L'ammiraglio Bonivet ebbe il comando di quella giornata. Il campo francese, esteso più di tre miglia, era postato in guisa che impediva l'ingresso da ogni parte in Pavia, comunicava col parco di Mirabello, e dominava vantaggiosamente la campagna. Il duca d'Alençon col corpo di riserva era a Mirabello; la prima linea era comandata dal maresciallo di Chabannes, il corpo di battaglia lo era dal re. Il marchese di Pescara si determinò di entrare pel parco di Mirabello, e di soccorrere Pavia, con questa mira che, se i Francesi scendevano dal campo per difendere il parco, perdessero il vantaggio della loro posizione, ed egli desse loro battaglia; se non dipartivansi, facil cosa era il superare il duca d'Alençon, ed alla vista de' Francesi portare tutto il soccorso a Pavia. Tre ore prima del giorno il marchese di Pescara si mise in ordine per attaccare il re. Divise l'esercito in più corpi. Il primo lo diede ad Alfonso d'Avolo, marchese del Vasto, di lui nipote, composto di cinquecento fanti e cinquecento cavalli. Il secondo a Giorgio Frandsperg, di quattromila fanti. Un corpo di riserva fu affidato al nipote del vicerè di Napoli. Il vicerè Lannoy comandava un corpo di cavalli. Un altro corpo di cavalli lo comandava il duca di Borbone. Altri minori drappelli dispose il Pescara, i quali al cominciare l'attacco si trovarono alle spalle dei Francesi, alle diverse porte del muro del parco. Il marchese avea fatto porre a tutti i suoi una camiscia sopra le armi, perchè nella oscurità della notte si potessero conoscere fra di loro: stratagemma imitato nella Slesia nel 1757. Prima dell'alba del 24 febbraio, mentre si avanzavano a Mirabello, gl'imperiali fecero de' finti attacchi con molto fragore di artiglieria, acciocchè non si sentisse quanto accadeva a Mirabello. All'aurora si videro gli Spagnuoli entrati nel parco per un'apertura assai larga, fatta la notte precedente con tal destrezza e silenzio, dice il Bugati[77], che appena da' nemici fu udito il rumore. Il marchese di Pescara, innanzi a tutti, colla maggior parte della fanteria italiana e spagnuola, diede dentro tra le guardie francesi; il duca di Borbone, guidando la sua cavalleria, s'innoltrò da altra parte del parco verso i quartieri del re cristianissimo, ma trovò che il re e i suoi erano marciati contro il Pescara. Don Alfonso d'Avalos, marchese del Vasto, s'impadronì di Mirabello. Un suo distaccamento era già alle porte di Pavia, ma Brion, mandato dal duca d'Alençon, lo battè. Galiot de Genouillac, che si era reso illustre nella battaglia di Marignano, profittò del momento, e collocò una poderosa artiglieria contro quel vano delle mura del parco per dove entravano gl'imperiali, la quale talmente gli scompigliò, che disordinatamente si ricoverarono in un luogo basso per essere salvi da' colpi del cannone. Il re, invece di combattere contro il marchese del Vasto, per tal modo isolato, sconsigliatamente uscì dal vano, e si diradò per la campagna con tutta la gendarmeria; così l'artiglieria del Genouillac dovette cessare per non offendere il suo re. Gl'imperiali s'avvidero dell'errore da questi commesso. Il duca di Borbone co' lanschinetti, il marchese di Pescara cogli spagnuoli, il vicerè Lannoy cogl'italiani attorniarono il re. Il marchese del Vasto venne a prenderlo alle spalle. Il Leyva vigorosamente uscì da Pavia, lasciando il magnifico e valoroso Matteo Beccaria alla difesa della città. Allora il maresciallo di Chabannes accorse a soccorrere il re, e se gli pose al fianco destro col corpo ch'egli comandava. Il duca d'Alençon formò un'ala sinistra al re. Fra il re e Chabannes v'erano le Bande Nere, cinquemila, tutte veterane tedesche, che avevano combattuto a Marignano. Il duca di Suffolk Rosabianca le comandava. Così fra il re e il duca di Alençon vi era un corpo di diecimila uomini svizzeri comandati dal colonnello Diespach. Un corpo di lanschinetti, guidati dal duca di Bourbon, sconfisse totalmente le Bande Nere. Il conte di Vaudemont, il duca di Suffolk rimasero estinti sul campo. Borbone si rivolse poi contro il corpo di Chabannes che rimaneva staccato. Il bravo Clermont d'Amboise cadde morto, e il maresciallo di Chabannes terminò di vivere nel modo seguente. Egli ebbe ucciso sotto di sè il cavallo. Vecchio com'era, cercò di combattere a piedi; ma Castaldo, luogotenente del Pescara, lo fece prigione. Castaldo conduceva in luogo sicuro il suo prigione; un capitano spagnuolo, per nome Buzarto, osservò Chabannes, il più bel vecchio del suo secolo, nobile, magnifico, e riconobbe che doveva essere un signore di distinzione, di coi diverrebbe lucrativo il riscatto; pretese di essere associato al Castaldo, che lo ricusò; e il Buzarto con una archibugiata gettò morto il maresciallo di Chabannes, dicendo: «Ebbene, non sarà dunque nè mio, nè tuo[78]. Così terminò i suoi giorni questo illustre francese, che s'era trovato a Fornovo nel 1495, ad Agnadello nel 1509, a Ravenna nel 1512, dove comandò, morto il duca di Nemours, a Marignano, alla Bicocca, ec. Egli aveva il soprannome di gran maresciallo di Francia.
