(1572) Essendo morto dopo la metà del 1571 il governatore duca d'Albuquerque, gli successe, nell'aprile dell'anno seguente, don Luigi di Requesens, commendator maggiore di Castiglia, uomo destro e stimabile[225], ma zelatore non meno fervido, e perseverante della giurisdizione regia, di quello che il cardinal Borromeo il fosse della ecclesiastica[226]. Perciò le controversie giurisdizionali sì riprodussero ancora più vive: e desse continuarono, benchè meno clamorose, anche sotto il moderato governo del marchese di Ayamonte, che succedette al commendatore de Requesens, e resse queste province per otto anni. (1575) Il senato mandò espressamente a Roma, nel 1575, il senatore Politone Mezzabarba, uomo di gran merito, per far valere le sue ragioni[227]. All'opposto le parti del Borromeo erano vivamente protette a Madrid da monsignore Ormaneto, già suo residente in Roma, cui era riuscito di far nominare internunzio apostolico a quella corte. Nel 1581 vi spedì inoltre l'altro suo familiare Carlo Bescapè, prevosto generale de' Barnabiti, e che fu poi il migliore storico della sua vita. Narrasi da questi di aver avuto replicati congressi col domenicano Diego Clavesio, confessore del re, e da lui delegato ad ascoltarlo; e possono leggersi presso di esso i modi moderati e conciliatori coi quali fu licenziato[228].

A calmare maggiormente queste scandalose contese, rivolgendo la comune attenzione ad un oggetto infinitamente più grave e funestissimo, sopraggiunse la pestilenza. (1576- 1577) Questa fu promossa da una delle non insolite sue cause, lo straordinario concorso di gente a Roma per il Giubileo dell'anno avanti. Si manifestò dapprima nei monti di Trento, e, propagatasi a Verona e Mantova, palesò i primi suoi segni verso la fine di luglio in Milano, dove da piccola scintilla divampò in un baleno a vastissimo incendio. Egualmente pronti, benchè non tutti provvidi del pari, furono gli ordini dati dalla pubblica autorità. Le unzioni venefiche che illusero la rozzezza de' Romani nel principio del quinto secolo della loro esistenza, e che centoventiquattro anni dopo l'epoca della quale trattiamo, furono argomento in Milano stessa della più orrenda tragedia, eccitarono l'attenzione del marchese d'Ayamonte, che, con editto del 12 settembre, proposti insigni premii ai delatori, minacciò gravissime pene ai rei; e per la nissuna scoperta di essi si lusingò d'averli frenati. Ma fuori di questo tributo pagato dal saggio governatore all'ignoranza del secolo, tutti gli altri e non pochi provvedimenti emanati sì da lui che dalla magistratura civica resero testimonianza non men di zelo che di saviezza. Era allora vicario di Provvisione Giambattista Capra, che meritò la riconoscenza de' posteri pel bene che fece[229]. Si ordinò che ciascuno non uscisse dalla sua casa. Frequenti erano le guardie per tenere in freno il popolo; le forche, erette in più luoghi della città, indicavano ai disobbedienti la qualità e la prontezza dei castigo. Furono fissate le persone cui era permesso di girare liberamente, sì per servire i relegati nelle case, che per ogni pubblico bisogno. Era cosa miseranda il vedere una città poc'anzi soprabbondante di popolo, lieta di ogni dovizia, florida, vivace, sfarzosa, frequentatissima, ridotta in un istante in un'immensa solitudine. Due terzi de' suoi abitanti per poco che ne avessero i mezzi, si rifugiarono alla campagna, e quelli che furono costretti a rimanere, nella noia del loro forzato ricovero, fra la vicendevole mestizia, nella continua angoscia, cagionata dalla tema di essere istantaneamente sopraggiunti dal mortifero morbo, non avevano altre distrazioni che il periodico pulsare alle porte di chi recava loro un misurato alimento, o il lento trascorrer dei carri per le vie carichi di morti o di semivivi, lo stridore delle di cui ruote era stato reso maggiore coll'arte, affinchè all'appressarsi di quelli ciascuno più prontamente s'allontanasse. Non bastando il vastissimo lazzaretto a contenere i malati, fuori d'ogni porta della città si dispose un recinto dove gli altri si trasferivano. Un difficilissimo oggetto fu pure la cura delle vittovaglie. Per più di sei mesi circa cinquantamila persone furono a spese pubbliche alimentate; e non bastando le rendite civiche, le elemosine dei facoltosi, l'entrate de' luoghi pii, la città vi destinò altresì i capitali che ritrasse dalla vendita de' suoi dazi. Il dispendio prodotto da questo sommo disastro fu calcolato di quasi un milione di zecchini[230]. Il morbo non si estinse del tutto che dopo diciotto mesi. I morti nella sola città ascesero a circa diecisettemila; e il Bescapè, che ho particolarmente seguito in questo doloroso racconto, aggiunge che in quello spazio di tempo v'ebbero quattromila e trecento nati[231]. A questa sciagura debbono i Milanesi l'esistenza di una bella chiesa, quella di San Sebastiano, eretta per voto del corpo civico sul disegno dell'architetto Pellegrino de' Pellegrini, e dotata di ricchissimi arredi[232]. Verso il principio del 1577, però senta colpa della peste, morì Girolamo Cardano, di settantacinque anni, illustre per il suo sapere, per il suo ingegno e per la sua esimia credulità nelle scienze occulte.

