. Ma questa dignità personale poteva non essere data a' suoi figli, e la elezione d'un nuovo imperatore poteva farla perdere al conte medesimo, il quale non dimenticava i figli di Barnabò e le pretensioni che avrebbon potuto far valere, sì tosto che le circostanze loro fossero favorevoli. Per tal cagione egli cercò d'essere formalmente investito da quell'augusto come vassallo di tutti gli Stati che possedeva, onde per tal modo rimanesse la successione e la sovranità perpetua ne' suoi discendenti. La richiesta venne esaudita dall'imperatore Venceslao, col mezzo di centomila fiorini d'oro che ei ricevette dal conte. Gli Stati del conte vennero eretti in ducato, e il conte venne dichiarato duca di Milano, con un diploma segnato il giorno 2 di maggio dell'anno 1395; e con altro diploma posteriore l'imperatore dichiarò le venticinque città che intendeva comprese nel ducato concesso, cioè Arezzo, Reggio, Parma, Piacenza, Cremona, Lodi, Crema, Bergamo, Brescia, Verona, Vicenza, Feliciano, Feltre, Belluno, Bassano, Bormio, Como, Milano, Novara, Alessandria, Tortona, Vercelli, Pontremoli, Bobbio e Sarzana. Oltre queste città lo stesso augusto investì il nuovo duca d'una distinta contea, transitoria pure a' suoi discendenti, nella quale si comprendevano Pavia, Valenza e Casale. Il diploma è del giorno 13 ottobre 1396. Così quell'augusto venne a staccar dall'Impero ventotto città, che formavano la maggior parte dell'antico regno italico; e il duca ne diventò legittimo sovrano. Altre città possedeva Giangaleazzo, non comprese in quel diploma; poichè, sebbene avesse ceduto Padova e dato in dote alla principessa Valentina Alba ed Asti, ancora Bologna, Pisa, Siena, Perugia, Nocera, Spoleti ed Assisi erano sue suddite; per lo che era egli sovrano di trentacinque città. La solenne funzione di rivestire delle insegne ducali il nuovo duca si celebrò in Milano sulla piazza di Sant'Ambrogio, il giorno 8 di settembre dell'anno 1395. In que' tempi non v'erano altri duchi in questa parte d'Italia; quindi la funzione fu solennemente celebrata con infinito corso di forestieri, e come dice il Corio, «al spectaculo de tanta solemnitate vi concorse quase de tutte le natione de christiani, ed anche infedeli, in modo che ciaschuno diceva non più potere maggior cosa videre[159]». Io ho un esemplare manoscritto della orazione che recitò il vescovo di Novara in mezzo di quella pompa, sulla piazza di Sant'Ambrogio. Essa incomincia così:[160] Ecce testem populis dedi eum ducem, et praeceptorem gentibus. — Venerabiles patres, spectabilesque domini mei, plurimum merito venerandi, tota Mediolanensium patria potest a me condiligenter quaerere: — dic, quaeso, Novariensis episcope, quae sacrum moverunt caesareum animum nostrae comunitati ducatus exhibere fastigium? — Ad quam ego: — quadruplex rerum conditio; dirigens benignitas Regis aeternalis; prosequens conformitas actus parentatis; obsequens fidelitas domus Viperalis; congruens utilitas plebis generalis. Poi dopo s'impegna a provare con varii testi della Sacra Scrittura, che Giangaleazzo era stato dall'imperatore creato duca per volere di Dio; per inclinazione di quell'augusto, che, sull'esempio de' suoi maggiori, beneficava la casa Visconti, per rimunerazione della fedeltà colla quale i Visconti erano sempre stati affezionati all'imperatore, e per bene generale de' numerosi popoli che obbedivano a Giangaleazzo. Indi l'oratore passa alle lodi dell'Impero Venceslao, nel quale trova:[161] Celebris potentia validi vigoris; nobilis prosapia fulgidi decorit; hilaris clementia placidi datoris; e continua a dimostrare queste asserzioni ritmiche, con fasi e modi singolarissimi. Poi, terminato l'encomio di Venceslao, passa a tessere quello del nuovo duca, e le sue lodi sono:[162] Generis propinquitas, multum radiosa; corporis formositas, multum speciosa; animi tranquillitas, valde virtuosa. L'oratore vescovo di Novara era Pietro di Candia, che poi diventò papa