Giovanni Visconti, arcivescovo e signore di Milano e di altre diciotto città, fra le quali Genova e Bologna, cessò di vivere il giorno 5 di ottobre dell'anno 1354, dell'età di sessantaquattro anni, dopo d'aver regnato sei anni appena; poichè il tempo in cui comparve ch'ei correggesse con Luchino non può contarsi, tanto poco s'immischiò egli allora negli affari dello Stato. Giovanni fu un principe umano, benefico, giusto, liberale, fermo e d'animo signorile, e merita un luogo fra i buoni principi vicino ad Azzone. Il tumulo di lui si vede nel coro della Metropolitana.

Milano, nei ventiquattr'anni nei quali regnarono Azzone, Luchino e Giovanni, i primi che apertamente si dichiararono sovrani, battendo moneta col loro nome, godette la pace, e provò alfine i beni dell'ordine sociale e della civile sicurezza. I Milanesi abbandonarono il mestiere dell'armi, e si rivolsero a più miti e più industriosi pensieri, alla mercatura cioè, alla coltivazione delle arti e delle terre. La popolazione e la ricchezza crebbero in proporzione, e qualche coltura appresero gl'ingegni, onde questi oggetti meritano dilucidazione.

La prima epoca del risorgimento dell'agricoltura milanese io la trovo nel blocco che Federico I pose intorno della città; allorquando fece devastare le piante e le campagne, ed atterrare i boschi che ci stavano intorno. Il bene è sempre figlio del male. Liberati che fummo da quel nemico terribile, poichè la libertà civile fu cimentata colla lega lombarda, si dovettero ridurre a coltura i boschi incendiati; unico mezzo per cui i proprietari, ai quali non rimaneva più legna spontanea, non ricavassero qualche profitto dal loro fondo. Infatti verso quei tempi pensarono i Milanesi a promovere l'irrigazione, a fecondare i loro campi colle acque, e si scavarono il Tisinello e la Muzza; il primo verso l'anno 1179, e l'altra l'anno 1220[74]. Indi il Tisinello venne allungato sino a Milano verso la metà del secolo decimoterzo, cioè l'anno 1257; operazioni tutte le quali non ebbero allora per oggetto la navigazione, ma bensì la semplice irrigazione delle terre. Io ho per qualche tempo creduto che i Milanesi, ritornati dalle crociate, avessero portata dall'Egitto nella loro patria la coltura del riso, e che questi scavi di canali e questa diramazione di acqua sulle terre venissero fatti a tal fine. Ma ho poi dovuto essere convinto che la coltivazione del riso presso di noi è di molto posteriore a quelle opere pubbliche; e ne serve d'invincibile prova la tassa che il tribunale di Provvisione faceva delle droghe; e quella singolarmente che ha pubblicata l'esattissimo nostro conte Giulini[75], ove scorgesi che il giorno 18 aprile 1386 venne ordinato che gli speziali e i droghieri non possano vendere il riso più che a dodici imperiali la libbra. Questo decreto trovasi nell'archivio del tribunale di Provvisione, d'onde l'ha tratto il chiarissimo autore. Se il riso fosse stato, come oggidì, un prodotto della nostra agricoltura, non sarebbesi venduto dagli speziali droghieri. Il prezzo poi di un soldo per libbra (avuto ragguaglio alla moneta di quei tempi) lo mostra ancora con maggiore sicurezza, anche paragonandolo alla tassa del mele sottile e fino, che in quel medesimo decreto viene fissato ad un terzo meno del riso, cioè ad imperiali otto la libbra. Quest'irrigazione adunque serviva ai soli prati, e forse allora il clima di Milano era