Durante quel gran disastro rifulse splendidissima la somma carità del zelante pastore verso l'afflitto suo gregge, cui dedicò ogni sua cura, soccorse colle sue largizioni e cercò persino di giovare colla erezione delle croci ne' quadrivi (con poca opportunità rese poi stabili), perchè i rinchiusi nelle case potessero in qualche modo assistere alle sacre funzioni che si celebravano innanzi ad esse: mezzo assai adatto di distrazione e di rincoramento agli animi sbigottiti; e se la piena del suo zelo non fosse trascorsa a dar causa di più propagarsi il contagio colle processioni, la sua lode sarebbe molto maggiore e intemerata. Nè perciò interruppe l'esecuzione de' molti suoi benefici e magnifici progetti, ed ogni anno era segnato dall'esecuzione di più d'uno di quelli, con una gloria ben più solida e vera che non nel farsi campione delle ambiziose pretese del sacerdozio. Oltre il collegio Borromeo e il Seminario, de' quali s'è già parlato, si succedettero le fabbriche di San Martino degli Orfani, delle convertite di Santa Valeria, ampliata di poi della chiesa jemale del Duomo, però a spese della Fabbrica; de' monasteri di Santa Marcellina, di Sant'Agostino Bianco e di Santa Sofia, allora Orsoline; del collegio delle Vedove, del conservatorio delle fanciulle alla Stella, del palazzo arcivescovile, e del collegio Elvetico, fabbrica delle più insigni, disegnata per l'interno da Fabio Mangoni, pel di fuori da Francesco Richini; dotandolo coi beni delle prepositure degli Umiliati de' santi Jacopo e Filippo di Ripalta in Monza, di Santa Croce in Novara, di Sant'Antonio in Pavia, e dell'abbazia di Mirasole, per rinunzia ottenuta da suo cugino il cardinale Altemps. Fondò pure le cappuccine di Santa Prassede e di Santa Barbara, e con assai maggiore utilità la Congregazione della dottrina cristiana. Costante nella sua massima di preferire i nuovi istituti religiosi, introdusse in Milano i Teatini; distinse, arricchì e favorì i Barnabiti, de' quali approvò le costituzioni; instituì in San Sepolcro la congregazione de' sacerdoti obblati, legati con ispecial voto di obbedienza all'arcivescovo e a' suoi successori, a di cui beneficio nell'anno della sua morte pose la prima pietra della vasta ed elegante chiesa di Rhò, tuttora esistente, architettura del Pellegrini. Ma più di tutti ebbero il suo favore i Gesuiti. Erano appena trascorsi tre anni dacchè avea fatto erigere per essi il collegio e l'elegante chiesa di San Fedele, e la città li vide da lui trasferiti nella più bella prepositura degli Umiliati, in Brera, dotati di molti beni, e tra gli altri di quelli dell'abbazia gentilizia di Arona, per rinunzia del commendatario cardinal Chiesa, non che dell'altra abbazia de' Santi Gratiniano e Felino di Arona stessa, che destinò in casa di Noviziato[233]. Ingrati! che gli resero in séguito amaro il beneficio; sì che gli scriveva monsignor Speciano da Roma nel 1579, ch'essi erano in quella città i suoi più sfrenati detrattori[234]. (1585) Consunto da un ascetismo smoderato in un gracile temperamento, il cardinale arcivescovo Carlo Borromeo mancò di vita il 5 novembre dell'anno 1584, dopo una breve malattia, avendo oltrepassato di pochi giorni gli anni quarantasei. Pastore pio, generoso e sommamente rispettabile; il volgo ammirò la severità della sua vita e la pompa estrema della sua pietà; ma l'uomo di Stato loderà in esso il filantropo e il benefattore de' suoi concittadini. Ventisei anni dopo la sua morte fu egli da Paolo V canonizzato.

