Dopo ch'ebbe di volo sottomesse le città di Bergamo e Brescia, il duca di Nemours Gastone di Foix passò per Milano; indi rapidamente marciò a Ravenna. È celebre la battaglia che vi si diè il 11 d'aprile, che in quell'anno fu il giorno di Pasqua, cioè quaranta giorni dopo la presa di Brescia; ed è notissima non meno la morte che vi trovò Gastone, dopo di avere riportata una compiuta vittoria; nè appartiene alla storia ch'io mi son limitato a scrivere, la precisa narrazione di tai fatti. Marc'Antonio Colonna comandava nella città di Ravenna; il vicerè di Napoli Pietro di Navarra aveva il comando degli Spagnuoli; sotto di lui serviva Fabrizio Colonna. I collegati pontificii erano millesettecento uomini di armi e quattordicimila fanti. Usarono allora i pontificii de' carri falcati[336]. I Francesi avevano, sotto il comando del duca di Nemours, il marchese di Ferrara e il cardinale Sanseverino. Oltre il duca di Foix, che vi fu ucciso, rimasero sul campo il signor d'Allegre con suo figlio, il signor Molard, sei capitani tedeschi, il capitano Maugiron, il barone di Grammont, e più di duecento gentiluomini di nascita distinta. Se tale sciagura non veniva a rovesciare tutt'i disegni de' Francesi, il papa Giulio II correva rischio grande di perdere lo Stato, e di ubbidire al sinodo tenutosi in Milano. Ma una giornata cambiò totalmente l'aspetto degli affari, e il languente comando de' Francesi passò nelle mani del signor De la Palisse, che può essere collocato nella serie de' governatori di Milano, ed è il sesto. La spoglia del duca di Nemours venne trasportata a Milano e sospesa entro di un sarcofago di piombo fra una colonna e l'altra nel Duomo, siccome eranlo i duchi di Milano. La cassa venne coperta come lo erano le altre pure, con uno strato magnifico di broccato soprarizzo, dice il Prato: eranvi ricamati i gigli d'oro; pendeva la spada pontificia col fodero d'oro acquistata a Ravenna; v'erano collocati all'intorno il vessillo del papa e quindici altre bandiere prese in quella battaglia. Ma lo spirito feroce di partito e la superstizione non lasciarono tranquille le ceneri di questo giovine eroe; gli Svizzeri, i quali, come or ora vedremo, s'impadronirono in breve di Milano, entrati nel Duomo, sormontandosi l'un l'altro, scomposero, rovesciarono quel monumento, e le spoglie vennero disperse. Cambiatasi poi nuovamente la fortuna, e ritornati i Francesi, fu innalzato un mausoleo magnifico di marmo alla memoria di questo principe, e collocato nella chiesa delle monache di Santa Marta. Di questo mausoleo ora non ne rimane che la statua, sotto della quale si legge l'iscrizione seguente:
SIMVLACRVM GASTONIS FOXII
GALLICARVM COPIARVM DVCTORI
QVI IN RAVENNATE PRAELIO CECIDIT ANNO
MDXII
CVM IN AEDE MARTAE RESTITVENDA
EIVS TVMVLVS DIRVTVS SIT
HVIVSCE COENOBII VIRGINES
AD TANTI DVCIS IMMORTALITATEM
HOC IN LOCO COLLOCANDVM CVRAVERE
ANNO MDLXXIV[337]
I bassirilievi che adornavano la tomba, vennero, non saprei per qual destino, rotti e divisi; alcuni se ne veggono nella deliziosa villa di Castellazzo, altri sono presso alcuni privati. Sempre più si conosce che un buon libro è il solo monumento durevole, col quale un uomo sia sicuro di tramandare ai secoli venturi la memoria di sè medesimo: i marmi, gli edifizi, le pubbliche fondazioni, tutto si scompone e disperde; ma Orazio aveva ragione di scrivere, ch'egli s'innalzava un monumento co' versi suoi più durevole de' bronzi[338].
