Al conte Massimiliano Stampa, castellano del castello di Milano, fu dato l'incarico delle disposizioni per le solenni esequie del defunto duca Francesco; e a cagione degli apparati da farsi nella metropolitana fu mestieri il differirle sino al 19 di novembre stesso. Intanto il cadavero dello Sforza, chiuso in una cassa coperta di velluto nero, fu di notte trasportato dal castello al Duomo, coll'accompagnamento di tutto il clero metropolitano, e riposto in luogo appartato finchè fossero celebrati i solenni suffragi; dopo de' quali il di lui sarcofago, ornato alla ducale, venne collocato nella metropolitana suddetta nel sito dov'era quello di Gastone di Foix, vale a dire fra i pensili avelli de' duchi suoi predecessori. Per dare un'idea dei costumi di quei tempi anche nelle pompe funebri, penso che non sarà discaro il leggere qui l'esatta descrizione del funebre trasporto del duca Francesco Sforza, stesa dal nostro Burigozzo[164]. «1535, a dì 19 novembre, furon fatte le exequie di sua excellentia, e furono fatte a questo modo. Prima la strata fu dal castello al Domo per la strata dritta, zoè dalla contrà del Majno a Santo Nazaro Pietra Santa, e verso Santa Maria Segreta, e al Cordusco insino alla Doana, e poi dalla Dovana al Domo. Questo è quanto alla strata: seguita l'hordene. Prima numero grande de croci de legno, poi mille poveri, tutti con el capuzino negro e la torgia in mane, con uno ducal pento in carte, attacado alla torgia, e andavano a dui a dui, poi li frati prima de Santo Ieronimo, poi li altri ordeni de frati secondo el suo ordene, et al fin de questi venne la fameia de tutta la corte, quali erano vestiti de negro, el numero de quali fu grando, e questi tali avevano mantello negro. Poi seguitò le abazie con le canoniche de Milano. Finido questi, venne li offiziali de sua excellentia, zoè li grandi con el capuzo in testa, e tutti havevano le veste longhe a terra, cosa grande da vedere, el numero de quali fu grandissimo, et tutti andavano a dui a dui. Poi venne la ecclesia del Domo, zoè li vegioni e le vegione, poi li capellani, poi li mazachonisi, di poi li sacristani, poi li signori Ordenarii, e poi li lectori, e qui finisce la gierexia. Poi seguitò un giovinetto gentilhomo, tutto vestito de voluto negro, et haveva una spada bellissima aposata alla sua spalla. Dredo a questo un altro giovinetto, vestito simile al primo e lui e il cavallo, et haveva un bastono in mano tutto indorato. Poi seguitò li cortesani de sua excellentia, quali tutti, con le veste negra a terra, con la gran coda e el capuzo in testa, tutti a dui a dui, el numero de quali fu assai. All'ultimo di questi venne la sua guardia de Lanzinechi, vestiti de negro, tutti in zupon, con le sue alebarde in spalla. Poi qui li era la mula di sua excellentia, tutta coperta de veluto negro a terra con li stafferi, come se propriamente li fosse stato sua excellentia, ma non li era se non la mula vòta. Poi seguitò la guardia de cavalli legeri a piedi, però con le sue zanette in spalla, e questi tali havevano uno manto negro in dosso. Da poi seguita el corpo de sua excellentia, ma non però che fosse el suo corpo, perchè non fu possibile poterlo conservare insina a tanto, e per questo fu fatta una imagine a sua similitudine; e quello fu fatto a tale effetto, era vestito de brocato d'oro rizzo, soprarizzo, lungo a terra, fodrato di pelle di gran valore, haveva uno saio de veluto cremero, un saion de raso cremexi, un paro de calze de scarlato, con le scarpe de veluto cremexi, con una bacchetta in mane, et haveva la baretta duchale in testa, qual baretta era bizara, e fu portata la sua persona quatada de brocato sotto el balduchino de tela d'oro, e questo balduchino, sì ancora sua excellentia, fu portata dalli dottori dell'una e l'altra legge. Da poi questo venno li condizionati signori. Prima el signor Joan Paolo Sforza suo fratello, el signor Antonio de Leiva, li signori ambasciatori sì de Veneziani, sì delle altre signorie, poi uno numero grande de altri signori, che numerare non se potevano, pur tutti questi tali con le veste a terra negre, et a questo modo fu finito le esequie de sua excellentia». Il capitano generale Antonio de Leyva prese il possesso dello Stato di Milano, in nome dell'imperatore.