Il re faceva prodigi di valore, e si riconosceva da un manto di tela d'argento (cotte d'arme), e dal cimiero fregiato di copiose e lunghe piume. Di sua mano egli uccise Castriotto, marchese di Sant'Angelo, ultimo discendente dagli antichi re d'Albania, che contava per suo avo paterno Scanderbeg. Il re si battè lungamente con un gentiluomo della Franca Contea, per nome Andelot, e lo ferì nella faccia. Il marchese di Pescara con mille e cinquecento archibugieri baschi piombò sulla gendarmeria del re. Costoro, scaricato l'archibugio, con mirabile disinvoltura si nascondevano, caricavano, e ritornavano a ferire. Il re, per coglierli, dilatò i suoi gendarmi; e gli archibugieri, penetrati e sparsi per entro, in meno d'un'ora rovinarono il corpo invincibile della gendarmeria francese. La Tremouille cadde ferito nel cranio e nel cuore. Il gran scudiere Sanseverino cadde moribondo. Guglielmo di Bellai Langey, vedendolo cadere, scese dal cavallo per dargli soccorso: «Non ho più bisogno d'alcun soccorso, disse il moribondo; pensate al re, e lasciatemi morire». Luigi d'Ars, il conte di Tournon caddero morti. Il conte di Tonnerre appena potè essere riconosciuto fra i morti, tante erano le ferite della sua faccia! Il barone di Trans stavasene all'ala sinistra sotto il comando del duca d'Alençon, assai malcontento di dover trovarsi nella inazione. Il figlio suo unico era nel corpo del re, e, dopo d'aver combattuto ed esaurite le sue forze, si ritirò presso del padre. Il barone di Trans gli chiese dove fosse il re: «No 'l so», rispose, ansante e grondante di sudore il figlio. «Va e sappilo, disse il padre severamente, arrossisci di non lo sapere». Il figlio Trans s'ingolfa fra i combattenti, s'accosta al re, e per un colpo d'archibugio cade a' suoi piedi.
