Fra i varii spettacoli che in quella occasione si videro, uno ve n'ebbe il quale minacciò di cagionare degli inconvenienti. Il giorno 14 giugno 1507 fu destinato ad una rappresentazione militare. Il giorno precedente cadeva la solennità del Corpus Domini, ed il re, con sette cardinali, col duca di Savoia, e i marchesi di Monferrato e Mantova, e una schiera di ministri esteri, aveva decorata la solita processione. La comparsa militare consisteva nel mostrare l'attacco di una fortezza. Erasi accomodato a foggia di una ròcca, a quest'oggetto, il palazzo dove soleva dimorare il governatore, ch'era Carlo, gran maestro d'Amboise, succeduto al cardinale di Rohan[328]. A difendere il forte, stavano esso governatore, il marchese di Mantova e il maresciallo Trivulzio, con cento uomini d'armi. L'attacco si faceva con forti bastoni, e tanto fu l'ardore, che alcuni vi rimasero morti, molti feriti; e la cosa era talmente impegnata, non volendo alcuna delle due parti cedere, che, per evitare una funesta scena, dovette il re in persona porsi di mezzo. Un mese e mezzo dimorò il re Lodovico questa seconda volta in Milano, d'onde partissene il giorno 11 luglio alla volta di Savona, per abboccarsi al re di Spagna, e concertar il matrimonio della sorella del duca di Nemours con quel re. I Veneziani, vedendo che il re Lodovico XII si era con facilità impadronito di Genova, cominciarono a temere questo potentissimo vicino, che aveano incautamente invitato ed assistito. Mossero delle pratiche per animare l'imperator Massimiliano, il quale avea alla sua corte i due esuli principi Massimiliano e Francesco, figli del duca prigioniero. Non poteva il capo dell'Impero considerare mai come legittima invasione fatta dal re di Francia nel milanese. Il feudo non passava nelle femmine, e quindi era viziato il titolo su cui fondavasi il re. Veramente ancora più viziato era quello che poteva mostrare Francesco Sforza; poichè la Bianca Maria, nella sua origine, aveva una macchia, della quale era immune la Valentina. Ma appunto per questo, quell'augusto avea, con nuova investitura, costituito Lodovico secondogenito, acciocchè l'investitura mostrasse l'arbitrio cesareo nella scelta. Oltre poi l'augusta maestà dell'Impero, nel cuore di Massimiliano parlavano i moti del sangue in favore dei due giovani principi oppressi. (1508) Lusingato adunque Massimiliano del favore de' Veneziani, si presentò ai difficili passi dell'Adige per discendere dal Tirolo nella Lombardia; e, col pretesto di passar poi a Roma per farsi incoronare, scacciar prima i Francesi dal ducato di Milano. Ma trovò opposizione tale de' Veneziani, che dovette tornarsene. Egli mosse le armi contro i Veneti, ed essi occuparono le terre imperiali di Gorizia e Trieste. Questi furono gli ultimi motivi che determinarono la famosa lega di Cambrai l'anno 1509; lega in cui il papa, l'imperatore, il re di Francia, il re di Spagna e varii altri minori principi Gonzaghi, Estensi, ec., si unirono a danno della prepotente repubblica veneta lega, per cui Venezia fu nel punto di perire, e per cui ricevette un colpo siffatto, che più non le fu possibile riascendere alla primiera grandezza. Era meglio per Venezia l'avere per confinante un principe di forze moderate, come lo Sforza, ovvero un re di Francia? Sulla casa Sforza essa acquistò Brescia, Bergamo e Cremona. Il tempo cambia i principi, e le repubbliche immortali seguitano sempre la stessa politica. Un successore debole sul trono di Milano accresceva nuove spoglie ai Veneti; Cremona, la Gera d'Adda terminarono in mano de' Veneti.... Quantunque, era forse un bene per Venezia l'accrescere tanto lo Stato suo? E se, invece di farsi delle città suddite, ella ne avesse fatte altrettante alleate e partecipi della veneta libertà, dando la cittadinanza veneta ai vinti, come i Romani.... forse rinasceva Roma nel seno dell'Adriatico. Mi si perdoni questa digressione. Facil cosa è giudicare dagli effetti, siccome fa lo storico; ma gli uomini di Stato, costretti ad antivedere, sono dalle apparenze sedotti facilmente. L'oggetto di questa unione si era che il papa togliesse alla repubblica le città marittime della Romagna; l'imperatore acquistasse Verona, Vicenza e Padova; il re di Francia riunisse al milanese Crema, Bergamo e Brescia. Gli altri principi tutti avevano concertata la porzione che lor dovea appartenere dello spoglio del Veneziani.
