La gloria delle armi francesi non poteva essere riparata nell'Italia con nuovo esercito, poichè gl'Inglesi, avendo allora appunto mossa la guerra a Lodovico XII, ei doveva adoperare le sue forze per impedire i progressi di trentamila Inglesi e ventitremila Tedeschi, i quali erano spediti nella Francia da Enrico VIII e Massimiliano Cesare collegati. Quindi i pochi Francesi che stavano al presidio dei castelli di Milano e di Cremona, esausti di munizioni e di viveri, oppressi da miserie, disperando soccorso, cedettero le fortezze ed uscirono, salve le persone e robe loro. Il castello di Milano per tal modo venne in potere dello Sforza il giorno 19 novembre 1513, e da quel giorno non rimase più dominazione alcuna nell'Italia al re Lodovico XII. (1514) Ma lo Sforza altro di duca non conservò che il titolo; vivendo egli meschinamente come un ostaggio sotto la tutela degli Svizzeri, e sopra tutto del terribile Cardinale di Sion, il quale col nome del duca adoperava ogni mezzo per cavar danaro dai popoli, abbandonati ad un'anarchia militare; e così senza alcun memorabile avvenimento passò l'anno 1514. (1515) L'anno seguente 1515 incominciò colla morte del re Lodovico XII senza figli, e colla incoronazione di Francesco I, l'avo paterno del quale era zio paterno del defunto, anche egli discendente dalla principessa Valentina Visconti. Il nuovo re era nel ventesimo primo anno dell'età sua. Trovò la Francia in pace pel trattato seguito poco prima della morte di Lodovico XII. Il suo primo pensiero fu di ricuperare il milanese; ed a fine di radunare nell'erario quanto bastasse alla spedizione, pose, con esempio infausto, in vendita le cariche della giudicatura della Francia. Si collegò nuovamente co' Veneziani. Dichiarò reggente del governo la duchessa d'Angouleme sua madre; e si dispose a venire egli stesso alla testa della sua armata nel Milanese. Il duca prese al suo stipendio, in qualità di capitano delle genti d'armi, Prospero Colonna. E come tutto ciò che dà idea de' costumi di quei tempi deve aver luogo nella mia storia, così io non ometterò un magnifico convito che il Colonnese imbandì in quella occasione, e di cui ci lasciò memoria il Prato. Ciò seguì il giorno 20 di febbraio 1515. Il duca e i cortigiani furono invitati, ed inoltre trentasei damiselle milanesi, dice il Prato. Fabbricò apposta un superbo salone di legno, riccamente dorato e dipinto, e dagli architetti fu stimato cosa notandissima, come dice il nostro scrittore. Quattro ore durò la mensa. Si continuava il costume di servire in piatti separati ciascuno degli invitati. Ognuno avea una pernice, un fagiano, un pavone, un pesce, ec.; contemporaneamente dinanzi a ciascuno si riponeva una finta pernice, un fagiano, un pavone, un pesce finti, o di marzapane, o d'altra materia, dorati, inargentati, ec., e vi furono abbondanti e deliziose pastiglie ed acque odorose. In fine della cena comparve un finto gioielliere che recava collane, braccialetti ed altri vezzi di gemme e d'oro; presentò le sue preziose merci alle damigelle, come se cercasse venderle; ed allora il Colonnese s'intromise quasi volesse rendersi mediatore dei contratti, e con generosa urbanità regalò ciascuno delle convitate senza far mostra di regalarle. Ciò veramente fu materia di non picciolo valore, e dice il Prato che venisse fatto al solo fine «per potere la sua amata senza biasimo d'infamia con le proprie mani presentare». Il che dimostra quanto venissero rispettate le damigelle e il costume. Cose siffatte sembrano romanzesche; ma contemplate saggiamente dimostrano una nazione ingentilita e generosa. La mattina vegnente ciascuna delle invitate ricevette un canestro inargentato con entro la colazione. Al duca fece egli recare venticinque carichi di selvaggiume.