Il duca Carlo d'Alençon, primo principe del sangue, in vece di porgere soccorso al re, si ritirò colla sua ala di cinquecento cavalieri[79], «e fu il primo a vituperosamente fuggire[80]; se non fu maliziosamente (dice il Bugati)[81], come tennero alcuni aspirando egli ad esser re, morto che fosse il re Francesco». Tagliò il ponte di legno che poco di sotto a Pavia era fabbricato a San Lanfranco, acciocchè non l'inseguissero i cesarei. Perciò molti francesi, ivi giunti sulla speranza di passarvi sicuri all'altra sponda, dovettero avventurarsi ai gorghi del fiume e sommergervisi; poi vi erano a forza spinti dai fuggitivi, che colla fiducia stessa correvano sulle loro traccie, e vi si affogavano[82]. Gli Svizzeri, vedendo scoperto il loro fianco sinistro per la ritirata del duca, e credendosi a tradimento sacrificati all'odio dei Tedeschi di Frandsperg e Sith, che marciavano loro incontro, non vi fu più modo di tenerli. Diespach disperatamente si scagliò solo a farsi uccidere dai soldati di Frandsperg. Abbandonato il re a pochi, perirono intorno di lui il maresciallo di Chaumont, d'Amboise, Estore di Bourbon, il visconte di Lavedan, Francesco conte di Lambesc, fratello del duca di Lorena e del conte di Guise, ed una moltitudine di valorosi cavalieri. Il Bastardo di Savoia, gran maestro di Francia, vi morì. Il maresciallo di Foix, col braccio fracassato e mortalmente ferito, galoppava furiosamente per rinvenire l'ammiraglio Bonivet, al quale attribuiva il disastro, per traforarlo col braccio che gli rimaneva, e morire contento d'aver vendicato la Francia; ma perdette tanto sangue, che cadde, e fu portato a Pavia, dove morì nella casa della contessa di Scaldasole. Bonivet, vedendo perduta ogni speranza, si scagliò quasi inerme fra i lanschinetti del duca di Borbone, e si fece uccidere. Il duca di Borbone bramava di far prigioniere Bonivet, e vedendolo steso morto esclamò: «Ah misero, tu sei cagion della rovina della Francia e della mia!»
Il re, tenuto sempre di vista onde farlo prigione, rimase solo in faccia de' nemici, avendo un parapetto di morti avanti di sè. Raggiunto in un prato paludoso da un colpo di fucile, gli cadde finalmente sotto il cavallo. Egli aveva due ferite in una gamba. Caduto che fu, venne attorniato da un nembo di soldati tedeschi e spagnuoli; se lo disputavano. Il re, ferito come era anche in fronte, combattendo a piedi, si difendeva colla mazza di ferro. Per buona sorte sopraggiunse il Lannoy, al quale egli si arrese prigioniero; e fu opportuno il di lui arrivo, poichè altrimenti correva pericolo il re di essere fatto in pezzi, tanta era la voglia che ciascuno aveva di possedere un tal prigioniero. Due cavalieri spagnuoli, Giacomo ossia Diego d'Avila, e Giovanni Urbieta Biscaino, conosciuto chi egli era, lo aiutarono a salire a cavallo; ma il d'Avila gli tolse la spada e l'Urbieta la collana del toson d'oro[83]. Il re rimase spogliato di quanto aveva di prezioso. La di lui sopraveste fu squarciata in cento parti, e i pennacchi dell'elmetto reale furono spaccati in minimi frammenti, gloriandosi ciascuno di portare una memoria di così illustre presa. Don Carlo Lannoy, smontato da cavallo, baciò rispettosamente la mano al re inginocchiandosi; altrettanto fecero i primi signori che ivi sopraggiunsero. Questa memorabile battaglia non durò due ore; e rimasero in essa estinti novemila del campo francese. I feriti e prigionieri furono, oltre il re di Francia, Enrico d'Albret, re di Navarra, il gran Bastardo di Savoia, il principe di Lorena, l'Ambricourt, Bonavalle, San Paolo, Galeazzo e Bernabò Visconti, Federico Gonzaga da Bozzolo, Girolamo Aleandro, vescovo di Brindisi e nunzio del papa, e varii altri signori. Degli imperiali solo mille e cinquecento rimasero morti con due soli capitani di conto, cioè don Ugo di Cardona e Ferrante Castrioto, marchese di Sant'Angelo.