I Veneziani radunarono un esercito di sessantamila uomini; e ne confidarono il comando al conte Bartolomeo d'Alviano. Si presentarono i Veneti all'Adda. Di contro comparve il governatore di Milano, gran maestro Carlo d'Amboise, con una men forte armata. I Veneziani posero il fuoco a Treviglio; il loro comandante voleva prendere Lodi e Milano, od almeno tentarlo prima che giugnesse il re di Francia, il quale con nuovi armati passava le Alpi; ma i provveditori veneti no 'l permisero. (1509) Comparve Lodovico XII in Milano il giorno 1.º di maggio del 1509, e fu questa la terza volta. Vi dimorò otto giorni; indi co' suoi s'incamminò alla volta di Cassano. Egli avea al suo seguito da cento de' primi gentiluomini milanesi, che seco conducevano più di mille cavalli corredati con maravigliosa magnificenza; e questi combattevano a proprie spese senza stipendio; su di che il Prato: «al vedere quelle cavalcanti compagnie sì di francesi come di milanesi, con i saioni quasi tutti di broccato d'oro sopra le fulgenti armi, avendo il re, vestito di bianco, nel mezzo, era veramente uno obstupescere l'occhio del risguardante». Giunse il re a Cassano; si pose di fronte ai marcheseschi. I Veneziani erano vantaggiosamente accampati alla sinistra riva dell'Adda, e scorreva avanti al lor campo. Voleva il re arditamente passare il fiume ed attaccarli, ma Giovan Giacomo Trivulzio lo sconsigliò da questo temerario partito a fronte di una numerosa armata, provveduta di molta artiglieria. Il re fece dei ponti, e su di essi passarono i Francesi; ciò accadde il 10 maggio 1509. V'erano il Trivulzio, La Palisse, il duca di Courbon. Il conte Bartolomeo d'Alviano voleva attaccare i Francesi al momento in cui stavano passando il fiume; e si lagnò de' provveditori veneti, che gli strappavano dalle mani la vittoria e lo esponevano poi alla rovina. Non permisero i provveditori che scendesse dal suo campo trincerato. Il re pose il suo accampamento sul fiume alle spalle e fece rompere i ponti, acciocchè i soldati sapessero che non rimaneva scampo alcuno colla fuga. I Veneziani si ritirarono verso Caravaggio. Il 14 maggio 1509 si posero in marcia i Francesi. I Veneziani avevano circa ventimila fanti e mille uomini d'armi. Fra i primi nell'attaccare furono i nostri milanesi. Il fatto seguì fra Agnadello e Mirabello. Rimasero sul campo sedicimila persone. Alcuni dissero persino ventimila. L'Alviano fu ferito. Ventitre pezzi di grossa artiglieria vennero in potere de' Francesi. Molti veneziani rimasero prigionieri. Il poco che rimase dell'armata marchesesca fuggì verso Brescia. Dopo questa insigne sconfitta d'Agnadello, del 14 maggio, i Francesi presero Caravaggio il 16; il giorno 18 maggio Bergamo si sottomise al re; e il giorno 23 maggio Brescia pure conobbe il re di Francia per suo signore. Crema nel mese istesso si sottomise. Tale fu l'impressione che fece la vittoria di Agnadello, che Verona, Vicenza e Padova portarono al re le chiavi, e il re le fece consegnare agli ambasciatori del re de' Romani, come città a lui appartenenti.
