In queste turbolenze e desolazioni dello Stato di Milano, la disegnata lega pensava seriamente a prevenire il pericolo di divenire bersaglio delle vendette di cesare, e cesare stesso non ne ignorava gli sforzi ed i pericoli; laonde, per allontanare il turbine che andavasi formando, rivolse l'animo a trarre il pontefice in una nuova alleanza per distaccarlo della contraria; il che tuttavia non ebbe effetto per volersi troppo pretendere da ambi le parti. Uno però degli accordi più importanti a quest'oggetto fu il trattato conchiuso della liberazione del re Francesco, mosso l'imperatore a ciò fare dal vedere collegati contra di sè tutti i principi d'Italia. Ma l'affare, per la esorbitanza delle condizioni, andò lento. «Perciò, scrive il Muratori[113], esso re, mal sofferendo questa gran dilazione, e forse più per non averlo mai l'imperadore degnato di una visita, cadde gravemente infermo, sino a dubitarsi di sua vita. Allora fu che l'augusto Carlo, non per generosità, ma per proprio interesse, andò a visitarlo, e di sì dolci parole e belle promesse il regalò, che a questa sua visita fu poi attribuita la di lui guarigione». È qui da notarsi col Guicciardini che Carlo V operò col suo prigioniero, come Ponzio Sannita co' Romani alle Forche Caudine. Non l'oppresse nè lo trattò con generosità. Conveniva o lasciar libero il re Francesco colla generosità di un gran monarca, scortandolo con pompa ed onore sino a' suoi confini, senza condizione alcuna e senza fasto insultante; ovvero conveniva tenerlo prigioniero, e frattanto invadere la Francia, staccarne porzione pel duca di Borbone, invitare Enrico VIII a staccarne altrettanto; indi lasciare sul rimanente del regno un re liberato dalla prigionia e tributario dell'imperatore. Carlo V prese il partito di mezzo, che riuscì, come sempre, il peggiore. Vi fu chi gli consigliò il primo generoso spediente; ed il parere di quell'accorto politico fu ricusato come un'idea romanzesca dalla pluralità del consiglio di Stato. La condizione de' monarchi è tale, che debbesi ascrivere a molta lode dell'imperatore Carlo V che avesse uno nel suo consiglio capace di pronunziare una tale opinione. In vece si ritenne prigioniero il re; ebbe questi a soffrirne due malattie, dovette sopportarne molte umiliazioni, sottoscrisse un trattato vergognoso, e a Carlo V non lasciò poi che una carta inutile, scritta da un inimico irreconciliabile. (1526) «Nel giorno adunque 17 di gennaio (epilogherò questa grand'epoca colle succose parole del Muratori)[114] dell'anno 1526, e non già di febbraio, come ha il Guicciardino e il Belcaire, suo gran copiatore, seguì in Madrid la pace fra que' due monarchi, con aver ceduto[115] il re a cesare tutti i suoi diritti sopra il regno di Napoli, Milano, Genova, Fiandra ed altri luoghi, e con obbligo di cedergli il ducato della Borgogna con altri Stati; per tacere tante altre condizioni, tutte gravosissime al re cristianissimo. Il gran cancelliere Mercurino da Gattinara, siccome quegli che detestava sì fatto accordo, ben prevedendo quel che poscia ne avvenne, con tutto il comando e l'indignazione di cesare, non volle mai sottoscriverlo, allegando non convenire all'uffizio suo l'approvar risoluzioni perniciose alla corona. Il tempo comprovò per vero il suo giudizio. Fu poi nel principio di marzo (altri vogliono il giorno 21 di febbraio) condotto il re fino ai confini del suo regno, e rimesso in libertà; consegnati per ostaggio a Carlo V il Delfino e il secondogenito del cristianissimo, finchè fosse, entro un tempo discreto, data piena esecuzione al concordato, con obbligarsi il re di tornare personalmente in prigione quando non si eseguisse».
CAPITOLO XXV. Francesco II Sforza bloccato nel castello di Milano. Sollevazioni e stato miserabile de' Milanesi. — Campo della lega a Marignano. Morte del Borbone, e saccheggio di Roma. Disfatta de' Francesi. Pace di Cambrai.