Il re cristianissimo con molto rispetto fu condotto all'alloggiamento del vicerè don Carlo Lannoy a San Paolo; dove, mediante le ferite, scrisse alla duchessa d'Angoulème, sua madre, quella breve e terribile lettera: «Signora, tutto è perduto, fuor che l'onore». Il duca di Borbone presentò al re magnifiche vesti per disarmarsi; ed al pranzo il vicerè Lannoy lo servì presentandogli il catino da lavar le mani, il marchese del Vasto versò l'acqua, il duca di Borbone lo sciugatoio. Il Borbone lasciava cader le lagrime, mirando prigioniero il re. La sera il re volle che Lannoy e Vasto cenassero seco. Pescara venne ad ossequiarlo senza pompa e con modeste maniere, e piacque al re sopra ad ogni altro. Gli si concessero i suoi paggi, si ricuperarono abiti, camisce e molte cose rappresagliate, che i soldati medesimi generosamente presentarono, e fra queste una coppa d'oro, in cui soleva bere il re, ed una croce d'oro che papa Leone gli aveva posta al collo in Bologna, e così venne nobilissimamente trattato come se fosse stato, non che libero, ma nella stessa sua reggia[84]. Tre giorni stette nel monastero di San Paolo il prigioniero Francesco I; indi il 28 di febbraio fu condotto nella fortezza di Pizzighettone, e collocato nella Rocchetta, col gran maestro di Francia, il duca di Montmorenci, ove dimorò sino al 18 maggio. Così il Grumello[85]; il quale aggiunge che ne' giorni che ivi stette, sintanto che venissero da Spagna gli ordini, il re giuocava a varii giochi et maxime al ballono. Il Muratori, ne' suoi Annali, ne accerta altresì che al re Francesco furono concessi «per sua compagnia venti de' suoi più cari, scelti da lui fra quelli ch'erano rimasti prigionieri[86]». Una vittoria così compita, con tanta strage dell'esercito francese, e poca perdita degl'imperiali, è troppo naturale che producesse quanto afferma il Bugati[87], vale a dire che «tutto il campo francese restasse in preda de' soldati, et più de gli Spagnuoli, per cotal vittoria fatti sì ricchi et sì insolenti, quanto altra fiera milizia che più fosse in Italia, minacciando apertamente di cacciar di Stato il duca di Milano, se presto non gli soddisfaceva di quante paghe dovevano avere»; e che i Francesi abbandonassero Milano in un momento. Anzi v'è chi scrisse che il grido di questa vittoria fu tale, che nel giorno medesimo restò libera dai Francesi, non solo la città, ma tutto il ducato. Giunta a Madrid la gran nuova della presa del re cristianissimo e della disfalla terribile del suo esercito, il re augusto Carlo V non permise che si facesse pubblica allegrezza, ed ei medesimo non seppe contenersi a segno, che meritò l'ammirazione:[88] Nullam ex more gratulationem publice fieri passus est, nec ipse laetitia exultavit, sed gaudium moderate pro sua gravitate tulit[89]. Il Tegio riporta la traduzione della lettera che la reggente Luisa, madre del re, scrisse a Carlo V in quella occasione, ed è come segue: «A monsignor mio buon figlio l'imperator Carlo. — Monsignore mio buon figlio, dopo che io ho udito e saputo da questo gentiluomo presente, portatore di questa mia, la fortuna la quale è occorsa a monsignore il re mio figlio, io rendo grazie a Dio di questo ch'egli sia capitato nelle mani di quel principe del mondo che io più amo, sperando che la imperiale Maestà vostra ne debba tenere quel buon conto per lo mezzo del sangue, confederazione e lignaggio il qual è tra voi e lui, et in caso che questo avvenga (come io tengo per certo) ne seguirà un gran bene et universale a tutta la cristianità dall'amicizia e riunione di voi due; e perciò, mio signore e figlio, io vi supplico che lo abbiate per raccomandato, e che in questo mentre comandiate che egli sia ben trattato come il grado vostro e suo lo richiede, e commettiate che egli sia servito in tal maniera ch'io possa spesso intendere del suo ben stare e della sua sanità, e così facendo, voi vi obbligherete una madre, la quale d'ogni ora voi avete così nomata: et ancora vi prego che ora voi vi mostriate padre per affezione, come io a voi madre per dilezione. Da San Giusto in Lione, il terzo giorno di marzo 1215. — La vostra humil madre Lovisa». Fra i prigionieri fatti in questa battaglia di Pavia, il principe di Bozzolo Federico Gonzaga, corrotte le guardie, si pose in salvo. Il conte di San Paolo, principe del sangue, creduto morto, venne mutilato da un soldato imperiale col taglio dì un dito per levargli un anello; il dolore gli fece dar segni di vita, e potè palesare al soldato chi egli era, il quale per godere solo del prezzo del riscatto, lo custodì incognito, lo guarì dalle sue ferite, e l'accompagnò in Francia. Il marchese di Pescara avea comprato dai militi cesariani il re di Navarra per settemila scudi, e lo teneva suo prigioniero nel castello di Pavia, cercando settantamila scudi per il riscatto. Ma i fratelli Lonate, gentiluomini pavesi, colle scale di corda, lo liberarono; indi lo scortarono con cavalli e servi sino in Francia. Essi perdettero la patria; il re diede loro nella Francia con che vivere[90].
