Il principio del regno di Francesco I, poi che fu in pace, promise un ridente avvenire ai Milanesi, e il duca di Bourbon, generoso e magnanimo principe, governatore e luogotenente del re, procurò di rendersi affezionati gli animi di questi nuovi sudditi e far loro dimenticare con un felice governo e i suoi naturali principi, e i mali sofferti. Il senato di Milano, «che tanto a dire quanto esso re» (dice il Prato), ordinò che venissero stimati i danni sofferti dai cittadini per le case incenerite ne' borghi, e sulla relazione degl'ingegneri commise ai tesorieri del re di risarcirli. Ma le angustie dell'erario non permisero che interamente fossero indennizzati. In oltre il contestabile di Bourbon donò alla città il dazio della macina, che si valutava allora diecinovemila ducati di annua entrata; e donò pure il dazio del vino minuto, d'annua rendita di settemila ducati. Nacque disparere fra i ventiquattro rettori della città. Alcuni proposero di abolire questi due aggravi, perchè venisse sollevato il popolo, e non si accumulasse denaro nella cassa pubblica, d'onde sovente, col titolo di prestito, i rettori medesimi lo sviavano per non più restituirlo, abolendo così il nome di un molesto aggravio. Tal proposizione era di pochi; i più si opponevano; la disputa era impegnata, ostentando l'uno e l'altro partito il nome di patria e di pubblico bene, siccome è l'uso. Nè accadde allora ciò che pure succede, cioè che, mentre due partiti cozzano e guerreggiano, entri una più scaltra o più potente persona di mezzo ad usurparsi la cosa disputata. Venne ordine in nome del re alla città di non disporre di tai regalie, intendendo il sovrano di conservare intiera la corona ducale. Invece però di que' due tributi il re assegnò diecimila ducati annui alla città, da convertirsi in opere di pubblico beneficio. L'ordine del re è in data del 7 luglio 1516, e contiene:[371] Christianissimus rex, animo revolvens fidelitatem et integritatem quam cives Mediolanenses erga Suam Majestatem habuerunt, et damna intolerabilia, quae passi fuerunt, libere praedictae civitati donat atque concedit summam ducatorum decem milium annui et perpetui redditus, per manus receptoris civium recipiendos a mercaturae datiariis, quae quidem summa in commodum et utilitatem praedictae civitatis tantummodo et non aliter convertatur. Poi passa a stabilire che la metà di questa somma s'impieghi ogni anno per formare un canale sotto la direzione del vicario e dei Dodici di Provvisione; ducento annui ducati si lasciano da distribuire all'arbitrio del vicario e Dodici suddetti, e quattromila e ottocento si distribuiranno chiamando col vicario e Dodici anche quattro dottori di collegio de' fisici, quattro negozianti e quattro nobili deputati dello spedale. Ogni anno il ricettore renderà i suoi conti al magistrato camerale, chiamandovi il vicario ed i fiscali[372]. Era vicario di provvisione Bernardo Crivelli[373]. Gli architetti idraulici che s'impiegarono furono Bartolomeo della Valle e Benedetto Missaglia. Si cercò di fare un canale che ci rendesse comoda la navigazione col lago di Como. Primieramente si esaminò la valle di Malgrate, e risultò impossibile, perchè conveniva scavare un canale profondo trenta braccia per più d'un miglio, e ciò sotto il fondo del lago di Civate, e protraendo il canale sino al lago di Pusiano per imboccare il Lambro, che ne esce, conveniva sprofondare il Lambro cento braccia e dieci once. Perciò abbandonarono quella idea, e si rivolsero ad esaminare se meglio convenisse cominciare il canale sotto Airuno, e trovando che ivi dovevasi sprofondare centosessantadue braccia per attraversare quella costa, ne lasciarono pure anche tale idea. (1517) Poi, l'anno seguente, esso Missaglia con altri ingegneri, Giovanni Simone della Porta e Giovanni Balestrieri, si posero ad osservare la Valle del Seveso, che comincia