Nec Prasitele minor, sed major farier auxim.[205]

Non posso perdonare a taluno dei nostri autori storici, l'aver voluto paragonare ad Augusto il meschinissimo Filippo Maria, e farlo un protettore delle lettere e dei letterati. Egli era, convien dirlo, un principe da nulla. È vero che alcune epoche del regno di questo duca hanno un aspetto grandioso e brillante, nè sembrano volgari. Quando le truppe ducali sotto del Carmagnola fecero prigioniere il comandante istesso nemico, Lodovico Migliorati, fu questi condotto a Milano, indi accolto dal duca con magnifica generosità; e poi da lui rilasciato onorevolmente libero e colmo di regali. Più illustre riuscì il fatto seguente. Il duca aveva preso parte in favore dei Francesi, che disputavano agli Spagnuoli il regno di Napoli. Ei fece uscire dal porto di Genova una flotta in aiuto dei Francesi, o, come allora dicevasi, degli Angioini contro degli Aragonesi. La flotta genovese fece sì bene, che prese i due re di Navarra e di Aragona; e con essi rientrò nel porto di Genova, togliendo i competitori alla casa d'Angiò. Il duca ordinò che questi illustri prigionieri venissero scortati a Milano, e il giorno 15 di settembre dell'anno 1435 Filippo Maria fu per questo insolito caso visibile, ed ammise alla sua udienza nel castello di Milano Alfonso, re d'Aragona; indi, il giorno 23 dello stesso mese, fece lo stesso al re Giovanni di Navarra. I Genovesi, avendo acquistato quei due preziosi pegni, si aspettavano un riscatto proporzionato; ma il duca, dopo tre mesi, nei quali e la corte e i più ricchi signori di Milano gareggiarono per onorare splendidamente i due monarchi, generosamente, il giorno 8 di ottobre dello stesso anno, li lasciò partire liberi. Tale atto fu tanto inaspettato e discaro ai Genovesi, che ben tosto si sottrassero dalla obbedienza del duca. Questi due fatti sembrano dinotare elevazione d'animo e generosità verso i vinti. Se mai però i consigli di Zanino Riccio, comprato da questi prigionieri, avessero cagionato tali determinazioni, si collocherebbero queste tranquillamente nella classe delle altre azioni volgari di Filippo Maria. Io credo anzi probabile che così accadesse; perchè un uomo ed anche un principe può bensì non avere nel corso della sua vita che una sola occasione per far cose grandi, ma non può in due sole occasioni mostrare l'anima grande; la quale, quando v'è, in ogni giorno, in ogni fatto dà indizio di sè medesima, abbellisce ogni azione, e persino nei vizii istessi porta un non so che di maestose e di sublime. Parmi probabile ancora che l'orrore della morte di Beatrice Tenda sia nato, piuttosto che da animo atroce, dalla solita docilità ai consigli di Zanino Riccio e de' suoi simili. Il pinguissimo solitario duca non era sanguinario nè violento; e quei manigoldi astuti che volevano regnare col nome del duca, dovevano togliergli dintorno una moglie saggia ed avveduta. La selvatichezza di questo principe giunse a tal segno, che sembra quasi incredibile. Egli invitò l'imperatore Sigismondo a ricevere la corona in Milano, dove, il giorno 23 di novembre dell'anno 1431, nella chiesa di Sant'Ambrogio fece la funzione l'arcivescovo Bartolomeo Capra. La cerimonia si eseguì tre ore prima dell'aurora, e non saprei per qual motivo non si celebrasse solennemente di giorno. Il duca destinò venti cortigiani a servire quell'augusto, e lo fece magnificamente trattare a spese sue per quasi un mese in cui dimorò in Milano; ma non visitò mai l'imperatore, nè volle giammai concedere che l'imperatore lo visitasse, siccome desiderava. Il duca s'era occultato nel castello di Abbiate, e fu invisibile al