col nome di Alessandro V; e tale sermone fu allora ammirato da tutti come un capo d'opera della più nobile eloquenza. Eppure trentacinque anni prima Petrarca era domiciliato presso quella piazza medesima! Convien dunque dire che le eleganti adunanze che ivi aveva tenute, e quelle del suo Linterno, non avessero lasciato alcuna traccia[163]. Il Corio descrive i donativi magnifici che fece il duca di superbi vasi d'oro e d'argento, collane d'oro, drappi ricchissimi d'oro e seta, cavalli signorilmente bardati, ed altri generosi regali distribuiti ai convitati. Il grandioso pranzo lo diede il duca nell'antica corte dell'Arengo, ossia Broletto Vecchio, dove oggidì sta la regia ducal corte. Il Corio ce ne dà la descrizione, ed io la riferisco, perchè dà idea del costume di quei tempi. Si cominciò con presentare a ciascuno de' convitati «aqua a le mano, stillata con preciosi odori; e puoi seguitarono le imbandisone, tutte accompagnate con trombe ed altri diversi suoni; la prima delle quali fu, marzapani e pignocate dorate, con arme dil serenissimo imperatore e nuovo duca, in taze doro, con vino bianco; deinde pollastrelli con sapore pavonazzo, cioè uno per scotella e pane dorato; puoi porci dui grandi dorati e dui vitelli parimente dorati. Inde vi furono portati grandissimi piatelli dargento, e per caduno pecti dui de vitello; pezi quattro de castrato; pezi due de sensali. Capretti dui interi, pollastri quattro, capponi quattro, persutto uno, somata una, salzici dui, e sapore bianco per minestra, e vino greco. Doppo furono portati altri piatelli di simile grandezza con pezi quatro de vitello a rosto; capreti dui interi; lepori dui intere; pizoni grossi sei; cunelli quattro. Puoi pavoni quattro, cotti et vestiti; orsi due dorati con sapore citrino. Doppo furono portati altri grandissimi piatelli dargento con faxani quatro per cadauno, vestiti; ed a quelli seguitavano conche grande di argento, con uno cervo intero dorato; daino uno similmente indorato, e caprioli dui con galantina. Puoi piatelli come di sopra con non puocho numero de qualie e pernice con sapore verde; puoi furono portate torte di carne dorate con pere cotte. Doppo fu dato acqua a le mano, facta con delicati odori, ali quale seguitava pignocate in forma de pessi, inargentate. Puoi pani inargentati, limoni syropati, inargenti in taze, pesce rostito con sapore rosso, in scutelle d'argento, pastelli de inguilli, inargentati. Puoi piatelli grandi de argento furono portati con lamprede e gallatina inargentata, trute grande con sapore nero, e sturioni dui, inargentati. Inde fu portato torte grande verde, inargentate, mandole fresche, vino legiero, malvasia, persiche e diversi confecti a varie fogie[164]». Pare che l'usanza fosse allora nei conviti pomposi di collocare nel centro della gran mensa de' pezzi enormi, come maiali, vitelli, orsi, cervi, daini, sturioni interi o dorati o inargentati, ovvero rivestiti colla loro pelle naturale e internamente arrostiti. Pare che queste masse non servissero ad altro che alla vista dei commensali durante il convito, e che quello finito si concedessero da depredare festosamente al popolo. Per cibo de' commensali si ponevano loro davanti, all'uso monastico, dei piatti minori. I sapori bianco, nero, rosso, verde, citrino e pavonazzo, pare che fossero salse di colori e gusti diversi. L'usanza di coprire con foglie d'oro e di argento i cibi anche oggi si conserva in alcune ciambelle di monache: gli speziali lo fanno altresì per diminuire la nausea alle cattive cose che presentano da inghiottire; e nella nostra plebe rimane ancora il proverbio di mangiare il pan d'oro per significare una vita signorile e deliziosa. In mezzo a questa stomachevole abbondanza, degna di quel tempo, in cui si ammirava l'accennata eloquenza del vescovo di Novara, confesseremo che nella eleganza di servire con acque odorose per lavarsi, erano quegli uomini più colti e raffinati che ora non lo siamo noi.