più salubre di quello che ora non è; da che si è ogni anno sempre più dilatata l'irrigazione, ed introdotta singolarmente la coltura dei risi; e perciò il Petrarca, fra le qualità che rendevano allora pregevole Milano, vi pose coeli salubritate, come poco anzi si è veduto. La nostra agricoltura ci produceva, siccome ho già altrove indicato, varie sorta di grani, frumento, segale, miglio, seligine, orzo, scandella. La coltura parimenti del lino e delle viti è antichissimo presso di noi. I prati si andavano moltiplicando, perchè s'erano introdotte razze di cavalli, e il lusso aveva dilatato il bisogno di questi tanto utili e generosi animali. Se poi tanto grano si raccogliesse quanto occorreva al nutrimento del popolo, non è così facile il deciderlo; poichè in una concordia che si fece fra i nobili e i popolari, l'anno 1225, venne pattuito fra gli altri articoli, che il comune di Milano dovesse ogni anno far venire da paese estero de' grani, pel valore di seimila lire di terzoli. Il che non saprei se debbasi considerare come una forzata compiacenza de' nobili terrieri verso di un error popolare, come inclina a crederlo il nostro conte Giulini[76]; ovvero come una prudente precauzione, in tempi ne' quali questo commercio era vincolato. Parmi che se le terre fossero state bastantemente feraci di grano, si sarebbe dalla plebe domandata, non l'introduzione del grano estero, ma del più vicino e nazionale, per assicurare l'alimento alla città. Generalmente si mangiava in Milano pane di mistura; e l'anno 1355 vi era in tutta la città un forno solo che fabbricasse il pane bianco di puro frumento; pane che allora era di lusso; e questo forno privilegiato chiamavasi il prestino dei Rosti, ed era vicino alla piazza dei Mercanti[77]. È bensì vero che l'uso di servire con pane di frumento puro e bianco, nei pranzi d'invito, era anche un secolo prima conosciuto presso di noi; e ne fa prova una sentenza favorevole ai canonici di Varese, pronunziata l'anno 1248, in cui venne condannato un beneficiato a dar loro la domenica avanti Natale un pranzo composto,[78] videlicet, panis frumentini boni et bene cocti et albi, et vini boni, et puri ad sufficentiam et capponorum, videlicet unum inter duos plenum, et carnium bovis et porci cum bonis piperatis, videlicet frustum unum, sive petiam bovis competentem et bonam inter duos; ed aliud frustum seu petiam porci cum bonis piperatis inter duos, et frustum, sive petiam unam carnis porcinae assatae, sive rostitae cum paniciis inter duos; et hec omnia ad sufficientiam, secundum quod decet, praestet singulis annis. La carta si conserva nell'archivio della collegiata di Varese, e l'ha pubblicata l'erudito nostro conte Giulini[79]. Verso la fine dei capitolo sesto ho ricordato un altro pranzo, preteso un secolo prima, da altri canonici, i quali chiedevano lombulos con panitio; ora si trattava cum panitii. Potevano forse essere pagnotelle più fine, di mero fiore di farina apprestate sul finir della mensa. La piperata si è veduta nominata in quella carta del 1148, si vede in questa del 1248, si usava ai tempi del Corio; e l'abbiamo anche oggidì scritta nella tariffa della mercanzia, col tributo di trentasei soldi e mezzo per ogni rubbio, sebbene ora non sappiamo più cosa ella si fosse. Io la crederei una salsa stimulante, e in cui entrava singolarmente il pepe, simile a quella che ora adoperiamo colla senape.