Poco giovava alla difesa dello Stato la scelta di un magnifico e galante generale; conveniva avere un'armata; e gli Svizzeri s'impegnarono a difenderlo colla paga di trecentomila ducati. Comparvero in Milano dodici commissari per ricevere anticipatamente la promessa paga. Il duca pubblicò una imposizione per riscuotere dai sudditi questa eccessiva tassa. Sotto il regno di Lodovico XII non s'era mai pagato, se non i tributi costituzionali. Un'arbitraria tassazione, per tal modo dispoticamente comandata, commosse gli animi de' cittadini. L'editto si pubblicò il giorno 8 di giugno del 1515. Sembrò questa una vera oppressione. La città fece presentare le sue preghiere al cardinal di Sion, precipuo motore di simili risoluzioni; ma l'inflessibile prelato non diè orecchio a verun moderato partito. La città si pose in tumulto; alcuni Svizzeri furono uccisi; alcuni milanesi pure rimasero morti in una zuffa alla sala della piazza de' Mercanti. E come si avvicinavano i Francesi, ed il partito de' malcontenti con tale notizia si rianimava, così il duca fu costretto con nuovo proclama a disdire l'imposta taglia. Si entrò a trattare. La città di Milano comprò dal duca il Vicariato di provvisione, la giudicatura delle strade e quella delle vettovaglie collo sborso di cinquantamila ducati, di che stesero pubblico documento il giorno 11 di luglio 1515 i notai Stefano da Cremona e Paolo da Balsamo. Da quel contratto ebbe origine poi la nomina che la città di Milano presentava al principe od al suo luogotenente, di alcuni cittadini, dai quali esso trasceglieva che gli era in grado alle accennate cariche, che cominciarono allora ad essere privativamente appoggiate ai così detti patrizi milanesi. Con questi cinquantamila ducati, cioè colla sesta parte soltanto della somma loro promessa, ritornarono i commissari svizzeri al loro paese. Nella dieta nazionale si pose in deliberazione, se meglio convenisse l'accettare le pensioni che offeriva con molta istanza il re Francesco, ovvero proseguire all'impegno di mantenere Massimiliano Sforza duca di Milano; ed il secondo prevalse, avendo gli Svizzeri profittato più de' Francesi nemici colla recente sconfitta data loro presso Novara, di quanto ne avrebbero ottenuto se fossero stati loro alleati. A ciò s'aggiunse poi la considerazione, che, fin tanto che Massimiliano Sforza rappresentava il personaggio di duca di Milano, non sarebbe mancata occasione e mezzo di costringere la città allo sborso della promessa paga, e di maggiori ancora. In pochi giorni quarantamila Svizzeri scesero dai loro monti, e si radunarono verso Novara. Il cardinale di Sion tanto dispoticamente e con tanta atrocità comandava in Milano, che, sospettando egli di Ottaviano Sforza, cugino del duca e vescovo di Lodi, che avesse delle pratiche co' nemici, nulla rispettando il carattere di consanguinità col sovrano, nè la persona del vescovo, crudelmente per mero sospetto lo fece torturare con quattordici tratti di corda; il che narrato viene dal Prato, e dalla cronaca manoscritta di Antonio Grumello, pavese[359]. Il Prato nota persino il giorno in cui ciò avvenne, che fu il 21 di maggio 1515, e racconta che il vescovo spontaneamente veniva al castello per corteggiare il duca, quando quivi fu arrestato, rinchiuso nella ròcca, ed aspramente torturato a fine di chiarirsi se egli mai avesse tramato contro lo Stato. Dopo due settimane, non risultando dai processi altro che la innocenza del vescovo cugino del duca, fu il vescovo tradotto nella Germania, d'onde l'infelice prelato passò a Roma. Tali erano i costumi e le opinioni d'allora; tali i pensieri di un cardinale, di un vescovo di Sion, verso d'un figlio d'un sovrano, di un vescovo, di un innocente. Gli uomini presso a poco son sempre stati gli stessi; ma questo presso a poco è il vantaggio della generazione vivente. Invidii chi non sa la storia i tempi antichi. Benediciamo Dio, noi, di vivere in un secolo in cui le passioni e i vizi degli uomini sono (almeno in apparenta) meno atroci, e meno sfacciatamente insultano la virtù. Racconta il Prato che il duca Massimiliano, vedendo il duca di Bari Francesco (questi era fratello minore del duca, che regnò dopo lui; ed il titolo di duca di Bari alla casa Sforza era proprio del secondogenito) starsene pensieroso, appoggiato ad una finestra, improvvisamente se gli avventò dicendogli: «Monsignore, io so che voi mirate a farvi duca di Milano; ma cavatevelo dalla fantasia, che io vi prometto da leale signore che io vi farò morire». A tale minaccia, senza dubbio non meritata, rispose il fratello colla riverenza ch'ei doveva al suo signore; ma il duca, sospettoso, ingiusto, depresso, timido, violento, non meritava certo di essere sovrano.