Circa questo tempo ebbero origine o incremento varie religiose instituzioni nella nostra città. Certo frate Bono di Cremona, dopo di avere introdotte le orazioni dalle Quarant'Ore, diede principio allo stabilimento del ricovero delle donne convertite, detto di Santa Valeria, col mezzo di questue da lui fatte. Dipoi l'autorità pubblica se ne ingerì improvvidamente, e si ha memoria di un decreto del senato dell'anno 1561, prescrivente che, se una convertita di Santa Valeria fuggisse, ovvero tentasse di fuggire, dovesse quella essere bollata in fronte con un ferro infuocato[165]. Cominciarono pure a farsi maggiormente conoscere i nuovi Cherici regolari, instituiti verso il 1526, e che dal ricovero di San Barnaba, stato loro concesso nel 1538, si dissero poi Barnabiti[166]; ed inoltre una nuova associazione di zitelle, che si chiamavano Dimesse, e furon dette in séguito le Angeliche. Il Burigozzo così ne scrive[167]: «Si vedono certi preti con abito abietto, con una berretta tonda in testa, e tutti senza capelli e tutti vestiti a un modo, vanno con la testa bassa et habitano tutti in sema verso Sant'Ambrosio (loro primo ricetto), e lì dicono che fanno li suoi offizi, e lì viveno de compagnia, e sono tutti gioveni. Poi un'altra compagnia de giovinette, qual ghe dicono Dimesse, vanno alla cerca certi dì della septimana a certi suoi lochi, et vanno mal vestite, con un patelazzo di lino in testa, la testa bassa, serrate dinanzi sino sotto la gola, senza ornamento nessuno; attorno vanno per Milano 4 e 6 alla volta, però con una compagnia di una o do vegette dredo, et vanno con el volto descoperto: e queste tal compagnie sì de preti sì de queste putte, pare che sia capo una contessa, qual ghe dicono la contessa de Guastalla». Infatti la contessa di Guastalla Lodovica Torella beneficò largamente i Barnabiti, fece fabbricare colla spesa di ottantamila scudi d'oro l'insigne monastero di San Paolo per le sue Dimesse, che cominciarono ad abitarvi nel 1535[168], e diciotto anni dopo si ridussero a clausura con disgusto della fondatrice; e successivamente fondò, nel 1542, il monastero del Crocifisso per le Convertite, e nel 1557 il collegio per l'educazione di nobili povere fanciulle, detto della Guastalla, dallo stato di questo nome ch'essa avea ereditato dal suo padre Achille Torello, e che vendette al principe don Ferrante Gonzaga per convertirne il prezzo in siffatte pie beneficenze.

CAPITOLO XXVII. Tentativi e progetti per la successione nel ducato di Milano. Congresso di Nizza, pace di Crespy, morte del duca d'Orleans, dichiarato da cesare duca di Milano.

(1535) Dopo la morte del duca Francesco II Sforza, Giovanni Paolo Sforza, marchese di Caravaggio, figlio naturale del duca Lodovico e fratello del duca defunto, consigliato da molti amici, cavalcò per le poste alla volta di Roma, affine di impegnare il papa presso cesare ed ottenerne il ducato di Milano. Il diritto di successione avea in esso minori ostacoli di quello che allegò in suo favore il primo Sforza, di essere cioè marito di una figlia naturale di Filippo Maria Visconti. Ma il marchese di Caravaggio era in tutto sfornito dell'alto presidio della gloria militare di Francesco Sforza. Ben è vero che gl'interessi del pontefice, de' Veneziani e de' Toscani consigliavano di dar opera che il ducato di Milano non cadesse nel dominio di cesare, già sovrano del regno di Napoli e di tant'altra parte del mondo. La Francia avrebbe forse appoggiata una tal successione, disperando di avere per sè il milanese; «ma passando (Giampaolo) gli Appennini, fu assalito da un velenoso flusso, che gli tolse la vita[169]. Il conte Massimiliano Stampa, castellano, fu spedito con altri deputati all'imperatore, affine di riconoscerlo a nome della città e dello Stato per loro sovrano, sì per le ragioni dell'Impero, come per commissione del defunto duca. Cesare benignamente li accolse; diede il marchesato di Soncino al conte Stampa, lo confermò castellano, e dichiarò il principe d'Ascoli Antonio de Leyva suo luogotenente e governatore generale del milanese. Questo cesareo rescritto giunse in Milano il 27 novembre 1535.

