Da queste alternative vicende dei due monarchi belligeranti eccitato, Paolo III rivolse piucchè mai le sue premure a tentar nuovi progetti di una stabile pace, unico rimedio alle universali sciagure. A tal fine lo zelante pontefice inviò due legati, cioè il cardinale Giovanni Morone all'imperatore, e il cardinale Marino Grimani al re cristianissimo. L'opera loro, secondata da personaggi distintissimi, sì ecclesiastici che secolari, ottenne questa volta il bramato intento; di modo che nel giorno 18 settembre del 1544, a Crespy, città dell'isola di Francia, furono sottoscritti gli articoli della pace, pubblicati poscia nel seguente ottobre per tutte le città della Lombardia con sincere dimostrazioni di giubilo. Le convenzioni di questo trattato relative alla nostra storia, erano che l'imperatore Carlo V avrebbe dato in moglie a Carlo, duca d'Orleans, o la propria figliuola donna Maria, principessa di Spagna, colla dote della Fiandra e de' Paesi Bassi, ovvero Anna, figliuola di Ferdinando suo fratello, re dei Romani, coll'assegnamento dotale dello Stato di Milano. La decisione tra i due partiti doveva esser fatta da cesare entro un anno; e dove fosse prescelto l'ultimo, riserbava Carlo V a sè i castelli di Milano e di Cremona, finchè alla figlia del re Ferdinando fosse nata prole maschile. (1545) Questa decisione fu più sollecita che non si credeva, mentre verso il principio del 1545 l'imperatore dichiarò che avrebbe data in moglie a Carlo duca d'Orleans la propria figlia donna Maria, colla dote cotanto desiderata dello Stato di Milano. Per questa nuova fu generale la gioia nel Milanese, ma fu passaggiera, essendo stata poco dopo seguita dall'infaustissimo annunzio della morte del duca d'Orleans, in età di ventitre anni, accaduta per febbre maligna gli 8 settembre, pochi giorni prima del tempo fissato alle sue nozze[183]. Temevasi per questo caso si promovessero dai Francesi novelle pretese ed eccezioni alla pace di Crespy. Ma Francesco I, afflitto oltremodo per tanta perdita, pressato dall'armi inglesi e in cattiva salute, cominciò a pensare alla sua quiete; tantochè, composte le cose con l'Inghilterra, pose ogni cura di mantenere la pace con Carlo V e vivere seco lui in buona concordia.
Fin dal 1543 avea il sovrano approvate due instituzioni non meno utili al regio erario, che al buon ordine dell'amministrazione; e in conseguenza profittevoli ai contribuenti. Fu la prima l'erezione della congregazione dello Stato, composta del vicario di Provvisione della città di Milano e dei rappresentanti, ossia oratori e sindaci delle altre città del ducato[184]. Questa magistratura avea l'incarico di presiedere allo stabilimento delle imposizioni, e di curare l'interesse de' pubblici, e non fu abolita che dopo duecentoquarantatre anni, nel 1786. L'altro non meno vantaggioso provvedimento fu l'ordine dato dall'imperatore Carlo V, con dispaccio 13 marzo 1543[185], per la riforma dell'estimo, base dei carichi generali e straordinari, la quale però ebbe duopo di successivi eccitamenti; e tanti furono gli ostacoli suscitati da chi avvantaggiavasi dell'ineguaglianza de' carichi, che il nuovo estimo ha potuto appena essere pubblicato nell'anno 1599[186].
Il 13 dicembre 1545 si aperse il concilio di Trento, che durò diciotto anni, essendo terminato nel 1563.
CAPITOLO XXVIII. Il principe don Filippo investito del ducato di Milano. Morte di Francesco I. Entrata in Milano del nuovo duca. Nuova guerra in Italia. Tregua di Cambrai. Abdicazione e morte di Carlo V.
(1546) La tanto sospirata pace non fu di alcun sollievo allo Stato di Milano, mentre non cessavano le eccessive contribuzioni imposte dal marchese del Vasto, per le quali innoltrarono i Milanesi fino al trono le loro doglianze. Il marchese corse per giustificarsi in Ispagna, ma ebbe ordine di tosto restituirsi in Italia per subire il sindacato della sua condotta. Logorato però da un'interna febbre, appena fu giunto a Vigevano, vi morì verso gli ultimi giorni di marzo, dopo un governo di nove anni. Gli succedette don Ferrante Gonzaga, vicerè di Sicilia e zio del duca di Mantova. Fu questi un signore colto e buono, attentissimo al suo ufficio, di facili maniere[187]. Egli fece costruire le nuove mura che tuttora circondano là città, e che furono terminate nel 1555[188].
