[269]. Ibid., pag. 41, e annotazioni MS. a un vecchio Diutile presso la casa Verri.

[270]. Rivolta, Vita di Federico Borromeo, lib. V, cap. XXI, p. 168.

[271]. Ripamonti, pag. 50 e seguenti. Nel citato Diutile, scritto da un medico chirurgo, essendovi notate le visite di Santa Corona, leggesi MS. quest'annotazione: «1629, 7 novembre. Nel bettolino di San Francesco sul corso di porta Comasina, passato il Carmine, morì improvvisamente uno venuto da luogo infetto. Non si conobbe ch'ei fosse morto di peste. Fra alcuni giorni l'oste e garzoni s'ammalarono e morirono».

[272]. Si fecero giuochi, tornei, allegrezze grandi. Si cantò il Te-deum a Santa Maria presso San Celso. Sulla piazza del Duomo si diede un fuoco artificiale stupendo, che rappresentava il monte Etna. Il ragguaglio ed il disegno della macchina sono stampati. Il gesuita Emanuele Tesauro, celebre maestro di eloquenza in quei tempi, recitò la orazione; e per dare un'idea del suo modo di scrivere, ne riporterò alcuni tratti. Fra le altre cose disse: Ma che in questi anni, meglio che in altri, sia la fortuna appassionata per questa casa reale, facciane fede, non altri, l'abbattuta eresia della Germania, sopra cui, passando la ruota dell'austriaca fortuna, hormai le ha frante le armi e tolto il fiato. O giustissimi sdegni e trionfali vendette della zelante fortuna! Tempo fu che, ritardato il valor della doglia, assai più attese la fortuna dello Impero a medicar le ferite de' suoi con la prudenza, che a ferire i rubelli con la spada: a guisa di perita nocchiera, che, non potendo correre un vento intiero, corre una quarta. Ma ora al prospero soffio dell'austro gonfia tutta la vela, scorrendo liberamente, non pure il Reno e il Danubio e l'Albi, ma il gelato mare di Dania; anzi ne' monti ongarici et boemi per un mar di sangue rubello felicemente veleggia (pag. 12). Egli, lodando il conte d'Olivares, dice che trasse il nome dagli olivi, perchè ne' consigli di guerra et di pace dell'una et dell'altra Pallade merta l'oliva. Finalmente del nato bambino, ei narra ch'è figlio delle Grazie, candidato dei paterni regni, gemma incomparabile della maggior corona del mondo, fondamento delle speranze, speranza et voto dei popoli, humano angioletto et mortal Dio. Il panegirico è pieno di passi d'Orazio, di testi di Platone, di allusioni alle favole, di esagerazioni e adulazioni, e, sebbene recitato in San Celso, non vi è tratto veruno nè del candore evangelico, nè perfino di religione.

[273]. In una patente del tribunale di Sanità, sottoscritta dal presidente Giovanni Sfondrati e dal cancelliere Giacomo Antonio Tagliabò, del 20 maggio 1632, che conservavasi presso de' padri Cappuccini di quel convento, si legge che il padre Felice Casato, guardiano, comandò nel Lazzaretto per commissione del tribunale di Sanità, e cominciò alli 30 marzo con carico di reggente e governatore di detto Lazzaretto, con ampia autorità concessagli da questo tribunale di comandare, ordinare, provvedere e fare tutto quello che dalla singolare sua prudenza fosse stimato necessario.... havendo avuto sotto il suo governo et comando tal'hora più di sedicimila anime, et governato nel detto spatio di tempo centomila persone e più, ec.

[274]. Così il conte Verri verso il fine del § II dell'opera intitolata: Osservazioni sulle torture, e singolarmente su gli effetti che produsse all'occasione delle unzioni malefiche, alle quali si attribuì la pestilenza che devastò Milano l'anno 1630. Questo scritto, ch'era rimano inedito per riguardi di famiglia onorevoli all'autore, fu per la prima volta pubblicato come un'appendice alle Opere Economiche del conte Pietro Verri, nella Raccolta degli Scrittori Classici Italiani di Economia politica, Parte moderna, tom. XVII.

[275]. Memorie delle cose notabili successe in Milano intorno al male contagioso l'anno 1630, ec., raccolte da D. Pio La Croce, pag. 54. Un fanatismo simile a questo si vide in Mosca, allorquando, l'anno 1771, la pestilenza recatavi dalla guerra co' Turchi desolava quella città. Il popolo si pose alla mente che un'immagine miracolosa dovesse liberarlo, e la folla del concorso comunicò la pestilenza ai sani, e accrebbe la sciagura. L'arcivescovo di Mosca, uomo illuminato e umano, che avea sottratto l'immagine al popolo, dovette nascondersi per schermirsi dal suo furore; ma le turbe forzarono il monastero ov'erasi ricoverato, e lo trucidarono. — Veggasi Levesque, Histoire de Russie, tom. V, Paris, 1782, pag. 133.

[276]. Pestilentia vim, et nomen, et regnum verè suum obtinuit, lib. VI, pag. 67.

[277]. Ragguaglio dell'origine e giornali successi della peste di Milano, dal 1629 al 1632, di Alessandro Tadino, ec., lib. II, cap. 15 e 30, pag. 57 e 100.

[278]. Ripamonti, pag. 112.