CAPITOLO XXII. Di Francesco I, re di Francia, e suo governo nel ducato di Milano.

Il buon re di Francia Francesco I radunò un'armata formidabile, e si preparò a discendere egli stesso nell'Italia. Accrebbe sino a millecinquecento il corpo delle sue lance, numero per que' tempi esorbitante; allestì un imponente corredo d'artiglieria; prese al suo stipendio diecimila lanschinetti, seimila fanti della Gheldria; radunò diecimila Guasconi[360]: insomma, formò una terribile armata con quindicimila uomini d'armi, quarantamila fantaccini, tremila pioneri, ossia guastatori[361], e nell'esercito si contarono più di ottomila persone[362]. Il contestabile di Bourbon aveva il comando della vanguardia. Il re s'era riserbato il comando del corpo di battaglia; al duca d'Alençon aveva affidata la retroguardia; Lautrech, Navarra, Gian Giacomo Trivulzio, la Palisse, Chabanne, d'Aubignì, Bayard, d'Imbercourt, Montmorenci, i più illustri che militavano sotto le insegne di Francia, tutti gareggiavano per combattere sotto del giovine e coraggioso loro re. Reso istrutto il duca di tai preparativi, e di forze di gran lunga superiori alle sue, le quali senza dimora s'andavano innoltrando, mentre egli aveva alle spalle i Veneziani, combinati a di lui danno, affidò a Prospero Colonna dugento uomini d'armi e quarantamila Svizzeri. Non conveniva aspettare nella pianura della Lombardia un esercito fortissimo, animato dalla presenza del re; ed era sperabile l'arrestarlo colle forze affidate al Colonna. Quindi, da saggio comandante, ei s'innoltrò nelle difficili strette delle Alpi, nei contorni di Susa; ed ivi, impadronitosi de' luoghi eminenti, si dispose a disputare con molto vantaggio il passo all'armata nemica. Egli era acquartierato a Villafranca, vivendo sicuro che i Francesi dovessero presentarsi a Susa. In fatti, due strade sole erano conosciute allora onde passare dal Delfinato nell'Italia; una pel monte di Ginevra, l'altra pel monte Cenis; e tutte due si univano a Susa. L'esercito francese, avvisato come in quelle angustie de' monti l'aspettassero i nemici, disperando di superarli, era in procinto di abbandonare l'impresa: ma il maresciallo Gian Giacomo Trivulzio, che già una volta aveva conquistato alla Francia il Milanese, ebbe il merito di farglielo acquistare anco in quella seconda occasione. Egli divisò una nuova strada affatto impensata; e, coll'aiuto di alcuni cacciatori nazionali, trovò il modo d'evitare il passo di Susa, e di guidare l'armata per Saluzzo. Così entrò in Italia l'armata francese: e Prospero Colonna, mal servito dagli esploratori, venne sorpreso e fatto prigioniero da que' Francesi ch'egli supponeva di là dai monti. Così, scesa nella pianura senza contrasto, si avvicinò l'armata francese quasi alla vista di Milano. Il duca si ricoverò nel castello. La città spedì i suoi deputati al re Francesco I, che gli accolse umanamente. La città di Milano non era disposta a ricevere presidio; ed il maresciallo Trivulzio, avendo procurato impensatamente d'introdurvene di porta Ticinese, la plebe si pose in armi. Il duca, consigliato da Girolamo Morone a giovarsi di quel movimento popolare, uscì con parte del presidio per sostenere il popolo; per lo che, conoscendo il Trivulzio che l'impresa non era tanto facile quanto l'aveva sperata, con qualche uccisione de' suoi, si ritirò all'armata ch'era accampata a Boffalora. Il duca, per sempre più animar la plebe, fece proclamare ch'egli voleva affidar le chiavi della città al suo popolo; che in avvenire voleva rendere immuni i cittadini da ogni aggravio, e che i pesi dello Stato dovevano portarli i ricchi e i nobili. Contemporaneamente vennero cacciati i nobili dalle magistrature municipali, e collocate persone le più accette alla plebe. L'odio ereditario contro de' nobili si manifestò con eccessi d'ogni sorte. La plebe, sensibile alle prepotenze ed al fasto orgoglioso de' magnati, non ebbe limite, dappoi che venne sciolta ad agire, anzi animata. La roba, la vita de' nobili non rimase più sicura; e il duca, arbitrariamente, esigeva esorbitanti sussidii dai facoltosi, usando ridire spesse fiate: Essere meglio rovinare ch'essere rovinato. Così procurò egli d'impegnare in sua difesa il numero maggiore e i più determinati sudditi, come quelli che poco hanno da perdere.