Dopo la battaglia di Ravenna, in cui si disse che rimanessero morti sul campo ottomila fanti e mille cavalieri pontificii, e prigionieri il vicerè di Napoli don Pietro di Navarra, il cardinale dei Medici, il marchese di Pescara, Fabrizio Colonna, il marchese di Padule, il figlio del principe di Melfi, don Giovanni Cardona ed altri; l'armata francese, sebbene vincitrice, si trovò totalmente rovinata, che il cavaliere Bayard, nella lettera citata, assicura[339] che in cento anni di tempo la Francia non poteva risarcire la perdita che aveva fatta. Dopo questa tal battaglia, il papa Giulio II sempre più si strinse co' Veneziani per discacciare i Francesi, i quali a nome del concilio avevano cercato di occupar la Romagna. L'interesse dei Veneziani consigliavali a dar mano alla rovina dei Francesi per ricuperare Brescia e il restante della terra-ferma, e collocar sul trono di Milano un principe da cui non dovessero temere invasione. Innoltrò il papa i suoi maneggi coll'imperatore Massimiliano per restituire il ducato di Milano a Massimiliano Sforza, cugino dell'imperatore medesimo. L'imperatore, con un proclama, richiamò alla patria tutti i Tedeschi che militavano nell'armata francese; e questi abbandonando i loro stipendi, resi poco sicuri, e sempre più s'indebolirono le forze comandate dal signor De la Palisse. Dall'attività di papa Giulio II gli Svizzeri, incessantemente animati, scesero questi nuovamente in Italia; e profittando della confusione e debolezza de' Francesi, occuparono i tre baliaggi di Lugano, Locarno e Mendrisio, i quali continuarono a possedere gli Svizzeri dappoi, come al presente. I Grigioni s'impadronirono di Chiavenna, Bormio e della Valtellina, attualmente possedute da essi. Il papa occupò Parma e Piacenza[340]. In questo stato di cose il signor De la Palisse si ricoverò a Pavia, città forte, e abbandonò Milano. Il consiglio generale de' novecento si radunò per dare le ordinarie provvidenze alla città, e porre qualche riparo alla pestilenza che l'affliggeva. Gli Svizzeri, sotto il comando del cardinale di Sion, invadono lo Stato in nome della Santa Lega: occupano Cremona, indi Lodi: si unisce al cardinale svizzero il vescovo di Lodi Ottaviano Sforza, cugino di Massimiliano. Milano riconosce la Santa Lega il giorno 16 giugno: il giorno 20 giugno entra il vescovo di Lodi in Milano come luogotenente del duca Massimiliano. Il papa libera la città di Milano dall'interdetto, in cui la considerava incorsa per esservisi ricoverati i cardinali suoi nemici. L'assoluzione venne il giorno 6 di luglio, e quella fu l'ottava volta in cui Milano si trovò in siffatta circostanza[341]. I Francesi, non essendo numerosi a segno di custodire Pavia, l'abbandonarono, e per la fine del 1512 non ve ne rimasero se non ne' castelli di Milano e di Cremona.
Massimiliano Sforza dall'età di nove anni sino al vigesimoprimo era stato esule dalla patria e ricoverato sotto la protezione dell'imperator Massimiliano, suo cugino. Egli, scortato dal cardinale di Sion e dagli Svizzeri, entrò solennemente in Milano il giorno 29 dicembre 1512. L'ingresso si fece al solito da porta Ticinese con più di cento gentiluomini che lo precedevano, usciti ad incontrarlo con un abito uniforme, composto dei colori medesimi che il duca aveva scelti per sue livree, cioè pavonazzo, giallo e bianco. I gentiluomini però, oltre l'essere vestiti di seta, erano altresì ricamati d'oro; per lo che non si potevano confondere coi domestici del duca. Il duca cavalcava vestito di raso bianco trinato d'oro; portavangli il baldacchino i dottori di collegio. Cesare Sforza, fratello naturale del duca, portava immediatamente avanti di esso la spada ducale sguainata. Lo seguitavano il vescovo Valese cardinale di Sion, e i legati del re de' Romani, del re di Spagna e di altri sovrani. Non mancarono a tal funzione i soliti archi trionfali. Egli finalmente andò a risedere nella corte ducale; giacchè il castello, nel quale solevano alloggiare i duchi, era in potere de' Francesi. Il potere ducale Massimiliano lo ricevette dagli Svizzeri; e, come dice Guicciardini[342]. «Il cardinale (Sedunense lo chiama il Guicciardini, ed è il vescovo di Sion), in nome pubblico degli Svizzeri gli pose in mano le chiavi ed esercitò quel dì, che fu degli ultimi di dicembre, tutti gli atti che dimostravano Massimiliano ricevere la possessione da loro; il quale fu ricevuto con incredibile allegrezza di tutti i popoli per il desiderio ardentissimo di avere un principe proprio, e perchè speravano avesse a essere simile all'avolo o al padre, la memoria dell'uno dei quali per sue eccellentissime virtù era chiarissima in quello Stato, nell'altro il tedio degli imperi forestieri aveva convertito l'odio in benevolenza».
