Il duca Giovanni Maria, mentre stavasene occulto nel palazzo ducale, nel tempo che i suoi Stati erano ceduti, invasi, saccheggiati, ovvero oppressi senza di lui saputa in suo nome, s'annoiò della compagnia della vedova duchessa sua madre, fors'anco per qualche buon ricordo che ella li desse. Come la cosa andasse non lo sappiamo. La duchessa Caterina dovette staccarsi dal duca suo figlio, e si ritirò a Monza, per ivi passare il resto de' tristi giorni suoi, i quali ben presto terminarono il giorno 17 di ottobre dell'anno 1404. Questa morte si attribuì, non senza fondamento, allo stesso duca suo figlio; e le azioni della sua vita ci levano pur troppo l'inquietudine di essere o maligni o calunniosi nel sospettarlo. I consiglieri di quell'insensato duca non erano sazii mai della preda, e imponevano tributi, prestazioni e gabelle, per fare in ogni modo un buon saccheggio; ma non avendo assoldate truppe bastanti, nè essendo ben organizzata la macchina politica, non sapevano con qual mezzo forzare i sudditi a pagare i tributi imposti, e allora ne immaginarono uno che prova l'indole di quel misero governo. (1406) «E l'anno sexto sopra MCCCC, dice il Corio, Giovanne Maria in Milano dominante, il dicinove di febraro, in uno giorno de Venere, ale XII ore, fu per parte del principe cridato che veruna persona non se odesse in iudicio per infine non fusse satisfacto ala solutione de le taglie imposte tanto in quello anno quanto dil preterito, e parimente che veruno notaro non celebrasse istrumento nel modo come scripto». Cospirava la fisica a rovina del popolo per una pestilenza che uccideva più di seicento persone al giorno[184]. L'interno disordine in Milano giunse a tal segno, che i generali saccheggiavano le case de' ricchi cittadini, facevano i corsari, depredando le mercanzie che navigavano sul Po, e persino, impadronitisi del castello di Milano, scaricavano l'artiglieria sopra della città, nella quale pure vi stava lo stesso duca. Bastano questi falli per concepire una idea precisa della minorità di quel principe; ed io mi credo lecito di trascurare una immensa serie di azioni cattive, uniformi e minute, che nulla ci insegnano di più, e inutilmente renderebbero sempre più meschino il racconto storico di que' tempi. Il duca Giovanni Maria era un impasto di stranissima ferocia. La crudeltà in lui sembra che nascesse non da vendetta nè da impetuose passioni, ma piuttosto da mancanza di riflessione; come si vede ne' fanciulli, che atrocemente incrudeliscono contro i più deboli e timidi animali, senza avvedersene, poichè, nulla pensando allo spasimo d'un vivente sensibile, unicamente si divertono nel fenomeno che producono, e si consolano della loro superiorità. Tale sembra che fosse il carattere di Giovanni Maria, il di cui sovrano piacere era quello di vedere sbranare gli uomini da robusti mastini, ch'egli nodriva per tale oggetto, nel tempo stesso in cui, timido ed imbecille, obbediva con sommessione a qualunque de' generali, i quali a vicenda comparendogli davanti colla forza, lo soggiogavano e lo rendevano pupillo, anche dopo terminata che fu l'età minore: sorta di principato pessima sopra tutte le altre, poichè le tirannie si commettevano senza che il vero autore nemmeno compromettesse il suo nome. Giunto il duca all'età di vent'anni, il giorno 28 di gennaio dell'anno 1408 fece sbranare da' suoi cani Giovanni Pusterla, castellano di Monza, calunniandolo per la morte della duchessa Caterina. Questo innocente e nobile cittadino spirò satollando colle sue membra la fame di que' mastini nel luogo istesso ove, sessant'otto anni prima, aveva terminata la vita, con altro supplizio, Francesco Pusterla, regnando Luchino, siccome vedemmo. Fu consigliato il duca di scolparsi con tal sacrificio dall'accusa d'essere parricida. Bertolino del Maino spirò pure squarciato dai denti di quei mastini. Così cominciò il suo regno il duca Giovanni, terminata che fu la minorità! Il signor Carlo Malatesta, sovrano di alcune città, aveva a lui data in moglie Antonia Malatesta, sua nipote. Egli voleva pure illuminare il genero ed insegnargli i principii per governare lo Stato, e mostrarsi degno di comandare agli uomini; a tal fine, dovendo egli partirsene da Milano per reggere i propri Stati, lasciò al duca alcuni ricordi, i quali tuttora si conservano nell'archivio della città, e furono pubblicati dal benemerito nostro conte Giulini[185]. La sostanza di questo testamento politico si può epilogare nel modo seguente: «La crudeltà è sempre indecente, sempre odiosa, e non di rado funesta. I popoli debbono venerare nel sovrano l'immagine della Divinità, protettrice della innocenza, e placabile col pentimento. Si guardi il principe da coloro che cercano di rendergli sospetti i suoi congiunti o i privati suoi domestici; coloro sono suoi nemici. Risolva da sè il sovrano, ma negli affari ascolti prima l'opinione de' suoi consiglieri; così non accaderà una inconsiderata risoluzione. Meglio è perdonare che distruggere. I tributi s'impongano per vero bisogno, si ripartano con giustizia, si percepiscano con economia, e i cortigiani dieno l'esempio agli altri col pagarli. Non s'intraprendano guerre senza necessità. Non largheggi il principe nel donare superfluamente. Sia inviolabile nel mantenere la parola data, e imparziale per la giustizia. Le cariche si dieno al merito, non mai al prezzo. Nella scelta de' ministri si esamini di quale riputazione godano, e se la vita loro sia proba; chi non è buon marito, buon padre, buon padrone in sua casa, non sarà mai buon consigliere del sovrano. Agli stipendiati si corrisponda fedelmente la paga. Le antiche leggi patrie sieno venerate ed obbedite. Ai ribelli riconciliati si tenga d'occhio, ai pertinaci si tolga il potere». Questo è il trasunto di tale memoria. S'ella fu destinata da Carlo Malatesta per illuminare il duca, non vi fu mai carta più inutile di questa. Se poi egli aveva null'altro in veduta che di lasciare una pubblica disapprovazione della condotta del nipote, non poteva scrivere meglio di così, perchè indicò appunto tutte le massime dalle quali si allontanava quel principe. Andrea Biglia, nel libro secondo della sua storia, ci descrive la barbarie di Giovanni Maria:[186] Genus illud nefandae necis quae canibus urgebatur, adversum plures intendit, tam ferme sanguinis sitiens, ut nullum fere diem per id tempus incruentum sineret[187]. (1409) Il Corio racconta che molti inermi popolari avendo gridato pace, pace, mentre