a Cavallasca, o passa per Lentate, e viene a Milano. Trovarono che per essa non era sperabile di condurre un canale per l'angustia e le alte rive che in più luoghi s'incontrano; e ciò quando anche vi fosse stato modo d'introdurvi le acque del lago di Como, cosa assai difficile e pel livello, e per le montagne frapposte; ed anche questo pensiero per tai motivi fu giudicato inutile. Visitarono una valle presso Chiasso, e non trovarono modo di aprirvi un emissario che ricevesse le acque del lago di Como. A Como presso a Sant'Agostino si argomentarono di potervi aprire un emissario, imboccando la valle del fiume Aperto e dell'Acqua Negra, ma calcolate le molti emergenti difficoltà, senza fare alcuna livellazione, riconobbero ineseguibile anche questo progetto. Tentarono poscia se da Porlezza a Menaggio si potessero unire i laghi di Lugano e di Como; la distanza è di sei miglia, ma conveniva discendere dal primo cento braccia per entrare nel lago di Como, e lo trovarono impossibile. La Tresa, emissario del lago di Lugano, che sfogasi nel lago Maggiore, fu trovata povera di acque e di caduta impetuosa, e giudicata perciò indomabile. Esaminarono a Porto ed a Cò di Lago se potessero estraersi le acque ed incanalarle per la Lura verso Seregno, d'indi poi a Milano; e ciò pure non trovarono espediente. Ritornarono a tentare di fare un emissario nell'Adda, visitarono se mai per Oggionno e Valmadrera si potesse incanalare l'acqua verso Rovagnate, ovvero nel Lambro; ma senza profitto, nè speranza, rinunciarono a quel partito. Ripigliarono l'esame sotto Airuno, e passata la costa, alta, come dissi, braccia centosessantadue, videro che si sarebbe potuto condurre un canale per Cernusco Lombardone, indi Usmate, poi ad Arcore: ma tutto con sommo dispendio. Questo fu il progresso per cui si determinarono il Missaglia e il della Valle a progettare per rendere navigabile l'Adda da Brivio a Trezzo. La città supplicò perchè s'impiegassero i cinquemila zecchini nel rendere navigabile l'Adda, invece di scavare di nuovo un emissario, e da ciò si prometteva abbondanza di calce, legna e carbone. Era riserbata quest'opera ai nostri giorni, mercè la protezione ed attività del passato governo.

Queste beneficenze del re animarono la città di Milano a spedire a Parigi alcuni deputati con una supplica al re in cui proposero alcuni stabilimenti. Essa distesamente vien riferita nel manoscritto del Prato. Io ne esporrò quanto vi è di più importante. Si chiedeva dalla città di Milano che il governatore e luogotenente non avesse nè direttamente nè indirettamente ingerenza alcuna nelle cose di giustizia tanto civile quanto criminale; che nessuna autorità egli avesse negli affari delle regalie, e nemmeno facoltà di proclamare editti; ciò che il re non volle accordare. Accordò egli bensì che nessun comandante militare potesse nelle città di presidio o nei castelli esercitare giurisdizione sopra i cittadini. Si conosce da quanto trovasi in quella supplica, che di que' giorni i questori, i quali dovevano giudicare delle questioni fra gl'impresari e il popolo, non erano di rado soci secreti degl'impresari medesimi; onde essendo costoro ad un tempo giudici e parte, non vi era più modo agli oppressi di trovare giustizia, su di che la città implorò la sovrana provvidenza. Essi poi, come ministri camerali, all'occasione di confische (le quali in quella età di frequente cambiamento di dominazione, col pretesto di fellonia non erano rare) occupavano indistintamente tutto il patrimonio e del reo e de' consanguinei che vivessero indivisi con lui, e quindi gl'innocenti si trovavano costretti a dispendiosissime liti, dalle quali erano prima rovinati che ottenessero la loro porzione devastata. Fa poi ribrezzo maggiore il conoscere da quella supplica quanto ingiusta e crudele fosse la procedura criminale esercitata in quell'epoca