L'ambizione di Giovanni Galeazzo non era sazia giammai, e voleva per ogni modo quel principe lasciare ai secoli venturi la fama di sè medesimo. Felici i suoi popoli s'egli avesse temuto la cattiva fama! Egli ordinò una compilazione degli statuti di Milano, la quale si pubblicò il giorno 13 di gennaio dell'anno 1396, ed è la medesima che venne stampata poi l'anno 1480, in Milano, da Paolo Suardi, con assai bella edizione. Egli fece immaginare la genealogia del suo casato; e questa fu compilata nella maniera più grossolanamente fastosa che dir si potesse. Si creò allora la cronaca de' conti di Angera, celebre presso di molti fra i nostri autori. Si riascese nulla meno che al troiano Enea, il nipote di cui, per nome Anglo, si fece fondatore d'Angleria, nome latino d'una rocca del distretto del lago Maggiore chiamata Angera. Da Anglo se ne fanno discendere molti re, molti eroi e finalmente Matteo Visconti. Appoggiati in questa genealogia i successori di Gian Galeazzo ambirono poi di aggiugnere al titolo di duca di Milano quello ancora di conte d'Angera e talvolta semplicemente Anglus; come fra gli altri ambì di fare Lodovico Sforza, che nella leggenda delle sue monete per questo si potrebbe credere un inglese. Anche il titolo distinto di conte di Pavia lo aggiunsero i successori, per essere quella una contea separatamente infeudata; e per lo più il principe ereditario chiamavasi conte di Pavia. Vi bisognava nulla meno che una ignoranza totale della storia, per ispacciare seriamente la impostura dei conti d'Angera. Eppure il duca fu contentissimo di quella adulazione; e la cronaca venne accolta con riverenza e con fede. La stessa ambizione della immortalità portò il duca a fabbricare la chiesa e la magnifica Certosa presso Pavia, dotandola signorilmente, in guisa che era uno de' più grandiosi e ricchi monasteri che avesse quest'ordine. Finalmente allo scopo medesimo mirò colla fabbrica del Duomo di Milano, immaginato ed innalzato da lui. Allora non v'era in Roma la superba chiesa di San Pietro, nè in Londra quella di San Paolo; e il tempio che disegnò Gian Galeazzo ed innalzò in Milano, per que' tempi, era il più grande, il più ardito e il più magnifico del mondo, senza eccettuare Santa Sofia di Costantinopoli. Se la fabbrica siasi cominciata nell'anno 1386, ovvero nel 1387, è un soggetto di controversia nel quale non entrerò. Nemmeno entrerò io a trattare del gusto di questa immensa mole, tutta caricata di minutissimi lavori di marmo, con tanta prodigalità e capriccio, che costano secoli e tesori gli ornati, le balaustrate, le guglie e i terrazzi che la coprono, e non sono visibili se non agli uccelli, o a que' pochi che hanno la curiosità di salire centottanta braccia, quant'è l'altezza dell'ultima guglia, per rimirarle. Il duca volle fare questo tempio abbandonando la simmetria degli ordini eleganti di architettura, e seguendo il gusto di fabbricare della Germania. Io non saprei a tal proposito esprimermi tanto bene, quanto ha fatto nell'elogio del Cavalieri il nostro immortale abate Paolo Frisi: «Gli architetti fatti allora venire dalla Germania, avendo preferita la nativa loro maniera di fabbricare agli ottimi modelli che sino da quei tempi vedevansi nella Toscana, ci lasciarono nella gran fabbrica del nostro Duomo un monumento della rozza opulenza, piuttosto che del buon gusto. Anzi il nuovo modello, imponendo colla sua stessa grandiosità, e confondendo le idee della simmetria, dell'euritmia e del bello, servì piuttosto a ritardare fra di noi i progressi della maestosa e nobile architettura»; così egli. La lunghezza del Duomo è di