il duca passava avanti della chiesa di Santo Stefano, ad istigazione di due perfidi suoi famigliari, ordinò quel principe alle sue guardie di scagliarsi colle armi in quella misera ed inerme compagnia, il che fu eseguito; e di quegli infelici «oltra a dugento ne occiseno: ed indi fece proclamare, che sotto pena de la forcha veruno più non nominasse pace ne guerra: anchora ordinò che gli sacerdoti ne la missa, in loco de pacem, dicessino tranquillitatem. Doppuoi essendo al prefato duca presentato avante uno figliuolo de Giovanne da Pusterla memorato, forse in età de XII anni, intervenne questa meraviglia anzi miraculo, che, mettendo li cani addosso al fanciullo per squarciarlo, quello se gittò a terra chiamando al duca misericordia, il quale, più incrudelendo, se gli remisse uno ferocissimo cane, chiamato il guerzo, custodito per il Squarza Giramo, assai più che quello crudele contra il sangue humano, ed a suggestione dil quale lo principe molte persone per denti de suoi cani faceva lacerare. Questo cane adunque, per il canetero lassato, puoi che il fanciullo ebbe nasato, se fece a disparte. Ma il principe non per questo revocando la innata crudeltate, cominciò minaciar al Squarza che lo farebbe suspender per la gola; onde remettendo una crudelissima cagna per nome sibillina, parimente quella non volse molestar il fanciullo, che di continuo domandava perdono. Ma Giovanne Maria, più obstinato nel suo furore, comandò al malvagio canatero che scanasse lo innocente garzono, il che voluntiere exequendo, non ancora quegli cani volsino gustare dil suo sangue: ed in tal forma ne faceva morire, ed tanto in questa inaudita crudeltate se delectò, che sino la nocte andava per la cità con il Giramo, inventore de si inaudita sceleragine e favoreggiato da lui per tanto horrendo maleficio, caciando il sangue umano come li cazatori ne boschi le sevissime fere». Così il Corio[188], il quale nella sua gioventù avrà inteso questi atrocissimi fatti da' vecchi che n'erano stati dolenti spettatori. Il Biglia poi scriveva le cose de' suoi tempi, e poteva essere testimonio di veduta. Ho voluto narrar questi orrori colle parole altrui, per risparmiare a me stesso la pena di descrivere cose tanto crudeli, e per togliere ogni sospetto sulla verità dei fatti.
La condotta del duca Giovanni Maria era quella d'un vero pazzo furioso; poichè, nei mentre ch'egli insultava l'umanità, la giustizia, la natura istessa coi mastini, compagnia degna di un tal principe, egli sopportava che Facino Cane a suo pieno arbitro non solamente dominasse Alessandria, Tortona, Novara ed altre terre, ma disponesse da sovrano, e in Milano ed in Pavia, ogni cosa a suo piacimento, per modo che il Biglia ci lasciò scritto:[189] Nec multo post Facinus Mediolanum advocatur, ut nihil jam illi ad utriusque dominium praeter nomen deesset, omnia uni parebant, omnia pro illius imperio statuebant, ne tanto quidem ad impensas juvenum relicto quod vitae satisfacerent[190]. Appena i due giovani principi avevano di che mangiare. Il duca aveva fatta colla città di Milano una convenzione, la quale si trova nell'archivio della città, e venne pubblicata dal conte Giulini[191]. In vigore di tal carta egli si sottopose in molta parte a que' limiti che presentemente fissa la costituzione della Gran Brettagna al sovrano, almeno per riguardo al tributo. Le regalie tutte le cedette alla città, alla quale diede in proprietà ogni sorta di carico non solo, ma persino gli stessi beni suoi allodiali; e ciò a condizione che la città gli sborsasse sedicimila fiorini al mese, ossia centonovantaduemila fiorini all'anno. Il primo duca aveva da tutto il suo Stato un milione e duecentomila fiorini all'anno[192]; ma ora non rimaneva a questo secondo duca se non Milano, e non era tenue quella somma per que' tempi. Nè questo fu pure il limite a cui si tenne il duca. Volle che la città diventasse, in certo modo, anche amministratrice dei centonovantaduemila fiorini; e stabilì che per la sua persona se gli sborsassero ogni mese duemilacinquecento fiorini, per mantenimento della sua corte, cavalli, tavola e vestito: del rimanente la città doveva pagare ottomila fiorini di stipendio per ogni mese a cinquecento lance, tremila fiorini al mese per lo stipendio di mille fanti, mille altri fiorini al mese per la guardia del corpo, e millecinquecento fiorini al mese per soldo ai consiglieri ed ai giudici. Questo contratto (che dava esistenza morale al corpo politico, creandolo legittimo percettore del tributo, e un essere vivente interposto fra il sovrano ed il suo popolo, avendo un debito fisso col primo, ed un dritto e una giurisdizione sul secondo) poteva essere una nobilissima beneficenza verso della patria in tutt'altro principe; ma era una stolida imbecillità in quel Giovanni Maria, incapace di governare. Tutto era in combustione e in disordine:[193] Vulgus quidem, dice il Biglia, annonae copia delinitum; caeteri, quicunque bonorum civium loco essent intolerandis tributis gravabantur... Multi vel publica vel privata licentia interfecti. I mali pubblici, l'odio contro l'infame duca, il profondo disprezzo che si era egli meritato, giunsero finalmente al colmo. (1412) I due fratelli Andrea e Paolo Baggi, ai quali il sovrano aveva fatto ammazzare un fratello chiamato Giovanni; Giovanni della Pusterla, nipote dell'infelice castellano di Monza sbranato da' cani, e cugino dell'altro disgraziato fanciullo scannato; Francesco e Luchino del Maino, cui il duca aveva fatto decapitare due fratelli, e sbranare da' cani Bertolino, loro parente, si collegarono, e varii altri ad essi si unirono per togliere dal mondo quel mostro crudele, pazzo debole, imbecille ferocissimo; e il giorno 16 di maggio dell'anno 1412 lo colsero, non si sa bene se nella chiesa di San Gottardo, ovvero in una sala di corte mentre s'inviava alla chiesa, e lo lasciarono sul momento morto dalle ferite. Il duca Giovanni Maria così terminò la obbrobriosa sua vita, nell'età giovanile di ventiquattro anni non per anco compiuti, dopo di aver portato il nome di duca per quasi dieci anni. La universale detestazione contro di lui si manifestò con segni inusitati, poichè nemmeno si volle rendere al di lui cadavere il vano onore della pompa funebre: e una donna della pubblica prostituzione fu la sola che diede un segno di pietà, gettandogli sopra un canestro di rose. L'infame Squarcia Giramo fu dalla plebe colto e strascinato per le strade, indi appeso per la gola alla sua casa.
