Eccoci, dopo tanti disastri, ad un'epoca apportatrice di pace alla desolata Italia, e ridente foriera di più tranquilli tempi per la nostra patria. Questo è il congresso apertosi in Bologna tra il pontefice e Carlo V. Recossi pertanto a Bologna sul finire di ottobre Clemente VII, col collegio de' cardinali, affine di maggiormente condecorare la solennità del congresso, e di assistere in séguito all'incoronazione dell'imperatore; e nel dì 5 novembre vi entrò l'imperatore Carlo V. Prese egli alloggio nel palazzo del legato, dove abitava il pontefice. Francesco II Sforza, duca di Milano (cui quest'anno medesimo era mancato il fratello Massimiliano, morto in Parigi in età di anni trentanove), da Cremona, ove soggiornava, giunse egli pure in Bologna il giorno 22 di novembre, sì mal concio di salute, che destava compassione in chi lo vedeva. Presentossi il duca all'imperatore, e modestamente restituì a Carlo V il salvo condotto che gli aveva spedito, nobilmente dichiarando che egli non cercava miglior sicurezza che l'equità di Cesare e l'innocenza sua. Fece cadere ogni colpa sul morto marchese di Pescara. Carlo V amava di rendere fausta questa solennità, e farne l'epoca della pace d'Italia. Il papa, i Veneziani lo persuadevano a ciò. Il solo Antonio de Leyva incessantemente ne sconsigliava l'imperatore. Il Leyva poteva tutto nel milanese finchè duravano le ostilità; cedendolo al duca Francesco, era terminato il potere. Inoltre, dopo molti anni di condotta ostile, era il Leyva male animato contro lo Sforza, e fors'anco gli era insopportabile il duca, non pel male che ne avesse ricevuto, ma pel gran male che sapeva di avergli fatto; il che rende assai più difficile una sincera riconciliazione. Il Sepulveda espone tutti gli argomenti del Leyva per distogliere l'imperatore dalla pace[144].
Mentre questi alti affari si trattavano in Bologna, il celebre Girolamo Morone, essendo passato in Toscana onde unirsi coll'esercito pontificio alla spedizione di Firenze in favore dei Medici, cessò di vivere in San Casciano, il giorno 15 dicembre, in età di anni cinquantanove. Egli fu onorato dal duca Massimiliano del titolo di conte di Lecco. Fu commissario generale dell'esercito cesareo in Italia, creato da Carlo V. Fu ambasciatore a Leone X e a Clemente VII, il quale promosse il di lui figlio Giovanni al vescovado di Modena. Era uomo di molto ingegno, ed elegante scrittore latino[145]. Non ostante la pertinace oppositione del Leyva, dopo lunghe discussioni, fu la pace conchiusa il 25 dicembre del 1529 tra l'imperatore Carlo V, il papa Clemente VII, la repubblica di Venezia, Francesco II Sforza duca di Milano, il duca di Savoia, i marchesi di Monferrato e di Mantova, lasciando pur luogo di entrarvi ad Alfonso duca di Ferrara. Nello stesso giorno, essendosi Francesco II Sforza abbandonato alla clemenza dell'Imperatore, ottenne da questi la conferma dell'investitura del ducato di Milano, a patto che gli pagasse entro un anno ducati quattrocentomila, e nei dieci anni consecutivi cinquantamila ogni anno[146], «restando in mano di cesare Como ed il castel di Milano, i quali si obbligò a consegnare a Francesco come fussero fatti i pagamenti del primo anno[147].
Valse finalmente a calmare le ire e l'animosità del Leyva contro lo Sforza la munificenza di cesare, che gli assegnò in feudo la città di Pavia e la contea di Monza, colla dipendenza dal duca Francesco II; donazione confermata in appresso dallo Sforza con diploma segnato in Vigevano il 6 febbraio 1531.
Sollecitato l'imperatore Carlo V di restituirsi in Germania, volle che seguisse la solenne incoronazione, uno dei principali oggetti della sua venuta. Quindi il 24 febbraio fu incoronato colla massima pompa in Bologna da papa Clemente VII, che era stato poco prima suo prigioniero. In séguito definì le contestazioni tra il papa e l'Estense, confermando a questo principe il ducato di Modena e Reggio, e ordinando che per Ferrara il papa gli confermasse la investitura, mediante lo sborso di centomila ducati[148]. Sentenziò che il duca d'Urbino fosse restituito al possesso dei suoi Stati, e per metter fine alle turbolenze toscane, sottopose quella repubblica alla sovranità di Alessandro de' Medici. Partì da Bologna verso la fine di marzo. Nel passar da Mantova decorò il marchese Federico Gonzaga del titolo di duca.