In quel torno di tempo era approdato a Napoli l'imperatore dopo la gloriosa impresa di Tunisi, in cui vinse Barbarossa, terrore del Mediterraneo, e ripose sul trono Muley Assan, che Barbarossa avea deposto per regnare in sua vece. Presso di Carlo V era ambasciatore di Francia il signor di Velly, il quale, spenta che fu la linea de' Sforzeschi, intraprese a negoziare coll'imperatore, acciocchè investisse del ducato di Milano il figlio secondogenito del re Francesco I, duca d'Orleans, discendente dalla Valentina dal lato della regina Claudia, sua madre e figlia di Lodovico XII. Chiedendosi il ducato per il duca d'Orleans non si destava inquietudine tra' principi italiani, i quali si sarebbero sgomentati invece se, chiedendosi pel delfino, si riunisse al regno di Francia. Il duca d'Orleans avea sposata Caterina de' Medici, unica legittima di quella famiglia. Il re proponeva che rinunzierebbe alle sue ragioni sopra la Toscana e il ducato d'Urbino. Carlo V tenne accortamente a bada il progetto: più volte sembrò giunto il momento per concludere, ma rinascevano poi nuove difficoltà. Ora voleva far duca di Milano il terzogenito del re, duca d'Angoulème, e il re non voleva far torto al secondo. L'imperatore insisteva sul pericolo che, morendo il delfino, il milanese s'incorporasse alla corona di Francia; cedeva finalmente e s'accontentava del duca d'Orleans, a condizione che Francesco I facesse ritornare nella Chiesa cattolica Enrico VII, re d'Inghilterra, poi che rinunciasse ad ogni pretensione come successore della Valentina, e puramente riconoscesse il ducato dalla investitura imperiale. Inoltre Carlo V pose in campo il re di Portogallo Giovanni III, suo cognato, a chiedere il ducato di Milano per l'infante don Luigi suo fratello. Insomma quando pareva che mancasse un filo al compimento, destramente nasceva un motivo impensato di nuova trattativa. Si voleva che Francesco I rompesse il matrimonio progettato fra una principessa della casa di Vandome ed il re di Scozia, dandogli in di lei vece la duchessa vedova di Milano, nipote di Carlo V. Il minuto racconto di questi raggiri si può leggere nelle Memorie di Langey[170], che ebbe parte, e soprattutto Gaillard[171].

Francesco I frattanto, cui adombrava l'irresoluzione di Carlo V, ed anche per vendicare l'affronto fattogli nella persona del Maraviglia, sul cadere del 1535 trovò maniera di aprire la strada alla spedizione delle sue armate in Lombardia. (1536) Nel mese di marzo del 1536 l'ammiraglio Filippo Chabot de Brion entrò nel Piemonte con ottocentodieci lance, mille uomini di cavalleria leggera, e ventitremila fantaccini francesi. Il duca di Savoia, alleato dell'imperatore, abbandonò Torino, si ritirò a Vercelli, spedì la moglie e il figlio a Milano, e i Francesi s'impadronirono di tutto il paese sino alla Sesia[172]. Intesa da Carlo V in Napoli la nuova impensata di questa irruzione, lasciò le feste colà principiate per lo sposalizio da lui finalmente accordato della principessa Margherita sua figlia con Alessandro de' Medici, duca di Firenze, e si trasferì a Roma, ove giunse il 6 di aprile. Ivi erano il signor Velly, ambasciatore francese, che lo seguiva, e il vescovo di Maçon, ambasciator francese presso del papa. Carlo V entrò nella sala del concistoro, dove erano radunati i cardinali aspettando il papa. Il papa fece pregare l'imperatore d'entrare da lui, ma Carlo V rispose che voleva ivi aspettare il santo padre, il quale tosto comparve col numeroso suo corteggio. L'imperatore disse che aveva cose premurose da esporre in presenza del sacro collegio; il papa voleva che tutti uscissero, trattine i cardinali. «No, disse