Il Fiamma, che viveva appunto ai tempi di Giovanni arcivescovo, ci lasciò un'idea della ricchezza e del lusso di quel tempo:[80] Nunc vero in praesanti aetati priscis moribus superaddita sunt multa ad perniciem animarum irritamenta: nam vestis praetiosa, et ornatu superfluo circumtecta per totum; in ipsis vestibus, tam virorum quam mulierum, aurum, argentum, perlae inseruntur. Frixa latissima vestibus superinducuntur. Vina peregrina, et de partibus ultramarinis bibuntur: cibaria omnia sunt sumptuosa: magistri coquinae in magno praetio habentur[81]. Lo stesso Fiamma ci attesta che in Milano al suo tempo eranvi delle manifatture assai perfette e stimate al di fuori, e fra le altre vi si lavoravano gli elmi, le corazze e tutte le armature di ferro,[82] speculorum claritatem excedentes. Soli enim fabri loricarum sunt plures centum, exceptis innumerabilibus subjectis operariis; e di queste nostre manifatture, dice quell'autore, che ne somministravano a tutta l'Italia non solo, ma se ne trasportavano per sino ai Tartari ed ai Saraceni. Questa manifattura, di cui troviamo la materia ne' monti vicini, si mantenne per molto tempo in Milano, e vediamo nell'estratto fatto poi, all'occasione del censo, dai libri delle gabelle dell'anno 1580, che si considerarono, dal ragionato dall'estimo Barnaba Pigliasco, da Milano trasportate agli esteri: armature di cavalli N. 100, a lire 55. 10, lire 5650; armature di fante N. 390, a lire 33. 15, lire 13,162. 10. Il Fiamma pure ci attesta che le nostre razze de' cavalli erano della maggiore altezza e forza; e tali dovevano appunto ricercarsi nel secolo in cui dovevano portare alla guerra gli uomini tutti coperti di ferro, e talvolta gli arnesi istessi del cavallo erano del metallo medesimo, per assicurarlo dalle ferite. De' cavalli nostri ne facevano smercio assai nella Francia, a quanto ci attesta quell'autore contemporaneo; e tale era probabilmente il frutto dell'irrigazione estesa, e de' nostri prati. Oltre questi due articoli di commercio, erari già piantata l'industria del lanificio in Milano ai tempi di Luchino e di Giovanni Visconti; e il Fiamma dice de' nostri mercanti:[83] Ipsi enim mercatores discurrunt per Franciam, Flandriam, Angliam ementes lanam subtilem, ex qua in hac civitate texuntur panni subtiles in maxima quantitate, qui tinguntur omni genere tincturarum, qui per totam Italiam deferuntur. Quest'industria del lavoro de' pannilani, la quale crebbe dappoi e formò la ricchezza cospicua di Milano, era già presso di noi conosciuta anche prima del Fiamma, e poco dopo l'epoca di Federico I. Almeno in Como ed in Monza si lavoravano de' pannilani fino dal 1216; poichè nell'antico esemplare degli Statuti di Milano compilati in quell'anno, esemplare che ritrovasi nella biblioteca Ambrosiana, vedonsi tassati i pannilani di Como e di Monza a pagare quattro imperiali per ogni pezza, entrando in Milano. Anche delle tele di cotone e de' lini nostri se ne faceva spaccio, singolarmente in Levante, col mezzo dei Veneziani e de' Genovesi, ch'erano diventati assai ricchi e commercianti; avendo, i primi singolarmente, approfittato moltissimo col trasporto dei crocesignati, colla somministrazione de' viveri alle Crociate, allorchè prudentemente tranquilli, in mezzo alla fermentazione universale colsero l'occasione d'impratichirsi del mare e de' porti del Levante, onde si resero arbitri del commercio d'Europa coll'Asia; la qual ricchezza si sparse anche sopra di noi ed animò la nostra industria. Nè i soli cavalli, le armature, e i pannilani e i pannilini erano i capi del nostro commercio utile cogli esteri. Sino da' primi anni del secolo decimoquarto eranvi da noi degli artefici che fabbricavano anche drappi di seta; e Niccolò Tegrimo, nella vita di Castruccio Antelminelli, ci narra che, avendo Castruccio ed Uguccione della Fagiuola occupato Lucca l'anno 1314, i fabbricatori di drappi di seta vennero a rifugiarsi in Milano[84]. La seta allora era sommamente cara; e un drappo di seta si valutava lire venti d'allora la libbra; e ognuno sa che la lira d'allora era quasi due terzi d'un fiorino d'oro, ossia gigliato, che correva per trentadue soldi; così che la libbra di seta costava dodici gigliati e mezzo. Facilmente pure ognuno comprende quanto maggior pregio in que' tempi dovesse aver l'oro, che nei secoli a noi più vicini è diventato assai più abbondante, per i paesi scoperti, per le nuove miniere scavate, e per la comunicazione del vasto commercio aperta fra tutti i popoli conosciuti della terra.