Se dall'una parte questa imponente e vigorosa comparsa del re in Italia cagionava molta inquietudine al partito dello Sforza, non lasciava dall'altra di valutarsi il numero e la risolutezza degli Svizzeri, pronti a discendere, e l'animo de' popolani del paese che già s'era manifestato. Quindi in Gallarate s'erano introdotti da ambe le parti discorsi d'accomodamento[363]; anzi erasi al punto di stabilire la pace, collo sborso di grosse pensioni del re di Francia agli Svizzeri; e gli articoli principali che già sembravano accordati, erano: Che il Milanese fosse del re di Francia; che gli Svizzeri e i Grigioni restituissero al ducato le valli che avevano occupate, cioè Lugano, Mendrisio, Locarno, Valtellina, ec.; che il re assegnasse a Massimiliano Sforza il ducato di Nemours, ed un'annua pensione di dodicimila franchi; che gli concedesse una principessa del sangue reale in moglie, e gli desse la condotta di cinquanta lance al servigio della Francia[364]. Ma il cardinale di Sion troncò i discorsi di accomodamento. Egli condusse in Milano, il giorno 10 di settembre del 1515, un corpo di Svizzeri numeroso. Cotesto cardinale' compariva militarmente in habito de bruno seculare, come dice il Prato; e gli Svizzeri vennero eccitati a combattere colla grandiosa promessa di ottocentomila ducati d'oro, se vincevano. Della qual somma il ministro del re di Spagna, residente a Milano, ne promise dugentomila a nome del suo monarca, ed a nome del papa Leone X altri mila ne furono promessi; cosicchè al duca rimaneva il peso di quattrocento mila ducati. Gli Svizzeri, gloriosi per la sconfitta data due anni prima a Novara ai Francesi sotto il comando De la Trémouille, si consideravano il terrore de' monarchi, e tenevansi la vittoria sicura. Il re, vedendo inevitabile il tentar la fortuna delle armi, avendo consumati i viveri de' contorni di Magenta, Corbetta e Boffalora, marciò coll'armata prima a Binasco, indi passò a Pavia; finalmente pose in settembre il suo campo a Marignano. Le scorrerie de' Francesi venivano sotto le mura della città, e, non solamente da quella parte che risguardava la loro armata, ma persino sulla strada di Monza, per lo che non eravi sicurezza nell'uscire da Milano.