cesare, ciascuno rimanga: bramo che il mondo tutto sappia quello ch'io sono per dire». Poi prese a tessere la storia della condotta di Francesco I, la prigionia di lui, la moderazione propria, il trattato di Madrid, la mancanza totale di fede, la sfida e il rifiuto del re. Mostrò la uniforme costanza di rettitudine e fede dal canto proprio, dipinse la insidiosa e subdola politica del re; ricordò il vano pretesto dell'invasione nel milanese per il supposto carattere pubblico del Maraviglia, la invasione attuale fatta nel Piemonte minacciando il milanese, ad onta del trattato di Madrid e di quello di Cambrai, la disposizione propria per la pace, al qual fine, dimenticando ogni ingiuria, era pronto a dar l'investitura del milanese a un figlio del suo rivale, ma non al secondo, acciocchè non fosse prossimo il caso di aversi a riunire alla corona di Francia quello Stato; e la ostinazione del re di volerne investito il duca d'Orleans secondogenito. L'imperatore propose in fine tre partiti; o la pace ed il ducato di Milano pel duca d'Angoulème, terzogenito del re, o un duello fra lui e il re, ovvero la guerra. Il duello colla spada e pugnale, e la guerra sarà tale ch'ei non deporrà le armi, finchè o non abbia ridotto il nimico o non sia ridotto ei medesimo allo stato del più povero gentiluomo dell'Europa; e proruppe, parlando dei generali francesi, in queste animose parole: «S'io ne avessi di simili, verrei sin d'ora colle mani giunte e la corda al collo a implorare la misericordia del mio nemico». Il papa, i cardinali, i ministri esteri, i prelati, e sopra tutti questi due ambasciatori francesi rimasero attoniti, ammutoliti e confusi. Osservando l'imperatore questo silenzio, rivolto a Velly e al vescovo di Maçon, disse che avrebbe fatto consegnare loro in iscritto il discorso. Il papa prese a parlare, e lo fece da padre comune e imparziale, insinuando la pace; e così terminò questo famoso concistoro[173]. Ma per quanto s'interponesse Paolo III affine d'indurre Francesco I a secondare le buone disposizioni di cesare, persistendo egli nella dimanda che fosse data l'investitura dei ducato di Milano al suo secondogenito, le speranze di accomodamento e di pace si dileguarono.

Antonio de Leyva, che stava al governo dello Stato di Milano, veggendo i rapidi progressi dell'esercito francese, radunate quante milizie gli fu possibile, accorse, ai 30 di marzo, ad impedire ai nemici ogni avanzamento, e pose un buon presidio in Vercelli, al mantenimento del quale fu imposta nel milanese una taglia sopra la macina e il sale, limitata poi per convenzione in seimila ducati la mese[174]; cosicchè i Francesi, per le difficoltà di ulteriori progressi, retrocedettero, fermo restando il campo cesareo in que' contorni. Il deciso contegno del Leyva lasciò il comodo alla riunione dei rinforzi imperiali, che l'imperatore, irritato, volle comandare in persona. Egli giunse celeremente in Lombardia, e senza entrare in Milano, portossi da Pavia in Asti per vegliare dappresso i Francesi. In meno di tre mesi si trovò forte di oltre cinquantamila combattenti sotto il comando di rinomati generali, Antonio de Leyva, Alfonso d'Avalos marchese del Vasto, Don Ferrante Gonzaga vicerè di Napoli e il duca d'Alba. Fra i principi che seguivano l'armata cesarea contavansi i duchi di Savoia, di Baviera e di Brunswich, ai quali un accidente fece aggiugnere Francesco marchese di Saluzzo; ed eccone il come. Inteso ch'ebbe il re di Francia il grosso armamento di Carlo, richiamò a sè l'ammiraglio de Brion, per l'assenza del quale il comando delle truppe francesi nel Piemonte rimase al marchese di Saluzzo. Il marchese si lasciò sedurre da