Terminato il congresso di Bologna, il duca Francesco Sforza si restituì pure ne' suoi Stati, donde in settembre si recò a Venezia per alcune pratiche tendenti a conservare il beneficio della pace; ma ben tosto ritornò. Rivoltosi alla interiore sistemazione dello Stato, diè nuova forma al senato, elesse abili magistrati, e soprattutto un abilissimo capitano di giustizia, Giovanni Battista Speziano, per opera del quale i malviventi sgombrarono le strade, e divenne sicuro il trasporto delle derrate; il che anche contribuì a ricondurre l'abbondanza. Ma tale era la spopolazione delle terre che dice il Burigozzo[149], «fu tanta quantità di lupi su per lo paese, che era una cosa granda, e fazevano tanto male in amazare persone, zoè puttini e donne, che quaxi se temeva a andare in volta, se non erano 3 ò 4 persone insema, tanto era el terror de questi lupi; et questa non era maraviglia, perchè nelle ville erano mancade le persone». Ciò si conferma dal Bugati[150], dicendo che que' «lupi voraci fin dentro de' borghi della città entravano.... Cosa veramente crudele! imperocchè queste fere per la peste e per la guerra (nelle quali periva gente assai) tanto familiare s'havevano fatto la carne umana, che poi non trovandone, fecero cose grandi per divorarne, come assaltar gli uomini armati, cavar dalle culle e dalle braccia delle madri i fanciulli, ec.»
(1531) Sul principio del 1531 riuscì al duca Francesco Sforza, mediante il raddoppiamento delle imposizioni, di pagare a cesare la convenuta prima annata di quattrocentomila ducati per cui gli vennero consegnati il castello di Milano e quello di Como. Ma quasi non bastassero all'oppressione de' sudditi gli sforzi che avea dovuto fare il duca per approntare quel primo gravosissimo sborso, sopraggiunse la guerra della Valtellina, della quale fu cagione l'occupazione di Chiavenna fatta da Gian Giacomo Medici, di già padrone di Musso e di Lecco. Perciò lo Sforza fu necessitato di ricorrere a nuovi aggravii; onde, come attesta il Burigozzo[151], il giorno 20 giugno «s'imposero alla macina soldi 50 per moggio, e soldi 32 per ogni brenta di vino; e ciò oltre il solito tributo; per lo che un moggio di grano per essere macinato pagava lire cinque». Questa nuova gabella eccitò una tale turbolenza nella plebe di Cremona, che, impugnatesi le armi, furon uccisi molti di quelli che presedevano al governo della città. Accorsero a tempo in sussidio del castellano Paolo Lonato alcune truppe spedite da Milano, le quali sedarono il tumulto, e col supplizio di cinque dei più sediziosi l'ammutinamento ebbe fine. (1532) Ma non così presto cedette il Medici alle sue usurpazioni, mentre potè resistere valorosamente per più mesi; e finalmente dopo l'uccisione di Gabriele suo fratello, e di Luigi Borserio, che comandava le sue navi armate, ottenne ancora dal debole duca il perdono di tutti i trascorsi, trentacinquemila scudi d'oro in compenso delle fortezze che andava a cedere, e la concessione di un feudo di non minor reddito di scudi mille: ed ebbe poi Marignano col titolo di marchese. Dopo quest'accordo, il Medici, nel mese di marzo 1532, si ritirò nel Vercellese. Il castello di Musso, ricovero ed asilo del prepotente Medici, fu demolito[152].