Della popolazione di Milano ce ne ha lasciato memoria Buonvicino da Ripa verso l'anno 1288. Quell'autore vivente dice che v'erano tredicimila porte di case, seimila pozzi, quattrocento forni per cuocere pane, e mille taverne di vino, cento cinquanta alberghi pei forestieri, tremila ruote da mulino, e seimila giumenti che portavano la farina nella città; in cui dice ch'eranvi ducentomila abitanti, fra i quali quarantamila atti alle armi; che si mangiavano ogni giorno in Milano mille e ducento moggia di farina; che entravano ogni anno nella città cinquantamila carri di legna, ducentomila carri di fieno e seimila carri di vino, e si consumavano di sale in Milano staia seimilacinquecento. Questa descrizione facilmente si conosce che non merita fede. Seimila giumenti impiegati a portare mille e ducento moggia di farina al giorno sono incompatibili, mentre un moggio lo porta sulle spalle un villano robusto. Quarantamila uomini atti alle armi sono pure una cosa sconnessa. La popolazione di ducentomila abitanti, suppongasi metà di uomini e metà di donne; dagli uomini si deducano i bambini, i fanciulli ed i vecchi; non rimarranno quarantamila uomini atti alle armi. Seimila carri di vino, suppongasi portar ciascuno dieci brente, saranno sessantamila brente di vino che entravano in città per uso di ducentomila abitanti: ora centoventimila, quanti abitano in Milano, consumano più del quadruplo. Anche le staia seimila e cinquecento di sale sarebbero proporzionate alla popolazione di ventiseimila abitatori, e non mai di dugentomila. Poca e nessuna fede merita quella relazione fatta da un uomo che descrive diciotto laghi e sessanta fiumi abbondantissimi di pesci nel contorno di Milano. Abbenchè consideriamo ragionevolmente come scritti piuttosto a caso quei numeri, che per vera cognizione, difficile assai ad aversi in que' tempi, egli è però assai probabile che fosse numerosa la popolazione d'una città alla quale dovevano, come a residenza e a dominante, ricorrere, al tempo di Giovanni arcivescovo, i cittadini di diciotto città del contorno. Petrarca la qualificò, siccome vedemmo, populi frequentia gloriantem; e Pietro Azario, che viveva mentre la pestilenza del 1361 devastò Milano, asserisce che in Milano perirono per quella sciagura settantacinquemila abitatori; il che può verosimilmente farci credere ch'essi fossero più di centocinquantamila. Nè è difficile il concepire come una popolazione maggiore dell'attuale fosse contenuta entro di una città di un recinto più angusto di quanto ora lo sia: poichè sappiamo che tutte le case nobili e vaste sono state formate colla incorporazione di più e più case piccole; che molti monasteri e conventi e chiese sono piantate oggidì in luoghi che servivano allora all'abitazione del popolo; e che finalmente il lusso di abitare per pompa uno spazio vasto di luogo, e il conservare signorilmente un buon numero di stanze, al solo uso che siano trascorse da chi ci viene a visitare, prima che ci ritrovi, non era il lusso di quel secolo nè di questa popolata città. Nel principio del secolo decimoterzo v'erano in tutto in Milano tredici monasteri, sei di frati e sette di suore[85].

Il governo civile di que' tempi era una vera dominazione di un solo, con qualche apparenza di repubblica; poichè il consiglio degli ottocento, che poi a' tempi di Luchino diventò, non saprei come, di novecento, di tempo in tempo si radunò, sino verso la fine del secolo decimoquarto. Ma le deliberazioni che si pretendevano, non erano altro che giuramenti di fedeltà, acclamazioni al nuovo signore, e convalidazioni del sistema monarchico. Questi consiglieri, che non erano a vita, ma bensì trascelti per rappresentare la città in occasioni passeggiere, non erano altrimenti nominati dal popolo; ma originariamente traevano la loro commissione dalla nomina del principe o del suo ministro; onde quel consiglio era, siccome anche di sopra ho accennato, una mera popolare illusione, che rappresentava una apparente libertà. Verso la metà del secolo decimoquarto si creò il vicario di provvisione, che presedeva ai dodici. Vicario significava lo stesso che vicegerente, ossia luogotenente; un ministro insomma che teneva il luogo e faceva le parti del sovrano. Quel tribunale nella sua origine non fu un dicastero civico, ma bensì fu un tribunale eletto dal sovrano; al quale era commessa la percezione e direzion de' tributi, la cura dell'abbondanza, e la vigilanza sopra i giudici della città, per modo che sembra fosse questo allora il solo dicastero che si radunava in Milano, e avesse riunite le separate cure che oggidì occupano il senato, il magistrato camerale e il tribunale di Provvisione medesimo[86]. Ora questo tribunale di Provvisione, poichè fu consolidata la signoria dei Visconti, eleggeva ei medesimo i novecento consiglieri, ogniqualvolta occorresse di avvalorare con questa formalità il volere del sovrano; di che ce ne serve di prova l'antico registro della città segnato num.º 1, ove, alla pag. 107, si legge:[87] MCCCLXXXVIII, die XXII Julii. Per dominos vicarium et XII Provixionum Comunis Mediolani et sindicos dicti Comunis electi fuerunt infrascripti cives Mediolani, qui sunt et esse intelliguntur consilium DCCCC Comunis Mediolani.