(1513) Giulio II, il primo motore degli avvenimenti dei tempi suoi, quel papa che, coll'usbergo sul petto e l'elmo in capo, diresse l'assedio della Mirandola, e vi entrò per la breccia, terminò la sua vita la notte dal 20 al 21 di febbraio del 1513. Questo colpo cambiò nuovamente le combinazioni politiche di Europa. I Veneziani, che tre anni prima, per ricuperare la terra ferma occupata da' Francesi, uniti coll'imperatore, avevano cedute al papa le città marittime della Romagna, ascoltarono le proposizioni che fece loro la Francia, la quale prometteva ad essi la terraferma, Verona, Vicenza, Brescia, Bergamo e Crema, e con tali condizioni si collegarono con Lodovico XII nel trattato di Blois 13 marzo[343]. Con tale nuova confederazione si obbligavano i Veneziani ad assistere il re per ricuperare il Milanese; ed il re obbligavasi ad aiutare la repubblica per riacquistare le terre della Romagna perdute colla lega di Cambray[344]. Contro del papa si mossero parimenti gli Spagnuoli; ed il vicerè di Napoli s'impadronì di Parma e di Piacenza, sebbene per poco, costretto a restituirle al papa[345]. Mentre si andava disponendo nella Francia una nuova invasione nel Milanese, a respingere la quale forza era rivolgere le spalle a' Veneziani collegati colla Francia, il duca Massimiliano Sforza si abbandonava alla molle lascivia, che appena si perdona ai principi sicuri nel loro Stato. Per festeggiare il soggiorno che la marchesa di Mantova faceva in corte col nostro duca, ad altro non pensava egli che a giuochi ed a pompe, quasi ch'ei fosse nel seno della pace. Fece fare, fra le altre cose, un torneamento; il che accadde il giorno 13 febbraio 1513, dimenticandosi che nel castello stavano i Francesi. Il duca vide, per le palle di cannone ch'essi gli fecero piovere sulla corte, che aveva inopportunamente scelto il tempo ed il luogo[346]. Questo principe non sembra che avesse alcuna energia nè elevazione d'animo; egli spensieratamente portava il titolo di duca, e in mezzo all'umiliazione propria ed alla miseria de' sudditi pensava a passar giocondamente il suo tempo. Donava feudi, donava regalie, regalava denaro, roba a tutti i suoi favoriti con profusione, in guisa che aveva sempre l'erario esausto. Donò a Girolamo Morone la contea di Lecco: la città di Vigevano al cardinale di Sion; Rivolta e la Ghiara d'Adda ad Oldrado Lampugnano. Coteste sue profusioni facevansi da esso lui, «come se nulla fossero» dice il Prato, il quale si esprime a tal proposito così: «ma poco delle dicte cose curandosi il duca nostro, facea, como dice il proverbio, manco roba, manco affanni; et solo attendeva a piaceri; unde essendo venuto a Milano la moglie del marchese di Mantova con alquante sue zitelle, o per meglio dire ministre di Venere, tanto piacere de conviti e de balli e de altri che io non scrivo, se prendeva assieme con lo effeminato vicerè di Spagna, che era una cosa a ogni sano judicio biasimevole, et non so se me dica una parola, tuttavia, essendo dicta da Salomone, nella Cantica, la posso dire anch'io».[347] Veh tibi terra cuius rex est puer; così il Prato. Ma chi è fanciullo a ventun'anni, non è giunto mai a diventar uomo. Questa scioperatezza dovea ricadere a danno dei sudditi, ai quali forza era d'imporre maggiori aggravii; e non osandolo fare da sè, il duca Massimiliano, prima di accrescere la gabella del sale di trenta soldi ogni staio, ne impetrò dal papa il permesso; della qual supplica ho letta io stesso una copia scritta di quei tempi e conservata nella signorile raccolta dei manoscritti nell'insigne archivio Belgioioso d'Este, e dice così:[348] Beatissime Pater: — Manifesta est et satis nota apud S. V. immoderata nimium longe lateque dominandi ambitio, et aliena indebite usurpandi cupiditas