solito. Nè ciò può attribuirsi a verun rancore politico, perchè anzi dell'imperatore istesso aveva il duca motivo di chiamarsi contento; mentre pochi anni prima, avendogli spedito Guarnerio Castiglione nell'Ungheria, per impetrare la conferma del diploma di Venceslao, venne esaudito; e con nuovo diploma, nella diocesi di Strigonia, in data del primo di luglio dell'anno 1426, Filippo Maria venne da quell'augusto riconosciuto duca e signore di tutto il paese concessogli già da Venceslao. Anzi nel tempo medesimo in cui Sigismondo era in Milano, aveva fatto marciare i suoi Ungheresi nel Friuli, per fare una diversione in favore del duca, ed ivi chiamare le forze dei Veneziani. È vero però che nella prima venuta fatta in Italia da Sigismondo, non v'era fra esso ed il duca buona corrispondenza; per lo che quell'augusto non s'arrischiò di entrare in Milano, sebbene avesse tenuta la strada di Bellinzona e di Como per discendere le Alpi. È celebre il fatto che allora accadde, e fu l'anno 1414, quando, portatosi l'imperatore a Cremona per abboccarsi col papa Giovanni XXIII, mentre Gabrino Fondulo era padrone di quel distretto, ascesero l'imperatore ed il papa sulla rinomata altissima torre di quella città, e Gabrino poscia si mostrò pentito di non averli gettati da quella sommità, non per altro, se non per la fama che ciò gli avrebbe dato nella storia. Fu più umana l'ambizione di Erostrato, poichè almeno non distrusse che un tempio, ma fu meno perniciosa quella di Gabrino Fondulo, poichè nulla più cagionò fuori che un desiderio. Il duca Filippo Maria fece, durante il suo governo, una operazione di Finanza, a mio parere assai bella, utile e semplice, e tale che fa maraviglia come siasi in quei tempi immaginata. Abolì un buon numero di minute gabelle, incomode a percepirsi, e rovinose per il popolo; svincolò i poveri, sopra dei quali cadevano singolarmente tai pesi; e per compensare il suo erario, senza apertamente imporre nuovo carico, accrebbe l'intrinseca bontà delle monete; e così lutti i tributi essendogli pagati colle nuove monete, venne a incassare tanto valore quanto bastò a compensargli le abolite gabelle. Il decreto è del giorno 24 di ottobre dell'anno 1436, e ce lo ba pubblicato il conte Giulini[206]. Questa operazione ha qualche analogia coll'altra che quarantacinque anni prima aveva tentata il conte di Virtù, siccome nel capitolo precedente si è osservato; ma in questa non si fece ingiustizia ai creditori, nè si trattò d'una mera addizione sul tributo, ma bensì della sostituzione d'un modo semplice e meno gravoso di quello che contemporaneamente veniva abolito. Il Decembrio, che ci ha descritta la vita del duca Filippo Maria, ci racconta, come un tratto di sublime accortezza, che il duca mischiava ne' suoi consigli uomini buoni e cattivi.[207] In eligendis consultoribus, quos, consiliarios vocant, mira astutia utebatur: Nam viros probos et scientia praeclaros eligebat, hisque impuros quosdam, et vita turpes collegas dabat; ut nec illi justitia inniti, nec hi perfidia grassari possent, sed, continua inter eos dissensione, praesciret omnia[208]. Se il consiglio ducale fosse un parlamento formato dalla costituzione per porre un limite alla autorità del duca, allora certamente sarebbe stata accortezza l'organizzarlo in modo che la interna dissensione lo distraesse dal travagliare al suo fine: ma il consiglio era formato per obbedire al duca e servire agli interessi di lui, ed era ben infelice l'astuzia di comporlo in modo che, gli uni attraversando gli altri, diventasse inoperoso. Tristo colui che teme la virtù, e crede di doverla temperare col vizio!