Alcuni de' nostri scrittori hanno preteso di farci credere che il duca Giovanni Maria coltivasse le belle lettere; se ciò mai fosse, ridonderebbe un tal fatto piuttosto in disonore delle lettere che in lode di quell'anima perversa; perchè proverebbe che si può anche da un cuore insensibile gustare la venustà e la grazia del Petrarca, il che però sembra una contraddizione. So che la filosofia, le lettere, la musica, la pittura, le arti tutte hanno i loro ipocriti, come gli ha la virtù, come gli ha la religione; ma un giovine dissoluto che si diverte a far lacerare gli uomini dai cani, non è sulla strada d'alcuna ipocrisia.
Sarebbe un problema da esaminarsi tranquillamente da un uomo ragionevole e non ambizioso, se veramente Matteo Visconti abbia procurato un bene a sè stesso e alla sua casa innalzandosi al trono. Lo stesso Matteo I morì di rammarico per gl'interdetti e le scomuniche; Galeazzo I, suo figlio, cessò di vivere per i lunghi patimenti sofferti nel carcere; Stefano perì di veleno; Marco venne gettato da una finestra; Luchino fu avvelenato dalla moglie; Matteo II fu ucciso violentemente dai fratelli; Barnabò morì in carcere a Trezzo di veleno; Giovanni Maria fu trucidato. È una gran massa di sventure cotesta, accadute ad una famiglia in meno di cento anni! Nella condizione privata è ben difficile che ne accada altrettanto. Azzone e Giovanni furono i due soli principi felici, perchè sensibili, benefici e virtuosi, ma fu breve il loro regno. Egli è vero però che questo seguito di miseri casi nacque per i vizi di que' sovrani; quando nella serie di cinque secoli dell'augusta casa d'Austria non troveremo veruna traccia de' mali che in meno d'un secolo sopportarono i Visconti.
Il duca Giovanni Maria non lasciò figli:[194] Juvenem his monitis imbuerunt, dice il Biglia, ut jam uxorem, si non repudiatam, certe pro dissociata haberet; nè della duchessa Antonia, figlia di Malatesta de' Malatesti, si è inteso più cosa alcuna. Filippo Maria era giunto all'età di vent'anni. Egli era il solo avanzo che rimanesse nella discendenza di Gian Galeazzo; ma se ne stava nascosto e pauroso nel castello di Pavia; solo spazio sicuro che gli restava sulla terra. Pavia, Milano e tutto il rimanente dello Stato era occupato da piccoli sovrani. Quasi ogni città si era creato un conte. Il più potente fra questi nuovi divisori del dominio era, siccome dissi, Facino Cane, al di cui stipendio viveva una schiera di militi dei migliori di quei tempi, avvezza a vincere sotto il comando di Facino. Egli in fatti era il padrone di Milano, di Pavia, di Alessandria, di Novara, di Tortona e di altre terre; e non gli mancava altro che il titolo di duca. Anzi vi è tutta l'apparenza di credere che lo sarebbe diventato, e colle armi avrebbe ricuperato per sè medesimo la successione del primo duca, poichè fu estinto Giovanni Maria, e nessun altro rimaneva che il timido Filippo Maria; ostacolo di mera opinione, facile a togliersi colla fede e colla morale di quel secolo d'orrore. Ma il potere supremo dispose altrimenti, e decretò che nel medesimo giorno 15 di maggio dell'anno 1412 Giovanni Maria morisse trucidato in Milano, e Facino Cane morisse in Pavia di natural malattia. Il momento era giunto al fine in cui i figli dell'oppresso Barnabò potessero far valere le loro ragioni. Non v'era forza che potesse far loro valida resistenza; e il governo civile di Milano era talmente sconnesso ed incerto, che nulla più doveva costare ad essi per impadronirsene che lo stendervi la mano. In fatti Estore Visconti, figlio naturale di Barnabò, nato da Beltramola dei Grassi, negli ultimi anni del regno del duca Giovanni Maria s'era impadronito di Monza; e pare che da colà aspettasse il momento per rendersi signore di Milano; e così fece spirato che fu il duca. Siccome poi l'origine sua poteva dar luogo a chi volesse trovare illegittima la sua dominazione, così Estore si associò Giovanni Carlo Visconti, discendente legittimo del signor Barnabò perchè figlio di Carlo e di Beatrice d'Armagnac. Ebbero questi due (zio e nipote) un frate domenicano, chiamato Bartolommeo Caccia, che perorò e predicò tanto, che indusse il popolo di Milano a riconoscere