L'imperatore Carlo V, informato che Francesco re di Francia non aveva deposte le mire di riacquistare lo Stato di Milano, si determinò di ritornare in Italia per stabilirvi una lega valevole a frenare qualunque improvviso tentativo. Appena infatti ebbe egli liberata Vienna da una minacciosa invasione dei Turchi, giunse, per la via del Friuli, il 7 novembre, in Mantova, dove splendidamente fu trattenuto per più giorni dal duca Federigo. Vi accorsero sollecitamente ad ossequiare l'augusto Carlo, oltre Alfonso duca di Ferrara, Francesco Sforza duca di Milano, il duca di Albania, Alessandro de' Medici ed altri principi ed ambasciatori, i quali poscia lo compagnarono alla volta di Bologna, nella quale città trovò giunto poco innanzi il pontefice. Nel nuovo congresso si trattò infruttuosamente della convocazione di un generale concilio; infruttuosamente pure instò cesare che fosse data in moglie al duca di Milano Caterina de' Medici, figlia legittima di Lorenzo il Giovane, e quindi nipote del papa, mentre Clemente VII ricusò di aderirvi, persistendo nelle pratiche già intraprese, e non ignote all'imperatore, d'imparentarsi per di lui mezzo col re di Francia, dandola in isposa al duca d'Orleans, suo secondogenito. (1533) Riuscì soltanto a conchiudere, non ostante il dissenso de' Veneziani, la proposta lega co' principi d'Italia, la qual fu pubblicata l'anno 1533, nel giorno 24 di febbraio. I principali interessati In questa lega furono, oltre l'imperatore, il sommo pontefice Clemente VII, Ferdinando re de' Romani, Francesco II Sforza duca di Milano, Alfonso d'Este duca di Ferrara, i Genovesi, i Sanesi ed i Lucchesi; come anco il duca di Savoia, il duca di Mantova, e tacitamente pure i Fiorentini. Per ciascuna delle parti fu stabilito un proporzionato contribuito a mantenimento di un esercito sociale, di cui si elesse general capitano il celebre Antonio de Leyva, fissando la sua ordinaria residenza in Milano. Pochi giorni dopo la conclusione della lega, l'augusto Carlo, accompagnato dal duca Francesco Sforza, visitò Milano con grande comitiva; e dopo la dimora di quattro giorni, il 14 marzo, passò a Genova per ritornarsene nelle Spagne[153]. Quanto poca sicura fosse la fede nuovamente giurata dai collegati, e provato dal contegno del pontefice, principale tra essi; mentre appena fu tornato da Bologna a Roma, si determinò, senza verun riguardo all'alta sua dignità[154], di portarsi a Nizza, indi in Marsiglia, per conferire col re Francesco I, ed ivi conchiudere, come fece, il matrimonio di Caterina de' Medici con Enrico duca d'Orleans, secondogenito del re. «Così Clemente, bilanciandosi accortamente fra le contese di due grandi emuli che sconvolgevano l'Europa, senza dichiararsi amico o nemico d'alcun di loro, li faceva servire all'ingrandimento della sua famiglia, coglieva le occasioni, non si esponeva alle vicende, non dimenticava il sacco di Roma». Tali sono i sentimenti coi quali termina questo punto di storia un vivente scrittore nel tomo III di un suo inedito manoscritto, che abbiamo altrove annunciato[155].
Nel corso di quest'anno 1533 accadde in Milano un'atrocità che non inopportunamente si vuol qui registrare. Un gentiluomo milanese, della famiglia dei Maravigli[156], erasi stabilito in Francia sino dal regno di Luigi XII, e vi si era arricchito servendo quel monarca e il successore Francesco I. Egli era zio del gran-cancelliere Francesco Taverna, cui vedemmo sostituito al Moroni. Taverna andò per commissione in Francia; e trovandosi a Fontainebleau col re, si concertò che questi facesse risedere in Milano un suo ministro, il che sarebbe stato di genio del duca e di utilità al re, al quale non poteva essere indifferente il vegliare sull'Italia. Questa proposizione piacque a Francesco I, e, inoltrandosi per eseguirla, sì conchiuse che non convenisse, per non insospettire Carlo V, nè spedire un francese nè dargli uno scoperto carattere ministeriale. Maraviglia venne proposto, non potendo essere misterioso il ritorno suo nella patria, e si stabilì ch'egli verrebbe munito di doppie lettere, che le credenziali le conserverebbe secrete e soltanto mostrabili all'occasione, e le lettere da palesarsi sarebbero di semplice raccomandazione del re al duca. Ciò fermato, e assegnato lo stipendio al Maraviglia, venne questi a Milano. Egli vi si presentò con uno splendore pomposissimo. Vedevasi usare alla famigliare col duca; sempre alla corte, sempre in sua compagnia in ogni festa o divertimento. L'imperatore ne fu avvisato; ne chiese conto al duca, il quale, sebbene gli facesse comunicare le lettere visibili di raccomandazione, non potè tuttavia togliergli dalla