Dopo un così rapido corso di vittorie il re Lodovico XII, il giorno 1.º di luglio, entrò in Milano con una sorta di trionfo. Girò da San Dionigi dietro la fossa per entrare solennemente da porta Romana, che allora era al ponte; e da porta Romana al castello erano le case coperte di panni di razza, con li padiglioni sopra; come dice il Prato, che descrive la pompa essere stata tale, che ardiva paragonarla ai trionfi de' Romani antichi. Vi erano quattro archi trionfali, e l'ultimo sulla piazza del castello, «il quale, fra gli altri belli, era bellissimo, d'altezza di più di cinquanta braccia, disopra avendo di rilievo la imagine del re, sopra un cavallo tutto messo a oro, di maravigliosa grandezza, con due giganti a canto, e tutte le commesse battaglie intagliate e dipinte, che era una bellezza a vedere, e più superba cosa saria stato, se la súbita venuta del re non avesse il mezzo dell'opera intercisa»; così il Prato. Il re era preceduto da carri dorati, e rappresentavano le città sottomesse, alla foggia de' trionfi romani. S'era preparato un magnifico carro trionfale, tutto dorato e condotto da quattro cavalli bianchi, coperti superbamente di ricamo, e scortato da ventiquattro pomposi custodi; ma il re non volle ascendervi e rimase a cavallo, corteggiato da gran numero di principi, conti e marchesi, ducento gentiluomini francesi, e molti gentiluomini milanesi sì superbamente vestiti che il domestico abito era semplice broccato; così il Prato. Il re poco dopo tornò in Francia[329].
Mentre i Francesi riunivano al ducato di Milano, Brescia, Bergamo e Como, l'imperatore possedeva Verona, Vicenza e Padova; e il papa s'era reso padrone di Ravenna, Cervia, Imola, Faenza, Forlì, Rimini e Cesena. Ma, come accadde sempre alle forze collegate, che i separati interessi de' soci le scompongono ben tosto, così riuscì ai Veneziani di riprendere Padova. Poco dopo, segretamente il papa fece la pace co' Veneziani, ed ottenne la signoria delle città che aveva conquistate nella Romagna, con di più il patto che la repubblica non mai occupasse Ferrara. Così mancando il papa di fede alla Lega, questa cessò, e ciascuno si rivolse a provvedere a' casi suoi.
CAPITOLO XXI. Lodovico XII, re di Francia, perde il Milanese, ove è riconosciuto Massimiliano Sforza, ottavo duca.
Dopo la vittoria di Agnadello, il re di Francia Lodovico XII aveva ottenuta dall'imperatore Massimiliano l'investitura del ducato di Milano collo sborso di centocinquantacinquemila scudi d'oro[330]. Così quell'augusto parve che sagrificasse i due suoi cugini germani, Massimiliano e Francesco Sforza, spogliandoli di quel diritto ch'ei medesimo aveva dato ad essi nell'investitura di Lodovico il Moro, loro padre. Ma se le circostanze momentanee consigliarono un tal partito, in forza della lega di Cambray, considerata per un mostro politico; cambiate queste, ben tosto gl'interessi di ciascun potentato ripigliarono il loro vigore; e nello Sforza preferì cesare un principe stretto parente e protetto da lui, ad un rivale formidabile, quale era il re di Francia. (1510) Il papa Giulio II, staccatosi dalla lega, unitosi co' Veneziani, teneva segrete pratiche cogli Svizzeri, a fine di scacciare dal Milanese i Francesi, o d'inquietarli per lo meno. Quella nazione bellicosa e confinante, cinta da montagne altissime, poteva con improvvise incursioni sorprendere, e, rispinta, ancora ricoverarsi fralle rupi native fuori da ogni pericolo di offesa. Dopo di avere gli Svizzeri occupata Bellinzona nella rivoluzione in cui Lodovico il Moro fu preso, resi padroni di quella rôcca, in addietro posseduta dai duchi di Milano, non solamente si