Estore e Giovanni per sovrani; e tali durarono per un mese di tempo, cioè sino al giorno 16 di giugno dello stesso anno 1412. Questi apocrifi sovrani batterono moneta, in cui s'intitolarono bensì signori, ma non duchi di Milano; ed io ne ho nella mia raccolta. Tale era la situazione di Filippo Maria, che poteva assumere bensì il titolo di duca di Milano, ma non ne possedeva proprietà alcuna, e mancava d'ogni mezzo per deprimere gli usurpatori. Una sola via poteva aprirsegli per riascendere. Gli stipendiati di Facino Cane erano un corpo ragguardevole di bravi soldati, affezionatissimi al loro generale, e dopo la morte di esso alla di lui vedova Beatrice Tenda. Se il nuovo duca sposava questa vedova, da cui dipendevano alcune città e questo corpo di armati, era da sperarsi che quei militi, fedeli alla vedova, combattessero con impegno in favore del nuovo di lei marito. Tal consiglio provvidamente venne suggerito al duca Filippo Maria. Si entrò a trattar quest'affare; e quantunque la vedova Beatrice avesse l'età d'essere madre dello sposo che le veniva proposto, aderì all'offerta e sposò il giovine duca. Con tale atto si trovò il duca immediatamente padrone di Pavia, di Tortona, di Novara, di Alessandria e dei soldati di Facino. Il primo passo era quello di scacciare da Milano Estore Visconti. Quindi Filippo Maria, chiamati intorno di sè i fedeli stipendiati di Facino Cane, si incamminò da Pavia a Milano. Quei militi intrepidi riguardavano il duca come un figlio del loro amato padrone, e fecero sì bene, che Estore dovette abbandonare la città appunto il giorno 16 di giugno, siccome ho detto; e ritiratosi nel castello di Monza venne ivi assediato, e dopo alcuni mesi vi rimase ucciso da un colpo di spingarda che gli fracassò una gamba. Il cadavere di Estore Visconti si conserva incorrotto e visibile in un cortile di fianco alla chiesa di San Giovanni di Monza; e si riconosce la rottura della gamba. Appena fu padrone di Milano Filippo Maria, terzo duca, girò per la città, e mostrò al popolo umanità ed accoglienza. Ma quanti potè avere dei complici della morte del duca Giovanni Maria, tanti morirono col supplicio, e taluni squartati, e le loro membra inchiodate alle porte della città, e le teste, conficcate in cima di lunghe aste, vennero piantate sul campanile della piazza de' Mercanti. Le case dei congiurati furono abbandonate al saccheggio; e così cominciò il suo regno il duca Filippo Maria. Fra i militi di Facino Cane vi era un soldato di fortuna, Francesco Carmagnola, uomo di grand'animo, che aveva i talenti di un buon generale, e che colla superiorità del suo merito aveva dato persino gelosia al suo antico padrone, che pure era grande uomo di guerra dei suoi tempi. Il duca non era fatto per comandare in persona: egli era timido, inerte, superstizioso, amante della solitudine. Egli fortunatamente ascoltò il consiglio di Beatrice sua moglie, e collocò nel Carmagnola il comando e la confidenza. Francesco Carmagnola fu dichiarato conte; innalzato, arricchito e beneficato dal duca. Il conte Francesco alloggiava in Milano nel palazzo in cui ora si radunano i Corpi civici. Premeva al duca di riacquistare Lodi, città distante appena venti miglia da Milano. Giovanni Vignate s'intitolava conte di Lodi, e ne era il padrone. Una tregua si era sottoscritta fra il duca e lui; quindi il Vignate, fidandosi al gius delle genti, senza alcun sospetto veniva qualche volta a Milano. (1416) Egli un dì non ebbe timore di porre piede nel castello in cui stavasene appiattato ed invisibile il duca; ed ivi, il giorno 19 di agosto dell'anno 1416, venne a tradimento arrestato, malgrado la tregua, e trasportato a Pavia, ove fu riposto in una gabbia di ferro. Contemporaneamente le truppe ducali sorpresero Lodi e fecero prigioniere Luigi Vignate, figlio del conte; il padre ed il figlio passarono nelle mani del carnefice; e con tal mezzo il duca s'impadronì di Lodi. Loterio Rusca, signore di Como, credette di fare un buon contratto cedendo al duca la sua sovranità per quindicimila fiorini d'oro. Crema ritornò in potere del duca, perchè il nipote del conte di Crema, Giorgio Benzone, tradì suo zio e v'introdusse le armi ducali.