Gallorum regis, adeo ut non modo principatum Mediolanensem, verum et universae Italiae subjugandae omnibus votis aspirare videatur; e conclude alla fine: quare ad B. V. confugere cogor pro re quae (sic) in evidentem totius Italiae commodum cedet et mihi et tam immensae pubblicae necessitati consulet; etiam supplicando quatenus, in praemissis opportune providendo, B. V. auctoritate Apostolica qua fungitur, motu proprio, ex certa scientia et de plenitudine potestatis etiam absolutae, licentiam potestatem et auctoritatem indulgere dignetur in universa ditione ducatus Mediolani imponendi praedictas additiones solidorum triginta pro stario salis etc.[349]. Nè ciò bastando, delegò il duca Bernardino ed Enea Crivelli per esigere dai feudatarii uno straordinario tributo[350]. Vendè persino i due canali navigabili, il Naviglio grande e quello della Martesana alla città di Milano[351]. In un sol mese vendette tante regalie, che ne incassò dugentomila ducati; alienazioni tutte fatte in ragione del sette per cento[352]. Impose nuovi aggravi sopra le terre irrigate[353]. I sudditi, al paragone del governo francese, conobbero quanto avessero peggiorato sotto di questo sventato principe naturale. Lodovico XII, re di Francia, ne' tredici anni che signoreggiò nel Milanese non impose alcuna taglia nè tributo straordinario. Fu un buon principe, moderato nelle spese, popolare, amante dell'ordine e della giustizia. Egli piantò nel Milanese quel sistema di governo che durò sino a' tempi nostri. Questo monarca, prima di regnare, era dominato dall'amore; la gioventù, la grazia, la bellezza lo seducevano: poichè salì sul trono, seppe frenarsi, e nobilmente signoreggiare sopra di sè medesimo. Ei meritò dai posteri il glorioso nome di Padre del popolo. Il paragone colla spensierata condotta del duca Massimiliano era svantaggioso pel successore.
Non sarà discaro a' miei lettori, s'io sottopongo al loro sguardo lo specchio delle spese fisse che si facevano sotto il duca Massimiliano dall'erario ducale. Questo prezioso aneddoto, siccome molt'altri, fu da me tratto dall'insigne collezione poc'anzi ricordata[354].
| Spese dello stato di Milano sotto il duca Massimiliano Sforza. | |
| Pensioni agli Svizzeri | ducati 100,000 |
| Alle guardie de' castelli di Milano, Cremona, Novara, guardia della corte, e capitano di giustizia | 72,000 |
| Alla gente d'armi | 74,600 |
| Alla compagnia del Bregheto, computata la provvisione sua | 3,000 |
| Al signor Manfredo da Coreggio, per esso e cavalli cento | 6,800 |
| Alla casa ducale, computata la stalla | 26,000 |
| Spese delli cavallari | 8,000 |
| Agli oratori e famigli cavallanti | 12,000 |
| Alla munizione e lavoreri ducali | 12,000 |
| Alle guardie delle fortezze, oltre le dette disopra | 6,000 |
| Spese straordinarie | 25,000 |
| Officiali salariati | 25,000 |
| Vestiario del duca | 30,000 |
| Spese di sanità | 4,000 |
| Elemosine ducali | 2,000 |
| Staffieri del duca | 660 |
| Trombetti | 540 |
| Interessi passivi di debiti | 10,000 |
| Ristauri per guerra e peste | 6,000 |
| Lettere e bollettini di esenzione | 2,000 |
| Beneplacito del duca | 5,000 |
| A conto del signor duca di Bari | 3,350 |
| Legna e altro per la cancelleria ducale e camera | 2,000 |
| Al signor Giovanni e a Maddalena Lucrezia per suo vivere | 1,700 |
| Annuali ed obblazioni | 500 |
| Ducati 438,150 | |
Le rendite poi del duca a quel tempo veggonsi nel codice medesimo[355] ascendenti a scudi d'oro del sole 499,660, soldi 64, denari 8. Ora computati gli scudi del sole come erano, una mezza doppia, e i ducati in valore di un gigliato, apparisce che il duca aveva ogni anno una spesa eccedente di più di ventiquattromila ducati, quand'anche nelle spese di capriccio ei non avesse ecceduto.