Avendo cessato di vivere il governatore d'Ayamonte nell'aprile del 1580, tenne il suo luogo, per quasi tre anni, il castellano don Sancio di Guevara, del quale l'arcivescovo Borromeo era assai contento, come appare da una di lui lettera a monsignor Speciano; ad un suo cenno furono banditi ciarlatani, commedianti, e tolto ogni divertimento, il che non avea potuto ottenere dagli altri governatori. È gaio l'aneddoto riferito dal marchese Lorenzo Isimbardi nella sua cronaca[235], in proposito de' figli del marchese d'Ayamonte. Trovavasi egli alla sua villa del Cairo in Lomellina, quando «occorse avere ad alloggiare in casa una notte li figlioli del marchese d'Ayamonte, governatore dello Stato di Milano; il qual, essendo morto pochi giorni prima, questi figlioli se ne ritornavano in Spagna, de' quali il maggiore era di circa dieci otto anni. Ed essendo a tavola, cenando, successe caso assai ridicoloso, ma tanto più misterioso, quanto che procedette da semplicità contadinesca; perchè, trovandosi a caso in quell'ora sotto al portico un contadino, qual, veduto venire dalla credenza quattro paggi senza cappello o berretta in testa, con torce accese in mano, che accompagnavano nel mezzo di loro un altro, pur scoperto, qual teneva in mano una tazza d'argento, coperta, sopradorata, e questi passando per detto portico per entrar in sala a dar da bere al padrone, con la cerimonia che suol usar alcuni grandi di Spagna, il buon contadino, non sapendo altro, sùbito all'improvviso si buttò a terra in ginocchione, col cappello in mano, battendosi il petto; il quale, interrogato perchè facesse tal atto, ed ammonito di levarsi su, rispose: Non volete ch'io adori ed onori il mio Signore? Persino le bevande che dovevano entrare nello stomaco di un grande di Spagna erano onorate, venerate, adorate quasi! Dopo il Guevara venne al governo del Milanese il duca di Terranova, che, per esser dottore, prediligendo il senato, ordinò non doversi esso più intitolare serenissimo re, ma potentissimo re, stabilì il titolo di magnifici ai senatori, e altre cose simili; gli successe Juan Fernando de Velasco, contestabile di Castiglia, che governò per otto anni, sebbene interrottamente. Egli diede il nome ad una delle contrade della città, aperta al suo tempo, ed emanò varii ordini per contenere gli ecclesiastici, e, tra gli altri, nelle congregazioni si posero gli assistenti regii[236].

Nominato, verso la fine del 1584, monsignor Gaspare Visconti al vacante arcivescovato di Milano, alla metà del seguente anno ne prese il possesso. (1590) Cinque anni dopo, la nostra città vide promosso alla Santa Sede il cardinal Nicolò Sfondrati, col nome di Gregorio XIV. Questo fu il quinto papa milanese, essendo stati i quattro precedenti Anselmo da Baggio, che, nel 1061, prese il nome di Alessandro II, Uberto Crivelli, innalzato nel 1185 col nome di Urbano III, Goffredo Castiglioni, fatto papa l'anno 1241, col nome di Celestino IV, e Pio IV, ch'era in prima Gian-Angelo Medici, creato l'anno 1559, del quale si è parlato nel capitolo precedente. Sotto l'arcivescovo Visconti, la chiesa di San Lorenzo, caduta nel 1573, fu rifabbricata sul disegno di Martino Bassi[237]; furono pure erette le chiese del Paradiso e della Maddalena[238], e il convento dei Cappuccini in Porta Orientale[239]; i Somaschi a Santa Maria Secreta, e stabiliti i religiosi ospitalieri, detti Fate bene Fratelli[240]. (1595) Il Visconti resse l'arcivescovato di Milano fino al 1595, e gli fu dato in successore il cardinale Federico Borromeo, in età d'anni trentuno, che governò la chiesa Milanese per il lungo corso di anni trentasei. Nel 1587 morì lo scultore Annibale Fontana, e fu sepolto nell'insigne tempio di Santa Maria presso San Celso, ove osservansi varii bei lavori della sua mano; e il 17 aprile del seguente anno cessò pure di vivere, nel convento di Sant'Eustorgio, frà Gaspare Bugati dell'ordine de' Predicatori[241], che nelle sue storie mostrò generalmente un criterio ed un'imparzialità superiore alla sua condizione.

(1598) In tutta quest'epoca, sterile di notizie civili, null'altro ci si offre da riferire se non che l'ingresso in Milano di Margherita d'Austria, sposa dell'infante don Filippo, che fu poscia Filippo III; e la morte quasi contemporaneamente accaduta in Madrid del re Filippo II, dopo lunga malattia, essendo d'anni settantadue. L'arciduchessa era stata sposata in Ferrara dal pontefice Clemente VIII, che, in quell'anno medesimo, aveva tolto quella città alla casa d'Este, fece l'entrata in Milano il 30 novembre, e vi si trattenne per circa due mesi. Per questa occasione il corpo civico fece erigere dall'architetto Martino Bassi, a foggia di magnifico arco, la Porta Romana, quale ancora si vede, ornata con emblemi ed iscrizioni in cui la moda per simili solennità andò d'accordo coll'ampolloso gusto del secolo. L'arciduchessa e regina entrò alle ore ventidue, accompagnata dall'arciduchessa Maria di Baviera, sua madre, dall'arciduca Alberto, dal cardinale Aldobrandino, nipote del papa e legato, dal governatore di Milano, contestabile di Castiglia, e da un gran numero di principesse e principi: i tribunali andarono in séguito. V'erano centocinquanta giovani principali milanesi, vestiti superbamente di bianco con ricami d'oro, di perle e di gemme. Ciascuno portava un'accetta dorata, coll'asta coperta di velluto bianco e ornata a frange d'oro[242]. Poi venti cavalieri milanesi, in uniforme di scarlato riccamente trinato d'oro. La regina sedeva sopra di una chinea bianca, era vestita a lutto per la morte di Filippo II, e marciava sotto un baldacchino di seta d'argento ricamato d'oro a gran frange. I dottori di collegio portavano il baldacchino, ed erano vestiti con vesti lunghe di damasco, foderato di velluto, e col cappuccio d'oro, foderato di vaio[243]. Per onorare la sposa, venne pure il duca di Savoia, Carlo Emanuele, col principe Amedeo, suo figlio, il marchese d'Este, e molti principi e vassalli, al numero di trecento. L'arciduca Alberto andò alla porta della città ad incontrarla, col governatore, col principe d'Orange, e con tutta la nobiltà, forestiera e milanese[244]. Le feste furono varie e magnifiche; e, per renderle più splendide, il contestabile fece fabbricare un teatro in corte, che durò fino al 1708, nel quale anno rimase distrutto da un incendio.