Il giorno 14 di settembre 1515 divenne famoso nella storia per la battaglia di Marignano, da alcuni anche detta di San Donato. Il Prato ci racconta, come «venuta la chiarezza del dì, cominciarono essi (Svizzeri) ad uscire per porta Romana; et durò il loro passaggio sino alle ventidue ore, il che prova il loro numero, con animo tale, che non pareva già che a guerra, ma più presto a certi segni di vittoria andassero, et con essi era il cardinale». Il re di Francia aveva seco lui sei ambasciatori svizzeri, i quali stavano trattando della pace; per lo che l'attacco fu una vera sorpresa pei Francesi, e potrebbe chiamarsi anche un'insidia oltraggiosa al gius delle genti, se il corpo elvetico non fosse un aggregato di più distinte sovranità. I cantoni di Uri, Swit e Undervald, i quali privatamente possedevano Bellinzona e le province acquistate sul ducato di Milano, dovevano preferire il rischio della battaglia, anzi che cedere le loro conquiste: gli altri cantoni, dai quali non si cercava nella pace sagrifizio alcuno, non avendo che l'utilità delle pensioni della Francia promesse, dovevano preferire la pace ai pericoli di una giornata. In fatti, gli svizzeri di Berna, Soletta e Basilea ricusarono di marciare contro de' Francesi; ma, destramente ingannati coll'avviso che la vittoria era già decisa pe' loro compatriotti, essi, per non ritornare alle case loro colla vergogna di non aver partecipato alla gloria degli altri, e per non perdere la porzion loro del bottino, che già si tenevano sicuro, sull'esempio di quanto era loro toccato a Novara col La Trémouille, si unirono e marciarono a San Donato. Il progetto era di vincere con impeto la prima resistenza de' Francesi: impadronirsi, come era seguíto a Novara, dell'artiglieria, e adoperarla contro del re. Guicciardini, Gaillard, Prato vanno concordi nella descrizione di quanto v'è di essenziale in questo fatto, che decise totalmente in favore del re, e che fu una delle più ostinate e sanguinose battaglie che si sieno date. Cominciò la mischia il giorno 14 settembre, due ore prima del tramontar del sole[365]. Durò ferocemente sino alle quattro ore della notte, non volendo nè cedere i Francesi, nè ritirarsi gli Svizzeri. Le tenebre si accrebbero al segno, che fu indispensabile il cessare, poichè non si distinguevano più gli amici dai nemici. Il re profittò di quell'intervallo, spedì ordine all'Alviano, comandante de' Veneti, acciocchè si presentasse tra Milano e San Donato. Passò il re il rimanente della notte, animando e disponendo i suoi, e giacque in riposo sopra un cannone. Al comparire dell'aurora, più accaniti che mai, ritornarono al loro impeto gli Svizzeri, ed i Francesi con fermezza lo sostennero e respinsero. Si sparse voce fra gli Svizzeri che l'Alviano marciava per coglierli alle spalle. Laonde, spossati dalla enorme fatica, disperando di superare i Francesi comandati dal loro re, vedendosi in pericolo di ritrovarsi fra due fuochi, piegarono alla vòlta di Milano. «Affermava il consentimento comune, dice il Guicciardini[366], di tutti gli uomini, non essere stata per moltissimi anni in Italia battaglia più feroce... Il re medesimo, stato molte volte in pericolo, aveva a riconoscere la salute più dalla virtù propria e dal caso, che dall'aiuto de' suoi... in maniera che il Triulzio, capitano che aveva vedute tante cose, affermava questa essere stata battaglia, non di uomini, ma di giganti; e che diciotto battaglie alle quali era intervenuto, erano state, a comparazione di questa, battaglie fanciullesche». Vi si contarono sul campo più di quindicimila Svizzeri e seimila Francesi. Il Trivulzio vi corse pericolo: ei s'era impegnato fra le alabarde e le aste nemiche per salvare un suo alfiere, già circondato dagli Svizzeri; ebbe ferito il cavallo, il suo elmo privato de' pennacchi; era ridotto al punto di essere oppresso dal numero, se non veniva un drappello de' suoi, che lo trasse a salvamento. Il re ebbe il cavallo ferito, e nella persona ricevè molte contusioni, e vi combattè come ogni altro soldato: vi si distinsero il contestabile di Bourbon, il conte di San Pol. Il conte di Guise ricevette molte ferite; rimase sul campo Francesco di Bourbon, fratello del contestabile, che aveva il titolo di duca di Castellerand; vi rimasero morti parimenti Bertrando di Bourbon Carenci, un fratello del duca di Lorena e del conte di Guise, il principe di Talmont, i conti di Sancerre, di Bussi, d'Amboise, di Roye ed altri[367]. Il cavaliere Bayard, quegli che aveva e meritava il titolo di cavaliere senza tema e senza macchia, in quella memorabile azione fece prodigi di valore, per modo che il re di Francia medesimo, Francesco I, dopo ottenuta la vittoria, volle ivi sul campo essere creato cavaliere per mano del valoroso Bayard. Gli Svizzeri mal conci, sopravissuti a quella carneficina, ritornarono a Milano; ed io li rappresenterò colle volgari, ma ingenue parole adoperate da un merciaio che allora aveva bottega aperta in Milano, e si chiamava Gian Marco Burigozzo: «Tanto che fu la rotta a questi poveri Sviceri, et se comenzorono a voltare, et vennero a Milano quelli pochi che erano avanzati, et tutti avevano bagnate le gambe, et questo era perchè il signor Giovan Jacopo, come astuto capitano, venendo gli Sviceri in campo su un certo prato, et lui li dette l'acqua, per modo che la fu una gran ruina a quelli poveri Svisceri, tanto che a Milano non se ne vedeva altro se non ammalati et homeni maltrattati, in modo che pareva che costoro fusseno stati in campo dieci anni, tutti polverenti dal mezzo in suso, et dal mezzo in giuxo bagnati, tanto che li homeni de Milano, vedento tanta desgrazia, tutti si miseno sulle porte ovver botteghe, chi con pane et chi con vino, a letificar li cori di questi poveri homini, et questo facevano a honor di Dio, et per tutto questo dì non cesorno de venire poveri Sviceri, tutti malsani, et il più sano durava fatica a star su in piedi[368].