alcune profezie che si sparsero, le quali assicuravano che in quell'anno il re di Francia o sarebbe preso o sarebbe ucciso. Il marchese, persuasissimo della profezia, credette di non dover combattere per un principe abbandonato dal cielo. L'amicizia del re, la gratitudine per l'ordine di San Michele, di cui l'avea decorato, la confidenza d'avergli affidato il comando del suo esercito, vennero resi inefficaci dal fanatismo per la profezia; se pur questa non fu un pretesto. La religione guida l'uomo alla virtù; l'abuso della religione lo condusse a soffocar la natura, a calpestare i doveri più sacri, e perfino a perdere il rossore nel commettere il delitto. Veggansi le memorie del Langey[175], dalle quali anche scorgonsi i discorsi tenuti dall'autore inutilmente per disingannare il marchese. L'imperatore si decise di portar la guerra in Francia; nè valsero a rimuoverlo da questo proponimento tutte le ragioni che gli furono opposte concordemente da' suoi generali, tranne il Leyva, per dissuadernelo. Quindi, dopo di aver lasciato all'assedio di Torino il marchese di Saluzzo e Gian Giacomo de' Medici, diresse Carlo V le marce in guisa, che l'armata entrò appunto ne' confini di Francia il 25 luglio, giorno di San Giacomo, protettore degli Spagnuoli, giorno in cui l'anno antecedente era giunto nell'Africa e aveva cominciata l'impresa di Tunisi, gloriosamente finita poi. Ciò gli servì mirabilmente per animare i soldati; ma il successo non corrispose all'ardire. I Francesi devastarono la Provenza; onde Carlo V, tuttochè si avanzasse senza contrasto, ritrovossi in paese sprovveduto di tutto. Senza dare una battaglia, in breve cotanto esercito si ridusse alla metà. La fame, le malattie, gli attacchi continui de' montanari avevano cagionata questa diminuzione, senza nemmeno aver tentato l'attacco del campo francese, trincierato verso Avignone. Tra le persone distinte morirono in Provenza di malattia il conte Pietro Francesco Visconte, capitano de' cavalleggieri, in età d'anni 28, il conte Pietro Francesco Borromeo, in età di anni 30, e per ultimo il fomentatore di cotesta malaugurata intrapresa, Antonio de Leyva, che cessò di vivere in Aix di Provenza il giorno 25 settembre,[176] intollerandis miserabilis morbi doloribus, omnibus artubus contractis et perpetuo occupatis, siccome leggesi nella di lui iscrizione sepolcrale. Dovette Carlo V abbandonar l'idea di far conquiste in Francia, ripassare le Alpi vicine al mare, e ritornarsene con pochi soldati sani da un'impresa di nessuna gloria e di rovina per un gran numero d'uomini. Ricondotta che ebbe la sua armata nell'Italia, e nominato il marchese del Vasto in luogo del Leyva, l'imperatore per mare ritornò nella Spagna. Riuscì però questa guerra assai grave anche al re di Francia, cui costò spese immense e danni incalcolabili, e, quel che è più, l'innaspettata morte del delfino Francesco, suo primogenito. Egli era disordinatissimo negli amori e negli stravizi. Era in cammino per recarsi all'armata nel più cocente della state. Fermatosi a Tournon, dopo di aver giuocato fervorosamente alla palla, stanco e smaniante di caldo e grondante di sudore, bevve molta acqua fredda, e in quattro giorni di febbre morì. Un onorato gentiluomo modonese, il conte Sebastiano Montecuccoli, suo coppiere, venne accusato d'averlo avvelenato ad instigazione di Antonio de Leyva e dell'imperatore; e a forza di spasimi e di torture fu costretto a confessarsi reo, e venne squartato in Lione per sentenza del 7 ottobre. Furono presenti a tale scempio il re Francesco I, i principi del sangue e tutti i prelati, ambasciatori e signori[177]: prova della rozzezza de' tempi.