Il regno di Filippo Maria durò per trentacinque anni di guerra quasi continua. Giammai i trattati di pace furono tanto insignificanti come allora; poichè il giorno dopo si violavano se conveniva, e la fede pubblica si considerò una parola senza alcuna idea. Non bo voluto fare la storia di molte marziali vicende troppo uniformi, la minuta notizia delle quali sarebbe un peso inutilissimo alla memoria, poichè nessun lume somministrerebbe, o per meglio conoscere lo stato de' tempi, o per l'arte militare medesima. Avrei pur bramato di trovare qualche germe almeno di virtù in que' tempi; ma l'ho cercato invano. Le fisionomie degli uomini ch'ebbero parte negli affari pubblici, mi si presentarono tutte bieche ed odiose. La fede e la probità erano celate allora nell'oscurità di qualche famiglia, e nel magazzino dei negozianti. La virtù nasconde e copre la sua esistenza nell'asilo della privata fortuna per essere sicura contro i colpi del vizio, quand'egli è armato e trionfante come in que' tempi. Non può incolparsi a malignità di messer Niccolò Macchiavello s'egli ha dato per norma ai principi una pessima morale. Egli era un pittore che fedelmente ci rappresentava gli oggetti quali erano allora; la colpa sua è quella di non aver osato di esaminare la fallacia della politica che generalmente si praticava: io ne do la colpa alla mente, piuttosto che al cuore di quell'autore. Per vedere anche in piccolo la fede di que' tempi, aggiungo un fatto solo. Già dissi che il duca, l'anno 1419, aveva comprato da Gabrino Fondulo la città di Cremona, collo sborso di trentacinquemila ducati. Gabrino si era però riservato per sè Castelleone, luogo forte del Cremonese, ove tranquillamente da sei anni dimorava. Volle il duca possedere anche quella fortezza, la quale difficilmente avrebbe superata colle armi. Fu scelto Oldrado Lampugnano, amico di Gabrino, per tradirlo; e vi si prestò benissimo Oldrado. Si portò egli sul Cremonese con alcuni armati, mostrando commissione di visitare le terre del duca; e, fatto posa avanti Castelleone, spedì un uomo entro della fortezza, chiedendo un maniscalco per ferrare un cavallo, e frattanto lo incaricò di salutare il suo amico Gabrino, e dirgli che verrebbe ad abbracciarlo, se la fretta di proseguire il cammino non glielo vietasse. Gabrino Fondulo, disarmato e senza alcun sospetto, immediatamente uscì per salutare anche per un momento il creduto amico. Oldrado Lampugnano lo arrestò e lo tradusse a Milano: la famiglia del Fondulo fu posta nei ferri; il suo tesoro, nel quale si trovò anche una prodigiosa quantità di perle, fu confiscato; e Gabrino fu decapitato in Milano il giorno 21 di febbraio del 1428. Due anni dopo Oldrado Lampugnano, che aveva sacrificato la virtù e l'onore per ottenere la grazia del duca, perdette anche quella, e rimase colla esecrazione di sè medesimo.

(1447) Il duca Filippo Maria morì il giorno 13 di agosto l'anno 1447, nel castello di Milano, dopo una settimana di malattia, nella quale non permise mai che alcun medico gli toccasse il polso. Egli morì con molta indifferenza. Corpulento sino alla deformità, da alcuni anni sentivasi opprimere dal peso proprio. La fortuna, da che aveva perduto il Carmagnola, eragli stata quasi sempre nemica; s'aggiungeva a questi mali la cecità, che da più mesi era in lui totale, sebbene simulasse di vedere:[209] Caecitatem sie erubuit, ut visum simularet, cubicularibus clamculum eum admonentibus, dice il Decembrio[210]: onde, sebbene non oltrepassasse il cinquantesimoquinto anno, era ridotto come un vecchio decrepito. Io non ho accennato ancora le seconde nozze contratte dal duca colla principessa Maria di Savoia; poichè ella non ottenne se non il nome di duchessa, e l'amica del duca fu sempre Agnese del Maino, madre di Bianca Maria; e si leggono in un antico messale che si conserva nella cospicua raccolta del signor don Carlo dei marchesi Trivulzi, le orazioni che allora si recitavano nella messa per quella compagna del duca, quasi ella fosse tale colla sanzione de' sacri riti[211]. Il duca, senza eredi, senza prossimi parenti, così morì. Fu seppellito tumultuariamente nel Duomo. Se vivesse allora Zanino Riccio, nol so. L'erario del duca venne saccheggiato da' suoi famigliari, i quali si divisero diciassettemila ducati d'oro. Francesco Sforza era nella Romagna, nè poteva allegare titolo alcuno per il dominio di Milano. Innocenzo Cotta, Teodoro Bossi, Giorgio Lampugnano, Antonio Trivulzi e Bartolommeo Moroni furono i capi dei Milanesi che progettarono di ricusare la signoria d'un solo come una pessima pestilentia, dice il Corio; ed avevano ben ragione di così risguardarla, poichè avevano provato che in dodici principi, due soli erano stati buoni, Azzone e Giovanni arcivescovo, tollerabili quattro, cioè l'arcivescovo Ottone, Matteo I, Galeazzo I e Luchino; e gli ultimi sei che finalmente erano succeduti, non presentarono che i vizi e detestabili tirannie. La città adottò quel partito. Si demolì il castello di Milano, e molte città dello Stato imitarono quell'esempio, come vedremo nel seguito della storia. Così terminò la sovranità della casa Visconti e la discendenza di Matteo, la quale ebbe, senza interruzione, la signoria di Milano pel corso di centotrentasei anni, ed erano già trentaquattro anni da che grandeggiava per averla, quando l'ottenne.