(1526) Continuava il duca Francesco Sforza a starsene bloccato nel castello di Milano, d'onde coll'artiglieria, non che colle uscite, inquietava gli assedianti. Nella città comandavano Antonio de Leyva e Alfonso d'Avalo marchese del Vasto, succeduti al Pescara, e anche l'abate di San Nazaro. La plebe amava il superstite, unico rampollo dei principi sforzeschi. La sua bontà, il valore che aveva dimostrato, la memoria delle guerre e dei mali sofferti sotto un'estranea dominazione, la serie delle sue sventure, la oppressione in cui tenevasi, tutto disponeva l'animo del popolo ad odiare i cesariani. S'aggiunse la vessazione incessante colla quale il Leyva ed il marchese del Vasto imponevano taglie, oltre il peso dell'alloggio degli indiscretissimi soldati. Per lo che, saccheggiate le terre, esausti i sudditi, emigrati i coloni, tutto portava all'impazienza, onde colla forza rispingere la forza. Così accadde; e forse correva il pericolo di una totale distruzione l'armata cesarea, se i nobili avessero secondati i movimenti popolari, invece di reprimerli. Il giorno 24 aprile del 1526 cominciò a rumoreggiare la plebe verso il Cordusio, per avere i fanti della guardia di corte commesse delle violenze nella casa di un popolare, il quale discacciò a sassate. I fanti vennero soccorsi da altri compagni, e vicini si unirono all'armi; si fece un grido nel contorno: All'armi, all'armi, e si dilatò. Il giorno 25 il movimento divenne maggiore; la plebe sforzò le porte della corte, e poichè erano chiuse, le bruciò; rimasero molti morti, dal castello si fece una sortita, gli Spagnuoli erano confusi. Un solo uomo di autorità si pose a governare il movimento popolare, e fu messer Pietro da Pusterla, il quale fu forse il solo nobile che prese questo partito: così il Burigozzo. Accerta poi il Grumello che il popolare derubato al Cordusio era un artigiano sellaro; che venne dal popolo saccheggiata la corte; bruciate tutte le carte che vi si trovavano; forzate le carceri, e data la libertà ai prigionieri. Antonio de Leyva e il marchese del Vasto si appiattarono ne' loro alloggiamenti in porta Comasina, facendo barricare con carri le strade all'intorno, presidiandole e ponendovi artiglieria. Il popolo tutta la notte fu in armi, e alla più larga imboccatura delle strade barricate con grande animoso impeto si spinse; ma i cannoni obbligarono a piegare. Dal castello fecero un'uscita gli sforzeschi verso porta Vercellina, ma la sostennero i tremila tedeschi che custodivano il passo. Le truppe cesaree ch'erano di fuori, parte chiamate, parte accorse all'annuncio del tumulto, irruppero nella città, e la strada chiamata dell'Armi (ossia degli Armorari) perchè vi si trovavano molle officine e fondachi d'armi, in allora doviziosissimi, posero a sacco[116]. S'interpose Francesco Visconte, uomo di somma autorità, e venne fatto in nome di cesare un proclama, per cui dichiarossi che non si sarebbero mai più imposte taglie, che non si sarebbe castigato alcuno pel tumulto seguito, nè posto quartiere in città per nessun soldato, fuori che la guardia del castello; che nessun lanschinetto sarebbesi veduto girare per la città, se non per necessità, ed unicamente colla spada e nessun altr'arme.