La politica de' nuovi principi tendeva ad allontanare, siccome dissi, il popolo dal mestiero della guerra, la quale sempre più si andava facendo, per mezzo di stipendiati forestieri. Così nacquero le compagnie di avventurieri, che si vendeano da' loro capi ora ad un principe, ora ad un'altro; e così pure alcuni capi di tali sgherri si resero formidabili ai sovrani medesimi, e giunsero ad acquistare per loro conto degli Stati, come fra gli altri avvenne alla casa Sforza. Conseguenza di un tal sistema era l'accrescimento de' tributi per aver mezzi onde stipendiare quegli estranei, ai quali si commetteva la difesa dello Stato. Oltre il catasto generale de' fondi (che si fece, siccome vedemmo, verso la metà del secolo decimoterzo, e sul quale s'incominciarono a ripartire i carichi pubblici, che prima si distribuivano per capitazione, ovvero sulla stima annua de' frutti raccolti) s'instituì la privativa della vendita del sale, di cui la più antica memoria che abbiamo ce la riferisce il Corio all'anno 1272. In un trattato fra il re Roberto di Napoli e i fuorusciti milanesi del partito de' Torriani, promise il re che egli non avrebbe guadagnato nella vendita del sale se non venti soldi papali per ogni moggio, e ciò per il sale comune; il bianco però e raffinato era libero a lui il venderlo come più gli fosse piaciuto. Questo trattato si fece l'anno 1312. Venti soldi papali del secolo decimoquarto valevano, secondo il calcolo del Muratori, ventiquattro paoli[88]. Il moggio è di staia settanta; e, ciò posto, la gabella si riduceva a cinque soldi de' nostri per ogni staio di sale; così che a un dipresso allora prometteva di venderlo al valore che oggidì corrisponderebbe a soldi quaranta per ogni staio. Per un trattato di commercio che si fece fra i Milanesi ed i Veneziani l'anno 1317, segnalo il giorno 30 d'agosto in Venezia, i Veneziani si obbligarono a dare a quegli il sal marino, e i milanesi si obbligarono a prenderlo tutto da essi, ed a non spanderlo nè sul Comasco nè sul Veneto. A noi rimase però la libertà di venderlo poi agli abitatori delle Alpi. Questo pregievole monumento ritrovasi in un antico codice MS. presso del signor marchese Giovanni Corrado Olivera, signore venerabile per l'integrità e beneficenza, più ancora che per i luminosi titoli e la presidenza del senato. Sono già più di quattro secoli e mezzo da che prendiamo i sali da Venezia, e li vendiamo agli Svizzeri e Grigioni. Al tempo di Luchino, la gabella del sale della città di Milano e del contado gli fruttava tremila fiorini d'oro[89]; presentemente se ne ricava cinquanta volte altrettanto. È vero che l'oro allora aveva notabilmente più di valore che ora non ha, dopo l'abbondanza che ne hanno prodotte le nuove miniere e il commercio, siccome torno a ricordare. Non abbiamo notizie bastanti di quei tempi per indicare i positivi prezzi ai quali siasi venduto il sale alle gabelle. Sappiamo però dai registri civici esaminati dall'instancabile conte Giulini, che verso la fine del secolo decimoquarto si vendeva a soldi cinquanta lo staio; prezzo veramente gravoso, poichè il fiorino d'oro correva a soldi trentadue[90]. Il carico poi della macina alle porte di Milano erasi imposto sino dell'anno 1333, come ce ne fa fede una carta dell'archivio dello spedal maggiore, esaminata dal conte Giulini[91]. La gabella della Dovana eravi pure già verso la fine del medesimo secolo decimoquarto[92]; poichè vi è il decreto che dice:[93] cum etiam per datiarios Dovanae bestiarum grossarum et minutarum dicti vestri comitatus fiant diversimodae extorsiones: così faceva scrivere latino il signor di Milano l'anno 1381, dopo il lungo soggiorno fatto in questa città da Francesco Petrarca! Si vede che sino da quel tempo s'era introdotta l'usanza d'affittare le regalie, o, per dir meglio, la pace, la sicurezza e la libertà del popolo ad un impresario:[94] volumus