braccia duecentoquarantanove e mezzo; la larghezza massima della croce è braccia centoquarantotto e un ottavo; e la larghezza della chiesa è braccia novantasette. Il nostro braccio è l'estensione di un piede e dieci pollici di Parigi, così che sei braccia si calcolano prossimamente undici piedi reali di Francia[165]. Questo grande edificio è tutto di marmo bianco ed alquanto trasparente, che si cava da un monte del lago Maggiore, verso Domodossola. Il duca arricchì questa fabbrica di assai pingue patrimonio; ma per innalzare la immensa mole vi vollero generose e moltiplicate obblazioni; ed il Corio ci racconta che, essendo stato nell'anno 1390 pubblicato in Roma un Giubileo, «dove Lombardi per le continue guerre e turbazione non essendogli potuto andare, Bonifacio pontefice, ad intercessione de Giovanne Galeazzo Vesconte, la concesse a Milano ne la medesima forma che era a Roma, cioè che ciaschuno nel dominio dil Vesconte sì anche non fusse contrito ne confesso, fusse absoluto di qualunque peccato... offerendo al primo Tempio due parte de le tre che avrebbino speso ne lo andare a Roma, de la cui oblatione due parte dovevano essere de la fabrica dil celeberrimo Tempio, e la tertia parte al pontefice: a questa indulgentia li ultimi dui mesi gli concorse innumerabile moltitudine de Lombardi[166]». Si è temuto questo passo del Corio, che asserisce avere il papa accordata l'assoluzione anche ai non pentiti; e per ciò nelle più recenti edizioni questo pezzo fu ommesso. Non vi è però motivo alcuno di temere sinistra impressione, dappoichè l'instancabile nostro conte Giulini ha pubblicata la bolla medesima di Bonifacio IX, che ritrovasi nell'archivio Panigaroli, nel registro A, pag. 169, in cui chiaramente si legge:[167] Vere penitentibus et confessis[168]. Il Corio si è ingannato attribuendo quella opinione al papa. Ma non credo io ch'egli poi siasi ingannato, asserendo che tale opinione comunemente sì facesse correre per adescare in gran numero i donatori. Infatti già vedemmo al capitolo undecimo, come il cardinal legato Bertrando del Poggetto, sessantanove anni prima, aveva pubblicata la Crociata per la distruzione di Matteo I, promettendo a chi vi si arruolava assoluzione intera,[169] liber et mundus sit tam a culpa, quam a poena. Questa opinione erronea e funesta era dipoi andata serpeggiando per modo, che lo stesso Bonifacio IX, in un suo breve, scrisse a disinganno di chi si lasciava adescare:[170] Non veras, et praetensas facultates hujusmodi mendaciter simulant, cum etiam pro parva pecuniarum summula, non poenitentes, sed mala conscientia satagentes iniquitati suae quoddam mentitae absolutionis velamen praetendere, ab atrocibus delictis nulla vera contritione, nullaque debita praecedenti forma (ut verbis illorum utamur) absolvant, mala ablata, certa, et incerta, et nulla satisfactione praevia (quod omnibus saeculis absurdissimum est) remittant[171]. V'erano dunque pur troppo i comodissimi dottori, che, per carpire denaro, addormentavano gli uomini nel delitto; e non è difficile che questi venissero adoperati per innalzare il Duomo; nel quale il duca pensò di lasciare ai secoli un monumento eterno della sua grandezza. Da tali fatti si può concludere che allora non v'era idea di eloquenza; non si studiava la storia, cattivo era il gusto di architettura, e poco dissimile quello della mensa; e quel che è peggio di tutto ciò, correva una morale infame, per cui si credeva col denaro di cancellare qualunque iniquità, senza bisogno alcuno di pensare a diventar migliori. I lodatori de'tempi antichi, torno ancora a ripeterlo, non sanno la storia.