da coloro che avevano una carica di capitano di giustizia. Questo supremo giudice, assistito dal suo vicario e da quattro fiscali, procedeva[374] servato et non servato jure comuni. Vi fosse o non vi fosse il corpo del delitto, questo non arrestava la procedura. Il primo atto del processo era citare formalmente il tal cittadino, acciocchè si presentasse all'esame. In questo esame non di rado veniva il cittadino posto ai tormenti, e quindi[375] cum terrori sit omnibus officium illud (dice il Prato), molti chiamati all'esame, per sottrarsi fuggivano, e poi si condannavano come contumaci anche gl'innocenti. Da questi aggravi chiesero i deputati che venisse liberata in avvenire la città; ed il re comandò al senato di proporre i rimedii. Se colle livellazioni fatte sulla pianura del ducato, alcuni uomini di quel secolo acquistarono diritto alla stima e riconoscenza de' loro nipoti e successori, i togati di quei tempi cominciarono a farci conoscere che quella loro arte cui definiscono:[376] ars boni et aequi, justi atque injusti scientia, è un'arte affatto staccata dal senso morale. Da quella carta istessa impariamo che allora più non si univa il consiglio dei novecento, ma era di centocinquanta il consiglio generale della città di Milano; e que'centocinquanla nobili rappresentavano veramente la loro patria, poichè da quella erano eletti a parlare e ad agire per essa. Il metodo della elezione era questo. Ogni parrocchia si radunava e nominava due sindaci. Tutti i sindaci poi di ogni porta si radunavano ed eleggevano quattro. Questi quattro eletti da ciascuna delle sei porte, ossia de' sei rioni o quartieri della città, si univano e formavano i ventiquattro elettori. Da questi poi nominavansi venticinque nobili per ciascuna porta, i quali formavano il consiglio della città, a cui era concessa la nomina dal vicario di provvisione, scelto dal collegio de' giureconsulti, la nomina de' due assessori, scelti pure dal collegio medesimo, e quella degli altri nobili per le giudicature della città e pel tribunale di provvisione. Essi tuttavia formavano la terna, e la scelta facevasi dal luogotenente e governatore dello Stato. Ma quella forma di elezione terminò due anni dopo; e per un fatto dispotico del governatore Lautrec, vennero da esso lui nominati sessanta nobili, ai quali commise di rappresentare il consiglio generale della città[377]; e così continuarono dappoi i successori nel governo a nominare, senza opera della città, a misura che vacavano; ed il ceto dei sessanta decurioni (l'adunanza de' quali dicevasi la Cameretta), durò fino all'epoca della repubblica Cisalpina.

La plebe era superstiziosa e violenta oltremodo; e ne fecero la prova i monaci di San Simpliciano, i quali, nell'anno 1517, avendo scoperte alcune urne, ed esposti i corpi creduti di San Simpliciano, di San Martino, di San Siro ed altri santi; ed essendo per disgrazia caduta in que' dì una grandine dalla quale vennero flagellate e devastate le nostre campagne; col modo di ragionar volgare attribuendosi il fenomeno fisico allo sdegno dei santi, i quali bramassero riposo ed oscurità, anzi che luce e movimento; e traducendosi i Benedettini siccome rei di sacrilegio e di pubblica sciagura; non furono essi più sicuri non solamente nelle piazze e per le vie della città, ma nemmeno nel loro monastero; e dice il Prato ch'essi furono «sì sconciamente battuti, che tal fu di loro, che vi lasciò non solamente la cappa, ma et la forma di quella». Nè la supposta empietà di cavare dalla tomba i santi bastava a spiegare allora la cagion della grandine. La inquisizione non volle starsene oziosa; volle trovar delle streghe colpevoli di quel turbine, e volendolo efficacemente, se ne trovano sempre. Alcune infelici donnicciuole avevano dei segni, quai fossero non lo sappiamo; bastarono però a farle splendidamente gettar nel