Prima di terminar questo capitolo convien dare un'idea dello stato in cui trovossi Milano ne' tempi ultimi de' quali ho scritto. Le città possono talvolta crescere ed ingrandirsi anche sotto un odioso e viziato governo; purchè i vizi di quello direttamente non offendano i principii e le cagioni della prosperità del popolo. Non furono vessati i sudditi con eccessivi tributi sotto Filippo Maria; la proprietà dei cittadini non fu violata; le guerre si fecero al di fuori, e la città non ebbe a soffrirne; la pestilenza, che andava girando, e più d'una volta, non lungi da Milano, non vi penetrò. Crebbe quindi la popolazione; si ammassarono le ricchezze in questa capitale d'un vasto dominio; si rivolsero i cittadini all'industria del commercio; giacchè sotto di quel governo nessun uomo di mente poteva ambire altra carriera; e così Milano diventò una tanto poderosa città, sì che nacque il proverbio poi, che conveniva distruggere Milano per rinvigorire l'Italia, come ci annunziò un autore imparziale:[212] Quid dicam de Mediolano, potentissima Italiae civitate, Galliaeque Cisalpinae metropoli; in qua tam multa, tamque diversa artificum genera, tantaque frequentia, ut inde vulgo sit natum proverbium, qui Italiam reficere velit, eum destruere Mediolanum debere[213]. Andrea Biglia, scrittore di quel tempo, ci dà idea della popolazione di Milano:[214] Nempe ut facile existiment posse in ea civitate super triginta hominum millia armari[215]; e non sarebbe esagerazione il supporre che il solo dieci per cento della popolazione fosse atto alla milizia. Immenso fu il popolo che uscì incontro a papa Martino V, che venne da Costanza a Milano nell'ottobre del 1418. Il duca Filippo ebbe l'onore di avere a suoi ospiti in Milano un papa, un imperatore e due re, e questi due ultimi suoi prigionieri. Lo stesso Biglia ci dà una prova, ancora più precisa, delle forze della città di Milano in quel tempo. L'anno 1427, il Carmagnola, alla testa delle armi venete, aveva angustiato lo Stato del duca, il quale pensava ai mezzi per la difesa. Ho già detto come due soli artefici in pochi giorni somministrarono le armature per quattromila cavalli e ottomila fanti; ora, appoggiato al Biglia, dirò che la città di Milano si esibì di mantenere stabilmente diecimila uomini a cavallo e diecimila uomini a piedi, con questa sola condizione che il duca lasciasse alla città medesima la percezione di tutte le gabelle, e tributi di Milano e suo distretto, e che i tributi delle altre città tutte egli liberamente li percepisse per arricchire sè stesso, o chi più gli fosse piaciuto. Oggidì, quand'anche si volesse fare un massimo sforzo, non si troverebbe il modo di mantenere la metà di quest'armata; e oggidì tanto un cavaliere, quanto un fantaccino costano meno assai di quello che allor si pagavano. Il Biglia perciò aggiugne:[216] Mirum dictu hoc solos Mediolanenses ausos polliceri, quod Florentia ac Venetiae aegre hac aetate praestarent fecissentque: tanta est hoc tempore unius urbis gens, tanta domi et apud exteros negotiandi consuetudo. Il nostro commercio solo con Venezia era grandiosissimo in quel torno. Tutto il commercio colle Indie Orientali si faceva dagl'Italiani in quei tempi, anteriori alla scoperta del Capo di