La vendita che aveva fatta l'imperator Venceslao di tutto il regno longobardo, ossia italico, al nuovo duca, mosse i principi della Germania a formare un partito per deporre quel sovrano dal trono augusto, dal quale aveva staccata una parte così importante. Altri motivi di doglianza avevano ancora contro di lui. (1401) Quindi dichiararono imperatore Roberto conte Palatino di Baviera, e Venceslao deposto; il che avvenne l'anno 1401. Il papa, i Veneziani ed i Fiorentini animarono il nuovo Cesare a comparire nell'Italia, per rivendicare le terre staccate dall'Impero; e gli promisero tutti i soccorsi. Il nuovo imperatore, prima di venire, scrisse al duca la lettera seguente, che ci ha conservata il Corio:[172] Robertus de Bavaria, Dei gratia, Romanorum rex, et Rheni comes Palatinus. Tibi Johanni Galeaz, militi Mediolanensi, praecipiendo mandamus, quatenus omnes civitates, castra, terras, et loca Romano Imperio et ditioni nostrae spectantia, quae in Italia occupata indebite detines, Nobis, quibus Romani Imperii gubernatio, ex electione de nobis imperatore per Imperii electores canonice facta, ad me spectat et pertinet, restituere ac resignare debeas, alioquin ut sacri Imperii terrarum, et jurisdictionum invasorem, et nostrum hostem et rebellem diffidamus. A tale intimazione così rispose il duca:[173] Tibi Roberto de Bavaria nos Johannes Galeaz Vicecomes, Dei et serenissimi domini Vincislai Romanorum et Bohemiae regis gratia, dux Mediolani, etc., ac Papiae et Virtutum comes. Per praesentes respondemus quod quascumque civitates, castra, terras et loca in Italia possidemus, et a prefato serenissimo domino Vinceslao, Romanorum rege, et sacri Imperii gubernacola canonice possidente, tenemus et possidemus, ipsasque a te, Imperii invasore atque praefacti domini Vincislai et nostri hoste manifesto, defendere prorsus intendimus, teque, ipsorum Imperii et dominii Vincislai regis atque Nostrum hostem manifestum, si nostrum territorium invadere praesumpseris, diffidamus[174]. L'effetto di queste bravate non fu altro, se non che il nuovo augusto Roberto passò le Alpi, e dal Tirolo venne sul Bresciano. L'armata del duca se gli affacciò; e il giorno 21 di ottobre dello stesso anno 1401, battè gl'imperiali per modo che condusse a Brescia un buon numero di prigionieri, due stendardi e più di mille cavalli; il che risulta dagli antichi registri della città sovra memorie contemporanee, consultate e pubblicate dal nostro conte Giulini[175]. Il conte Alberico di Cunio e di Barbiano ebbe gran parte dell'onore di questa vittoria[176]. Egli fu molto caro a Barnabò. Alberico fu istitutore della società militare di San Giorgio, che liberò l'Italia da masnadieri esteri. La virtù e il nome di questo illustre italiano vivono ne' nobilissimi suoi discendenti[177]. La presa di due stendardi significava allora assai più che non farebbe in questo secolo, nel quale abbiamo moltiplicato le insegne, non saprei a qual altro uso, fuori di quello di attestare con maggior autenticità le proprie perdite quando vengon prese da' nemici, stipendiando a tal fine molti uomini inutili per la battaglia. L'apparizione del re Roberto fu momentanea, poichè dopo quell'incontro voltò strada, e per la via di Trento se ne ritornò nella Germania. (1402) A tale stato di prosperità era giunto Giovanni Galeazzo Visconti nell'anno 1402, che tutto si piegava sotto la potenza di lui. Altro più non gli restava se non di sottomettere Firenze, la quale era già cinta d'assedio dal conte Alberico; e fra poco la Toscana, la Romagna in buona parte, e la Lombardia non avrebbero avuto altro padrone fuori che lui. Così il Visconti aveva nuovamente radunato in un sol corpo l'antico dominio de' re longobardi, nè altro più gli mancava che il solo titolo di re. Il Corio ci attesta che il manto reale, il diadema, lo scettro erano già preparati dal duca; e per celebrare la funzione di farsi consacrare, aspettava soltanto l'avviso della resa di Firenze. I generali del duca erano i migliori di quei tempi: Jacopo dal Verme, Ottobuon Terzo, Facino Cane e il conte Alberico di Barbiano. Il duca contava il quarantanovesimo anno della età sua mentre aveva in faccia questa ridente e grandiosa scena; quando morì in Marignano, il giorno 5 di settembre dello stesso anno 1402; e così ogni cosa cambiò aspetto; e tutte le previdenze umane, e tutt'i lunghi fili tessuti per un avvenire sempre indipendente dagli uomini, rimasero troncati. Fu veramente magnifica e reale la pompa funebre che si celebrò in Milano per Giovanni Galeazzo I duca. Ne abbiamo la descrizione minuta[178]. Intervennero al funerale gli oratori di ciascuna delle città suddite; gl'inviati di tutti i principi esteri; e quaranta illustri consanguinei della agnazione Visconti. Le insegne di tutte le città e borghi principali del dominio, portate da duecentoquaranta uomini a cavallo; duemila uomini vestiti a bruno, con grosse torce di cera; tutt'i vescovi sudditi; il feretro, portato dalle cariche di corte, sotto di un baldacchino di broccato d'oro, foderato d'armellini; le insegne ducali, portate dagli araldi, il tutto formò uno spettacolo maestoso.