I capitoli per timore accordati dal Leyva e dal marchese del Vasto non potevano rendere affezionato il popolo ai soldati, nè questi al popolo; e la memoria delle violenze usate, e della pertinace ostilità per cui si teneva bloccato il duca, teneva pronti ad avvampare di nuovo i principii di una guerra civile. Una sera, andando Antonio de Leyva per la contrada de' Bigli, vide un giovane con un giubbone di velluto verde, e gli disse: Che fai qui? vieni con me. Il Leyva era scortato da sessanta fucilieri. Il giovane rispose che non voleva altrimenti venire, e si pose in fuga; i satelliti del Leyva lo uccisero. Un altro giovane, sentendo il rumore, uscissene di casa colla spada, e venne pure ucciso dai satelliti; altri concorrendo, si fece un grido: Italia, Italia! Il dì 16 di giugno il tumulto fu assai grande, e tutta la notte fu la città sulle armi, e si sparse sangue alla Scala e in porta Vercellina, e si fecero barricate attraverso le vie della città con travi, fascine, botti, ec.; e la domenica, 17 giugno, essendo gli Spagnuoli collocati sul campanile del Duomo, d'onde facevano i segnali, la plebe si avventò contro la guardia di corte, ed il capitano di essa, fingendosi favorevole ai Milanesi, diede loro il Santo, col quale contrassegno li assicurò che quei del campanile l'avrebbero consegnato senza opporsi. La plebe credette, e spedì un certo Macasora, il quale salì, credendosi sicuro col nome del Santo; ma in riscontro ebbe un'archibugiata, che lo distese morto: il che veduto dal popolo, tanto sdegno prese pel tradimento, che, posto gran fuoco sotto di quella torre, arrostì coloro che la presidiavano, indi s'impadronì del capitano, e lo ammazzò tra il campanile e la guardia di corte. Vi rimasero morti cent'otto soldati. Gli Spagnuoli diedero fuoco a diversi quartieri della città, alla Scala, alle Cinque Vie, al Bocchetto. La plebe allora si smarrì, tanto più che non aveva alcuno alla testa che la reggesse; e molti cittadini, entrati nelle stalle del marchese del Vasto, montarono su quei cavalli e fuggirono lungi da Milano. Pareva Troia. Ardeva molta parte della città, ciascuno era occupato a salvare la sua roba, gli spagnuoli ed i lanschinetti rubavano e disarmavano: tutto era rovina[117]. Il Bugatti così descrive la situazione della nostra città circa questo tempo: «Stava allora la città di Milano tutto sotto sopra, essendo ogni giorno i Milanesi alle mani cogli Spagnuoli et coi Tedeschi, per le insopportabili gravezze et mali portamenti, in maniera che per tre notti (per intervallo di qualche giorno) si combattè continuo, aiutando i suoi fin le donne dalle finestre...... Raffreddati i petti de' Milanesi, et deposte le armi per aver promessi il Leyva e il Vasto di non imporre al popolo più gravezza, pian piano detti capitani astutamente fecero venire alla città il restante delle copie loro, sparse per varii luoghi dello Stato, et rompendo ogni fede, accrebbero le taglie maggiori ai mercanti et a tutti quelli che parve loro, eseguendo i soldati proprii le commissioni: il che fu cagione che rinnovarono i tumulti, e si venne all'arme. Ma assaltata la città davanti et da dietro, cioè da quelli dell'assedio et della nuova milizia entrata, che prese le porte, stettero sotto i Milanesi, parte banditi, altri proscritti, altri imprigionati, altri tormentati et altri assassinati; di sorte che non fu ingiuria, oltraggio, danno et crudeltà che i Milanesi non soffrissero dagli Spagnuoli et da Tedeschi[118]».
Fino dal giorno 17 maggio 1526 erasi fatta la lega in Cognac fra il papa, il re di Francia ed i Veneziani, per liberare l'Italia da tante ostilità, ricuperare il ducato di Milano Francesco Sforza, e ridurre in libertà i figli del re, ostaggi di Carlo V. Abbiamo da Sepulveda[119] che Francesco I, appena liberato dalla prigionia e giunto nel suo regno, trovò un breve del papa, in cui, dopo essersi rallegrato della sua liberazione, lo esorta che, siccome ha ricuperato coll'integrità del regno la libertà del corpo, così doveva riprendere la libertà dell'animo, al fine di provvedere alla dignità e al comodo proprio, e al bene pubblico del regno; che se nel tempo della sua prigionia avesse fatta qualche promessa per forza o per timore, quella non era da attendersi:[120] Qua in re, ne forte, impeditus religione, timidius ageret, se illum jurejurando; si quod forte Carolo ad suam fidem adstringendam dedisset, auctoritate apostolica liberare; proinde quasi re integra, nullo jurejurando, nulla fide data, fortiter de suis rebus statueret. Multa praeterea in hanc, ut gentium, sic divino juri adversam sententiam, mandatis, per epistolam, addit, omnia persecutus quibus ille ad negligendum jus gentium, fallemdamque fidem produci posse videretur. Il re, contentissimo per questo breve, aderì alla lega, approvò quanto aveva fatto il suo ambasciatore in Roma Alberto Pio; e, caldo per la voglia che si scacciassero onninamente dall'ltalia tutti gli spagnuoli e cesarei, accondiscese a questo ancora:[121] Ne Gallo quidem regi illum esset in Italos imperium, sed annuis tributis esset contentus aureorum millium quinquaginta, quae ipsi a duce Mediolanensi, septuaginia vero quae a rege neapolitano, Italorum suffragio deligendo, penderentur[122]. Il giorno 24 di giugno, dedicato a San Giovanni Battista, giorno solenne per Firenze, patria e sovranità del papa, era destinato dalla santa lega a portar la guerra nel milanese, per soccorrere il duca Francesco, rinchiuso nel castello di Milano già da sette mesi. Il duca d'Urbino, Francesco Maria, comandava le truppe de' Veneziani, e Giovanni Medici le pontificie. Clemente VII però non volle comparire aggressore, e scrisse a Carlo V un breve, rammemorandogli le attenzioni che gli aveva usate, le ingiurie che da esso aveva sofferte, il mancare ai trattati, l'ambizione di conquistare l'Italia, e turbare la pace de' cristiani, torti ch'egli attribuisce all'Imperatore, dicendo che, dopo d'avere senza alcun profitto tentata ogni via per calmarlo, costretto, suo malgrado, a prendere le armi, attestava Dio che lo esortava a pensare a dar pace, ed ascoltare sentimenti più umani, e provvedere alla propria fama. Questo breve venne spedito al nunzio presso di cesare, ch'era l'elegante prosatore e poeta Baldassare Castiglione. Tre giorni dopo il papa si pentì d'aver fatte delle accuse insussistenti:[123] Et alteram epistolam mittit aequiorem et moderatiorem perpaucis verbis in eamdem sententiam sed calumniis ex parte sublatis, acciocchè, se era in tempo, sopprimesse il primo breve e presentasse quest'ultimo; ma il Castiglione aveva già eseguito il primo comando. L'imperatore pubblicò la lettera del papa e la risposta, la quale conteneva che non era stato superato dai benefizi del papa; anzi nulla aver fatto il papa che non contenesse l'utilità del papa istesso. Avere santamente osservato cesare i trattati. Aver sempre operato per la tranquillità e la pace fra i cristiani; non mai aver fatto la guerra se non provocato. Si maravigliava come il sommo pontefice facesse menzione di turbamento della pubblica pace, non mentre ch'ei stesso, in mezzo alla quiete universale, aveva sollecitate le città e i principi cristiani alla guerra, e il re di Francia a violare i trattati e gli stessi giuramenti; la qual sorta di consigli non pareva si dovesse aspettare da quello che rappresenta il vicario di Cristo, autor della pace. Finalmente rispondeva che, se il papa brama la pace, ciò dipende da lui; lasci le armi che ha imbrandite a danno proprio e dei suoi, e l'imperatore si dichiara pronto ad ogni equa condizione di pace. Se poi, invece di voler la pace, persiste a promuovere il disordine, l'imperatore se ne appella al futuro sacro ecumenico Concilio, e prega il sommo pontefice, in un tempo che lo rende necessario alla religione per le dissensioni teologiche, e alla repubblica cristiana per la sua tranquillità, a volerlo convocare; e ne lo prega in nome di Dio immortale, che se ricusava d'ascoltarlo, cesare, autorizzato dal rifiuto e dalle leggi, si sarebbe servito del suo potere per porre rimedio a tanti pubblici mali. Tale è il transunto del cesareo manifesto che allora venne pubblicato, e che si riferisce dal Sepulveda[124].
Durante questo carteggio tra il papa e Carlo V, i Veneziani, comandati dal duca d'Urbino, presero Lodi per sorpresa, e con segreta intelligenza di Lodovico Vistarini, stipendiato cesareo, che tradì il suo padrone. I Pontificii a tale annunzio passarono il Po a Piacenza e si unirono coi Veneti; e tutti di concerto posero il campo a Marignano. Frattanto i cittadini milanesi, spogliati delle armi e costretti ad alloggiare nelle loro case i soldati, che ne depredavano a man salva ogni cosa, furono ridotti a tali estremi, che non rimaneva altro rimedio, fuorchè «cercare e fuggirsi occultamente da Milano, perchè il farlo palesamente era proibito. Onde, per assicurarsi di questo, molti dei soldati, massimamente spagnuoli, perchè nei fanti tedeschi era più modestia e mansuetudine, tenevano legati per le case molti de' loro padroni, le donne e i piccoli fanciulli, avendo anche esposto alla libidine loro la maggior parte di ciascun sesso ed età. Però tutte le botteghe di Milano stavano serrate; ciascuno aveva occultate in luoghi sotterranei o altrimenti recondite le robe delle botteghe, le ricchezze delle case, gli ornamenti delle chiese... d'onde era sopra modo miserabile la faccia di quella città, miserabile l'aspetto degli uomini, ridotti in somma mestizia e spavento; cosa da muovere ad estrema commiserazione, ed esempio incredibile della mutazione della fortuna a quegli che l'avevano veduta poco innanzi pienissima di abitatori, e per la ricchezza dei cittadini e per il numero infinito delle botteghe ed esercizi, per l'abbondanza e dilicatezza di tutte le cose appartenenti al vitto umano, per le superbe pompe e sontuosissimi ornamenti così delle donne come degli uomini, e per la natura degli abitatori, inclinati alle feste ed ai piaceri, non solo piena di gaudio e di letizia, ma floridissima e felicissima sopra tutte le altre città d'Italia[125]». In Milano non vi era che penuria e desolazione; e la fuga stessa non era sufficiente presidio, poichè gli Spagnuoli diroccavano le case dei cittadini che altrove ricoveravansi. Riuscì tuttavia di conforto ai Milanesi l'impensata spedizione da Madrid del duca di Borbone con centomila ducati per le paghe dell'esercito, sembrando loro che tale sussidio potesse mitigare in parte tante gravezze ed acerbità. Egli avea la promessa dall'imperatore di essere investito nel ducato di Milano, qualora ne scacciasse lo Sforza[126]. Il Borbone, che sotto Francesco I dieci anni innanzi era stato governatore di Milano, venne accolto come un padre dai Milanesi, che da lui solo speravano la cessazione de' mali enormi cui erano sottoposti. Il Guicciardini reca per esteso le supplicazioni fattegli dai principali cittadini milanesi[127], ai quali il duca rispose commiserando la loro infelicità; ma aggiunse che il solo mezzo di tenere in freno i soldati era quello di pagarli; che non bastando il danaro che avea seco recato per soddisfare gli stipendi arretrati, gli abbisognavano ancora diecimila ducati, paga d'un mese, mediante la qual somma avrebbe fatta uscire dalla città tutta la soldatesca. Con molto stento si radunò questa somma dai Milanesi, e il duca, nel riceverla, promise di far uscire dalla città i soldati, aggiungendo che «se mancava, Dio lo facesse perire la prima volta che si presentasse al nemico». Si considerò dal volgo come una punizione celeste la morte che Borbone incontrò poi nello scalare le mura di Roma nel 1527, perchè non fu leale alla fatta promessa. Guicciardini conviene che il duca di Borbone diede le disposizioni perchè fosse tolto l'alloggiamento militare dalla città; «ma ciò non ebbe effetto, o non tenendo conto Borbone della sua promessa, o non potendo, come si crede, resistere alla volontà e alla insolenza dei soldati, fomentati anche da alcuni de' capitani, che volentieri, o per ambizione o per odio, difficoltavano i suoi consigli[128].
Intanto il duca Francesco II trovavasi a mal partito, mancando omai di viveri nel suo castello. Quindi fece uscire ducento uomini di notte, i quali attraversarono, dove meno era custodito, il passo, e quasi tutti giunsero all'armata de' collegati, rappresentando loro la estremità alla quale era ridotta la guarnigione, alleggeritasi anche a tal fine con questa diminuzione. S'avanzarono verso Milano i collegati, e posero il quartiere al Paradiso, di contro a porta Romana. Dopo tre giorni Giovanni Medici si presentò alla porta, e co' cannoni cominciò a tentare di atterrarla e farsi adito. I cesarei invece spalancarono la porta. Questo fatto sorprese gli aggressori, i quali, temendo insidia, non osarono di entrare; all'opposto uscirono i cesarei e fecero piegare il Medici co' suoi; per lo che l'indomani tornarono i collegati a scostarsi ed a ristabilire il campo a Marignano, aspettando il soccorso degli Svizzeri che stava per mandare la Francia. Sicchè l'infelice Francesco Sforza, mancando totalmente di viveri, de' quali appena era rimasta la provvisione di un sol giorno, si trovò costretto ai 24 luglio di rendere il castello di Milano per capitolazione, salva la vita, la libertà e la roba sua e di buon numero di nobili che quivi avevano voluto correre la fortuna del loro principe. Nella capitolazione erasi convenuto che la città di Como si lasciasse allo Sforza con trentamila annui ducati, infino a che cesare avesse conosciute e giudicate le accuse fatte alla fedeltà del duca; ma ceduto ch'ebbe il castello, se gli mancò dai cesarei alla promessa. Il duca Francesco passò nel campo degli alleati, indi a Lodi, nella quale città, cedutagli dai Collegati, ratificò per istrumento pubblico la lega italica stabilita nel congresso di Cugnac. Breve fu la dimora dello Sforza in Lodi, mentre giunti finalmente a Marignano quattordicimila svizzeri assoldati dalla Francia in soccorso degli alleati, non fu loro difficile, dopo diversi attacchi e vigorose ripulse, di costringere Cremona alla resa. Questa seguì ai 25 settembre del 1526, coll'uscir libero il presidio, a patto che per un anno non guerreggiasse nella Lombardia. Cremona fu pure dai Collegati consegnata al duca Francesco Sforza. Alla nuova dell'arrivo del rinforzo svizzero a Marignano, con che l'esercito della lega si accrebbe a più di trentamila fanti, oltre la cavalleria, parimenti superiore di numero alla cesarea, le forze imperiali, limitate a cinquemila spagnuoli, quattromila tedeschi e circa seicento cavalieri, si accamparono fuori di Milano, onde star meglio in guardia contro un nemico tre volte più poderoso e una città male affetta.
Oltre gli Svizzeri venuti in rinforzo dell'armata collegata, non indugiò il re di Francia in quel torno a spedire in aiuto di essa, giusta i patti, quattromila guasconi, quattrocento corazzieri, e quattrocento cavalleggeri sotto il comando del marchese Michele Antonio di Saluzzo. L'imperatore Carlo V, per impedire la guerra, col mezzo di Ugo Moncada, avea fatto al papa Clemente la proposizione di dargli lo Stato di Milano in deposito; frattanto che si esaminasse la causa dello Sforza; che se egli fosse conosciuto innocente, súbito gli si consegnasse il ducato; se poi fosse giudicato fellone, allora cesare ne avrebbe investito, non già Ferdinando suo fratello, ma il duca Carlo di Borbone: tanto era egli alieno dal volerselo appropriare. Ma Clemente VII, confidando nella lega, nemmeno questo partito volle ascoltare[129]. Il Moncada si portò verso il regno di Napoli, si unì ai Colonnesi, fece una scorreria in Roma; il papa tremava in castel Sant'Angelo senza soldati e senza viveri; nè sperando altronde pronto soccorso, cercò allora l'amicizia di cesare, e richiamò le sue truppe.
Intanto che il pontefice, seguendo il suo costume, si piegava a nuovo partito a seconda degli avvenimenti, l'esercito della lega, reso potente pei successivi rinforzi pervenutigli, si lusingava di espugnar Milano colla fame, cingendola da più lati per chiudere ogni adito alle vittovaglie, quando seppe che Giorgio Frandsperg nel Tirolo radunava un armamento in soccorso degli imperiali; il quale infatti nel mese di novembre discese dal Tirolo in Italia con tredici in quattordicimila fanti tedeschi, radunati colle promesse di gran preda; e per il mantovano giunse a Borgoforte sulla riva del Po. Cambiaronsi allora le speranze dei Collegati; e passarono dalla guerra offensiva alla difensiva, in modo che il duca d'Urbino, lasciati in Vaprio i francesi e gli svizzeri sotto il comando del marchese di Saluzzo, accorse col restante dell'esercito a far argine ai tedeschi; ma il pronto accorrere dei Collegati non valse a trattenerli mentre essi piombarono sul Piacentino, non curandosi di Milano, già ridotto all'estrema indigenza, risoluti di passare al saccheggio di Firenze e di Roma. Quest'esempio eccitò ben presto un'egual brama nei soldati cesarei accampati nel milanese: e l'estrema scarsezza dei viveri fra di noi fece nascere un generale fermento ne' soldati, che attribuivano al papa i disagi e i mali che sofferivano, e costrinsero i comandanti a marciare con essi a quella vòlta[130]. Il Borbone, confidato il milanese al Leyva, si pose alla loro testa. I soldati l'adoravano. Egli soleva dir loro: «Figliuoli miei, sono un povero cavaliere, non ho un soldo, nè voi ne avete: faremo fortuna insieme». Una così impensata e potente irruzione di queste forze riunite costernò maggiormente l'animo di Clemente VII, sì che acconsentì ad una tregua di otto mesi coll'imperatore, stipulata coll'opera del vicerè Lannoy, luogotenente cesareo per l'Italia. Spedì allora il Lannoy incontro agli imperiali coll'ordine di non innoltrarsi, atteso l'armistizio concluso sotto pena d'infamia. Ma l'armata, pronta a marciare senza capitani, minacciò di uccidere chi parlasse di ordini contrari. Sepulveda porta opinione che il Borbone accettasse il comando di questa armata per disperazione di miglior partito, attesa l'assoluta deficienza degli stipendi; al che concorda eziandio il Grumello[131].
(1527) Partì adunque da Milano il Borbone verso la metà di gennaio del 1527, e andò ad unirsi verso Piacenza coi tedeschi di Giorgio Frandsperg, seco conducendo cinquecento uomini d'arme, molti cavalli leggieri, quattro o cinquemila spagnuoli, e circa duemila fanti italiani; i quali, uniti co' tredici o quattordicimila fanti del Frandsperg, formarono un potentissimo esercito; e d'accordo si proposero, come fecero, d'inoltrarsi a Firenze ed a Roma, depredando e saccheggiando per via tutte le città e luoghi del loro passaggio. Il Frandsperg si ammalò in cammino, e fu trasportato a Ferrara per farsi curare. Chi il disse colà morto d'apoplessia nel mese di marzo 1527[132], fu indotto in errore, mentre trovansi lettere di questo capitano dei tedeschi, in data di Milano, delli 25 luglio dell'anno seguente[133]. Il Borbone, costante nel suo proponimento, messosi alla testa di tutta quell'armata, attraversò rapidamente gli Appennini, e s'incamminò verso Firenze. La qual città trovando egli, fuor d'ogni suo avviso, ben munita e pronta alla difesa, avendo l'armata della lega vicina, neppur tentò di accostarvisi[134]. Giunto sotto Roma, il duca spedì un araldo chiedendo al papa che mandassegli alcuno per concertare seco le condizioni della pace. Ma nemmeno si permise che l'araldo entrasse in città: tanto credevansi il papa e i Romani sicuri, perchè i cesarei, senza artiglieria e mancanti di tutto, non potevano fare assedio nè persistere, essendo vicino e pronto al soccorso l'esercito confederato. Questa estremità di miseria de' cesarei fu appunto motivo della presa di Roma, poichè la tentarono con sommo impeto, da disperati.