Stavasene il duca Filippo Maria inaccessibile nel castello di Milano, senza che mai fosse veduto nella città. Le strade di Milano, le mura istesse diroccavano, e si lasciavano senza riparazioni. Quel principe credeva all'astrologia; e questa era forse anco la sola norma della sua morale e di tutte le sue azioni. Quando la luna era in congiunzione col sole, egli s'intanava in qualche angolo del castello più solitario, e non voleva mai dare risposta, nè permetteva nemmeno che alcuno la desse per lui. Aveva una macchina egregiamente lavorata; quest'opera di orologeria dinotava il movimento dei pianeti, e quest'era l'oggetto della più frequente osservazione del duca. Se taluno lo interpellava per aver i suoi ordini nel momento che egli credesse infausto, o taceva, ovvero rispondeva soltanto: aspetta un poco. Egli aveva i suoi astrologi, i quali erano i più cari di lui consiglieri, e quelli che influivano più d'ogni altro nel governo dello Stato. Le forze del duca Filippo Maria ci vengono descritte da Andrea Biglia. Il conte Francesco Carmagnola era alla testa degli stipendiati ducali. Settecento cavalieri formavano la guardia del corpo: il Biglia li chiamava familiares. Due squadroni, ciascuno di settecento cavalieri, formavano due corpi di lance spezzate, lanceas laceras. Aveva altra cavalleria comune, in tutto quattromila cavalli. D'infanteria egli aveva allo stipendio mille uomini scelti, tutti coperti di lucidissime armature, qui totis armis lucerent; e il rimanente dei fantaccini, ben corredati, ascendeva a più di quattromila uomini[195]. Tale armata si preparava a marciare contro del marchese di Monferrato; il quale, per evitare la guerra, cedette al duca Vigevano. (1418) Così il duca, da Beatrice Tenda, ottenne la ricuperata sovranità di Milano, Pavia, Lodi, Como, Vigevano, Alessandria, Tortona e Novara; e da queste otto città e dall'armata ebbe i mezzi per dilatare nuovamente i confini dello Stato, siccome fece. Doveva il duca venerare la sua benefattrice più della stessa sua madre. A lei doveva tutto, persino l'esistenza, che gli sarebbe sicuramente stata levata, se non aveva il di lei soccorso. Essa con tutto ciò soffri il trattamento di essere (malgrado l'età sua e la sua virtù) dal marito incolpata d'avergli violata la fede per un giovine cavaliere, nominato Michele Orombello, che era al di lei servizio. Questo giovine era veramente di amabile aspetto e di pari maniere; e talvolta la duchessa passava qualche ora con minore noia, facendolo suonare il liuto. Volle il duca che venisse imprigionata in Binasco l'infelice Beatrice Tenda; e il non meno disgraziato cavaliere fu parimenti posto nei ferri. Si fecero soffrire ventiquattro strappate di corda alla duchessa, come ci narra il Corio[196]. Furono condannati e l'una e l'altro a perdere la testa sotto la scure; il che si eseguì in Binasco nell'infausta notte susseguente al giorno 13 di settembre dell'anno 1418. Il Corio ci attesta che, per liberarsi dagli strazi della tortura, la duchessa incolpasse sè medesima; ma poi, in presenza degli ecclesiastici che l'accompagnarono al patibolo, prima di sottoporvi il capo, chiamasse Iddio in testimonio dell'incolpabile sua innocenza. Ci dice il Biglia che il giovine Orombello, lusingato di potere sfuggire il supplicio calunniando la duchessa, preferisse la vita alla virtù, sebbene in fine perdesse e l'una e l'altra; e che la duchessa, avanti il patibolo, da donna forte e virtuosa, rimproverasse la vile colpa all'Orombello, e protestando la innocenza propria, chiamandone testimonio Iddio, piegasse il capo alla mannaia. Fosse il peso d'un troppo grande beneficio insopportabile all'anima del duca; fosse ambizione, per cui si sdegnasse d'aver per moglie una che non era di famiglia sovrana; fosse noia d'avere una compagna di una età matura; fosse l'amore ch'egli già nutriva per Agnese del Maino, colla quale visse poi sempre, ed a cui null'altro mancò se non il nome di moglie; fosse una trama di qualche abbietto favorito, a cui non tornava bene che il duca ascoltasse fedeli consigli; fosse perfine ciò prodotto da qualche astrologica predizione che promettesse al duca felicità da un tal colpo; qualunque ne fosse il motivo, tale fu la mercede che Filippo Maria seppe rendere ai beneficii ricevuti da quella sventurata donna. Trema la mano nello scrivere tali abbominazioni!
La città di Piacenza era stata occupata da principio da Pacino Cane; poi se n'era preso il dominio Filippo Arcelli. Il fratello ed il figlio di questo signore caddero in potere del duca; il quale, memore di quanto col Fogliano aveva quarantasei anni prima fatto Barnabò, fece piantare a vista di Piacenza due forche, e fece intimare la resa a Filippo Arcelli, minacciandogli altrimenti di fare impiccare Bartolomeo e Giovanni, il fratello ed il figlio. Non credette Filippo che il duca volesse a tal segno disonorarsi, e ricusò di cedere la sovranità. Que' due illustri ed innocenti gentiluomini furono ben tosto impiccati, a vista della madre medesima, che da una finestra s'accorse dell'orribile sventura, e colle smanie accrebbe talmente l'intima desolazione del marito, che se ne uscì da Piacenza sconosciuto; e così quella città ritornò in potere del duca il giorno 13 di giugno dell'anno 1418. (1419) Bergamo era posseduta dai Malatesta; ma il conte Francesco Carmagnola la sorprese e la riacquistò al duca il giorno 24 di luglio l'anno 1419; il che vedutosi da Gabrino Fondulo, signore di Cremona, stimò di vendere al duca la sua sovranità per trentacinque mila fiorini, ossia ducati d'oro. Il marchese di Ferrara, Nicolò d'Este, cedette Parma al duca il giorno 