fuoco. Si ascolti il Prato: «Anche da li segni le quali, judicate dalla inquisizione per strie, furono in quelli medesimi dì a Ornago et a Lampugnano sul monte di Brianza a gran splendore arse». Convien dire che anche nel ceto ecclesiastico allora l'ignoranza fosse grande; e merita di essere riferito a tal proposito un fatto singolare che ci vien raccontato e dal Prato e dal Burigozzo. Un uomo sen venne a Milano grande, sottilissimo per l'estrema magrezza, che, andando scalzo, vestito di rozzo panno, a capo scoperto, non portando camicia, vivea con pane di miglio, erbaggi ed acqua, e dormiva sulla nuda terra. Costui, presentatosi alla curia arcivescovile, chiese il permesso di predicare; ma siccome egli era laico e non fregiato di alcun ordine ecclesiastico, gli venne ciò negato. Malgrado ciò egli cominciò nel Duomo a parlare al popolo, e continuò per un mese a farlo ogni giorno con tanta grazia di lingua, che tutto Milano vi concorreva[378]. Egli prese un tal ascendente col favor del popolo, che nessuno poteva fargli contrasto; e nella chiesa del Duomo disponeva come se ne avesse titolo. Le costui prediche versavano singolarmente nel rimproverare la corruttela degli ecclesiastici; i quali, indifferenti per la religione, col di lei manto altro non bramavano se non ricchezza, autorità e comodi; non mai sazi di onori, di latifondi, di voluttà, nimici delle sante regole de' lori istitutori, alieni dalla carità, dallo studio de' libri sacri, dalla cura del bene altrui, dalla pazienza, dalla umiltà, dai travagli; cose tutte che pure sono di obbligo dello stato a cui sono sublimati, e quindi invece di animare i laici alla virtù col loro esempio, sono la cagione della corruttela universale de' costumi. Così con veemente eloquenza questo uomo laico cercava di scuotere gli ecclesiastici. I preti non si mossero; ma i frati non furono tanto pazienti; e que' di Sant'Angelo l'accusarono come sedizioso, fautore segreto de' nimici del re. Egli, interrogato dal maresciallo Trivulzio e dal presidente del senato, fu trovato un uomo semplice, pio, ed affatto diverso da quello che era stato rappresentato. Insensibilmente poi questo amor popolare, prodotto dalla eloquenza e dalla austerità, sempre imponente, della vita, svanì; ed il romito, dopo sei mesi, senza alcun romore, se ne partì. Era costui dell'età di trent'anni, toscano; aveva nome Girolamo; dotto assai nelle sacre pagine. Tutto ciò il Prato. Di costui il Burigozzo dice che era di Siena, di bella persona, e nobile: «era vestito de panno tanè, haveva le brazza discoperte et le gambe nude senza niente in testa, con la barba lunga, ed haveva dissopra un certo mantelletto a modo de sancto Giovanni Battista». Se mi si permette una conghiettura, parmi che questa straordinaria missione fosse un avviso salutare degli imminenti torbidi luttuosi che nacquero pochi mesi dopo nella Germania contro degli ecclesiastici, e che riuscirono, come ognun sa, all'infausto dissidio dei protestanti e dei pretesi riformati.

Il contestabile duca di Bourbon, governatore e luogotenente del re, venne richiamato per uno di quegl'intrighi, i quali non son rari nelle corti, quando il monarca non giudichi co' suoi principii, ma si lasci indurre ad abbracciare i partiti che destramente gl'insinuano le persone che se gli accostano più da vicino. La duchessa di Angoulême aveva molto ascendente sull'animo del re suo figlio. Non minor potere aveva nel cuore di quel giovine e vivace sovrano la contessa di Chateau-Briant, che era nel fiore dell'età, il fiore della bellezza e della grazia; ed era amata dal re[379]. La duchessa favoriva il duca di Bourbon, senza ch'egli se ne avvedesse, per inclinazione naturale; la contessa bramava che si desse a Lautrec, di lei fratello germano, il comando nell'Italia delle armi francesi. Perciò nel 1517 egli venne a Milano governatore, e fu