Dopo la battaglia di Marignano il duca si ricoverò nel castello di Milano con bastante presidio. Il cardinale di Sion prese seco il duca di Bari Francesco, e lo condusse alla corte imperiale, dove era stato educato, riserbandolo a tempi migliori pel caso che Massimiliano rimanesse in potere de' Francesi, che il cardinale odiava irreconciliabilmente. Gli avanzi di Marignano si ricoverarono nelle loro montagne svizzere, e così il Milanese rimase sgombrato ed aperto al dominio del re, tranne i castelli di Milano e di Cremona. Si vociferava non per tanto della disposizione di cinquanta altri mila Svizzeri a venire in soccorso del duca. Era recente la memoria di quanto aveva saputo fare Giulio II; e non era da fidarsi di Leone X, che gli era succeduto nel sommo sacerdozio. Un regolare assedio al castello di Milano, ben provveduto di viveri e di munizioni, portava molti mesi di tempo, ne' quali i maneggi della politica potevano annientare i vantaggi dal valore e dal sangue francese ottenuti nella recente segnalatissima vittoria. Voleva la ragione di Stato che il re offerisse a Massimiliano Sforza i compensi che egli aveva saputo chiedere, purchè cedesse il castello di Milano, rinunziasse alle pretensioni sul ducato, e riconoscesse il re Francesco per duca di Milano. Girolamo Morone, che stavasene nel castello col duca, fu mediatore di quest'accordo. Massimiliano Sforza rinunciò al re di Francia il ducato di Milano, gli consegnò il castello, passò a terminar da privato i suoi giorni nella Francia con trentaseimila scudi di pensione, che assegnogli il re, il quale, oltre a ciò, s'obbligò di pagargli i debiti. Al Morone il re promise di farlo senatore e regio auditore. Il giorno 8 di ottobre del 1515 venne ceduto il castello ai Francesi; e non erano ancora compiuti i due anni da che n'erano usciti. E così terminò la sovranità di Massimiliano Sforza, il quale per poco più di tre anni rappresentò la figura dell'ottavo duca di Milano; principe che venne definito assai bene dal Gaillard nella vita di Francesco I re di Francia colle seguenti parole: «à juger de lui par sa conduite, il paroit que c'étoit un prince foible, fait pour être gouvernè. Nil politique, ni belliqueux, on ne l'avoit vu ni préparer sa defense par les intrigues du cabinet, ni commander les armées qui combattoient pour lui. Il sombloit que la querelle du Milanés lui fût étrangère. Mais il eut du moins le mérite d'avoir renoncé de lui même à un rang au quel il n'étoit point propre, et de ne l'avoir jamais regretté dans la suite». Egli passò nella Francia, dove sette anni prima era morto Lodovico suo padre; vi campò quindici anni, essendo poi morto a Parigi il giorno 10 di giugno del 1530. Il re Francesco I volle mantener la promessa data per Girolamo Morone, il quale forse s'aspettava d'essere fatto senatore del senato di Milano: ma il re temeva il talento di quest'uomo, e non doveva dimenticare che Francesco Sforza era salvo: perciò lo destinò a risedere nel parlamento della provincia di Bresse, la quale forma una porzione del regno di Francia fralla Borgogna, la Franca Contea, la Savoia e il Viennese: alla quale onorevole destinazione mostrò di ubbidire il Moroni, e fingendo d'incamminarsi al nuovo suo destino, strada facendo, sviò e ricoverossi nel Modonese[369].