Atteso la morte del duca d'Orleans trovandosi ancora libera la successione nel dominio dello Stato di Milano, l'imperatore Carlo V ne dispose nuovamente in favore di suo figlio, il principe don Filippo. L'investitura è in data di Ratisbona il 5 luglio 1546, e con successivo atto 12 dicembre 1549, detto la Bolla d'oro, venne poi fissato l'ordine della successione[189]. (1547) Circa questo tempo fu liberato l'augusto Carlo del suo maggior nemico, il re di Francia Francesco I, reso a stento placabile dal peso dell'età, fatto maggiore per le malattie; il quale morì il 31 marzo del 1547. Ma non perciò mancarono occasioni e attori per nuove guerre, ed una impensata ne sorse a motivo dell'occupazione di Piacenza fatta dalle truppe cesaree il 12 settembre, appena due giorni dopo la tragica morte del duca Pier Luigi Farnese. Imperciocchè il papa Paolo III strinse lega con Enrico II, succeduto al trono di Francia, che fu poi cagione per l'Italia di nuove combustioni.
(1548) I Milanesi, pressochè oppressi dalle imposizioni straordinarie occorrenti per il comandato ristauro delle fortezze ed altri apparecchi di difesa, ebbero occasione di rallegramento a un tempo e di maggiori dispendi per la notizia avuta che il loro principe don Filippo era partito dalla Spagna onde recarsi a visitare i suoi Stati d'Italia. Il governatore Gonzaga si accinse tosto alle disposizioni per il solenne suo ricevimento. Formò parte di queste l'abbellimento della città. Allora si vide ampliata la piazza maggiore colla demolizione dell'antica e cadente chiesa di Santa Tecla; si videro riattate le strade, atterrate le logge, i veroni, i palchi e tetti che ingombravano Milano, e impedivano la vista delle contrade. In tale occasione, dice il Bugati[190], «fu in grandissimo pericolo di esser gettata a terra quella bellissima anticaglia della colonnata del tempio di San Lorenzo[191]: il che era un troppo errore, anzi fallo mortale; conciossiachè se i grandi uomini di elevato spirito, spendono le migliaia di scudi per una statua antica, e per un capo solo ritratto di un qualche divo o diva, le centinaia, questa sì ampia di marmo, non solamente non meritava ruina, ma di esser conservata in piedi fino ad una scaglia, ancorchè sin qui non vegga animo eroico che cadendo, la repari, nè del proprio, nè del comune, come nè anco molt'altre anticaglie degne di memorie e di ristoro nella città, delle quali non s'ha considerazione per una ignobiltà troppo vergognosa. Tuttavia, avvertito di questo fatto il Gonzaga, lasciolla, anzi adornolla questa colonnata in foggia d'arco e d'uno portico molto superbo, pel quale passò il re Filippo poi». Dopo ventidue giorni di navigazione, don Filippo d'Austria, duca di Milano, sbarcò in Genova il 22 novembre, e in principio del successivo mese fece la sua solenne entrata nella nostra città. Maravigliose e veramente reali furono per l'invenzione, la varietà e la magnificenza le feste date al real principe. Egli partì da Milano il giorno 8 gennaio 1849, e, passando per Cremona, Mantova e Trento, s'incamminò verso Brusselles, dove trovavasi l'imperatore suo padre.
(1550) Il cardinal del Monte era succeduto, col nome di Giulio III, nel papato a Paolo III, che morì in ottandue anni. (1551) La lega stretta dal suo successore col re di Francia fu confermata dal duca Ottavio Farnese; e non sussistendo più i medesimi interessi, il nuovo papa si collegò invece coll'imperatore contro il Farnese e la Francia, per cui il governatore don Ferrante Gonzaga non fu tardo ad occupare Brescello e Colorno, ed investire Parma colle truppe cesaree. Così fu rinnovata la guerra, alla quale pure diedero principio i Francesi, coll'avere spedito in Piemonte un grosso corpo d'armata, comandato dal signor di Brissac, e il riacceso incendio si estese in Toscana, in Germania e in Ungheria. (1552) La scarsezza delle truppe nel Milanese pose eziandio in prossimo pericolo gl'Imperiali, sull'entrare dell'agosto nel 1552, di essere, per sorpresa dei Francesi, cacciati dal castello di Milano. L'affare seguì in questo modo[192]. Lodovico Biraga, milanese, al servizio di Francia, uomo assai intraprendente e voglioso di celebrità, e che per varie segnalate imprese erasi distinto nel Piemonte, seppe che il castello di Milano era mal custodito dalle guardie. Accertatosi col mezzo di fidi esploratori della verità del fatto, si pose in animo di sorprendere quel forte; quindi tratto al suo partito un certo Giorgio Senese, soldato arditissimo, che dimorava in Milano e che colle sue accorte maniere erasi procacciata la confidenza di molte famiglie nobili, e segnatamente di Giovanni de Luna, castellano del forte, nel quale giorno e notte entrava ed usciva solo senza alcun ostacolo, commise il Biraga a questi l'esecuzione dell'impresa. Era il disegno di scalare con sufficiente numero d'armati uno sperone di esso castello, di uccidere la sentinella e il castellano, e superato il corpo di guardia, calar il ponte onde introdurvi altri appostati soccorsi. Premesse in fatti alcune squadre scelte e coraggiose, venne il Biraga con altri prodi armati clandestinamente dal Piemonte per la via degli Svizzeri, ed appiattatosi in città, aspettava l'avviso dell'esito dell'impresa. Entrò frattanto il Senese colle sue genti nel buio della notte nella fossa del castello, ed appoggiate le scale alle mura, trovaronsi corte al montarle; laonde insorto non so qual bisbiglio negli aggressori, questo fece sì che per la confusione e il sospetto d'essere sorpresi, si diedero subitamente alla fuga. Le scale ivi abbandonate porsero indizio della trama: Giorgio Senese venne carcerato, e previo processo fattogli da Niccolò Secco, capitano di giustizia, fu squartato vivo. Salvaronsi gli altri, uscendo precipitosamente dai confini dello Stato; e Lodovico Biraga, termina il Bugati, «fu gridato ribelle della patria per commission di cesare e del senato».