videro arbitri di invadere la sottoposta pianura del Milanese, ma formarono disegno di occuparne una porzione. Il papa, che aveva già l'animo rivolto a Parma e Piacenza, città state sempre unite al ducato di Milano, a fine di staccarle ed appropriarsele come città comprese anticamente nell'esarcato di Ravenna, e nella donazione che la contessa Matilde aveva fatta alla Santa Sede, adescò gli Svizzeri a staccare altresì dal ducato medesimo Lugano, Locarno e Mendrisio, tre distretti i più vicini alle Alpi. Animò i Grigioni ad acquistar Bormio e la Valtellina. Il principal motore presso gli Svizzeri fu Matteo Scheiner, uomo di nascita plebea, dapprincipio maestro di scuola, indi curato, poi canonico di Sion, piccola città del Vallese, uomo di una impetuosa eloquenza e di un carattere violento, ostinato ed appassionatamente nemico dei Francesi, fatto per le armate più che pel sacerdozio, il quale, per testimonianza di Varilas, sforzò col ferro alla mano il suo capitolo a nominarlo coadiutore; e fatto indi vescovo di Sion, rese celebre il suo nome per le imprese militari e per la somma influenza che ebbe presso gli Svizzeri, e conseguentemente negli affari di que' tempi, nei quali gli Svizzeri avevano moltissima parte; uomo perfine, che dal papa, per sempre più rendersi amici gli Svizzeri, fu creato cardinale, e dagli scrittori chiamasi il cardinale di Sion. Nel mese di settembre del 1510 gli Svizzeri fecero una incursione dal ponte della Tresa a Varese. I Francesi erano sparsi nei presidii di Brescia, Peschiera e altre fortezze, che ora sono dello Stato veneto. Cinquecento lance stavano a fronte dell'esercito veneziano. Altre cento lance francesi erano passate ausiliarie del duca di Ferrara, minacciato dal papa, il quale aveva accordato co' Veneziani ch'essi non gl'impedirebbero d'impadronirsi di quella città, togliendola agli Estensi. Il qual progetto non riuscì allora a Giulio II; ma ottantasette anni dopo, cioè nel 1597, Clemente VIII Aldobrandino lo ridusse a compimento. I Francesi non aveano quindi forze bastanti per impedire simili scorrerie degli Svizzeri; i quali, dopo di avere saccheggiate le terre, si ricoverarono prima dell'inverno sulle loro Alpi. (1511) Ma l'anno seguente, cioè 1511, sedicimila, secondo il Guicciardini, o venticinquemila Svizzeri, secondo il Prato, scesero dalle loro montagne, occuparono di bel nuovo Varese, s'innoltrarono a Gallarate, a Rho, e si presentarono fin sotto le mura di Milano il giorno 14 dicembre 1511. Ma non avendo costoro artiglieria, non passarono più oltre; anzi, incamminatisi verso la loro patria, lasciarono devastate od arse le terre di Bresso, Affori, Niguarda, Cinisello, Desio, Barlassina, Meda ed altre. Queste incursioni rendevano sempre più deboli le intraprese de' Francesi contro i Veneziani e contro del papa, che già consideravasi come aperto nemico del re di Francia. Quai fossero i pensieri di papa Giulio II in quest'affare, si vede nel Guicciardini[331]. «Aveva il pontefice, dice egli, propostosi nell'animo, e in questo fermati ostinatamente tutti i pensieri suoi non solo di reintegrare la Chiesa di molti Stati, i quali pretendeva appartenersegli, ma oltre a questo, di cacciare il re di Francia di tutto quello possedeva in Italia, movendolo la occulta ed antica inimicizia che avesse contro lui, o perchè il sospetto avuto tanti anni si fosse convertito in odio potentissimo, o la cupidità della gloria di essere stato, come diceva poi, liberatore d'Italia dai barbari». I Francesi non aveano nell'Italia se non mille e trecento lance e ducento gentiluomini[332], parte a Brescia, parte a Bologna, parte a Faenza.