28 di novembre l'anno 1420. Brescia da Pandolfo Malatesta fu ceduta al duca, il giorno 18 di marzo dell'anno 1421, per il prezzo di trentaquattromila fiorini d'oro. Tanto erano temute e fortunate le armi ducali sotto il comando dell'intrepido ed esperto conte Francesco Carmagnola, che portò questi l'assedio sotto di Genova; città che sessantotto anni prima si era data a Giovanni arcivescovo, e che, dopo tre anni essendosi sottratta, inutilmente era sempre stata adocchiata dal primo duca. Il valoroso conte la costrinse alla resa; e il giorno 2 di novembre dello stesso anno 1421 capitolò la città e riconobbe per suo signore il duca di Milano. Filippo Maria prescrisse da buon astrologo l'ora e il momento in cui dovevasi fare la funzione del possesso di Genova[197]. I Genovesi però quattordici anni dopo scossero nuovamente il giogo dei Visconti. (Il signor don Carlo de' marchesi Triulzi, cavaliere di moltissima erudizione, ha nella sua collezione di monete di fiorini d'oro di Genova regnandovi il duca Filippo Maria, ed io ho delle monete d'argento pure di Genova col nome e collo stemma del medesimo duca). Poi dal duca d'Orleans ebbe il Visconti per cessione Asti: città che da suo padre era stata, come dote della principessa Valentina, ceduta al conte di Valois trentacinque anni prima. Fece il duca altri acquisti nella Romagna, cioè Forlì, Imola, Faenza. (1424) A tale stato di grandezza era giunto il duca Filippo Maria l'anno 1424, che possedeva venti città acquistate colle nozze della infelice duchessa, e colla fede e col valore del conte Francesco. Le città erano Milano, Como, Brescia, Bergamo, Lodi, Crema, Cremona, Piacenza, Parma, Faenza, Imola, Forlì, Pavia, Alessandria, Tortona, Genova, Asti, Vercelli, Novara e Vigevano, tutte acquistate nel breve spazio appena di dodici anni. Avrebbe il duca sottomesse ancora le altre quindici città che gli mancavano per ricuperare lo Stato di suo padre; avrebbe fors'anco esteso ancora più in là i confini; se, tenendosi inaccessibile, invisibile e sempre attorniato da uomini da nulla, fra i quali il primo era certo Zanino Riccio, non avesse tagliata a sè medesima la mano destra col diffidare del conte Carmagnola, dopo le non interrotte prove del di lui animo. La superiorità dei talenti del conte, e la franchezza colla quale suggeriva i buoni consigli al suo principe, facevano tremar di paura gli abbietti uomini che attorniavano il duca. S'avvedevano ben essi che quel generale non avrebbe mai fatto lega nè cogli astrologhi, nè coi parassiti che deludevano il sovrano. Formarono quindi il progetto di alienar l'animo del duca dal conte Carmagnola, e mentre il conte gli sottometteva le città, facevano malignamente risuonare all'orecchio di Filippo Maria l'amore dei soldati, la riverenza dei popoli sempre crescente verso del Carmagnola. Quindi ogni dì più rendevano timido il duca appiattato, invisibile ad ognuno, fuori che ad essi; a tal segno ch'ei non usciva dal castello di Milano, se non dalla parte solitaria dei campi; per di là passando al castello di Abbiategrasso, ove parimenti stavasene solitario ed occultato. Basta il dire ch'egli non venne mai in Milano, se non quella prima volta che ho detto. Bloccato in tal maniera il duca, nulla ei più sapeva degli affari, di quanto volevano dirgliene quei vili intriganti cortigiani. Costoro a poco a poco fecero nascere il pensiero nel duca di collocare il conte stabilmente al governo di Genova, finchè gli tolse il comando dell'armata. Il conte da Genova andava scrivendo al duca, illuminandolo sul proposito degl'interessi del suo Stato, e lagnandosi dei torti. Ma le lettere nemmeno giugnevano al duca. Se ne avvidde il conte, e lasciando Genova si portò alle porte del castello d'Abbiategrasso, chiedendo umilmente di essere ascoltato; ma gli venne risposto che esponesse le sue occorrenze a Zanino Riccio. Il Carmagnola alzò la voce colla speranza di essere inteso dal duca, e protestò che quel principe era attorniato da traditori e malvagi cortigiani. Le guardie avevano militato sotto di lui; sebbene animate ad arrestarlo, non l'osarono. Il conte allora, rimontato sopra il veloce destriero, su cui erasi ivi improvvisamente portato, forse si pentirà, disse, in breve il duca di non avermi ascoltato; e spronò il cavallo e disparve da un luogo dove non era stato senza pericolo; quindi per vie sicure se ne andò a Venezia, ove offrì i suoi servigi a quella repubblica, da cui vennero accettati con somma onorificenza.
Le avventure del conte Carmagnola sono interessanti. Il momento in cui sconsigliatamente volle il duca disgustare quel benemerito generale, fu quello in cui la fortuna dello Stato si cambiò; e laddove sino a quell'ora sempre la vittoria, le conquiste o le dedizioni avevano contrassegnati gli anni del suo regno, da quel punto cominciò a contrassegnarli colle inquietudini, colle sconfitte, colle umiliazioni e colle perdite. Appena era partito il conte, che il duca stese la mano confiscatrice su tutti i poderi suoi, e si riprese su tutti i doni che gli aveva fatti. Tese varie insidie per averlo prigione; ma non gli riuscirono. Tentò il veleno, e certo Giovanni Liprandi, milanese, che aveva per moglie una Visconti, provossi a Treviso di avvelenare il conte: il che verificato, perdè poi la testa a Venezia. A tali infami azioni s'abbassava il duca per consiglio di Zanino Riccio, e d'altri vigliacchi ed astrologi, pari a lui, mentre in vece con qualche onesto partito nulla sarebbe riuscito più facile che l'accomodarsi col Carmagnola, già affezionatissimo nel suo cuore ai Visconti, siccome accade sempre di esserlo, quando si sono