mente il sospetto di una nuova fellonia. Un gentiluomo di camera del duca, della famiglia Castiglioni, vedendo il Maraviglia con sommo fasto e corredo passare in compagnia del duca, voltosi ad un domestico del Maraviglia, lo investì con parole insultanti il suo padrone. Nacque un alterco, e passato che fu il duca, stavasi per venire alle mani fra i domestici d'una parte e dell'altra. S'interposero alcuni cavalieri. Castiglione negò di aver detta veruna ingiuria, e Maraviglia ne rimase soddisfatto. Il duca comandò che non se ne parlasse più. Ma il Castiglione si pose a passare più volte innanzi al palazzo del Maraviglia accompagnato da un branco di bravi, coll'opera de' quali una sera attaccò e pose in fuga cinque domestici del Maraviglia. Questi ebbe ricorso al giudice, che promise pronta giustizia, e nulla fece. Castiglione comparve nuovamente ad offendere i domestici del Maraviglia, i quali, prevenuti e armati, si difesero, sì che il Castiglione rimase morto sulla strada. La mattina seguente, che fu un venerdì, giorno 4 di luglio, lo stesso giudice che non aveva voluto prevenire il male, viene, conduce prigione il Maraviglia co' suoi, e pone i domestici alla tortura senza risparmiar nemmeno un povero vecchio sordo, di ottant'anni. La domenica notte va il giudice dal Maraviglia, gli fa troncar la testa nel carcere, e fa esporre il di lui corpo il lunedì mattina 7 luglio sulla pubblica piazza. Un parente del Maraviglia corre in Francia, ed avvisa il re dell'insulto fattogli nel suo ministro. Sembra che il duca, sempre sotto gli occhi e la sorveglianza di Antonio de Leyva, non potesse sopportare la meschina figura che faceva, e cercasse pure qualche mezzo per liberarsi da sì umiliante condizione; e a ciò debba attribuirsi la brama di avere un ministro del re di Francia, col quale all'occasione prendere un concerto; ma inopportunamente velatasi la cosa, siasi il duca ridotto al miserabile partito di tradire atrocemente il dovere più sacro affine di disarmare lo sdegno dell'imperatore[157]. Infatti Francesco I ne fece altissime querele presso tutte le corti d'Europa, e Carlo V, contento della condotta dello Sforza, decise di stringere seco lui parentado con dargli una sua nipote in isposa.
Le nozze del nostro duca erano desiderate, per opposti interessi, da tutti i membri della lega: dai principi italiani, perchè il ducato non ricadesse al fisco imperiale, come avrebbe dovuto per i patti dell'investitura quando fosse morto il duca senza successione maschile; da Carlo V per rendersi più dipendente lo Sforza, e per isventare i disegni del re di Francia, in cui scorgeva non per anco deposto il pensiero di appropriarsi quello Stato. Parve a cesare opportuno a tal uopo li matrimonio di Cristina o Cristierna, figlia del re Cristierno II di Danimarca e di Elisabetta d'Austria, e perciò nipote di Carlo V, fratello di Elisabetta. Le nozze appena proposte, furono conchiuse; e il conte Massimiliano Stampa fu spedito da Francesco Sforza a Brusselles ad isposare in suo nome la principessa Cristina. (1534) Nella primavera dell'anno seguente la sposa reale si pose in viaggio alla volta di Milano; e la città, benchè ridotta a grande inopia, fece ogni sforzo per manifestare con magnificenza di apparati la comandata allegrezza. La duchessa Cristina fece il suo solenne ingresso in Milano nella domenica, giorno 3 di maggio, e non nel mese d'aprile, come scrisse il Muratori[158]. Ne riporterò la descrizione del Burigozzo, che ne fu testimonio[159]. «A dì 3 may, in dominica, circa a 21 hora, fexe la entrata la duchessa nostra de Milano, e fu in questo modo: Rivata che fu ditta duchessa, andò nel monastero de Santo Eustorgio, e lì stette fino a hora debita, che fu pox el vespero del Domo. Finito el dito vespero, congregato tutta la gierexia nel Domo, se comenzò a partirse verso porta Ticinese, e rivati li signori Ordenari alla porta della città, comenzò el trionfo a passare dentro, e avviarse verso el Domo, et prima dui gran maggiori a cavallo, vestiti di veluto negro, e poi seguitando ona compagnia grossa de milanexi, quasi tutti vestiti de turchino con la banda turchina, poi un'altra compagnia con li armaroli tutti in punto, e bella gente, e ben armati, con sua banda verde, et erano queste due compagnie circa 400. Da poi uno numero grande de signori, tutti a cavallo, a dui, a quattro passando, in punto più l'uno che l'altro. Poi numero sei squadre di trombetti, qual sonavano a loco e tempo. Poi una compagnia di gentil homeni de grandi de Milano, tutti vestiti de bianco, con el suo penaggio biancho e la sua pieba in mano; questi non havevano banda nessuna, se non li soy