Tanta felicità delle armi cesaree eccitò ben presto negli animi di quasi tutti i principi d'Italia un ragionevole timore d'essere l'uno dopo l'altro oppressi e soggiogati dal vicino esercito; ond'è che, dopo varii ripieghi, specialmente progettati tra Clemente VII ed i Veneziani, stimò più opportuno il pontefice di stabilire una concordia cogli imperiali per mezzo di Gian-Bartolameo da Gattinara, ministro di cesare in Roma, restando conchiuso quest'accordo il 1.º di aprile 1525, pubblicato poi nel dì 10 di maggio dello stesso anno. Le condizioni principali di questo trattato, nel quale fu compreso Francesco Sforza qual duca di Milano, furono la scambievole difesa del ducato di Milano e degli Stati pontificii, compresa Fiorenza coi Medici che vi dominavano, e la contribuzione di centomila ducati da darsi dai Fiorentini, con che le truppe cesaree partissero dai quartieri occupati nelle terre di Parma e Piacenza. I Veneziani, ai quali era stato lasciato il luogo d'entrarvi, intese le mire del re inglese di collegarsi colla regina, madre del re prigioniero, sospesero di determinarsi ad alcun partito. Frattanto gl'insorti lampi di speranza per la tranquillità dell'Italia lasciavano luogo a qualche angustia d'animo ne' ministri cesarei sulla sicurezza del re Francesco in Pizzighettone. Infatti il Lannoy ragionevolmente sospettava che il re da Pizzighettone non venisse o tolto per subornazione di qualche generale, o per tumulto de' soldati, mal pagati e vinti dalla umanità del re, o per effetto di qualche unione de' principi italiani, e singolarmente dello Sforza, il quale poteva acquistarsi un sicuro godimento dello Stato col liberare Francesco I, o coll'opera del duca di Borbone, che potevasi riconciliare con tale beneficio. Forse questi sospetti del vicerè Lannoy accelerarono nell'animo di Carlo V la risoluzione di volere al più presto in Ispagna tradotto il re prigioniero. Lannoy, vedendo il re impaziente della sua liberazione, colse l'opportunità di persuadergli che in un'ora di colloquio coll'imperatore si sarebbe terminato ciò che portava degli anni, trattato ministerialmente. Quindi fecegli desiderare di andare in Ispagna. Tutto fu segretamente concertato, fingendosi di condurlo a Napoli per custodia più sicura. Venne destinato a scortare il re in Ispagna, a preferenza del marchese di Pescara, a cui principalmente dovevasi la insigne vittoria di Pavia. Preferenza ingiuriosa, e che perciò produsse nel Pescara una palese malcontentezza di cesare, ed un'inimicizia aperta col Lannoy, da cui poscia derivarono gravi conseguenze. «Pertanto, sul fine di maggio, scrive il Muratori[91], scortato esso re da trecento lance e da quattromila fanti spagnuoli, fu menato a Genova, dove, imbarcatosi con dieci galee genovesi ed altretante franzesi, ma armate dagl'imperiali, in compagnia del vicerè Lanoy, arrivò poscia a Madrid»; dopo però di essere stato per qualche tempo rinchiuso nella fortezza di Xsciativa nel regno di Valenza, dove i re di Arragona anticamente custodivano i rei di Stato, siccome è concorde testimonianza degli altri storici. Il capitano Alarçon fu assegnato custode del re, da quando, prigioniero, fu tradotto a Pizzighettone, fino al termine del suo destino in Madrid. La permanenza del re in Pizzighettone fu di settantanove giorni, quanti se ne contano dal giorno 28 febbraio sino al 18 maggio, in cui accadde il suo trasporto in Ispagna[92].
Il papa Clemente VII, poco fidando nella precaria convenzione di Roma, cominciò a temere che Carlo V, coll'occasione di venire ad essere incoronato, non s'impadronisse della Romagna, e fors'anco della stessa Roma, facendo rivivere le antiche pretensioni; il che non poteva avere ostacolo, singolarmente colla dominazione ch'egli avea del regno di Napoli. Il papa anche temeva per Firenze, la quale era già divenuta una signoria della casa Medici. I Veneziani erano pure atterriti da una tanto prevalente grandezza dell'imperatore, e temevano che non cercasse di rivendicare le città della terra ferma, altre volte costituenti parte del ducato milanese. In queste circostanze era in Roma ambasciatore di Francia Alberto Pio, conte di Carpi, signore di nascita illustre, al quale i cesarei avevano usurpato la contea; uomo di molta sagacità ed eloquenza, e pratico de' politici affari. Questi, con intelligenza della duchessa d'Angoulème, madre del re prigioniero, gettò i primi fondamenti d'una lega per opporsi alla dominazione dell'imperatore nell'Italia. Tutto si maneggiò segretamente. Il papa ed i Veneziani non bastando, si tentò di far entrare nella lega il re d'Inghilterra Arrigo VIII. Gl'interessi del re sarebbero stati di unirsi anzi con Carlo V, e mentre era il re di Francia di lui prigioniero, smembrare la Francia, togliendone la Provenza in favore del duca di Borbone, e la Brettagna ed altri Stati pretesi dalla corona d'Inghilterra, invadendoli contemporaneamente Arrigo stesso. Così veniva depressa per sempre la potenza dei rivali francesi, ed assicurato il dominio dell'Italia a cesare. Ma le pubbliche mire cedettero anche allora, come suole comunemente accadere, alle passioni personali. Era il re Arrigo VIII sdegnato contro di cesare, perchè, avendo Carlo V sposata, d'anni sette, la principessa Maria d'Inghilterra, sua figlia, non la volle dappoi per moglie, preferendole Isabella, figlia del re di Portogallo, e come dice Sepulveda[93]:[94] Propter injuriam neglectae filiae, quam Carolo citra legittimam et maturam aetatem cum spopondisset, non ille quidem neglexit, sed justis de causis Isabellae, Portugalliae regis Emmanuelis filiae, posthabuit. Quindi è che Arrigo s'unì col papa, co' Veneziani, co' Francesi per far argine alla troppo estesa potenza dell'imperatore. Fattasi la lega, che si volle chiamare santa, per esservi alla testa il papa, cominciò questa col dare al re prigioniero consigli veramente poco santi, benchè utili per quel momento:[95] Nullum fidem, nullum jusjurandum, nullos obsides dare recuset, modo se vindicet in libertatem; facile enim fore jurisjurandi veniam a pontifice maximo, principe conspirationis, qui hanc ipsam veniam ultro deferat, impetrare: così il succennato Sepulveda[96].
Carlo V venne in chiaro della lega per avere i collegati tentato di trarre dal loro partito Fernando d'Avalos, marchese di Pescara, vincitore del re Francesco, il quale a quel tempo era malcontento dell'imperatore, perchè, senza riguardo ai segnalati servigi da lui resi alla corona, avea confidato al Lannoy la custodia e la trasmissione a Madrid del re di Francia. Anzi si era lasciato credere al Pescara, che da Genova il re si dovesse trasportare a Napoli; nè egli seppe il destino del re, se non quando lo seppe ognuno. Questa diffidenza e questa ingratitudine di Cario V avevano lacerato l'animo sensibile del marchese di Pescara. Il marchese era italiano; e la nazionale gelosia tra Spagnuoli ed Italiani fu la cagione di un mistero inopportuno ed ingiurioso. Perciò Girolamo Morone, gran cancelliere del ducato ed intimo consigliere del nostro duca, uomo di molta eloquenza, dignità e dottrina[97], fu dai collegati incaricato ad aprire discorso col marchese di Pescara. Sepulveda ne riferisce il transunto[98]. Ricordò il Morone al Pescara, che a gran proposito era l'occasione; che tutti i principi italiani erano pronti a far causa comune per la patria; che altro non mancava se non un capitano d'animo, di cuore, di sperienza, di celebrità, degno d'essere posto alla testa di un'armata; che il marchese di Pescara era quegli che ciascuno eleggeva; che il servigio ch'egli avrebbe reso all'Italia, oltre la gloria, non sarebbe stato senza degna mercede, poichè, scacciati i barbari, nè