Il governatore di Milano e comandante delle armate francesi nell'Italia era il gran maestro Carlo d'Amboise di Chaumont, il quale, nel 1505, era succeduto al signore Du Benin; e questi aveva avuti due altri prima di lui, il maresciallo Trivulzio o il cardinale di Rohan. Questo quarto governatore morì di malattia in Coreggio il 10 marzo 1511, e venne trasportato solennemente in Milano il 31 di esso mese. Il Prato ci descrive quel corredo funebre. Due cavalli coperti di velluto nero, ricamato d'oro, portavano il sarcofago, similmente coperto, con sopra la collana d'oro di San Michele. Precedevano cinque cavalli coperti sino a terra di velluto nero. Sul primo eravi un paggio con in mano la lancia: sul secondo, altro paggio portando un bastone dorato; sul terzo, un simile con mazza dorata; sul quarto il paggio aveva sul capo l'elmo dorato, e nella mano lo stocco; il quinto cavallo era a sella vuota, collo stocco pendente dall'arcione, ed era condotto a mano. Veniva poi la cassa di piombo, portata e coperta come ho scritto; seguitavanla i soldati e cortigiani, tutti in lutto con abiti sino a terra, e con certi cappucci in capo, con cui quasi elefanti mi sembravano, dice il Prato. Indi seguivano quattromila poveri, vestiti di nuovo, con torce nere in mano; poi quanti preti e frati v'erano in Milano, venivangli dietro con torce in mano. Il Duomo, ove la pompa finì, era tutto coperto di panni funebri, ed ornato di torce in sì gran numero, che una non era più di due braccia discosta dalle altre. Stavano alle porte alcuni che gettavano denaro ai poveri. La funzione fu magnifica. Il cadavere poi privatamente fa trasportato in Francia. Tali singolarità meritano luogo nella storia, perchè ci rappresentano i costumi ed il lusso dei tempi. L'onorare le ceneri de' trapassati sembra cosa quasi naturale all'uomo, poichè sino da' più rimoti secoli se ne scorgono lo tracce; e le nazioni selvagge eziandio ne hanno dato esempio; l'estinguere questo pietoso sentimento sarebbe difficilissimo e forse un cattivo progetto. Il limitare la profusione di tai pompe sembra conforme ad una saggia legislazione. Se questo affetto poi di preservare la spoglia e perpetuar la memoria delle persone che ci furono care, si rivolga in favor delle belle arti, animando la scultura, merita incoraggiamento e lode. Nel secolo XVI cominciò tra noi una severa e poca avveduta vigilanza contra siffatti monumenti, e se ciò non fosse stato, avremmo assai più ornati i nostri sacri templi di riconoscenti memorie dei cittadini e del progresso delle belle arti, che non abbiamo.
Poichè Giulio II ebbe mancato di fede al re di Francia, staccandosi dalla lega ed unendosi coi Veneziani, movendo gli Svizzeri, ed accostandosi agli Spagnuoli, alcuni cardinali, o partitanti della Francia, o malcontenti per la vita assai più militare che ecclesiastica del sommo pontefice, si radunarono in Pisa, ove si andava formando un concilio per deporlo, e dichiarar vacante la Santa Sede. In Pisa non si credendo eglino bastevolmente sicuri, passarono alcuni cardinali a Milano colla idea di quivi congregare il concilio. Come fossero accolti, lo scrive il Guicciardini[333]. «Ma a Milano i cardinali, seguitandoli per tutto il dispregio e l'odio dei popoli, avrebbero avute le medesime o maggiori difficoltà; perchè il clero milanese, come se in quella città fossero entrati, non cardinali della chiesa romana, soliti a essere onorati e quasi adorati per tutto, ma persone profane ed esecrabili, si astenne subitamente da sè stesso dal celebrare gli uffizi divini, e la moltitudine, quando apparivano in pubblico, gli malediceva, gli scherniva palesemente con parole e gesti obbrobriosi, e sopra gli altri il cardinale di Santa Croce, riputato autore di questa cosa». Il cardinale Santa Croce, spagnuolo, era uno dei primi autori di tale scisma. I nostri ecclesiastici, immediatamente dopo la loro venuta, cessarono di celebrare le sacre funzioni, considerando come soggetta all'interdetto la terra ove abitavano questi prelati. Il governo comandò loro di continuare nel solito ministero, ed il Prato ci avvisa che i monaci Benedettini, Cisterciensi e Lateranesi, per non aver voluto ubbidire, ebbero i militari posti ad alloggiare sulle loro terre. (1512) Il giorno 4 gennaio 1512 si radunò nel Duomo questo concilio. Il cardinale di Santa Croce cantò la messa pontificale: il cardinale Sanseverino ed un altro cardinal francese servivano da diacono e suddiacono; v'erano altri due cardinali assistenti, e ventisette colle mitre bianche in testa, altri vescovi, ed altri abbati. Trattossi di portare giudizio su papa Giulio; ed eravi per notaio, che scriveva gli atti del concilio, un messer Ambrogio Bolfraffo. Tenne varie sessioni questo concilio, ed in una del giorno 21 d'aprile venne dichiarato il sommo pontefice sospeso dalla sua dignità papale. Di tutto ciò fa menzione il Prato.