Il carattere di Giangaleazzo si manifesta bastantemente dalle sue azioni. Sant'Antonio lo ha dipinto con odiosissimi colori. Il nostro Corio lo dice prudentissimo ed astuto, che sfuggiva il commercio degli uomini, pigro, timido nell'avversità, e audace nella prospera fortuna, simulato, vano ed infedele alle promesse. Io dirò che egli era ambizioso, senza elevazione d'animo, superstizioso, senza vera religione, mite, senza principio di virtù. Egli non ebbe l'atrocità del padre e dello zio, ma nemmeno ebbe la franchezza del carattere del secondo. Tutto in complesso, egli però fu men cattivo principe di quello ch'essi furono: dal che non risulta gran lode. Nel suo regno vi sono de' fatti grandi; ma nessuno ve n'ha di nobile e generosa indole. I sudditi dovettero sopportare pesantissimi aggravii, com'era necessario di fare per supplire alle grandiose spese che assorbivano le armate, le pompe, le compre di Stati e di titoli, e tutti i maneggi che prese il duca a trattare. Il nostro Annalista ci scrive:[179] Dux noster imposuit taleas, conventiones, et mutua intra dominium subditis suis ita magna et continua, quod ipsis oportebat per peregrina loca vagari, non valentes dicta onera sustinere, et fuit ululatus viduarum, et orfanorum, et aliorum singulorum, et maximus strepitus inferiorum, et immensae crudelitates. Et non valentes solvere detinebantur, et bona sua a stipendiariis usurpabantur[180]. Questi mali però in Milano si dovettero sopportar meno che altrove. Una popolata capitale, che è patria del sovrano, in una recente signoria, sempre è rispettata. I clamori sarebbero troppo vicini all'orecchio del principe. Milano infatti, alcuni anni dopo, malgrado il disordine che dovette soffrire sotto il governo del secondo duca, era popolata, ricca ed animata colla industria. Allora in questa capitale colava il denaro che dovevano portarvi gli oratori delle trentaquattro città soggette al duca, quello che vi spendevano i ministri dei principi esteri, quello che vi consumava il duca per la sua corte e per le sue pompe, quello che si raccoglieva per fabbricare il Duomo dalla divozione de' cittadini delle altre città; e per conseguenza aveva mezzi grandi per i tributi. Certamente che il duca pose in opera tutti i ripieghi per radunare il denaro, e fra questi ricorse ad uno di que' metafisici ritrovati che, colla idea di tener celato il tributo, opprimono i popoli, più ancora di quello che non faccia un tributo sinceramente richiesto. L'Argellati ci ha pubblicata la legge monetaria, colla quale comandò quel principe che tutte le monete si dovessero spendere a maggior numero di lire; così che, da quel giorno in avanti, la moneta che correva per tre soldi, dovesse essere spesa ed accettata per quattro soldi; salvo però il pagamento de' tributi, che eccettuò e volle che venissero pagati a ragguaglio dell'antica moneta[181]. Con questa operazione quel sovrano defraudava i suoi creditori e stipendiati d'una quarta parte di quanto loro competeva. Ma tanti furono gli inconvenienti di questa indiretta operazione, che poco dopo la dovette rivocare, e restituire le monete al primiero loro corso; di che ne ha trovati i documenti il conte Giulini nell'archivio della città[182]. La superiorità che aveva il Visconti sopra degli altri principi confinanti si conosce dalle frasi che adoperava nelle lettere ch'egli scriveva; e ciò anche da principio, avanti che avesse tanto dilatato il suo dominio ed acquistata la dignità ducale. Il Corio[183] ci