fatti insigni beneficii, pei quali amiamo il beneficato come cosa nostra. Il conte, pagato con tanta ingratitudine, insidiato in così bassa ed atroce maniera, conobbe non rimanergli più altro partito che l'operare da nemico. Egli adunque consigliò ai Veneziani di legarsi coi Fiorentini. Temevano i primi di perdere Verona e Vicenza, occupate recentemente sotto l'infame governo dell'ultimo duca. I Fiorentini vedevano già nuovamente innoltrata nella Romagna quella sovranità dei Visconti, che ventiquattro anni prima aveva esposto all'estremo pericolo la loro repubblica; quindi si unirono coi Veneziani. (1426) Il re Alfonso di Napoli si unì colle due repubbliche; ed il conte Francesco Carmagnola, l'anno 1426, ricevette solennemente dalle mani del doge di Venezia lo stendardo di San Marco, e venne dalla repubblica dichiarato capitano generale dell'armata terrestre, coll'assegnamento, cospicuo per quei tempi, di dodicimila annui fiorini, ossia ducati d'oro. Ciò fatto, il Carmagnola si portò sul bresciano. Egli conosceva quel paese, poichè sei anni prima vi aveva guerreggiato per riacquistarlo al duca e scacciarne i Malatesti. Era celebre la battaglia ch'ei vinse l'anno 1420, il giorno 8 di ottobre; ora si trattava di acquistar Brescia ai Veneziani. Il conte ne scacciò l'armi del duca. Il comandante che Filippo Maria aveva posto alla testa delle sue armi invece del Carmagnola, era Guido Torello; uomo che non pareggiava i talenti del Carmagnola. Sotto del Torello combattevano Niccolò Piccinino e Francesco Sforza, uomini di merito; ma il primo di questi due si sdegnava d'essere sotto il comando d'un generale ch'egli non credeva superiore a sè stesso; l'altro era ancor giovine, focoso ed inesperto. Oltre ciò, passavano fra tutti e tre quelle rivalità che, tendendo a farsi reciprocamente scomparire, rovinavano il sovrano e lo Stato, del quale ad essi era consegnata la difesa. Presa Brescia, era da temersi che la guerra non s'avanzasse nel centro del dominio; e perciò dovette il duca richiamare le truppe dalla Romagna, e abbandonare per sempre Forlì, Imola e Faenza, che appena da due anni erano sue. (1427) Il conte Francesco Carmagnola diede una sconfitta ai ducali il giorno 11 ottobre 1427. Quasi tutti i generali del duca, e quasi tutti i suoi soldati rimasero prigionieri. Oltre i già nominati erano nell'esercito ducale altri generali, cioè il conte di Cunio Alberico da Barbiano[198], Cristoforo Lavello, Carlo Malatesta ed Angelo della Pergola; uomini che tutti avevano buon nome nella guerra. Conseguenza ne venne che Bergamo passò in potere dei Veneziani l'anno 1428. Così Zanino Riccio fece perdere al duca ed a' suoi successori non solo Vicenza e Verona, che si dovevano ricuperare, ma Brescia e Bergamo, e quasi tutta le terra ferma che possedette poi ed attualmente possede la repubblica di Venezia. Se il conte Carmagnola fosse stato d'animo costante, il duca Filippo Maria sarebbe rimaso con Zanino Riccio; anzi sarebbe stato abbandonato ben presto da quell'istesso infingardo, che non amava se non la fortuna del duca. Già Filippo Maria aveva dovuto cedere al duca di Savoia Vercelli, per contentarlo e non soffrire invasione anche da quella parte. Il marchese di Monferrato, i Fiorentini, i Veneziani ben presto gli toglievano il restante de' suoi Stati. Il Carmagnola, dopo la presa insigne della armata ducale, non aveva più contrasto: e Cremona, Crema, Lodi rimanevano, se lo voleva, in potere dei Veneziani. Ma quando vide il conte posto il duca a mal partito, cessò di far la guerra con vigore; anzi non servì più con buona fede i Veneziani. O foss'egli allontanato, per una ripugnanza dell'animo, dal portare così la distruzione ad un principe dal quale aveva un tempo ottenuto gli onori e sotto del quale aveva acquistata la celebrità; ovvero fosse egli ancora nella fiducia che, umiliato il duca, venisse a fargli proposizioni di accomodamento, e gli sacrificasse i meschini nemici che avevano ardito di nuocergli, cioè i vilissimi cortigiani suoi, o qualunque ne fosse il motivo, il conte Francesco Carmagnola, malgrado il dissenso dei procuratori veneti, e malgrado la decisa loro opposizione, volle rimandare, disarmati bensì, ma liberi, al duca tutti i generali ed i soldati numerosissimi che aveva fatti prigionieri nella vittoria del giorno 11 ottobre 1427. Il duca in pochi giorni armò di nuovo e rimontò questi militi, ed è molto degno di osservazione questo fatto, cioè che due soli artefici di Milano in pochi giorni gli diedero le armature per quattromila cavalli e duemila fanti, sapendosi che in quei tempi gli uomini si coprivano tutti di ferro; il che prova quanto si è accennato al capitolo duodecimo sulla grandiosa manifattura d'usberghi, d'elmi e d'ogni lavoro di ferro che v'era in Milano. Anche i quattromila cavalli ben tosto li ritrovò il duca dalle razze del suo Stato; e così il Carmagnola poco dopo ebbe nuovamente di fronte quella stessa armata che aveva avuta inerme in suo potere. Il séguito delle sue imprese sempre più fece palese il suo animo poichè trascurò tutte le occasioni, e, lentamente progredendo, lasciò sempre tempo ai ducali di sostenersi. (1432) Insomma giunse a tale evidenza la cattiva fede del conte Francesco Carmagnola, che venne, dopo formale processo, decapitato in Venezia, il giorno 5 di maggio dell'anno 1432, come reo di alto tradimento. Tale fu il fine che fece il conte Francesco; uomo che non aveva i vincoli sacri della patria e della famiglia, i quali ammorzarono la vendetta nell'animo di Coriolano; uomo che sarebbe un eroe, se non avesse macchiato l'ultimo atto della sua vita colla infedeltà.