bene quod incantatoribus datiorum dicti nostri Comunis serventur eorum data[95]. Era riserbato al glorioso regno dell'augusta Maria Teresa di atterrare quest'obice, che divise i contributori dal principe per quattro secoli. Il carico Datium imbottaturae vini, cioè l'imbottato, eravi già anticamente, ma si pagava soltanto sul vino raccolto; indi l'anno 1392 vennero assoggettati a questo tributo anche i grani[96]. Chi ne cercasse più esatte prove, le troverebbe presso il conte Giulini[97]. Il carico poi sulle merci si andava proporzionatamente accrescendo; mentre laddove questo era tassato, nel principio del secolo decimoterzo, in proporzione del valore, a poco più dell'uno per cento, come si vede nella tariffa annessa agli statuti compilati nel 1216; nell'anno poi 1333 il carico era asceso a un soldo per ogni lira di valore, il che monta al cinque per cento, come leggesi nel codice MS, del nominato signor marchese Corrado Olivera, presidente onoratissimo del senato. Da un verosimile calcolo preso in massa, oggidì questo tributo corrisponde circa al sei per cento del valore. Oltre questi carichi, v'era la tassa de' cavalli, imposta verosimilmente l'anno 1315, per mantenere le paghe della cavalleria. V'erano le condanne pecuniarie de' delitti, emanazione ancora vigente delle leggi longobarde. V'erano altre antiche gabelle sulle case, su i forni, sopra i mulini, i macelli, i contratti, le misure, i pesi ed altre delle quali ho fatto menzione al capitolo ottavo.

La grandezza dell'arcivescovo e del clero milanese scomparve colla soggezione da Roma, e coll'erezione del principato. Non vi è memoria che, dopo la metà del secolo duodecimo, siansi mai chiamati i nostri ordinari,[98] sanctae mediolanensis ecclesiae cardinales, come facevano per lo passato. Essi però, sino dal secolo decimoterzo, portavano la porpora; e questa distinzione, che tuttavia conservano, è antica per lo meno cinque secoli. In que' tempi però assai liberamente vestivansi gli ecclesiastici, ed eran ben lontani da quella edificante uniformità e modestia che ora gli distingue. Manfredo Occhibianchi, canonico di Sant'Ambrogio, fece un testamento il giorno 18 marzo, l'anno 1203, che si conserva nell'archivio di quella basilica, e di cui parla il conte Giulini[99], e lascia[100] manstrucam unam conilii, cohopertam de violato, et alias duas..... scilicet unam volpinam, cohopertam de scalfanio, et aliam de flanchitis, cohopertam de sagia bruna, et...... capellum meum grisum, cohopertum de sagia nigra, et cohopertorium meum, et scradam seu diproidam meam... cappam meam blavetam........ cappam meam de mantellato... quinque coclearia argenti, et mantellum meum foderatum de zendado..... vestitum violatum meum. Da ciò osserviamo che di tutte le vesti, nulla v'era di nero fuori del cappello, voce che di già si era inventata per dinotare quelle berrette che allora si ponevano sul capo; ma tutti i vestiti di quell'ecclesiastico erano di colore violato, ceruleo o bruno. La parola blavetam sembra nata dal teutonico blau ossia bleu, come noi Lombardi anche oggidì nominiamo quel colore, similmente ai Francesi. I cucchiai d'argento si vede che già erano in uso. Nè gli ecclesiastici si vestivano tampoco con colori modesti, poichè, l'anno 1211, l'arcivescovo Gherardo da Sessa fece un editto in cui leggesi:[101] Universis praeterea clericis interdicimus vestes rubeas, vel diversi, coloris gialdas et virides[102]; la quale proibizione non bastò a togliere tale usanza degli ecclesiastici; poichè in un concilio provinciale tenutosi un secolo dopo di ciò, nuovamente si dovette stabilire che gli ecclesiastici non portassero[103] vestes virgulatas, seu de catabriato dimidiatas, vel listatas, vel frixis, vel maspilis argenteis, vel de metallo aliquo, e non dovessero portare cappucci a modo dei secolari,[104] ad modum laicorum capucia non habentes[105].