È nella natura de' popoli l'attribuire al ministro presente la colpa delle soverchie imposizioni, o comandate dal lontano padrone, o rese necessarie dalle difficoltà de' tempi. (1554) Perciò i Milanesi si associarono al castellano Giovanni de Luna, ch'era mosso da altri fini di rivalità e di ambizione, e di concerto con esso innoltrarono al sovrano forti rimostranze contro il governo del Gonzaga. Fu questi chiamato in Ispagna a giustificarsi, e durante la di lui assenza furono severamente sindacati in Milano tutti gli atti della sua amministrazione. Venne dichiarato innocente, ebbe dall'imperatore premii e distinzioni; ma non fu repristinato nel suo governo. Egli si ritirò a menare vita privata in Mantova, e passò poscia a Brusselles, dove morì il 15 novembre del 1557.
Il fiero turbine di guerra, da cui era percossa o minacciata nelle varie sue parti la vasta monarchia spagnuola, influì ad accelerare l'eseguimento della magnanima risoluzione che l'augusto Carlo andava da qualche tempo volgendo nell'animo, di alleggerirsi del peso di tanti regni. Quindi, nel corrente anno 1554, rinunciò a favore del figlio Filippo II gli Stati d'Olanda e dei Paesi Bassi, il regno di Napoli e il ducato di Milano, per cui nell'ottobre dello stesso anno fu spedito a Milano don Luigi di Cardona per ricevere il giuramento di fedeltà al nuovo sovrano. (1555) La guerra co' Francesi nel Piemonte proseguiva alternata da reciproci vantaggi e perdite; ma nel 1555 la fortuna si mostrò più volte contraria agl'imperiali; nè valse l'avere richiamato dalla Toscana il famoso Gian Giacomo de' Medici, marchese di Marignano, per porlo alla testa dell'esercito, poichè verso gli 8 novembre cessò di vivere in Milano pochi giorni dopo il di lui arrivo[193]. Egli conseguì poscia l'onore di un magnifico sepolcro, che gli fu fatto erigere nel Duomo di Milano dal papa Pio IV, di lui fratello[194]. I vantaggi riportati dai Francesi non furono senza gravi sagrifizi; quindi gli animi de' monarchi belligeranti si trovarono disposti ad accogliere le proposizioni per un accomodamento, che loro vennero fatte di commissione del papa dal cardinale Reginaldo Polo, arcivescovo di Cantorberì, che poco prima avea riconciliato l'Inghilterra colla sede Romana. (1556) Ne fu conseguenza la tregua quinquennale conchiusa a Cambrai il 5 febbraio del 1555, secondo l'era fiorentina e veneta, e del 1556 secondo l'era comune[195]. L'imperatore Carlo V colse quest'istante per compire la rinuncia al figlio Filippo II del restante de' vasti suoi dominii insieme colla corona di Spagna e della corona imperiale al fratello Ferdinando I, re dei Romani, d'Ungheria e di Boemia. Quest'atto solenne fu eseguito in Brusselles, donde Carlo V si recò per mare a Vagliadolid nel regno di Castiglia. Bastarono quattro mesi di dimora in quella città per portare al colmo il suo disinganno delle cose mondane, mentre gli si ritardava la corrisponsione degli appuntamenti ch'egli s'era riservati; e rara era la concorrenza dei cortigiani, che nulla più avevano a sperar da lui. (1558) Perciò si decise di farsi un merito della necessità, e ritirossi nel monastero de' Girolamini di San Giusto nell'Estremadura, ove fu talmente macerato dalla noia, che volle farsi celebrare, lui vivo e presente, le funebri esequie, e dopo diciannove mesi di dimora in quella monastica solitudine diede fine alla procellosa sua vita il 21 settembre 1558, avendo di poco oltrepassati gli anni cinquantotto.