I governatori spediti nel Milanese dopo la partenza di don Ferrante Gonzaga furon don Giovanni di Figueroa, il duca d'Alva, il cardinale Cristoforo Madrucci, principe e vescovo di Trento, e Gonsalvo Ferrante di Cordova, duca di Sessa; ma il loro governo non lasciò traccia che meriti una speciale ricordanza. Sotto di essi, benchè senza loro partecipazione, fu fondato nel 1889 dal conte Ambrogio Taegi il collegio di San Simone per dodici poveri e nobili fanciulli[196]; nel 1554 furono istituite due cattedre di logica e di filosofia morale, dette dal loro fondatore Paolo Canobbio le Scuole Canobbiane, per le quali fu eretta un'ampia e magnifica aula, che esiste tuttora, coperta dappoi di un'elegante cupola nel 1681[197]; e nell'anno seguente il genovese Tommaso Marini, che s'era stabilito in Milano fin circa il 1525 per dirigere il negozio de' prestiti fatti sulle rendite dello Stato, ed in quello arricchitosi, fece fabbricare il magnifico palazzo che porta tuttavia il suo nome, essendone stato architetto Galeazzo Alessi Pellegrino[198].
Verso la fine del 1550 finì i suoi giorni in Pavia il celebre giureconsulto Andrea Alciati, non avendo compito l'età di cinquantott'anni[199], e fu eretto alla di lui memoria un elegante monumento di marmo, che ancora esiste nei portici di quell'università. Il 4 aprile del 1555 morì in Milano Marc'Antonio Maioraggio, d'anni quarantuno. Egli fu pubblico professore di belle lettere, rinomato per l'eleganza del suo scriver latino. Molte opere di lui ci rimangono in versi e in prosa. Bayle gli ha dato luogo nel suo dizionario. Egli fu battezzato col nome di Antonio Maria, e il cangiamento che ne fece per genio di latinità gli fu cagione di una seria molestia, per cui dovette difendersi avanti il Senato, e mostrare che non per ciò egli ricusava il culto alla Vergine Maria[200].
CAPITOLO XXIX. Pace tra la Spagna e la Francia. Il cardinale Carlo Borromeo arcivescovo di Milano. Contese di giurisdizione tra esso e i governatori regii. Soppressione dell'ordine degli Umiliati. Morte di Filippo II re di Spagna. Venuta in Milano di Margherita d'Austria sposa del re Filippo III.
(1559) La tregua di Cambrai, procurata dal papa, fu presto rotta dagl'intrighi dei di lui nipoti, i quali lo indussero a collegarsi colla Francia; ma le vittorie degli Spagnuoli sgominarono quest'effimera alleanza; sicchè, quattro anni dopo, nella stessa città di Cambrai fu, il 3 di aprile del 1559, conchiusa la pace tra la Francia e la Spagna, essendosi in quella convenuto che ciascuna delle sovranità d'Italia ricuperasse la propria città e i luoghi perduti durante la guerra. A questa cagione di rallegramento per la città di Milano un'altra se ne aggiunse fra pochi mesi, mentre, essendo morto Paolo IV, gli vide surrogato col nome di Pio IV il cardinal Gian-Angelo de' Medici, suo concittadino. Questo papa nel breve suo regno di circa sei anni, la beneficò in più modi. Primieramente colla nomina di tre cardinali milanesi tosto dopo la sua elezione, tra i quali fu il di lui nipote Carlo Borromeo; poi di altri cinque nel 1565. Concesse inoltre al collegio de' giurisperiti, cui era stato ascritto, molti privilegi e distinte rendite, oltre un fondo sufficiente per erigere la maestosa fabbrica per la sua residenza, la quale, ridotta a compimento nel 1564[201] sotto la direzione dell'architetto Vincenzo Seregno, sussiste tuttora. Elesse l'altro suo nipote conte Federico Borromeo, capitano generale di Santa Chiesa, ed accumulò talmente nel cardinal Carlo i benefizi ecclesiastici, le dignità, i feudi, le pensioni, che, allorquando questi si decise a rinunciarvi per dedicarsi del tutto alle cure della sua chiesa milanese, che insieme col cardinalato gli era stata conferita, trovavasi investito del grado di legato a latere per tutta l'Italia, protettore di molti ordini regolari, e titolare di dodici commende; onde possedeva di redditi ecclesiastici la insigne somma di novantamila zecchini,[202] quibus, cum haberet, conchiude il Bescapè[203], insignis fuit, et cum dimisisset, insignior. E nell'alto stesso di rinunciarvi ha potuto ancora, col favore dello zio, convertirli in benefizio stabile del suo paese, siccome avvenne dall'abbazia di Calvenzano, che applicò alla fabbrica del collegio Borromeo in Pavia, cui nel 1564 avea dato principio.
(1560) L'anno 1560 fu contrassegnato dalla morte del gran cancelliere Francesco Taverna, conte di Landriano. Egli nasceva da una nobile famiglia, e per la via della toga fu dottor collegiato, poi fiscale, indi senatore, poscia presidente del magistrato straordinario, creato per ultimo gran cancelliere del duca Francesco II, e confermato da Carlo V. La probità, i talenti, l'attività, il cuore e la prudenza di questo degno ministro si conobbero in varie legazioni ch'egli felicemente eseguì presso la Repubblica Veneta, a Roma presso Clemente VII, presso il re di Francia e presso dell'imperatore, conciliando trattati di pace e alleanze. Egli ebbe del suo principe la nobilissima commissione di firmare il trattato di nozze colla principessa di Danimarca. Nissun soggetto meritevole di speciale menzione porsero per più anni di séguito i governatori, marchese di Pescara, e duchi di Sessa e di Albuquerque, l'ultimo dei quali morì nel 1571, dopo un governo di sette anni; e fortunatamente sono estranee alla nostra storia le orrende scene della regia famiglia di Madrid e le carneficine dell'Olanda. (1563) Noi abbiamo solo a narrare che sono riusciti inutili i tentativi del duca di Sessa per dare una più ampia consistenza al tribunale dell'Inquisizione, che fino dal 1559 era stato fondato nel convento delle Grazie dal cardinale alessandrino Michele Ghislieri, poi Pio V[204].
(1565) Benchè il cardinale Borromeo fosse stato investito fin dal mese di febbraio del 1560 dell'arcivescovato di Milano per rinunzia del cardinale Ippolito II d'Este, nella di cui casa era rimasto in commenda per più di sessant'anni, egli dovette rimanere in Roma presso lo zio come suo segretario di Stato; e soltanto il 23 settembre del 1565, essendo in età d'anni ventisei[205], potè recarsi alla sua diocesi per assistere al concilio provinciale, la di cui convocazione avea, stando in Roma, ordinata. Il suo ingresso fu sontuosissimo. Le vie della basilica di Sant'Eustorgio fino alla chiesa metropolitana erano ornate magnificamente e affollatissime di popolo. Oltre la lunga comitiva del clero secolare e regolare che il precedeva, ebbe l'accompagnamento del governatore, del senato e delle altre magistrature e di quasi tutta la nobiltà, tra la quale furono scelti quelli che splendidamente vestiti e a piedi facevano corteggio intorno della sua persona, e reggevano il baldacchino che lo copriva[206]. Egli stesso ebbe cura di far avvertito il vescovo di Como che il «governatore, cavalcando alla di lui sinistra, si teneva costantemente ad un minor passo, per modo che la parte posteriore del suo cavallo restava allo scoperto»; e i sensi della maggiore soddisfazione ne scrisse del pari al cardinale Altemps, «commendando in ispecie la religione e la pietà del governatore, e che di averlo trovato devotissimo a sè ed al pontefice sommamente si compiaceva[207].» I vescovi che si considerarono suffraganei di Milano al primo sinodo tenuto dall'arcivescovo Borromeo furono delle seguenti città: Acqui, Alba, Alessandria, Asti, Bergamo, Brescia, Casale, Cremona, Lodi, Novara, Piacenza, Savona, Tortona, Ventimiglia, Vercelli e Vigevano. Appena, finito il concilio provinciale, avea il cardinal Borromeo dato principio alle riforme in quello stabilite, fu sollecitamente richiamato a Roma dalla notizia della grave infermità del papa, e giunse in tempo di assistere alla di lui morte, avvenuta il 9 dicembre, e per prendere una parte attivissima all'elezione del successore. Uno scrittore contemporaneo, e apparentemente bene informato, ci è testimonio che il cardinale Borromeo avea somma autorità, e si era proposto di far papa il cardinale Giovanni Morone, milanese[208]; il quale per le vicende della fortuna, dopo di essere stato perseguitato e fatto carcerare da Paolo IV, come eretico, richiamato in favore sotto Pio IV, avea, come legato apostolico, presieduto e posto termine al concilio di Trento. (1566) I due che più potevano erano il cardinal Farnese e il Borromeo. Aderivano al primo gli elettori fiorentini, inclinando a far nominare il cardinale di Montepulciano; erano per il secondo, Altemps, suo cugino, e le creature di Pio IV. Tra queste gare prevalse un terzo partito, che innalzò alla sede pontificia il cardinale Ghislieri, col nome di Pio V.
Restituitosi il cardinale arcivescovo alla sua diocesi di Milano, riassunse tosto il pieno esercizio delle sue funzioni con quello zelo vivace ed insistente ch'era proprio del di lui carattere. E siccome l'antica milizia ecclesiastica, i Francescani ed i Domenicani, non avevano la di lui confidenza, così prese a suoi coadiutori i Gesuiti, la di cui istituzione era stata approvata da Paolo III. Fin dal 1563 egli erasi fatto precedere in Milano da un drappello di essi, sotto la direzione del padre Palmio. Ad essi conferì la soprintendenza del seminario; tre anni dopo la loro introduzione li traslocò dalla modesta casa di San Vito ed altre presso San Fedele, dove apersero pubbliche scuole; e dopo altri tre anni fece dar principio, sul disegno dell'architetto Pellegrino, alla bella chiesa che tuttora vi esiste, e di cui egli stesso pose solennemente la prima pietra[209]. Intervenne poco dopo opportuna a fornire i mezzi di presto ridurla a compimento la catastrofe degli Umiliati, de' quali la serie delle accadute vicende mi trae a far parola.
L'ordine degli Umiliati, che dalla Lombardia erasi esteso in diverse parti d'Italia, fu in origine un consorzio di persone pie, viventi in comune sotto l'osservanza di alcune regole religiose, il di cui principale istituto era l'occuparsi delle manifatture di lana. Applicarono in séguito al negozio delle loro merci; con che arricchirono, e l'ordine degenerò. All'epoca della quale trattasi, allorchè per lunga consuetudine i capitoli, i monasteri e i vescovadi più ricchi erano dati in commenda ai cardinali e ad altri favoriti della corte di Roma, anche le prepositure degli Umiliati erano passate quasi in patrimonio di varie potenti famiglie, che, con assenso del papa, le trasmettevano in appanaggio ai figli cadetti[210]. Il cardinale, che per propria natura era inclinato alla magnificenza, vide nella riforma di quest'ordine la possibilità di ritrarre i mezzi che gli mancavano per eseguire le grandiose opere da lui divisate; e fin da quando era in Roma presso Pio IV fu sollecito d'informarsi della situazione di esso, e ne ritrasse che gli Umiliati non oltrepassavano fra tutti il numero di cento individui, compresi i prevosti, e che dai conti fatti sui loro redditi, di sessantamila scudi d'oro, una sì scarsa famiglia veniva assai parcamente pasciuta, siccome ne scrisse al prelato Ormaneto, suo confidente[211]. Il Borromeo era protettore dell'ordine. (1567) Si fece fare delegato apostolico per riformarlo, e predisposti i mezzi a render nulla ogni resistenza[212], radunò il capitolo generale a Cremona, ove promulgò la riforma, per la quale i prevosti perdevano ogni proprietà e venivano soggettati alla vita monastica. Era naturale che, come di cosa insolita e per essi sommamente nociva e umiliante, ne concepissero gravissimo sdegno non meno i prevosti che le nobili famiglie cui appartenevano[213]; quindi ne emersero grandi susurri e querele e maldicenze infinite; il papa fu sollecitato a rimettere in parte la severità dei nuovi statuti; i principi, instigati a non lasciar ledere la loro giurisdizione; e quando per nessun'altra via ha potuto aver sfogo il soverchio degli umori, questi proruppero poi e finirono in un attentato vile e vituperevole, colla rovina dei suoi autori.
Con non minore severità diede opera alle altre parti delle meditate riforme: e senza partecipazione o assenso de' magistrati facea citare i laici per titoli appartenenti al suo foro; altri ne facea tradurre alle proprie carceri; accrebbe di molto il numero del satellizio arcivescovile, e pretese che a queste fosse lecito di portare, oltre le altre armi, anche le astate e l'archibugio, che da regii ordini erano generalmente proibite[214]. All'inflessibilità del governo, alla severità dei tribunali oppose l'arcivescovo la scomunica. Da entrambe le parti ne fu scritto al re ed al papa, e varie e gravi mormorazioni corsero nel pubblico[215]. (1569) Nuovi e maggiori scandali insorsero per aver voluto l'arcivescovo visitare solennemente il capitolo della Scala, che, come di regio padronato e per privilegio pontificio, tenevasi esente dalla giurisdizione arcivescovile[216]. Frattanto un accidente estraneo, il tentato assassinio del cardinale Borromeo, rese preponderante la sua causa sì nell'opinione del pubblico, che presso le corti che doveano giudicarne.
Quattro religiosi umiliati, Clemente Mirisio, prevosto di Caravaggio, Lorenzo Campagna, prevosto di San Bartolomeo di Verona, Girolamo Legnano, prevosto di San Cristoforo di Vercelli, e il diacono Gerolamo Donato, sornomato Farina, che insieme abitavano nella loro casa di Brera in Milano,[217] concepirono il disegno di vendicarsi contro il riformatore del loro ordine, uccidendolo, e il Farina incaricossi dell'esecuzione. Il fatto è così narrato in un vecchio codice[218]. «Ultimamente il Farina (e fu il 26 di ottobre), aiutato dal tempo tenebroso ed oscuro, si condusse nel palazzo dell'illustrissimo cardinal Borromeo, et salendo le scale, prive di lume, et per l'oscurità non visto da alcuno camminò alla porta della cappella nella quale, circa un hora di notte, slava con la famiglia il cardinale in oratione, cantandosi in musica alcuni motteti;... et havendo preso tra il legno et l'apertura della porta la mira nella schiena dell'illustrissimo cardinale, che avea la faccia verso l'altare, gli sparò l'archibugietto, carico di una balla et di molti pernigoni, che, come a Dio piacque, non l'offese niente, et la balla gli ammaccò uno poco la carne, et li pernigoni senz'offesa si sparsero per il rocchetto et per le vesti, unde miracolosamente ne scampò: et ciò fatto, l'illustrissimo cardinale con tutto il rumore restò intrepido, nè volse che niuno se movesse, ma si dovesse finire la oratione: nel cui tempo il Farina con l'altro archibugietto in mano, qual s'era riservato per sua difensione, aiutato pure dall'oscurità et con una maschera nel volto per non essere conosciuto, scese le scale, nel fondo delle quali vi si ritrovò uno servitore che teneva uno cavallo, a cui dando uno urtone, ne sfugì per la porta incontro al Domo». Nella notte medesima e ne' giorni successivi il governatore fece eseguire le più diligenti e severe ricerche per la scoperta e manifestazione del reo; ma riescì il sicario Farina di rifugiarsi in Civasso nel Piemonte, dove si arruolò nelle truppe del duca di Savoia. Essendosi poi pubblicato un breve pontificio contro quelli che avessero notizie intorno al commesso attentato e non le palesassero, il Legnano e il Mirisio, prevosti di Vercelli di Caravaggio, «temendo di non essere per altra via scoperti (prosegue il citato manoscritto), consultatisi insieme, determinarono di dire ogni cosa all'illustrissimo cardinale, il quale benignamente et con molta carità gli ascoltò nella sua camera, et gli promisse che, non solo haveria tenuto secreto tutto quello che sopra di ciò gli raccontassero, ma che s'essi ci havevano parte, come ne davano inditio le loro parole, senza nominare li suoi nomi, haveria procurato per loro l'assoluzione di Nostro Signore; ma essi, negando d'havervi partecipazione niuna, accusavano solamente il Farina per malfattore. Et venendo dopo un altro breve di sua santità, che scomunicava ciascuno che per qualsivoglia via sapesse di questi particolari, delegando il rev. vescovo di Lodi per giudice; il cardinal Borromeo, che sapea di questi trattati dalli detti prevosti ciò che si è detto di sopra; dubitando, se non rivelava il fatto, d'incorrere nelle censure di scomunica posta da sua santità nel detto breve, si risolse di far chiamare a sè li detti di Vercelli et Marisio, li quali di nuovo exortò a dire la verità sinceramente, perchè li haveva aiutati presso Nostro Signore: et essi negavano sempre. Ultimamente poi fece intendere che si haveva da pubblicare presto il detto breve, per il quale loro erano tenuti in coscienza di revelare al vescovo di Lodi tutto quello che havevano detto a sua signoria illustrissima, ec.» Essi presentaronsi al vescovo[219], e furono carcerati. Un altro breve pontificio mandato al duca di Savoia procurò la consegna del Farina. Tutti rimasero nelle prigioni dell'arcivescovato sette mesi, et horridamente tormentati[220]. (1570) Finalmente li tre prevosti e il Farina, degradati dal delegato pontificio e rimessi alla corte secolare, furono, il 2 di agosto sulla piazza di San Stefano, il Legnano e il Campagna, decapitati per esser nobili, il Merisio e il Farina, appiccati, previo a quest'ultimo il taglio della mano avanti la porta, dell'arcivescovato. Questo fatto a tal segno operò sulle menti, che da quel punto venne il Borromeo considerato come visibilmente assistito dalla Divinità, e se gli spianarono le vie, nonostante che alcuni, che si davan pregio di fino intelletto, asserissero temerariamente, esser ciò un artificio del prelato per procacciarsi opinione di santo[221]. Nell'anno seguente il pontefice Pio V, con bolla del 7 febbraio[222], soppresse intieramente l'ordine degli Umiliati. Il principal frutto di quella generale abolizione fu conseguito dal Borromeo; che, per concessione pontificia, ebbe facoltà di disporre de' beni delle prepositure esistenti nella Lombardia, dell'annuo reddito di oltre venticinquemila zecchini[223], a favore di molti pii ed ecclesiastici stabilimenti, e per le nuove magnifiche fondazioni già incominciate o intraprese ne' seguenti anni, tra cui la fabbrica del Seminario, principiato nel 1570, e presto ridotto a compimento col disegno dell'architetto Giuseppe Meda, salva la porta principale tuttora esistente e ornata secondo il cattivo gusto del tempo, che vi fu aggiunta circa un secolo dopo dall'arcivescovo Alfonso Litta[224].