Nella guerra i militi erano tutti coperti di ferro, e, calata la visiera, non si potevano conoscere se non dal pennacchio o altra insegna. Filippone, conte di Langosco, poichè ebbe in suo potere il cimiero di Marco Visconti, si presentò co' suoi alle porte di Vercelli, le quali (credendolo Marco i Vercellesi) gli vennero aperte; e con tale astuzia se ne impadronì l'anno 1312. Nella più antica compilazione de' nostri Statuti, fatta, come ho detto, nel 1216, vi si legge la rubrica de' duelli. Si combatteva o in persona, ovvero un campione si batteva per altrui commissione. Si celebrava la messa in presenza de' due combattenti, si deponevano le armi presso dell'altare, il sacerdote le benediceva, indi venivano sigillate e venivano portate al luogo della lizza, ove sedeva il giudice. Ivi si presentavano i due combattenti coi loro patrocinatori. Interrogavano questi il giudice s'egli ivi risedesse affine di giudicare la lite col duello, e il giudice rispondeva che appunto ivi a tal fine si era collocato. Il patrocinatore del pretendente ad alta voce chiedeva la cosa per cui doveva farsi il duello; e ad alta voce il patrocinatore opposto lo negava. Indi s'accostavano i due combattenti al giudice; e ciascuno di essi con giuramento affermava essere vero e giusto ciò che dal suo patrocinatore erasi detto. Il giudice poi faceva che giurassero entrambi, che non si presentavano al cimento con alcuna forza d'erbe di parole o di maleficio; il che fatto, davansi loro lo scudo e le armi. Questa cerimonia a un di presso così facevasi in tutta l'Europa in quel secolo. V'erano ancora altri giudizj di Dio; quello del ferro rovente da portarsi nella mano nuda non era permesso in Milano:[106] illud autem scire opportet quod ferventis ferri judicium in nostra civitate non admittitur, licet in quibusdam locis jurisdictionis dominis archiepiscopi secus obtineat; così nei nostri Statuti di quei tempi. Bensì era ammesso il giudizio di Dio coll'acqua fredda, e questo da noi non era punto crudele; poichè si prendeva un fanciullo, e con una fune, senza pericolo, si tuffava nell'acqua, e immergendosi il fanciullo, che tosto s'estraea, il reo era assoluto.

Finalmente vorrei poter dare un'idea della coltura nostra verso quell'età, ma le notizie non erano copiose in nessuna parte dell'Europa. Avemmo un medico che compose le pandette della medicina, dedicate al re di Napoli Roberto. Questi si chiamava Matteo Silvatico, milanese, che scrisse l'anno 1317. Quel libro si stampò a Venezia l'anno 1498. Un altro milanese ebbe nome presso dei giusperiti, cioè Signorollo Omodeo, le opere del quale non sono ignote ai forensi. Ma di bella letteratura non ne abbiamo vestigio alcuno. Uno dei più antichi poeti italiani fu Pietro da Bescapè, nostro milanese. Egli scrisse i suoi versi nell'anno 1264, nel quale pretese di tradurre in poesia la storia del Vecchio testamento. L'autore così comincia: