Sembra che Carlo V nulla sapesse della spedizione intrapresa dal suo esercito d'Italia contro Roma, nè che fosse in suo potere di liberare il papa. L'esercito era composto di gregari stranieri, che non erano sudditi dell'imperatore, che non erano pagati da lui, e che non conoscevano se non i loro generali, e il Borbone sopra tutti. Le armate allora erano collettizie, e radunate per un tempo e per un oggetto determinato. Il vicerè Lannoy, a nome dell'imperatore, tentò invano di distogliere il duca di Borbone dall'impresa, ed altamente riclamava l'osservanza della tregua da lui falla con Clemente VII in nome cesareo. A Carlo V nè doveva nè poteva piacere la mossa del Borbone e dell'esercito suo verso di Roma, se non per altro, perchè nessun utile egli ritraeva dalla oppressione del papa, e sommo odio acquistavasi presso tutta la cristianità.

Appena il duca di Borbone fu alle mura di Roma, che fu ai 5 di maggio, fece apprestar le scale, ed egli alla testa, spinse l'intiero esercito ad entrar per forza dalle mura più basse nella città; ma ferito in un fianco da un'archibugiata, rimase estinto nella fresca età di trentott'anni. Il principe Filiberto di Oranges gli subentrò nel comando, e diresse il sacco di Roma, che durò più settimane. Il duca dì Borbone, «prima di dare la scalata a Roma (come racconta il Grumello)[135], disse a' suoi capitanei che era sicuro che tutti seriano ricchi et se caveriano la fame, ma li ebbe domandato una gratia che non volessero saccheggiare dicta città se non per un giorno, che li faceva promissione di darli tutte le sue paghe avanzavano con Cesare, che erano circa dece overo dodece, et così fu stabilito per li capitanei et militi cesarei.... Il povero Borbono, quale haveva animo di salvar la città de le crudelitate, et forse contro la volontà del Magno Idio, che voleva che Roma in tutto fosse distructa, per li horrendi peccati regnavano in essa città.... rimase sul colpo». Giunto a Carlo V la nuova del sacco di Roma, ordinò pubbliche preghiere in tutta la Spagna per la liberazione del sommo pontefice, assediato in castel Sant'Angelo dalla sua armata. Forse queste dimostrazioni non furono una ipocrisia, come taluno ha creduto; ipocrisia che non avrebbe fatto altro effetto, se non quello di macchiare la gloria di Carlo V, degradandolo alla furberia d'un meschino e debole principe. Probabilmente nè Carlo V comandò quest'impresa, nè se ne compiacque; poichè l'insulto all'inerme sacerdozio non poteva ascriversi ai fasti della gloria, e Carlo imperatore troppo la conosceva e l'amava. Che che ne sia, il papa, per liberarsi, fu costretto a sottoscrivere nel mese di giugno una capitolazione imperiosa e gravosissima col principe d'Orange e co' principali offiziali, oltre al pagare fra tre mesi all'armata quattrocentomila ducati.