In que' tempi le arti cavalleresche, e singolarmente il ballo, avevano la loro sede in Milano. A convincersene, basta leggere il libro già rammentato di Cesare de' Negri, che contiene i precetti del ballo, varii balletti, relazioni di mascherate e feste de' suoi tempi, e i nomi delle più distinte dame e cavalieri che ballavano sotto della di lui scuola. Qui si vede che i Francesi, i Romani, gli Spagnuoli imparavano allora il ballo dalla scuola milanese. Pietro Martire, milanese, era il ballerino stipendiato dal duca Ottavio Farnese in Roma sotto il pontificato di Paolo III. Francesco Legnano, milanese, fu stipendiato da Carlo V e da Filippo II, e venne largamente premiato. Lodovico Pavello fu caro al re di Francia Enrico II e al re di Polonia. Pompeo Diobono, pure milanese, era d'una nobilissima e graziosissima figura dalla testa ai piedi, di somma agilità e leggerezza nei movimenti. Il re Enrico II di Francia lo fece maestro del suo secondogenito, il duca d'Orleans, che, fatto poi re col nome di Carlo IX, lo amò sempre. Enrico III pure gli confermò le pensioni. Virgilio Bracesco, milanese, insegnò il ballo al re Enrico II di Francia e al primogenito, il delfino. Francesco Giovan Ambrogio Valchiara fu preso al soldo del duca di Savoia Emanuele Filiberto, e fatto maestro del principe Carlo Emanuele, suo figlio. Gian Francesco Giera, milanese, fu maestro di Enrico III, prima re di Polonia, poi di Francia, e sempre da lui stipendiato. Beccaria, milanese, fu maestro della corte di Rodolfo II, imperatore; Claudio Cozzo, milanese, maestro stipendiato alla corte di Lorena. Anche in ciò la cultura e l'eleganza cominciarono nell'Italia, d'onde le altre nazioni le presero. Allora il ballo comprendeva molti altri esercizi ginnastici, come volteggiare il cavalletto, la scherma e simili. Il Negri descrive[245] come il giorno 8 dicembre, mentre la regina donna Margherita d'Austria era nel palazzo ducale di Milano, vi si portò con otto valorosi giovani, suoi scolari, ed ivi, alla presenza della regina e dell'arciduca Alberto, «fecero mille belle bizzarrie, e fra l'altre un combattimento colle spade lunghe et pugnali, et un altro con le baste, aggiungendovi poi certe altre inventioni nuove di balli». I balli avevano i loro nomi. Alcuni, presi dall'imitazione delle nazioni, come la Spagnoletta, l'Alemanna, la Nizzarda, ec. Altri, da argomento d'amore: il Torneo amoroso, la Cortesia amorosa, Amor felice, la Fedeltà d'amore, ec. Altri, a capriccio, come la Barriera, il Brando gentile, la Pavaniglia, il Bianco fiore, Bassà delle ninfe, So ben io chi ha buon tempo, ec: argomenti e nomi tutti di balli descritti dal Negri. Gli abiti dei ballerini d'allora erano assai gentili. Il Negri stampa la lista delle dame e dei cavalieri, ballerini e ballerine ne' suoi tempi in Milano. Sotto il governo del contestabile di Castiglia, cioè dopo il 1592 sino al termine di quel secolo, i cavalieri che ballavano sono centoquindici nominati dall'autore[246], e le dame sono sessantasei, oltre trentasei zitelle; in tutto centodue donne. Osservo che i nomi delle dame allora erano meno divoti che non sono oggidì, ma più eroici: Cornelia, Livia, Lelia, Giulia, Aurelia, Camilla, Virginia, Lavinia, Ottavia, Flaminia, Emilia, Claudia, Drusilla, Lucilla, Deidamia, Elena, Ippolita, Diana, Artemisia, Dejanira, Zenobia, Andronica, Olimpia, Beatrice, Costanza, Ersilia, Bianca, Laura, Vittoria, Violante, Silvia, Delia. In Roma fino dal 1553 era uscito un Trattato di Scienza d'armi di Camillo Agrippa, milanese[247]. Quest'opera, corredata di molte figure assai ben disegnate, comprende i precetti della scherma, presso a poco quali si osservano anche presentemente; tratta delle diverse maniere di battersi con spada e pugnale, spada e mantello, con due spade, colla spada e lo scudo, colle alabarde, ec. Si vede che l'arte allora era anche più coltivata e variata di quello che non lo sia presentemente.