tamburi, tutti vestiti de bianco, quali feveno un vedere troppo maraviglioso, ed erano a numero circha 200. Poi la guardia del signor Antonio de Leiva, sì lui, come anchora 8 gran maggiori. De poi el baldachino, portato da dottori, qual erano in gran numero apparati per portare tal cosa, sotto el qual baldachino ghera l'illustrissima duchessa, tutta vestita de brocato d'oro e alla franzetta; e apresso da lei ghera el cardinal de Mantova[160]. Per staffieri de sua excellentia gherano 12 conti de' primi della città nostra, vestiti de veluto fodrato de brocato d'oro recamato, con le sue barette con le penne dentro, che ciascheduno de loro parevano un imperatore, e questi tali stavano appresso alla persona de sua excellentia, talchè parea che sua excellentia fosse in un boscho in mezzo de quelli baroni, per quelli penaggi bianchi tanto grandi qual'havevano. Della bellezza de sua excellentia veramente e più gera divina che umana, ma de pocha ettade. Poi seguitava el signor presidente con altri episcopi e senatori, e molti altri gentil homeni, e così rivando alla piazza del castello fu tirata l'artellaria de allegrezza, ma innanzi che andasse in castello andò prima in Domo, e già era retorenata la gierezia al Domo, e li la receptorno nella ecclesia del Domo, dandogli la pase, con le orazioni solite. E così se partì e andò al castello, e li restò, et el castello tirò gran artellaria». Giunta la principessa al castello, le venne stentatamente incontro il duca sposo, che appena reggevasi col bastone in piedi, aspetto poco gradevole per una giovane di quindici anni. Il successivo silenzio de' nostri cronisti, soliti a tener registro de' più minuti fatti, ci lascia congetturare abbastanza l'infelicità di queste nozze.
Al volgere di quest'anno avvenne la morte del papa Clemente VII, del quale abbiamo più volte parlato. Il di lui carattere fu descritto con imparzialità storica dal Guicciardini e dal Muratori[161]. Gli succedette il cardinale Alessandro Farnese, eletto il 12 ottobre, col nomo di Paolo III. (1535) Da questo tempo fin quasi al termine dell'anno 1535 nulla ci somministra la nostra storia che meriti di essere riferito, fuorchè la perdita immatura e deplorabile per questi Stati del duca Francesco II, il quale morì di consunzione nella notte del 1.º novembre, essendo in età di anni quarantatre[162]. Principe di cui gli scrittori ci lasciarono onorevole memoria per l'ingegno, la perspicacità e la bontà del suo carattere. L'avversa sua sorte non gli diè tempo nè mezzi di tramandare ai posteri alcun illustre monumento. Ben è vero che tutti i principi nelle sciagure si mostrano buoni, singolarmente allorchè sperano di veder cangiato l'aspetto delle cose col mezzo della pubblica opinione. Quest'infelice principe, nella tenera età di otto anni, vide rovinata la corte paterna, prigioniero suo padre, sè stesso esule dalla patria e costretto a procacciarsi un asilo in Alemagna. Ritornato in patria dopo dodici anni di esilio, vi passò tre anni sotto il dispotismo del fratello sospettosissimo, col soffrire la umiliante militar protezione degli Svizzeri. Scacciato nuovamente dalla patria, ricominciò un secondo esilio per sette anni, che terminò poi all'età di trent'anni, allorchè assunse il titolo di duca, titolo che dovea rendere amarissime le sciagure proprie e de' sudditi alle quali, mancando egli di forze e di denaro, non potè rimediare. Terminò con questo sventurato principe, morto senza successione, la grandezza della casa Sforza, che nel periodo di ottantacinque anni ebbe principio e fine. Una imperatrice e due regine nacquero da questa famiglia. L'imperatrice fu Bianca Maria Sforza, figlia del duca Galeazzo Maria, e moglie dell'imperatore Massimiliano; regina di Napoli fu Ippolita Maria Sforza, figlia del duca Francesco I e moglie del re Alfonso II; e regina di Polonia, Bona Sforza, figlia del duca Giovanni Galeazzo e moglie del re Sigismondo. Sei duchi Sforza ebbero la signoria di Milano e del suo Stato; due dei quali, il primo cioè e l'ultimo, morirono pacificamente, e gli altri terminarono la loro vita trucidati o avvelenati o prigionieri in Francia. Osservai nel tomo I[163] come otto de' dodici Visconti miseramente perirono; osserviam ora che quattro de' sei Sforzeschi finirono con non minore infelicità. Appena di tre principi uno potè terminare i suoi giorni in pace tanto nella discendenza Visconti, quanto in quella degli Sforzeschi. Ora mi si dica se è poi tanto invidiabile la sorte de' grandi, e se abbiano torto i saggi di ogni età di dare il nome di aurea alla mediocrità della fortuna, lontana ugualmente dalla inopia che dall'ambiziosa grandezza!