Buona Speranza. Venezia, Genova, Pisa, Firenze, Amalfi ed Ancona avevano l'impero de' mari, e quasi esse sole giravano non solamente il Mediterraneo, ma l'Oceano, e portavano le loro merci persino al Baltico; così che tutto il commercio dell'Europa era presso gl'Italiani. Le leggi amalfitane erano la base del gius marittimo. Venezia sola manteneva trentaseimila marinari[217]; numero sterminato per quel secolo, nel quale non s'intraprendevano viaggi di lungo corso, e la nautica non era ridotta alla perfezione attuale. Milano trasmetteva a Venezia i pannilani che da noi si fabbricavano, e riceveva da Venezia cotone, lana, drappi d'oro e di seta, droghe, legni da tingere, sapone, sali ed altre mercanzie. Queste mercanzie, che ricevevamo da Venezia, in gran parte le spedivamo alla Francia, agli Svizzeri ed all'Impero, unitamente alle armature ed altri lavori. Il nerbo principale della nostra industria consisteva nella fabbrica de' pannilani e degli usberghi, scudi, lance, ec. Abbiamo un prezioso documento su tal proposito che merita esame, e questo è lo scritto di Marino Sanuto, che il Muratori nostro maestro, ha tratto dalla biblioteca Estense e dato in luce[218]. Il Sanuto scrisse le vite di alcuni dogi di Venezia, e riferisce l'aringa fatta nel gran consiglio dal doge Tommaso Mocenigo. Quello scrittore era posteriore di poco, ma asserì di avere trascritto i fatti, «dal libro dell'illustre messer Tommaso Mocenigo, doge di Venezia, d'alcuni aringhi fatti per dar risposta agli ambasciatori de' Fiorentini, che richiedevano di far lega colla signoria contro il duca Filippo Maria di Milano nel 1420». Il doge opinava che non convenisse ai Veneziani di rompere la pace col duca; ed in prova dimostrava l'utilità esimia che ridondava al commercio di Venezia dalla corrispondenza con Milano. Ser Francesco Foscari, procuratore, opinava l'opposto. Se vi è documento nella storia che meriti fede, certamente è questo; poichè l'occasione, il luogo, le persone ci debbono far credere che non avranno allegati che fatti costanti e sicuri. Asserì il doge che ogni anno da Milano si spedivano a Venezia quattro mila pezze di panno, del valore di trenta ducati ciascuna, e di più si spedivano novantamila ducati d'oro, così che la somma in tutto ascendeva a duecentodiecimila ducati. Ciò appartiene alla sola città; poichè Monza separatamente ivi è registrata pel valore di centoquarantaduemila ducati di roba e denari che spediva ogni anno a Venezia. Allora Milano e Monza, colla sola Venezia facevano la stessa parte del commercio che ora fanno Milano, il contado e le cinque città e provincie dello Stato; ed è notabile colla sola Venezia, poichè l'esteso commercio con Genova, colla Francia e colla Germania che allora avevamo, non entrava in quella somma. Dico la stessa parte, e dovrei dire molto più, se considerassi che il ducato allora era un pezzo di metallo assai più raro e più pregevole, come più volte ho ricordato. Questo basta per conoscere che verosimilmente v'era in Milano una popolazione di trecentomila abitanti; che v'erano sessanta fabbriche di lanificio; e che moltissima era tra noi l'industria e la ricchezza; come ci confermano tutti gli scritti posteriori, ricordando que' tempi della opulenza.