il settimo. Odetto di Foix, signore di Lautrec, maresciallo di Francia, era cugino e compagno d'armi del celebre Gastone di Foix. Alla battaglia di Ravenna egli fu de' pochi che non l'abbandonò, quando, per uno sconsigliato ardimento si scagliò incontro alla sua morte. Si battè, lo difese quanto un uomo solo lo poteva contro di una folla di armati. Lautrec gridava agli Spagnuoli, mentre combatteva, avvisandoli che Gastone era il fratello della regina loro. Ferito egli pure in più guise, giacque creduto morto a canto a Gastone. Riconosciuto poi ed assistito, ripigliò Lautrec il suo vigore, e sotto del contestabile continuò a dar saggi del suo valor militare. Le ferite che Lautrec aveva ricevute sul viso nella battaglia di Ravenna, l'avevano reso di aspetto truce e deforme, nè il di lui carattere contrastava colla fisonomia[380]. (1518) Lautrec, governatore di Milano, mal sofferiva il maresciallo Trivulzio, il quale viveva con una magnificenza reale, ed era più considerato nella città, che non lo fosse Lautrec. Trivulzio era maresciallo, era stato governatore, aveva acquistato alla Francia il milanese, viveva indipendente. Il perchè venne accusato e indicato per sospetto, per essere egli il capo della potente fazione de' Guelfi, e per essersi fatto ascrivere alla naturalizzazione elvetica, e perchè il di lui nipote serviva i Veneti. Queste accuse del Lautrec vennero nell'animo del re malignamente rinforzate dalla contessa di Chateau-Briant, la favorita di quel monarca. Trivulzio, franco e sensibile, informato dell'attentato, al momento partì, e quantunque avesse ottant'anni, nel cuore dell'inverno, superate le Alpi, si presentò alla corte di Francia, dove però non potè avere udienza dal re. Questo rispettabile vecchio si fe' condurre in luogo per cui doveva passare il monarca; e poichè fu alla distanza di essere ascoltato, disse: «Sire, degnatevi di accordare un momento d'udienza ad un uomo che s'è trovato in diciotto battaglie al servigio vostro e dei vostri antenati». Il re, sorpreso, lo guarda, lo ravvisa, e passa oltre senza far motto. Tale fu la mercede di quarant'anni di servigi resi alla Francia. Trivulzio si ammalò gravemente. Il re gli fece fare delle scuse; ed il Trivulzio gli rispose che era sensibile alla bontà del re, ma che lo era stato pure ai rigori, ed il rimedio era tardo[381]. Frattanto il Lautrec profittò dell'assenza del Trivulzio per arrestare a Vigevano la vedova ed i figli del conte di Musocco, nuora e nipoti del Trivulzio. Il maresciallo fu sepolto a Bourg de Chartres, sotto Montlehery, dove aveva trovata la corte, e dove morì[382]. Burigozzo dice che ei morì il giorno 4 di dicembre del 1518. Nel vestibolo di San Nazaro Maggiore della nostra città avvi un tempio di assai grandiosa e nobile architettura, intorno al cui architrave veggonsi collocate in alto le tombe della famiglia Trivulzio; il qual edifizio credesi fatto fabbricare dal maresciallo, la tomba del quale sta nel mezzo, colle due sue mogli poste ai lati; e sta scolpito:[383] QVI NVNQVAM QVIEVIT HIC QVIESCIT. TACE. Della sconoscenza ed ingratitudine del re Francesco I ne scrive anche il Prato; «havendo non una, ma due et tre volte, dic'egli, con tanta fatica et arte in bona parte dato il stato di Milano a Francesi, et hora ne ha pagato di sì meritevole guiderdone». Il Trivulzio fu un gran soldato, un signore magnifico, e d'animo reale. L'ambizione sua però fu rivolta più a soggiogare i nemici viventi, ed a vendicarsene, che a procacciarsi una fama generosa presso la posterità. Ei non temette la voce imparziale della storia. È tristo quel popolo che è dominato da un ambizioso che non la teme! Trivulzio, con la sua ambizione, rovinò la patria, scaccionne i naturali suoi duchi, e la immerse nelle miserie che l'afflissero per più di un secolo. Egli non ha diritto veruno alla nostra riconoscenza.