trascrive le lettere che Gian Galeazzo scriveva ad Antonio della Scala, sovrano di Verona e di Vicenza, e le risposte che da quel principe riceveva. Allo Scaligero il Visconti scriveva nulla più che Vir Magnifice; ed esso, nella risposta al Visconti, Illustris et excelse Pater noster praeclarissime. Nel corpo della lettera il Visconti scriveva Nobilitati, vestrae, e nulla più; e lo Scaligero, Excelsa Paternitas vestra, ovvero Pater Excellentissime. Anche nel carteggio colla repubblica fiorentina si manifestava il superiore riguardo che avevasi per il Visconti. Egli scriveva Magnifici fratres carissimi; ed essi nelle risposte dicevano: Magnifice et Excelse Domine, frater et amice carissime; e nel corpo della lettera, Excellentia vestra.

Il duca Gian Galeazzo, malgrado la severa pietà che dimostrava sino alla ipocrisia, lasciò, morendo, un figlio naturale, nato da Agnese Mantegazza. Questi aveva nome Gabriello Visconti; e il padre, nel suo testamento, lo fece sovrano di Pisa e di Crema. Nel testamento medesimo, egli divise a suo arbitrio lo Stato; poichè al cadetto (de' due figli ch'ei lasciò, nati dalla duchessa Caterina, figlia di Barnabò), non solamente lasciò la contea di Pavia, che aveva ottenuta come un feudo separato, ma vi aggiunse Novara, Vercelli, Tortona, Alessandria, Verona, Vicenza, Feltre, Belluno e Bassano; città tutte staccate dal ducato, il quale doveva pure, in virtù del diploma e colla legge de' feudi, passare interamente nel primogenito, che era Giovanni Maria. Il primogenito adunque rimase duca di Milano; il cadetto restò conte di Pavia; s'intitolò il primo: Johannes Maria Anglus, dux Mediolani, etc., comes Angleriae ac Bonomie, Pisarum, Senarum ac Perusii; e il secondogenito prese a chiamarsi: Philippus Maria, comes Papiae, et Veronae dominus.

CAPITOLO XV. Del duca Giovanni Maria, e del terzo ed ultimo duca Visconti, Filippo Maria.

Dalla metà del secolo decimoquarto sino alla metà del secolo decimoquinto, per lo spazio di cento anni, la storia di Milano presenta come una figura colossale mal connessa, di cui ora si raccozzano ed ora cadono i pezzi; che però in nessuna parte mostra vaghezza ed eleganza, ma rappresenta una figura truce e deforme. Tale fu l'indole di que' tempi e di que' governi, nei quali della virtù appena si conosceva il nome; sotto a principi che considerarono gl'interessi loro, non solamente staccati, ma opposti a quelli del loro popolo, che opprimevano e saccheggiavano anzi che governarlo. Ad onta però dei vizi de' sovrani, Milano s'andò arricchendo; si animò l'agricoltura, si aumentò sempre la popolazione, l'industria si moltiplicò. Perchè la capitale d'un vasto Impero, collocata in mezzo d'una fertile pianura, e comandata da un sovrano (che, malgrado l'atrocità, predilige sempre i suoi concittadini), non può a meno che non cresca. Morto il duca Giovanni Galeazzo, cadde la gran mole dello Stato sotto il governo di due minori. Giovanni Maria, primogenito e nuovo duca, aveva appena quattordici anni, e dieci e non più ne aveva Filippo conte di Pavia, di lui fratello minore. Sarebbe stato difficile in que' tempi il conservare illesa la dominazione, quand'anche il ducato di Milano fosse stato un principato antico, consolidato dalla opinione de' popoli, e la duchessa vedova tutrice fosse stata d'animo bastantemente elevato ed energico per sostenere il peso del governo. Ma oltre i mali inseparabili dalla minorità, lo Stato era un recente aggregato di conquiste, di usurpazioni, di