Non sarà forse discaro a' miei lettori ch'io aggiunga alcune osservazioni a quel bilancio del commercio fatto dal Sanuto. Da Venezia ci si trasmettevano i cotoni: il valore de' cotoni allora era otto volte maggiore che non lo è di presente: le strade del commercio oggidì sono aperte, e ciascuna nazione procura, per vendere presto, di contentarsi d'un minor guadagno; allora i pochi che lo possedevano erano arbitri del prezzo. Ho pure osservato che allora noi prendevamo appena la metà del cotone che adesso ci spediscono gli esteri; poichè le fabbriche delle bombagine e fustagni allora non esistevano presso di noi, e questa manifattura era de' Cremonesi. Questa odierna manifattura ci porterà più di settantamila gigliati per la vendita di trentamila pezze, che attualmente ne facciamo agli esteri. La seconda osservazione cade sul lanificio. La lana ce la vendevano i Veneziani allora più a buon mercato, cioè circa il sessanta per cento meno che non vale presentemente. È probabile che molte pecore si alimentassero su i nostri prati; e che la lana fina non ci venisse da Venezia. Lo stato intero di Milano spediva allora a Venezia cinquantamila pezze di panni. Ora le cose sono cambiate. Il lanificio, preso tutto insieme, costa allo Stato l'uscita di dugentocinquantamila zecchini ogni anno; i soli pannilani dobbiamo comprarli dagli esteri per settantamila gigliati. La terza osservazione risguarda la seta e suoi lavori; allora ne ricevevamo da Venezia di seta e drappi di oro pel valore cospicuo di ducati duecentocinquantamila; naturalmente una buona porzione si sarà rivenduta. Oggidì però l'articolo della seta, computato tutto, darà invece l'utilità d'un milione di ducati, ossia zecchini, ed è la principale ricchezza delle nostre terre. La quarta osservazione appartiene alle droghe; e per esempio di pepe e di cannella allora se ne introduceva assai più che non facciamo al dì d'oggi; e di questi capi allora nelle mense v'era maggiore consumo, e ciò oltre il commercio secondario che da noi se ne faceva col rivenderli. Oggidì consumiamo appena ottantamila libbre di pepe; il che ci fa pagare agli esteri ottomila ducati, ossia gigliati, ed allora ne compravano per ducati trecentomila, cioè si spendeva allora in un anno per questo articolo quanto si spende appena in trentasei anni a' nostri giorni. Della cannella dico lo stesso; allora spendevasi il quadruplo in paragone de' tempi nostri, poichè ventimila libbre, che costano circa sedicimila zecchini, sono presso poco la quantità annua che oggidì ne consumiamo. In quinto luogo ho osservato che dello zucchero invece ne abbiamo notabilmente ampliato il consumo, giacchè allora seimila centinaia ne ricevevamo, ed ora ne consumiamo sedicimila centinaia. Il prezzo altresì dello zucchero è notabilmente scemato in paragone di quello ch'era allora, poichè seimila centinaia valevano ducati novantacinquemila, ed ora sedicimila centinaia si comprano con settantamila ducati. L'uso del mele era comune in quei tempi, e vi si è poi sostituito lo zucchero, dappoichè le navigazioni alle Indie Orientali, e le copiose piantagioni d'America l'hanno reso una droga più comune. Cade la sesta osservazione sul sapone, per acquistare il quale allora spendevasi ducentocinquantamila ducati, cioè il decuplo di quello che ora spendiamo, ricevendone dagli esteri non più di circa quarantamila rubbi: ma allora ne facevamo rivendita, e forse non v'erano alcune fabbriche nel paese che ora ne ha. L'ultima osservazione cade sopra un legno da tintura chiamato verzino, che allora era enormemente caro, e costava seicento volte più che ora non vale: ne ricevevamo allora migliaia quattro, valutate ducati centoventimila; ora ne riceviamo più di venti migliaia, le quali ci costano mille ducati d'oro; ma il Capo di buona Speranza non fu scoperto se non l'anno 1497 da Vasco de Gama, sotto il re Emanuele IV di Portogallo, e l'America non fu scoperta dal Colombo che l'anno 1491.

CAPITOLO XVI. Repubblica di Milano, che termina colla dedizione a Francesco Sforza.