(1599) Nel mese di luglio del seguente anno furonvi nuove feste in Milano per l'ingresso dell'infanta donna Isabella d'Austria, sposata coll'arciduca Alberto, che venne con lei[248]. Per questa occasione nel teatro di corte si fece una bellissima festa con maschere a quadriglie, oltre una rappresentazione teatrale, intitolata: l'Armenia. Parmi di vedere il primo germe dell'opera in musica ne' due intermezzi, i quali vennero cantati. Si scelsero due argomenti adattati alla musica. Il primo fu l'Orfeo, il quale con flebil canto sfoga il suo dolore per la morte della cara sua Euridice. L'Eco rispondeva, e un dialogo tra Orfeo ed Eco insegnò al vedovo sposo che colla magia del suo canto poteva tentar la via d'Averno, placare i mostri e rivedere Euridice. S'accosta all'antro funesto, e al suono della sua lira si spalancano le porte, si scopre quella terribile contrada. Plutone, Proserpina in trono, i giudici, le furie, Caronte, Cerbero, insomma tutto vedevasi quello che Virgilio e Ovidio hanno cantato. La soavità del canto d'Orfeo, gradatamente interrotta dalle grida infernali, poco a poco vince, e, ammutoliti gli spiriti, sembrano resi umani dalla dolcezza della voce d'Orfeo, il quale supplichevolmente implora Euridice. Un basso risponde in musica, concedendo la grazia col noto patto ch'egli non la rimiri sintanto ch'entrambi non siano usciti dall'Averno; e qui, dice il Negri[249]: «E se ben non pare che il decoro et virisimilitudine della favola admetta musica in Plutone, fu ciò introdotto per maggior soddisfazione degli aspettatori et ascoltanti, e per gusto di chi poteva comandare»; il che sembrami che dimostri non essere stata prima di quel tempo cantata un'intiera azione drammatica presso di noi. Il secondo intermezzo rappresentava il viaggio degli Argonauti, e, per introdurvi un tratto di musica, si posero le Sirene su varii scogli, col loro canto cercando d'invitare i passaggieri ad accostarvisi. Orfeo si pose sulla prora della nave, e sciogliendo una voce imperiosa con canto sublime, rincorò gli Argonauti a proseguire l'impresa immortale, e a non curare l'insidioso canto. L'abate Arteaga, spagnuolo, nella sua opera sulle Rivoluzioni del teatro musicale italiano, c'insegna come sotto Leone X in Roma siasi rappresentata in musica la Disperazione di Sileno, poesia di Laura Guidicioni, dama lucchese, posta in musica da Emilio del Cavalieri. Questo dramma allora riuscì male; si abbandonò il tentativo, onde poteva in Milano comparire una vera novità. Nell'anno 1646 il cardinal Mazzarino fece rappresentare, nel palazzo reale a Parigi, delle opere in musica da cantori che fece venire dall'Italia, e Voltaire dice che «questo nuovo spettacolo era da poco tempo nato in Firenze[250]».

CAPITOLO XXX. Governo del conte de Fuentes e de' suoi successori. Morte del re di Spagna Filippo III. Fondazioni pubbliche, reggendo l'arcivescovado di Milano il cardinale Federico Borromeo. Progresso delle controversie giurisdizionali. Peste del 1630.

(1600) La massima di non lasciar troppo a lungo una stessa persona ne' grandi governi, si trovò d'accordo colla gelosia del duca di Lerma, favorito del re Filippo III; onde, destinato ad altre funzioni il contestabile di Castiglia che reggeva il milanese da otto anni, fece nominare in sua vece don Pietro Enriquez de Azevedo, conte di Fuentes. Allontanò così un uomo, sebbene settuagenario, ardito, avveduto e d'animo elevato, e che, non avendo figli, faceva professione di parlar franco. Egli godeva inoltre d'un gran credito alla corte per aver avuto la confidenza di Filippo II, che correva voce si fosse meritata col prender parte alla morte dell'infante don Carlos. Perciò il senatore Giambattista Visconti, che seguirò particolarmente nel parlare di questo personaggio, dicea di esso: «Et di lui è costante fama, che acquistasse la grazia di Filippo II col macchiarsi la mano nel sangue di persona, la di cui morte per interesse d'onore egli comandò[251]»: tant'era, in prossimità del fatto, generale e indubitata l'opinione che don Carlos fosse perito di morte violenta, che che ne dica un recente storico sulla fede dei registri dell'inquisizione, quasi che l'arte delle reticenze non fosse antica quanto il mondo.