(1537) Inasprito piucchè mai Francesco I contro i cesarei, non solo ordinò che fosse vigorosamente continuata la guerra nel Piemonte, ma determinossi di recarvisi in persona. Il gran contestabile Montmorencì scacciò gli Imperiali dal posto vantaggioso di Susa, e aperse il passo all'entrata del re. Perciò il marchese del Vasto si ritirò sotto Asti, abbandonando il paese fra il Po e il Tánaro. Indi il marchese del Vasto e il marchese di Saluzzo, iti all'assedio di Carmagnola, finirono quell'impresa assai infelicemente, lasciandovi il secondo la vita, colpito da un'archibugiata. Interpostosi allora Paolo III, riuscì dapprima a conchiudere tra i due sovrani belligeranti, il 16 novembre, una tregua di tre mesi[178]; indi propose loro un congresso col suo intervento, nella città di Nizza in Provenza, che fu accettato. (1538) Fissato il tempo, approdò il pontefice per il primo a Nizza il giorno 17 maggio. Quindi giunse da Barcellona Carlo V, e dalla Francia il re Francesco I. Per quanto insistesse il pontefice, non potè mai indurre i monarchi ad abboccarsi insieme; onde gli convenne di trattare gli affari con amendue separatamente in più conferenze. La pace fu impossibile, perchè il re di Francia non ha voluto desistere dal volere il Milanese per il suo secondogenito duca d'Orleans. Fu però conchiusa una tregua di dieci anni, con che restasse ognuno in possesso di quanto aveva preso coll'armi. La tregua, segnata il 18 giugno, piacque universalmente, fuorchè al duca di Savoia Carlo III, il quale rimaneva per sì lungo tratto di tempo spogliato degli Stati suoi, occupati parte dai Francesi e parte dagl'Imperiali, non gli restando altra sovranità che la contea di Nizza. Da quella tregua derivarono pure gravi danni al Milanese[179]; imperocchè la maggior parte della fanteria spagnuola del Piemonte, per mancanza delle paghe, postasi in libertà, in sul finire di luglio passò il Ticino con animo di venire a Milano, onde vivere a discrezione; ma trovando la nostra città su l'armi, piegò verso il borgo di Gallarate, dove, fermatasi tutto quel mese, vessò con frequenti scorrerie le terre di quel circondario, costringendole a grosse contribuzioni. Per far cessare quest'anarchia e sedare un altro forte tumulto dei soldati malcontenti nel seno stesso della città, fu mandato ambasciatore a cesare Battista Archinto, dottor di leggi[180], il quale ne riportò ordine al marchese del Vasto, che, imposta ai Milanesi una taglia di centomila scudi, fossero questi ripartiti alle truppe, parte delle quali dovesse poi essere spedita per la via di Trento ai presidii del re Ferdinando in Ungheria contro i Turchi, e parte a Genova, per unirle alla squadra navale di Andrea Doria.

Sempre rimaneva sospesa l'investitura del Milanese non ricusata mai, nè mai decisamente concessa al figlio secondogenito del re Francesco. (1540) Quando, giunta a Madrid l'infausta notizia della sollevazione di Gand, Carlo V, per trasferirsi più sollecitamente nelle Fiandre, pensò di attraversare la Francia, e Francesco I nel compiacque. Nella breve dimora che fece l'imperatore in Parigi diede al re nuova lusinga, pacificato il Brabante, di conferire al duca d'Orleans il ducato di Milano; ma appena ebbe repressa e punita la ribellione de' Gantesi, ne investì il proprio figlio don Filippo, sebbene ancor pupillo, con solenne atto segnato in Brusselles gli 11 di ottobre[181]. Questa dissimulazione accrebbe il torto dell'imperatore nell'animo di Francesco I, il quale grandemente s'irritò di nuovo per il fatto seguente. (1541) Durante la tregua, essendo tuttora al governo dello Stato di Milano il marchese del Vasto, e comandando a' Francesi nel Piemonte il Langei, il re di Francia spedì due ambasciatori, uno a Venezia, e fu Cesare Fregoso, cavaliere dell'ordine di San Michele e cognato del celebre Rangoni; l'altro a Costantinopoli a Solimano II, e fu Antonio Rincon, gentiluomo ordinario di camera del re. Questi, attraversando sul Po il Milanese vicino allo sbocco del Ticino nel Po, furono assaliti da due barche cariche di