Prima ch'io narri gli avvenimenti della repubblica di Milano, vuolsi esaminare brevemente in quale stato trovavansi le potenze che avrebbero voluto signoreggiare sopra di noi. (1447) Colla morte del duca Filippo Maria era terminata la discendenza maschile di Giovanni Galeazzo Visconti, infeudata dall'imperatore Venceslao; e perciò il ducato (considerandolo come un podere) era devoluto all'imperatore. Se il destino delle città dipendesse dal solo diritto di proprietà ereditaria, l'imperatore solo, sulla base della pace di Costanza, avrebbe dovuto decidere di noi, o creando un nuovo duca, o nominando un vicario imperiale, ovvero, sotto quella denominazione che più gli fosse stata in grado, ponendo chi esercitasse la suprema dominazione dell'Impero su questa parte dell'Impero medesimo. Ma lo scettro imperiale era nelle deboli mani di Federico III, principe timido, indolente e minore della sua dignità; il quale nemmeno avrebbe potuto far valere le sue ragioni sull'Italia, oppresso, come egli era, dalle armate del re d'Ungheria. Il lungo regno di questo cesare lasciò dimenticato nel milanese il nome dell'Impero per più di quarant'anni dopo morto l'ultimo duca. La casa d'Orleans possedeva la città di Asti, portatale in dote dalla principessa Valentina, figlia del primo duca, conte di Virtù. V'era un piccolo presidio francese in quella città: ma la casa d'Orleans non regnava. Cinquantadue anni dopo ella ascese sul trono di Francia; e colle armi sostenne le sue pretensioni sul ducato di Milano, appunto come discendente dalla Valentina Visconti. Frattanto il re di Francia Carlo VII, occupato nel combattere contro gli Inglesi, che avevano conquistate alcune province del suo regno, non aveva nè mezzi, nè pensiero di rivolgersi a questa parte d'Italia in favore di suo cugino. Il papa Niccolò V, di carattere sacerdotale, non conosceva l'ambizione; e l'antipapa Felice V e il non affatto disciolto concilio di Basilea occupavano interamente la corte di Roma. Il trono di Napoli era incerto e disputato. I Veneziani e il duca di Savoia avevano formato il progetto di profittare dell'occasione; ed erano e finitimi e potenti e sagaci. La vedova duchessa di Milano, Maria di Savoia, era in Milano, e cercava di guadagnare un partito al duca di Savoia, di lei padre. I Veneziani avevano in Milano i loro fautori, e colle immense ricchezze possedevano i mezzi di sostenerli e secondarli colle armi. Il conte Francesco Sforza pareva che nemmeno dovesse porre in vista le insussistenti pretensioni della moglie e del suo primogenito, esclusi per la investitura imperiale dalla successione nel ducato. La condizione del conte era anche più degradata di quella del duca d'Orleans, attesa la viziata origine della Bianca Maria. Egli possedeva Cremona, recatagli in dote; comandava un possente numero d'armati; aveva il nome più illustre di ogni altro nella milizia di quei tempi. Ma un romagnuolo, nato in Samminiato da Lucia Trezania, senza parenti illustri, e che non ebbe fra suoi antenati un nome degno di memoria, trattone suo padre (a cui il conte Alberico di Barbiano, sotto del quale militava, diede il soprannome Sforza), non pareva posto in condizione da disputare con alcuno la signoria di Milano, meno poi di prevalere. In questa situazione si trovò la città di Milano, quando, nel 1447, morì l'ultimo duca, ed ella intraprese a governarsi a modo di repubblica.

Appena aveva cessato di vivere Filippo Maria, che incominciarono a comparire nuove leggi e regolamenti sotto il nome dei capitani e difensori della libertà di Milano. Il primo proclama col quale annunziarono la loro dignità e il loro titolo, fu del giorno 14 agosto 1447, cioè il primo dopo la morte del duca. In esso questi capitani e difensori della libertà di Milano confermano per sei mesi prossimi a venire il generoso Manfredo da Rivarolo dei conti di San Martino nella carica di podestà della città e ducato[219]. Questi nuovi magistrati però non pretesero di invadere tutta l'amministrazione della città; anzi lasciarono che i maestri delle entrate dirigessero le finanze e le possessioni che erano state del duca; e lasciarono pure che il tribunale di Provvisione regolasse la panizzazione, le adunanze civiche, l'annona e gli altri oggetti di sua pertinenza. I capitani e difensori, considerandosi investiti della autorità sovrana, riserbate al loro arbitrio le cose veramente di Stato, col dare, quand'occorreva, ordini al podestà, al capitano di giustizia, al tribunale di Provvisione, ec. pei casi straordinarii, lasciarono a ciascun