compre; e nessun altro titolo v'era per convincere i popoli della legittimità della nuova dominazione, che la forza. Un diploma comprato da un debole e deposto imperatore, le male arti, le insidie e la più vergognosa mancanza di fede, questi erano i titoli che doveva far valere la vedova duchessa Caterina, donna avvilita d'animo; perchè, per lo spazio di ventidue anni, costretta a soffocare colla dissimulazione il rammarico della rovina di suo padre e de' suoi fratelli, oppressi da quello stesso uomo ch'ella vedeasi giacere al suo fianco la notte, e al quale doveva simulare stima ed affetto. L'orrore del suo misero stato aveva ridotta la vedova principessa affatto incapace di reggere alla testa di una tale sovranità; ed all'animo abbattuto dalla lunga ed uniforme sofferenza de' mali, s'aggiugneva un colpo d'apoplessia già sofferto, che la rendeva ancora più inetta agli affari. I due giovani principi non avevano alcun prossimo congiunto che potesse reggere lo Stato; non un Consiglio appoggiato alla costituzione. La loro rovina era inevitabile. La reggenza cominciò coll'unione di alcuni generali e di alcuni cortigiani, i quali pretesero di formare il Consiglio, presso cui stava la sovranità, sotto il nome del duca Giovanni Maria. Questa unione d'uomini potenti e mal assortiti, di cui ciascuno null'altro aveva per fine che la propria fortuna, e null'altro aspettava se non l'occasione per approfittarsi della gioventù d'un principe per il quale nessuno aveva alcuno zelo; questa unione, dico, colle interne rivalità, e col disordine ed interno scompigliamento, diede in certo qual modo il segnale ai sudditi d'essere giunto il momento opportuno per liberarsi dal giogo che era stato aggravato da Barnabò, da Galeazzo, e recentemente dal primo duca; la dispotica dominazione de' quali non era durata abbastanza per far dimenticare l'antica libertà, se pure è possibile che si dimentichi mai ogni qualvolta si soffre l'abuso del potere sovrano. I Rossi fecero ribellare Parma; Ugo Cavalcabò s'impadronì di Cremona; Giorgio Benzone si fece arbitro di Crema; Brescia se la prese a reggere Giovanni Bosone; Franchino Rusca s'eresse sovrano in Como; Giovanni da Vignate si pose a signoreggiare Lodi; e frattanto i generali del morto duca, che avevano combattuto per lui, ma non sotto di lui, niente affezionati alla sua memoria, andavano saccheggiando lo Stato e occupandone le città per proprio loro conto; come fece Facino Cane, che si rese padrone di Piacenza, di Tortona, di Alessandria, di Novara e di altre terre. (1403) Le armi de' collegati scacciarono i Visconti dalla Romagna, e così Bologna, Perugia ed Assisi vennero cedute al papa il giorno 25 agosto nell'anno 1405. Siena anch'essa scosse il giogo; e poco dopo si dovettero cedere ai Veneziani Verona, Vicenza, Feltro, Belluno e Bassano l'anno 1404, frattanto che il marchese di Monferrato s'impadroniva di Casale e di Vercelli. In tale stato erano le cose, che, due anni dopo la morte del duca Giovanni Galeazzo (due anni appena dopo la real clamide disposta, la corona e lo scettro), i suoi figli tremavano, il primo rinchiuso in Milano colla duchessa sua madre nel palazzo di corte, custodito come un ostaggio in mezzo di una città che, divisa in partiti, tumultuava ogni giorno; e l'altro appiattato nel castello di Pavia e mal sicuro, perchè nella città più di lui potevano i Beccaria: ed ecco il fine di tanta ipocrisia, di tanti maneggi, di tanta simulazione, e di tante violazioni di fede!