Nel tempo stesso in cui si assicurò il re di Massimiliano Sforza, e s'impadronì delle fortezze del Milanese, mosse colla maggiore sollecitudine i suoi maneggi per concertarsi col papa Leone X, detto prima il cardinal Giovanni de' Medici, che combattè a Ravenna contro dei Francesi. Sommamente stava a cuore al pontefice rassicurare alla sua casa in Firenze quella sovranità che effettivamente godeva, sebbene sotto apparenza di repubblica, e sempre per sè medesima precaria. Il re si fece garante di mantenere il governo di Firenze nel sistema in cui si trovava. La città di Bologna, e per la sua grandezza e per la situazione vantaggiosa, premeva al papa di possederla assai più di quello che dovessero interessarlo Parma e Piacenza. I Francesi avevano mantenuti i Bentivogli nella signoria di quella città, anche cogli ultimi fatti del duca di Nemours, che ne aveva discacciati i pontificii, i quali l'assediavano. Il re si mostrò disposto ad abbandonare i Bentivogli, e guarentire Bologna alla Santa Sede. In compenso il papa doveva riconoscere il re come sovrano del ducato di Milano e restituirgli Parma e Piacenza, come due città dipendenti dal ducato. Così venne concertato ed il trattato venne sottoscritto in Viterbo il giorno 13 di ottobre 1515.

Quantunque i Francesi possedessero Milano sino dal giorno 17 settembre, il re, sin che non ebbe la dedizione del castello, volle risedere a Pavia ed in Milano dimorava il contestabile di Bourbon, luogotenente e governatore a nome del re. Resosi poi padrone del castello, il re fece la sua solenne entrata in Milano il giorno 11 d'ottobre 1515. Lo corteggiavano il duca di Savoia, il duca di Lorena, il marchese di Monferrato, il marchese di Saluzzo, e varii altri signori, tutti partecipi della battaglia di San Donato. Alla porta Ticinese gli si presentarono i delegati della città, i quali gli offersero lo scettro ducale, la spada e le chiavi della città. Il re era a cavallo, vestito di ferro, con un manto di velluto celeste a gigli ricamati d'oro. Avanti se gli portava una spada sguainata; dodici gentiluomini milanesi lo fiancheggiavano. Dugento gentiluomini francesi, coperti di ferro e con ricchissimi manti, venivangli in séguito. Poi mille fantaccini tedeschi armati condotti dai loro capitani riccamente ornati, venivangli in seguito. Chiudeva la marcia un corpo di cavalleria. Giunti alla notizia dell'imperator Massimiliano questi avvenimenti, egli spedì a Milano un suo ambasciatore al re di Francia per interpellarlo con qual titolo egli occupasse il ducato di Milano. Il re indicogli la sua spada; giacchè non essendo egli discendente dell'ultimo investito, cioè Lodovico XII, non aveva alcun altro titolo da addurre fuori che l'essere discendente ei pure dalla Valentina, madre del di lui avo Giovanni conte d'Angoulème; il qual titolo non era adattato ai principii dell'Impero, nè alle leggi del feudo instituito da Venceslao, siccome transitorio nei soli discendenti maschi. Se l'interpellazione fatta da cesare aveva l'apparenza di un feciale spedito a intimare la guerra, la risposta del re aveva il significato della disposizione sua per difendersi. Il re, per rassodare sempre più la buona corrispondenza col pontefice, concertò d'abboccarsi con esso a Bologna; partì da Milano, dopo di esservi dimorato cinquantatre giorni, il 3 del mese di dicembre e il giorno 14 dello stesso mese e dello stesso anno 1515, in Bologna, col papa Leone X si stabilì il concordato famoso, per cui, abolita nella Francia la prammatica sanzione, venne spogliato il corpo della chiesa Gallicana de' suoi immemorabili possessi, e si regalarono il re e il papa vicendevolmente la roba altrui. Non mai per addietro gli ecclesiastici francesi avevano pagate a Roma le annate, ed il re donò al papa il dritto di farsele pagare. Le nomine ed elezioni de' vescovadi erano di competenza dei rispettivi capitoli delle cattedrali per diritto stabilito dai canoni conciliari; ed il papa invece donò al re di Francia queste nomine. Inutilmente i parlamenti del regno fecero le loro rimostranze; inutilmente le fece il clero gallicano in corpo: poichè si volle ad ogni modo che il concordato fosse posto in esecuzione. (1516) Dopo ciò, ne' primi giorni di gennaio, il re partì dall'Italia, ove lasciava per la forza delle sue armi, per la fama della sua vittoria, e per i negoziati col papa e co' Veneziani una dominazione apparentemente sicura e tranquilla. Lasciò il duca di Bourbon suo governatore e luogotenente in Milano.