Dell'atrocità di que' tempi, o degli effetti dell'ignoranza e delle torture può esserne pure chiara testimonianza il fatto orribile di Isabella da Lampugnano, la quale, il giorno 22 di luglio del 1519, sulla piazza del castello, fu arruotata viva ed abbruciata. Si credette che per sola crudeltà ella colle lusinghe si facesse venir in sua casa i bambini, e loro togliendo il sangue, gli salasse e divorasse poi. Si asserì che la cosa venisse a sapersi, perchè una gatta di lei fu osservata avere in bocca la mano d'un bambino: «Fu subito detenuta, dice il Prato, et stata per alcun tempo perseverante ne' tormenti horribili, negando sempre il vero, finalmente confessò il tutto». La logica non permette di credere che si commettano siffatti orrori per sola crudeltà e senza un fine. La cognizione del cuore umano nemmeno consente di crederne preferibilmente capace una donna, più sensibile alla compassione che non è l'uomo. La ragione e la sperienza ci dimostrano che questa è una prova di più, che coll'uso dei tormenti horribili, finalmente si costringe un innocente ad accusarsi di qualunque più chimerico delitto. Ci accaderà di trattarne più diffusamente, mi lusingo, in avanti, proseguendo la storia.

La condizione de' Milanesi era assai infelice sotto il duro e dispotico governo del maresciallo Lautrec: aggravi indiscreti, indiscretamente percepiti; patiboli, confische, proscrizioni; quest'era l'arte colla quale colui governava. Io non riferirò quanto ne scrivevano gl'Italiani di quel tempo, che potrebbe forse anco credersi dettato dallo spirito di partito nazionale. Brantome così parla nella vita di Lautrec. «On dit qu'avant qu'il fust chassé de Milan, venoient au roy plusieurs nouvelles et plaintes de luy, et qu'il estoit trop sévère et mal propre pour un tel gouvernement.... mais pour gouverner un état il n'y estoit bon. Madame de Chasteaubriant, soeur de mons. de Lautrec.... en rebatit tous les coups, et le remettoit tousjours en grace». E lo storico Gaillard, nella vita di Francesco I re di Francia, dice: «Le maréchal de Lautrec gouvernoit depuis lon tems le Milanés avec une rigueur bien contraire à la clemence de son maître. Les proscriptions avoient depeuplé Milan. Les bannis étoient en si grand nombre qu'on les voit jouer un rôle dans l'histoire, se rassembler, former des entreprises, et susciter beaucoup d'affaires aux François. On remarqua que la plus part de ces bannis étoient les plus riches citoyens da Milanés[384]». Fu ben diverso il regno di Lodovico XII da quello di Francesco I, non già per cattiva indole di quest'ultimo, ma perchè, sotto il nome suo spensieratamente lasciava in balía d'un favorito il destino dei sudditi. In quel torno morì il nostro celebre Bernardino Corio[385], d'anni sessanta, e fu l'anno 1519. Quattro anni prima lo storico Tristano Calco lo avea preceduto.

Fine del Tomo secondo.

[ INDICE DI QUESTO TOMO]

CAPITOLO XI.
Di Matteo I, di Galeazzo I e d'Azzone Visconti, signori di Milano [Pag. 5]
CAPITOLO XII.
Di Luchino, di Giovanni arcivescovo, e dello stato della città sino verso la metà del secolo XIV [37]
CAPITOLO XIII.
Della signoria dei tre fratelli Matteo, Barnabò e Galeazzo Visconti [70]
CAPITOLO XIV.
Del conte di Virtù, e della erezione del ducato di Milano [104]
CAPITOLO XV.
Del duca Giovanni Maria, e del terzo ed ultimo duca Visconti, Filippo Maria [132]
CAPITOLO XVI.
Repubblica di Milano, che termina colla dedizione a Francesco Sforza [170]
CAPITOLO XVII.
Francesco I Sforza, duca di Milano [211]
CAPITOLO XVIII.
Del governo del quinto duca Galeazzo Maria Sforza, e della minorità del duca Giovanni Galeazzo Maria, sesto duca [229]
CAPITOLO XIX.
Di Lodovico il Moro, settimo duca di Milano, e della venuta del re di Francia Lodovico XII [251]
CAPITOLO XX.
Breve ritorno del duca Sforza, fatto prigioniere; e governo del re di Francia Lodovico XII, fino alla lega di Cambrai [275]
CAPITOLO XXI.
Lodovico XII, re di Francia, perde il Milanese, ove è riconosciuto Massimiliano Sforza, ottavo duca [297]
CAPITOLO XXII.
Di Francesco I re di Francia, e suo governo nel ducato di Milano [319]