magistrato la cura di provvedere, secondo i metodi consueti e regolari, a quanto soleva appartenere alla di lui giurisdizione[220]. Questi capitani e difensori della libertà non avevano però ragione alcuna per comandare agli altri cittadini. S'erano immaginato un titolo, creata una carica, attribuita una autorità, addossata una rappresentanza tumultuariamente, per usurpazione e sorpresa, non mai per libera scelta della città. Se un virtuoso entusiasmo di gloria e di libertà avesse animati coloro ad ascendere alla pericolosa rappresentanza del sovrano, potevano, annientato ogni privato interesse, primeggiando il solo pubblico bene, andare cospiranti e unanimi, e adoperare così la forza pubblica col maggiore effetto per la pubblica salvezza. Ma come sperare che si accozzasse un collegio di eroi casualmente, in una città oppressa da una serie di sei pessimi sovrani? Mancava a questo corpo resosi sovrano e la opinione di chi doveva ubbidire, e la coesione delle parti di lui medesimo; nè era riserbato nemmeno ai più accorti il prevedere la poca solidità e durata di un tal sistema, manifestamente vacillante. Già nel capitolo antecedente nominai i fautori principali del governo repubblicano, cioè Innocenzo Cotta, Teodoro Bossi, Giorgio Lampugnano, Antonio Trivulzi e Bartolomeo Morone. Non era probabile che le altre città della Lombardia superassero il ribrezzo di farsi suddite di una città metropoli, governata a caso e senza una costituzione politica. Infatti due sole città, cioè Alessandria e Novara, si dichiararono di essere fedeli a Milano; le altre o progettarono di voler governarsi a modo di repubblica indipendente, o posero in deliberazione a qual principe sarebbe stato meglio di offerirsi. In Pavia sola vi erano ben sette partiti: gli uni volevano Carlo re di Francia; altri, Luigi il Delfino; altri, il duca di Savoia; altri, Giovanni marchese di Monferrato; altri, Lionello marchese di Ferrara; altri, i Veneziani; altri, il conte di Cremona Francesco Sforza. Il Corio, che ciò racconta, non fa menzione dell'ottavo partito, che sarebbe stato quello di reggersi da sè e collegarsi in una confederazione di città libere, o meglio ancora unirsi in una sola massa e formare un governo comune. Nè ciò pure terminava la serie dei mali del sistema. I banditi ritornavano alle città loro, occupavano i loro antichi beni, già venduti dal fisco ducale, e ne spogliavano gli innocenti possessori. La rapina era dilatata per modo, che nessuno era più sicuro di possedere qualche cosa di proprio; la vita era in pericolo non meno di quello che lo erano le sostanze; il disordine era generale e uniforme; il che doveva accadere in una numerosa e ricca popolazione, rimasta priva del sistema politico, mentre con incerte mire tentava di accozzarne un nuovo. Il castello di Milano non poteva torreggiare sopra di una città che voleva essere libera e temeva un invasore; perciò con pubblico proclama si posero in vendita i materiali di quella rocca[221].

Il conte Francesco Sforza, appena ebbe l'annunzio della morte del duca, s'incamminò diligentemente verso Milano, abbandonando la Romagna, ove si trovava. I Veneziani erano nella circostanza la più favorevole per impadronirsi del milanese. Lodi, Piacenza ed altre città desideravano di vivere sotto la repubblica veneta. Francesco Sforza vedeva che i Veneziani erano i più potenti ad invadere e conquistare questo ducato, ch'egli aveva in mente di far suo, sebbene le circostanze non gli fossero per anco favorevoli a segno di palesarlo. Le forze dei Veneti già si trovavano nel milanese prima che il duca morisse. Il che accennai nel capitolo antecedente. E come pochi mesi prima s'erano essi presentati sotto le mura di Milano, e avevano devastato il monte di Brianza, così v'era ragionevole motivo per cui i Milanesi temessero l'imminente pericolo. Appena venti giorni erano trascorsi dopo la morte di Filippo Maria, che la repubblica milanese dovette eleggere un comandante capace di opporsi alle forze venete e salvarla; e questa scelta cadde nel conte Francesco Sforza, dichiarato capitano delle nostre armate[222]. I denari dei Milanesi erano necessari per mantenere un corpo numeroso di soldati, e ai Milanesi era necessario un gran capitano, la cui mente e valore, opportunamente dirigendo la forza, li preservassero dall'invasione dei Veneti. Questi bisogni vicendevolmente unirono da principio lo Sforza e i repubblicani nascenti, se pure il nome di repubblica poteva convenire a una illegale adunanza, che governava senza autorità e senza principii.