Nè già i pericoli che stavano d'intorno a Giulio II limitavansi a questa scarsa e dispregiata congregazione, già dal papa scomunicata e resa obbrobriosa o ridicola ai popoli. Il pericolo assai maggiore stava risposto nel valor militare del duca di Nemours Gastone di Foix, nipote per parte di madre del re Luigi XII, fatto governatore e capitano generale dopo la morte del gran maestro di Amboise. Questo giovine eroe, all'età di soli ventidue anni, mostrò i talenti di un gran generale. Dal Milanese vola a soccorrere Bologna, assediata da don Pietro di Navarra e la sorprende prima ch'egli abbia nemmeno notizia ch'ei marciasse a quella vòlta; lo pone in fuga, batte la retroguardia di lui; rende libera Bologna. Coglie il momento di questa impresa il conte Luigi Avogadro, e, profittando della assenza dei Francesi, apre le porte di Brescia a' Veneziani, i quali occupano Bergamo e s'innoltrano sino al Mincio. Al momento parte Gastone dal Bolognese, si affronta al Mincio coi nemici, che gliene disputano il passo, e li disperde; si presenta a Bergamo e la prende; si presenta a Brescia, e se ne rende padrone; e tutta questa maravigliosa serie di fatti si eseguisce in pochi giorni. Il 29 febbraio prese Bergamo, il 1.º di marzo prese Brescia; al qual proposito il Guicciardini scrive[334]. «Fu celebrato per queste cose per tutta la Cristianità con somma gloria il nome di Fois che con la ferocia e celerità sua avesse in tempo di quindici dì costretto l'esercito ecclesiastico e spagnuolo a partirsi dalle mura di Bologna, rotto alla campagna Giampagolo Baglione con parte delle genti dei Veneziani, ricuperata Brescia con tanta strage de' soldati e del popolo, di maniera che, per universale giudizio, si confermava non avere già parecchi secoli veduta Italia nelle opere militari una cosa somigliante».
Questa presa di Brescia servì di argomento al signor di Belloy per la tragedia che intitolò: Gaston et Bayard, nella quale l'Avogadro apparisce come un ribelle del suo legittimo sovrano e traditore della patria, e gl'italiani vi figurano miseramente il personaggio di gente senza virtù alcuna. I Bresciani da ottantatre anni vivevano sudditi della repubblica veneta: quando nel 1509, furono assoggettati alla forza dell'armi francesi. Il conte Avogadro tentò di liberare sè stesso e la patria da un giogo straniero, e riconsegnarsi al nativo suo principe. Il governo poi che i Francesi facevano della di lui patria, suggeriva di liberarla da quella infelicità[335]. Il grado di longitudine sotto cui siamo nati su questa sferoide, non dovrebbe cagionare diversità di partiti: l'uomo virtuoso e dabbene è patriota de' suoi simili sparsi per ogni clima, ed è forestiere al suo vicino malvagio e vizioso. L'infelice conte Avogadro terminò miseramente i suoi giorni sul patibolo, ed i suoi figli, tradotti a Milano, per mano del carnefice finirono pure la vita. V'è chi incolpa Gastone di Foix di avere voluto contemplare la morte di questi infelici che avrebbero un nome glorioso, qualora avessero avuta la fortuna delle armi, e sarebbero stati coronati da quella gloria medesima che ottennero di que' tempi alcuni Francesi scacciando gl'Inglesi che avevano occupate le province della Francia. Il saccheggio di Brescia recò poi a Milano la pestilenza, che per due anni vi restò.