armati e massacrati. Tutti i barcaiuoli vennero posti nelle secrete carceri di Pavia. Langei, che avea resi avvertiti gli ambasciatori delle insidie, e invano cercato di far loro prendere più sicura strada, aveva avuto la precauzione di farsi consegnare le loro carte per non avventurare il segreto dello Stato, le quali carte avrebbe spedite loro poichè fossero giunti a Venezia. Malgrado la politica del marchese del Vasto, Langei trovò mezzo di formalmente e per processo fare constare la perfida azione eseguita per ordine del marchese, il quale cercava di avere le carte. Ciò attestarono alcuni domestici degli ambasciatori che poterono salvarsi, e particolarmente i navicellai che, per opera del Langei, fuggirono e vennero da lui. Questo fatto diede l'ultimo impulso al re Francesco I per ricominciare le ostilità sospese dalla tregua di dieci anni, la quale avrebbe dovuto durare fino al 1548. Verso questo tempo, determinatosi l'imperatore di portar la guerra in Algeri, divenuto, dopo la conquista di Tunisi, il ricovero de' corsari, calò di nuovo in Italia, e, corteggiato dal marchese del Vasto, da Ercole II duca di Ferrara, da Ottavio Farnese duca di Camerino, dal duca Francesco di Mantova e dal cardinale Ercole, di lui zio, entrò in Milano il 22 agosto 1541, frammezzo ad un grande sfoggio di apparati. Fu attribuito a modestia di lui il costume della sua nazione, essendo stato veduto entrare sotto baldacchino a cavallo, vestito de panno nero, con un cappelletto de feltro in testa[182]. In questo tempo trovandosi compite e approvate dal senato le Nuove Costituzioni per il dominio milanese, opera incominciata sotto il duca Francesco II, furono presentate all'imperatore, che le sancì con diploma del 27 agosto, e vennero poi pubblicate dal governatore del Vasto il 5 del seguente ottobre. Partito due giorni dopo, ebbe un abboccamento a Lucca col pontefice Paolo III, che fu sterile d'effetto; indi si affrettò, guidato dalla sua mala fortuna, ai lidi africani; imperocchè, sconfitto sotto Algeri dai Barbareschi, e battuto in mare dalla tempesta, approdò assai malconcio il 3 dicembre a Cartagena.

Il re di Francia Francesco I, giovandosi dei recenti disastri sofferti da cesare, pubblicata una dichiarazione di guerra il 10 luglio del 1542, strinse lega con Solimano, gran signore de' Turchi, e fece ricominciare le ostilità nel Piemonte, dove il marchese del Vasto era alla testa degl'imperiali, e il Langei de' Francesi, in potere dei quali era Torino. Continui furono gli attacchi; e, come suole nelle ordinarie fazioni di guerra, alterni i successi. Ma divenuto paralitico il Langei, sottentrò al comando de' Francesi D'Annebaut, che poco dopo fu supplito da Boutières, e questi dal conte d'Enghien. (1543) Nell'estate del 1543 Carlo V visitò ancora l'Italia di passaggio per la Germania, e il 22 giugno ebbe una nuova conferenza col papa in Busseto sul Po. In quel breve congresso l'ambizioso pontefice cercò di far concorrere i bisogni di cesare ai vantaggi della propria casa, interessando perfino le lagrime della figlia di Carlo V, la duchessa Margherita, perchè concedesse lo Stato di Milano a Pier Luigi Farnese o ad Ottavio suo nipote, offrendosi ad un gravosissimo censo e all'immediato sborso di un'enorme somma; ma ogni progetto fu vano. (1544) La guerra nel Piemonte nulla presentò d'interessante fino all'anno 1544, avendo Francesco Borbone conte d'Enghien, il 14 aprile, battuto a Cerisola gl'Imperiali, comandati dal marchese del Vasto. Il marchese, rimasto ferito nella battaglia, dovette ricoverarsi fino a Milano. Alcuni fanno ascendere i morti Imperiali a dodicimila. Il primo vantaggio di tal vittoria fu che i Francesi si resero padroni di Carignano e di quasi tutto il Monferrato. Però il re Francesco I, sull'avviso che Carlo V, unito ad Enrico VIII re d'Inghilterra, faceva grandi preparativi sul Reno per un'incursione nella Francia, stimò opportuno di richiamare una gran parte delle truppe ch'erano nel Piemonte, e così si rese inutile pei Francesi la carnificina di Cerisola.