Mentre il duca di Borbone aveva condotte a Roma le principali forze di cesare, e che stavasene il Leyva a Milano con pochi armati, i Veneziani s'inoltrarono, lo Sforza uscissene dal Cremonese, e si pensò di cogliere il momento per discacciare l'imperiale potenza dall'Italia. Anche il re cristianissimo a tempo assai opportuno, cioè verso la fine di luglio, mandò in Italia Odetto di Fois, signore di Lautrec, con mille uomini di armi e ventiseimila fanti. Passò questi le Alpi con apparenza di liberare il papa; ma si trattenne in Lombardia, prese Alessandria e Vigevano e si impadronì della Lomellina. Genova pure ritornò ai Francesi, che ne affidarono il comando al maresciallo Teodoro Trivulzio. Tutte le altre fortezze erano rimesse nelle mani di Francesco Sforza, perchè i Veneziani e gli altri collegati non avrebbero tollerato che rimanessero in potere dei Francesi. Lautrec pose l'assedio a Pavia. Il conte Lodovico Barbiano di Belgioioso la difendeva con diecisette bandiere d'italiani, ma non complete, e tutte non formavano più di mille combattenti. Lautrec batteva la parte più forte, cioè il castello, affine di prendere tutto in un sol colpo. I cittadini pavesi odiavano i francesi, e combattevano come soldati. Respinsero tre assalti con gloria, e nove insegne tolsero ai nemici. Il conte Lodovico ne rese informato il comandante supremo don Antonio Leyva, che governava Milano, «e quello gli mandò a dire, che avendo fine a quell'ora riportato tanto onore e gloria contra i nemici, gli pareva ben fatto, e così lo consigliava, anzi gli comandava, per aver lui pochissima gente in aiuto della difensione di essa città, che vedesse col miglior modo che avesse saputo ritrovare, di lasciare la città in preda ai nemici, uscendone lui con la sua gente a salvamento; suadendoli ancor questo per il meglio con questa ragione, che, saccheggiando i nemici la città di Pavia, si sarebbero poi la maggior parte di loro dispersi con li bottini fatti in essa la città, andando alle loro patrie ricchi, laonde non si sarebbero poi fatto stima di ritornar più al soldo dei francesi, di modo che esso Lotrecco, ritrovandosi poi per detta causa con niuno ovver pochissimo exercito, sarebbe stato sforzato a lasciar l'impresa di gire a Napoli, come aveva supposto, la qual era di più importanza e di maggior danno che la perdita d'essa città. Avendo dunque avuto detto conte Barbiano detto avviso, anzi comandamento espresso, subito ricercò di avere e così ottenne dai Francesi salvo condotto[136]». Si impadronirono pertanto i Francesi di Pavia il giorno 5 di ottobre del 1527; e a pretesto di espiar essi la precedente disfatta e la presa del loro re, la città fu crudelmente posta a sacco, e poco mancò che non rimanesse affatto distrutta. Il Lautrec il 18 ottobre abbandonò Pavia rovinata, lasciando Milano bloccata e mancante di viveri, s'avviò a Piacenza, dove aggiunti alla lega i duchi di Ferrara e di Mantova, proseguì la sua marcia alla vôlta di Napoli. Giovandosi il Leyva della partenza di Lautrec, uscì da Milano, respinse alcuni corpi nemici e s'impossessò di Novara, scacciandone il presidio sforzesco coll'aiuto di Filippo Torniello.

L'unico vantaggio che risultò da questi alternanti successi furono le trattative di pace intraprese tra l'imperatore Carlo V e Francesco I re di Francia. Ma sì bella speranza si dileguò quasi appena mostratasi; tantochè nel giorno 25 di gennaio del 1528 gli ambasciatori della Francia stimarono in nome della lega nuova guerra all'imperatore, e si riaprì più terribile che mai questo marziale teatro, specialmente ad esterminio della misera Lombardia. L'imperatore, vedendo il re di Francia mancare francamente alle promesse e ai giuramenti, prese il ministro francese da solo a solo in Granata, e dissegli: «Dica al suo re, che egli manca alla parola che mi ha data a Madrid, e pubblicamente e da solo, ch'egli non opera rettamente, nè da un uomo bennato; e se lo nega, mi esibisco di provare in persona a lui la verità, e terminare la controversia col duello». Questa commissione diè luogo alla missione di due famose lettere tra i due sovrani, che ci furono conservate dallo storico Sepulveda[137].

Sentivano più che mai i Milanesi il flagello della fame, essendo impedita la comunicazione con Lodi e con altre città e terre dello Stato, quando Gian Giacomo de' Medici, guadagnato da Antonio de Leyva, che gli consentì di fare la conquista di Lecco, abbandonò il partito francese e si collegò cogl'imperiali: solite incostanze degl'avventurieri di que' tempi. In benemerenza di che, radunata in quelle parti gran copia di grano, lo spedì in soccorso del milanese. Questo sussidio pose in grado Antonio de Leyva nel mese di maggio di occupare Abbiategrasso, e di riacquistare Pavia, presidiata, è vero, da' Veneziani per Francesco Sforza, ma quasi vuota d'abitatori. Colà s'inoltrarono gl'imperiali sotto il comando del conte Lodovico di Belgioioso con alcune bandiere tedesche, ed il giorno 25 se ne impadronirono senza contrasto. Pavia, quantunque già esausta, non andò immune da un nuovo saccheggio. Nel seguente mese mosse dalla Germania in rinforzo degl'imperiali il duca di Brunswich con quattordicimila tedeschi, destinati pel regno di Napoli, dove era pur giunto da Roma, dopo una permanenza di dieci mesi, il principe di Orange coll'avanzo del suo esercito, ridotto, per la pestilenza, a soli dodicimila combattenti. Il duca di Brunswich, saccheggiati i territori di Brescia e di Bergamo, ed entrato nel milanese, si pose all'assedio di Lodi, presidiato da Gian Paolo Sforza, fratello naturale del duca di Milano. Egli era stato persuaso dal Leyva a trattenersi nel milanese per sgombrare i collegati da alcune fortezze che loro rimanevano[138]; il che fa conoscere che veramente i generali di Carlo V operavano con molta indipendenza. In una monarchia vasta non può a meno che ciò non accada, e nell'impero romano ne sono mille esempi. Brunswich e i suoi si dileguarono tosto, assaliti da una specie di peste, detta male mazzucco, che in meno di otto giorni fece di essi una orrenda strage, cosicchè il residuo di quell'armata continuò sollecitamente la via del suo destino. Ma intanto la visita del Brunswich aiutò a consumare i sussidii di vettovaglie che aveva dapprima ricevuti Antonio de Leyva, il quale non avendo più mezzi onde pascere le sue truppe, nè sapendo più come smungere le borse degl'infelici milanesi, trovò l'espediente di proibire, sotto pena della vita e della confisca de' beni, che niuno potesse tener farina ne far pane in casa; quindi impose una rigorosa ed esorbitante gabella in tutto lo Stato sul pane venale. Queste vessazioni sono così narrate dal Guicciardini[139]: «In Milano, per l'acerbità di Antonio da Leva, era estremità e soggezione miserabile, perchè per provvedere ai pagamenti dei soldati aveva tirato in sè tutte le vettovaglie della città, delle quali, fatti fondachi pubblici e vendendole in nome suo, cavava i danari per i pagamenti loro, essendo costretti tutti gli uomini, per non morire di fame, di pagare a' prezzi che paresse a lui; il che non avendo la gente povera modo di poter fare, molti perivano quasi per le strade, nè bastando anche questi danari ai soldati tedeschi ch'erano alloggiati per le case, costringevano i padroni ogni giorno a nuove taglie, tenendo incatenati quegli che non pagavano; e perchè per fuggire queste acerbità e pesi intollerabili, molti erano fuggiti e fuggivano continuamente dalla città, non ostante l'asprezza dei comandamenti e la diligenza delle guardie, si procedeva gli contro assenti alle confiscazioni de' beni ch'erano in tanto numero, che, per fuggire il tedio dello scrivere, si mettevano a stampa, ed era stretta in modo la vettovaglia, che infiniti poveri morivano di fame, e i nobili male vestiti e poverissimi, e i luoghi già più frequentati, pieni di ortiche e di pruni».

Mentre le cose nel milanese erano giunte a questo estremo, e i Francesi facevano progressi nel regno di Napoli, il Lautrec morì colà di malattia il 7 agosto del 1528. Gli successe monsignor di Vaudemont, che presto egli pure morì, e rimase a comandare l'armata francese nel regno il marchese di Saluzzo, dove per i cesarei comandava il principe d'Orange. Ma dopo tante speranze di conquistare quel regno, le forze galliche, diradate prima dalla pestilenza, furono annichilate vicino ad Aversa il 28 agosto; tutta l'armata si rese a discrezione, ed i soldati vennero lasciati in libertà con un giubbone ed un bastone bianco in mano[140]. Frattanto un altro corpo di francesi, comandati dal conte di San Pol, entra in Lombardia, prende Sant'Angelo, Marignano, Vigevano, ricupera Pavia, e si presenta a Milano. Ma il pericolo di perder Genova fece sì che i Francesi colà celeremente si trasferissero. Genova, coll'aiuto dell'immortale Andrea Doria, scosse ogni giogo straniero, e soppresse lo spirito di fazione in guisa che non vi rimase più dopo quell'epoca vestigio alcuno de' Guelfi e Ghibellini, nè degli Adorni e dei Fregosi. Si riconciliarono le famiglie, si formò un sistema politico, cioè un determinato corpo presso di cui risiedesse la sovranità, si stabilì il numero delle cariche e l'autorità di ciascuna e il metodo delle elezioni. Tutto ciò fu per opera di Andrea Doria che ricusò ogni carica. (1529) Da quel punto Genova diventò libera e repubblica, e i Francesi la perdettero per sempre. Il conte di San Pol, di ritorno dalla infausta spedizione di Genova, ridusse il Leyva alle sole città di Milano e Como; il rimanente non era più dell'imperatore. Leyva coglie il momento in cui il conte di San Pol coi Francesi era a Landriano, avendo staccato una parte de' suoi; lo batte, lo prende prigioniere coll'artiglieria e tutte le bagaglie; i Francesi furono totalmente disfatti[141]. Il Leyva era tormentato dalla podagra, ed era portato sopra una sedia da quattro uomini.

Ancora una buona parte del milanese rimaneva a Francesco II, acquistata da' Francesi e da' collegati, onde facea duopo tuttavia di una serie guerra per ispossessarnelo. Carlo V còlse il punto che i Francesi erano stati disfatti nel regno di Napoli e nel Milanese, per far pace e lega col papa, e si dispose a comparire nell'Italia da pacificatore e da gran monarca, generoso e moderato. Egli concesse Margherita d'Austria, sua figlia naturale, nata da Margherita Van-Gest, fiamminga, in moglie ad Alessandro Medici, figlio naturale di Lorenzo II, e cugino di Clemente VII, il qual papa era pure figlio naturale di Giuliano de' Medici. Per tal modo il papa assicurò la sovranità di Firenze alla sua famiglia. Fra gli altri patti vi fu quello per cui il papa obbligò il milanese a comprare il sale di Cervia. Rispetto allo Sforza si stabilì che l'imperatore avrebbe giudicato della di lui condotta, e se fosse trovato innocente, si sarebbe restituito a lui il ducato; se fellone, se ne sarebbe investita persona benevisa al papa. Con tai riguardi cercò d'indennizzarlo de' mali cagionatigli dal duca Borbone. Il trattato venne solennemente pubblicato in Barcellona il 29 giugno del 1529. Poi il 5 di agosto dell'anno medesimo fu segnata a Cambrai la pace fra l'imperatore e il re di Francia, per cui questi riebbe i figli suoi ch'erano in ostaggio in Ispagna, e cedette ogni ragione sul ducato di Milano.

Disposte così le cose a diffondere la sospirata pace per tutte le contrade d'Italia, fu trascelta la città di Bologna, dove Carlo V avesse a ricevere di mano del pontefice la corona imperiale. Verso la metà d'agosto navigò egli da Barcellona a Genova con mille cavalli e novemila fanti, condotti seco per mare su ventotto galee, sessanta barche e molti altri navigli. Il papa spedì colà tre cardinali legati, Alessandro Farnese, che poi fu suo successore nel papato, Francesco Quignone, spagnuolo, e Ippolito Medici. Cesare, pochi giorni dopo, passò a Piacenza. Antonio de Leyva vi fu ben accolto dal suo sovrano, nè gli fu difficile di ottenere l'assenso di riprender Pavia; cosa che gli premeva assaissimo per suo privato interesse. Ritornato in séguito il Leyva al governo del milanese, guidò le sue genti alla conquista di Pavia, che presto riebbe e senza sangue, atteso che Annibale Picenardo, comandante di quella città, disperando di poterla difendere dall'aggressione de' cesariani, la cedette loro senza grande resistenza[142].

Prima di conchiudere questo capitolo, giova di riferire il seguente fatto, narrato dal Grumello[143], e che potrebbe servire di argomento per una tragedia. Un mercante, nativo di Casale Monferrato, chiamato Scapardone, da povero diventò padrone di più di centomila scudi. Allora lo scudo era mezza doppia, e anche da ciò si vede qual messe si raccoglieva allora nel commercio. Morì questo ricco mercante, lasciando un'unica sua figlia erede. Questa era una giovine molto bella e ancora più gentile, graziosa e amabile. Fu maritata in Milano al signor Ermes Visconti, nobilissimo e ricchissimo, che la lasciò giovine e vedova senza successione. Sposò poi un savoiardo, monsieur di Celan, uomo degno e benestante; ed essa, dopo qualche tempo, fuggì dal marito e portò seco gioie e denari. Si recò a Pavia, e abitò in casa di Ascanio Lonate, suo parente, ed era in Pavia corteggiata da ogni ceto di persone. Passò indi a Milano. Il signor di Massino, che era venuto dalla Spagna col duca di Borbone, amava madama di Celan; il conte di Gaiazzo era pure nel novero dei suoi adoratori, e quest'ultimo era preferito; per lo che sdegnato, il Massino la abbandonò, nè si conteneva di sparlare di lei. Ella, di ciò informata, determinò di vendicarsi colla di lui morte, e animò il Gaiazzo a meritarsi sempre più l'amor suo coll'eseguirla. L'amante non si oppose, temporeggiò, lasciava sperare, ma non volle eseguire il delitto. La Celan, doppiamente sdegnata, cercò di mettere la bellezza a prezzo di un omicidio, e don Pedro de Cardono, figlio del conte Collinsan, giovine valente, accettò il crudel partito, e uccise Massino. Il duca di Borbone volle che non rimanesse impunito l'atroce fatto. Madama di Celan fu imprigionata nel castello, regolarmente processata e conosciuta rea; una sera il capitano di giustizia andò in castello con un sacerdote e due monache, le annunziò la morte; essa chiese se con denari si potesse salvarla, e le fu risposto che tutto l'oro del mondo non lo poteva. Le fu troncata la testa sul rivellino del castello, indi nella chiesa di San Francesco stette esposta, e pareva che fosse viva. Svegliò molta compassione.

CAPITOLO XXVI. Congresso in Bologna per la pace. Incoronazione di Carlo V. Nuovo congresso di Bologna. Matrimonio del duca Francesco II, e sua morte, per cui cessa la linea sforzesca.