Più ancora di quelle del Carmagnola interessano la storia di Milano le vicende di Francesco Sforza. Questi era romagnuolo. La di lui famiglia era di Cotignola. Il primo che s'era fatto qualche nome, era il di lui padre Giacomo Attendolo (tale era il vero di lui cognome); poichè, servendo questi sotto il comando del conte Alberico di Zagonara, da esso ebbe il soprannome Sforza, il quale passò nel di lui figlio Francesco, e divenne poi nome di casato. Francesco Sforza (che fu poi il quarto duca di Milano, e il più grand'uomo e il più gran principe del suo tempo) nacque in San Miniato il giorno 23 luglio dell'anno 1401, ed ebbe per madre Lucia Trezania. Niente ancora vi era d'illustre in lui, se non l'ardor militare, ed il nome che nella milizia si era fatto suo padre. Egli aveva ventiquattro anni, allorchè, sulla fama del valore da lui mostrato nel regno di Napoli, il duca lo invitò al suo stipendio, disgustato che ebbe il conte Carmagnola. Una delle prime imprese che Francesco Sforza ebbe in commissione dal duca, fu quella di soccorrere Genova, attaccata dai nemici; ma ne uscì con poca fortuna, poichè, innoltratosi imprudentemente e con inconsiderato impeto, fu malamente battuto e posto in fuga; per lo che il duca lo rilegò per due anni a Mortara, ove rimase privo di stipendio. Terminato il castigo, i cortigiani del duca, non saprei per qual motivo, cercarono di fargli entrare in grazia Francesco Sforza; e la cosa giunse a segno che, non avendo altri discendenti il duca, fuori che una figlia naturale chiamata Bianca Maria, pensò di darla a Francesco Sforza. Bianca Maria era nata da Agnese del Maino, colla quale viveva il duca come se fosse vera sua moglie. Quella donzella non aveva per anco finiti gli otto anni, allorchè il duca, l'anno 1432, il giorno 13 di febbraio, stabilì il contratto di nozze. Considerava in quel momento il duca di farsi per adozione un figlio, al quale passare il suo Stato, e quindi interessarlo a difenderlo: figlio tanto più caro, quanto più quel meschino principe era lacerato nella solitudine da umori che Zanino Riccio e i suoi pari facevano nascere contro dei generali; i quali naturalmente non si saranno degnati mai di mostrare deferenza a quella feccia di uomini da cui era il duca attorniato. Cercavano, innalzando lo Sforza, di umiliare il Piccinino, il Torello e gli altri. Ma poichè lo Sforza fu innalzato, la di lui ombra dispiaceva a quei raggiratori, temendo forse un avvenire cattivo per essi. E perciò si posero colle arti consuete a gettare il veleno nell'animo del principe, loro schiavo, e a fargli nascere il pentimento e la diffidenza, a segno che il duca pose delle insidie persino alla vita del designato suo genero. Francesco Sforza se ne uscì dalle mani del duca, si ricoverò presso de' Fiorentini, nemici de' Visconti, e si pose al loro stipendio. Si collegarono i Fiorentini e i Veneziani a danno del duca, e il generale comandante delle armi collegate fu lo stesso Francesco Sforza. Anche il papa aveva acceduto alla lega. Io non descriverò, nemmeno questa volta, le minute azioni militari. Dirò soltanto che gli affari del duca piegavano assai male. Il duca era giunto all'età di cinquant'anni. Egli era mostruosamente pingue, e la sanità sua diventava inferma. La vita inerte che menava, ed i sospetti continui fra quali veniva tenuto dagli officiosi nemici che aveva intorno, affrettavano la di lui morte; egli s'accorgeva della propria decadenza. I generali di questo invisibile sovrano (che non si era mai presentato una sol volta in vita al nemico, che dava e toglieva il favore a norma de' pianeti non solo, il che sarebbe a caso, ma dei maligni interessi di quei poltroni che gli stavano intorno), cominciarono a fare un accordo fra di loro per dividersi la sovranità. Il Piccinino divisava d'avere per sè Piacenza; il Sanseverino, Novara; Luigi dal Verme, Tortona; il Fogliano, Alessandria; altri, altro distretto. Insomma il duca si trovò sotto di un cielo coperto da nubi procellose, che minacciavano da ogni parte. Il solo uomo capace di liberarlo nell'estrema angustia era Francesco Sforza. Rivolse i trattati a lui, e ben vedendo che troppo instabile appoggio sarebbe stato l'offerire al genero eletto il suo pentimento, gli offri la sovranità del Cremonese e di Cremona sino da quel momento, pronte a dichiararlo conte e sovrano di essa, e a celebrare lo sposalizio di Bianca Maria. Accettò la proposizione Francesco Sforza, ma non si fidò di venire a Milano. (1441) Ma poichè consegnata gli venne la sovranità di Cremona, e poi ch'ivi fu sicuro, in Cremona stessa sposò Bianca Maria, il giorno 28 di ottobre dell'anno 1441. La sposa aveva diciassette anni, e lo sposo ne aveva quaranta. Il duca Filippo, sempre divorato da sospetti e dominato dall'astrologia, tornò a detestare lo Sforza a segno che fece uccidere da' suoi sicari Eusebio Caimo che aveva maneggiate le nozze di Bianca Maria; (1444) e quell'infelice cavaliere venne scannato in Duomo mentre pregava avanti l'altare di Santa Giulitta, il giorno 8 di aprile, l'anno 1444[199]. Tentò poi il duca di rapire colle armi Cremona, quantunque l'avesse data in dote a sua figlia; e buona parte di quel contado era già in potere delle sue armi. Il conte Sforza fu costretto d'impetrare l'aiuto de' Veneziani, i quali mandarono forze tali, che non solamente liberarono il Cremonese e lo restituirono al suo legittimo nuovo signore, ma tolsero al duca Treviglio, Caravaggio, Cassano ed altre terre, e si presentarono persino sotto le mure di Milano l'anno 1446. Il duca tremava nel suo castello di Milano, invocava persino con vili sommissioni la pietà del genero, e lo lusingava della eredità dello Stato. Francesco si mosse; lo difese: ma perdette Casalmaggiore, Soncino, Romanengo ed altre terre, che i Veneziani tolsero al conte, il quale loro non era stato fedele. Ogni minuta circostanza è interessante nel conte Sforza, che fu poi il quarto duca di Milano, non per testamento di Filippo Maria, ma per altre combinazioni, come vedremo più avanti, e fu lo stipite della seconda dinastia de' duchi di Milano.
Il Sassi[200] e l'Argellati[201] pretendono che il duca Filippo Maria amasse e proteggesse le lettere. Il Decembrio, che tanto minutamente ha scritta la di lui vita, e che fu testimonio delle azioni di lui, ci assicura diversamente:[202] Humanitatis ac litterarum studiis imbutos neque contempsit, neque in honore praetioque habuit, magisque admiratus est eorum doctrinam, quam coluit[203]. Ci racconta lo stesso autore che Antonio Raudense aveva tradotte in italiano a Filippo Maria alcune vite degli uomini illustri, senza che il duca lo avesse mai nella sua grazia; sebbene quel traduttore gli rendesse intelligibili quei monumenti che il primo non poteva capire nella loro lingua originale. Francesco Barbula, poeta greco di qualche merito, rifugiatosi a Milano, non potè ottenere dal duca nemmeno il viatico per portarsi altrove. Ciriaco Anconitano, uomo di lettere, fu scacciato dalla corte del duca. Tutta la vita di quel principe ci dimostra ch'egli non era capace di sentire alcuna stima. Questa emozione non la provano se non le anime che la meritano.