Frattanto però l'ostinatissimo cardinal di Sion moveva ogni mezzo alla corte imperiale per determinare cesare a scendere nell'Italia. Varii Milanesi, avversi alla dominazion francese, dimoravano negli Svizzeri, e procuravano di promovere gl'interessi della casa Sforza, tuttora intatti nella persona del duca di Bari Francesco, il quale non aveva abdicato, come aveva fatto il maggior fratello Massimiliano, la ragione sua alla successione nel ducato di Milano. La fiera risposta data dal re alla intimazione imperiale, sembrava che obbligasse quell'augusto a prendere il partito suggerito dal cardinale. Così appunto seguì, e nel 1516 l'imperatore Massimiliano scese in persona dal Trentino alla testa di sedicimila lanschinetti, quattordicimila Svizzeri, e un nerbo poderoso di cavalleria. Il maresciallo di Lautrec abbandonò Brescia, ch'ei teneva bloccata. I Francesi, vedendo l'imperatore che si accostava per impadronirsi di Milano, nè potendo difendere i borghi, presero il partito terribile di porvi il fuoco. Furano inceneriti i sobborghi di porta Romana, porta Tosa e porta Orientale. L'imperatore, il giorno 3 di aprile 1516, minacciò un assalto a Milano, ne intimò la resa, vantossi di voler rinnovare la memoria di Federico Barbarossa; ma il contestabile di Bourbon prese sì bene le sue misure temporeggiando, che l'imperatore, mancando di denaro, gli Svizzeri minacciarono di abbandonarlo. Il maresciallo Gian Giacomo Trivulzio, informato di ciò e della inquietudine che ne provava l'imperatore, scrisse al colonnello Staffer, comandante degli Svizzeri imperiali, una lettera da cui risultava un concerto di tradire Massimiliano cesare e consegnarlo al contestabile; e questa carta venne confidata ad uno, il quale appostatamente si lasciò prendere. Poiché ebbe letto un tal foglio, l'imperatore talmente gli prestò fede, che, sotto apparenza di andare a prender denaro a Trento, se ne partì; e la sua armata, mancando di comandante, e, ciò che per essa era ancora peggio, di danaro, si sbandò a saccheggiare Lodi e Sant'Angelo, e da' Francesi venne poi discacciata. Così terminò con poca gloria una impresa incominciata in guisa di doversene aspettare tutt'altro fine. Brescia fu da' Francesi tolta agl'imperiali. I Francesi operavano come ausiliari de' Veneziani; ma non ci fu modo di prendere Verona, difesa valorosamente da Marc'Antonio Colonna, degno nipote di Prospero. Lautrec la assediava. I Veneziani, collo sborso di centomila scudi, ottennero dall'imperatore che abbandonasse Verona; e fra l'imperatore, i Veneziani e i Francesi venne segnata la pace. Così i Veneziani riacquistarono la terra-ferma[370]. Si fece la pace fra il re e gli Svizzeri. Si accordò un perdono generale, acciocchè tutt'i Milanesi che avevano preso partito contro della Francia, ed erano esuli e confiscati, ritornassero pacificamente ne' loro diritti nella patria. Si impose una tassa straordinaria per pagare le somme promesse agli Svizzeri; ed il maresciallo Trivulzio obbligava i cittadini ricchi ad imprestar danaro al regio erario, carcerandoli se ricusavano. Tali conseguenze portava la mancanza di un catastro, sul quale ripartire i carichi delle terre. I nostri vecchi credevano che quella oscurità fosse un bene; quasi che meglio fosse un tributo arbitrariamente estorto colla forza militare, esercitata odiosamente sopra alcuni cittadini più accreditati, anzi che un proporzionato riparto sulle facoltà di ciascuno; e, quasi che la influenza che la difficoltà di riscuoterlo può avere onde evitarlo, sia paragonabile col disordine di tal forma di riscossione, inevitabile quando le urgenze pubbliche lo esigono.