I Francesi adunque, nel numero di dugento uomini d'armi e ventimila fanti, sotto il comando di Luigi De la Trémouille e del maresciallo Trivulzio, superate le Alpi, scesero verso lo stato di Milano. A tal nuova i Veneziani si accostarono e si resero padroni di Pizzighettone, di Martinengo e di Cremona. Molti fra i sudditi del duca, malcontenti del governo di un tal principe, bramavano di ritornare sotto il dominio del re Lodovico XII. Un tumulto popolare si eccitò in Pavia, un simile contemporaneamente comparve in Alessandria. Già queste due città non avevano aspettato l'arrivo dei Francesi per considerarsi suddite della Francia. Messer Sacramoro Visconti, che aveva il comando degli sforzeschi posti a bloccare il castello di Milano, lasciava segretamente che entrassero di notte le vettovaglie ai Francesi del presidio; il che scoperto, egli si ricoverò nella Francia, ed ebbe dal re la collana, pregevolissima allora, dell'ordine di San Michele. Insomma le cose andavano come forz'era pure che andassero sotto di un principe sfornito di mente e di cuore che lo innalzassero sugli uomini volgari, e lo mostrassero degno di comandare agli altri uomini. Gli Svizzeri però vollero sostenere questo duca, e con ciò conservarsi non solamente i baliaggi che avevano occupati, ma il dominio del Milanese, che realmente esercitavano già sotto il nome del duca Massimiliano. Si radunarono ne' contorni di Novara nel numero di diecimila, a quanto scrive il Guicciardini[356], o settemila, come scrive il Prato; e il giorno 6 di giugno del 1513 assalirono l'armata francese con tanto impeto e sì impensatamente, che, quasi per sorpresa, impadronitisi dell'artiglieria de' nemici, la rivoltarono contro dei Francesi medesimi; e questo arditissimo impeto sgomentò talmente i Francesi (i quali s'immaginarono essere sopraggiunta una nuova armata di patriotti svizzeri), che senza consiglio si abbandonarono alla fuga; e da un drappello di fantaccini, senza cavalleria, senza artiglieria, venne siffattamenie distrutto un corpo di armata, che si contarono rimasti sul campo ben diecimila de' Francesi, ed il rimanente con somma sollecitudine ripassò le Alpi. Così gli svizzeri in quel luogo medesimo ove tredici anni prima erano stati accusati di aver tradito il padre, avendo a fronte lo stesso Trivulzio, in quello stesso luogo, e contro del generale medesimo, col loro valore mantennero lo Stato al figlio Massimiliano Sforza, ripararono l'onore delle loro armi e della fedeltà loro. Il Prato attribuisce quella sciagura de' Francesi al disprezzo che imprudentemente essi fecero de' loro nemici; non supponendo possibile ch'essi ardissero di provocar l'armata francese. Attribuisce però singolarmente allo sbigottimento che ebbe colla sorpresa il comandante supremo La Trémouille, il poco onore che in quella giornata si fecero le armi francesi; e il Trivulzio, costretto a fuggire cogli altri, andava ripetendo, a quanto il Prato scrive: «Noi fuggiamo et la victoria è nostra». Nella Francia La Trémouille vide, «non senza carico di vituperio», cassato il suo nome dalla lista dei stipendiati, «la qual cosa non avvenne al Trivulzio; ma sia come si voglia, la fuga fu vituperosa»[357]. Gli svizzeri raccolsero in quella giornata un prezioso bottino, avendo perduti i Francesi tutti i loro attrezzi. Dopo un tal fatto i Veneziani sgombrarono il paese; ritornarono le cose come se nulla fosse accaduto; e il duca, acceso d'una passione degna del suo animo, si recò a stanziare nei contorni di Pavia per vagheggiare una mugnaia che vi stava domiciliata[358].