rimanendo più alcun dominio straniero in Italia, ed assicurato Francesco Sforza e stabilito libero duca di Milano, il premio dell'invitto marchese sarebbe stato il possedimento del regno di Napoli[99]. «Non è dubbio, prosiegue il Guicciardini[100], che tali consigli sarebbero facilmente succeduti, se il marchese di Pescara fosse in questa congiunzione contro Cesare proceduto sinceramente». Il marchese di Pescara ascoltò la proposizione con apparente favore; soltanto mostrò d'avere avanti gli occhi la fortuna e la potenza di Carlo V, e le difficoltà da superarsi. Si protestò interessantissimo per la salute della patria. Per lo che il Morone gli svelò il piano della lega già fatta fra il papa, i Veneti, i Fiorentini, lo Sforza, il re Arrigo d'Inghilterra ed il regno di Francia. Il Pescara destinò di tenerne più comodamente discorso in casa, attesochè questo primo cenno se gli era dato sulla spianata del castello di Milano. Ma diffidando egli di un'impresa dipendente da tanti interessi combinati e facili a sciogliersi, concepì il piano di comparire fedele all'imperatore, ed ottenere in premio il ducato di Milano, col pretesto della fellonia di Francesco Sforza[101]. All'intento quindi di aver le prove dell'ordita trama, nascose Antonio De Leyva dietro i parati della stanza, ed ivi insidiosamente indusse Morone a palesargli il piano della lega. Comunicato il fatto a cesare, questi lodò la condotta del marchese di Pescara, il quale, per non romperla col Morone, mostrossi pronto, soltanto che venissero tolte le inquietudini ch'egli provava internamente col tradire l'imperatore che lo stipendiava; al che si tentò dal papa di rimediare.[102] Pontifex, fallacibus quibusdam, sed a juris specie ductis argumentis, Marchioni persuadere nititur id facinus ab ipso pie atque sancte patrari posse[103]. Gli ordini di cesare volevano che venisse imprigionato il Morone per aver giuridicamente le prove della lega, e soprattutto contro il duca Francesco Sforza. In questo mentre si ammalò il marchese in Novara, e chiamò a sè il Morone, nella persona del quale si può dire che consistesse l'importanza di ogni cosa[104]. Il Morone che se ne diffidava, e di cui aveva detto al Guicciardini «non essere uomo in Italia nè di maggiore malignità, nè di minor fede del marchese di Pescara», volle un salvo condotto da lui; il quale, poichè ebbe ottenuto, in compagnia di Antonio de Leyva, cavalcò a Novara il giorno 14 di ottobre 1525. Visitato che ebbe il marchese e congedatosi da lui, mentre il Morone salutava il Leyva nell'anticamera per andarsene, questi gli disse: «Venite a casa con noi»; il Morone ringraziò dell'invito; il Leyva ripigliò: «Voi ci verrete, essendo prigioniero dell'imperatore[105]». In tutto questo fatto il Pescara si disonorò. Egli adoperò l'industria d'uno sbirro, anzichè mostrare l'animo nobile e franco d'un illustre capitano. Proposizioni di cotal fatta o non si dà luogo a farle, o, fatte, si accettano, o, dispiacendo, la lealtà vuole che diasi avviso di abbandonare il progetto, o di doverlo altrimenti palesare. Carlo V non ebbe torto diffidando del Pescara. Chi è capace di servire da sbirro, è capace di mancar di fede[106]. Il marchese di Pescara morì poi il 3 dicembre di quell'anno, di morte sospetta[107]. Il duca Francesco Sforza spedì a Novara il senatore Jacopo Filippo Sacco per ottenere la libertà del suo gran cancelliere ch'egli dichiarava innocente verso l'imperatore; ma il Pescara fieramente rispose, che Morone era reo, e che reo era non meno Francesco Sforza. Datosi principio agli esami, nei quali, per via di tormenti si venne in chiaro di ogni disegno de' congiurati[108]; e poscia da Novara tradotto il Morone a Pavia, quivi in presenza del Pescara e del Leyva furono compiti i processi; la risultanza de' quali fu che il Morone fosse condannato a perdere la testa. Nelle memorie manoscritte del Morone trovasi l'apologia ch'ei fece di sè medesimo colla data del 25 ottobre, undici giorni dopo la sua carcerazione. Mostra dapprima che, non essendo egli nè vassallo nè suddito all'imperatore, ma bensì del duca di Milano, non poteva riconoscere nel Pescara e nel Leyva veruna legittima giurisdizione sopra di sè. Poi, ricordando d'essere suddito non solo, ma gran cancelliere del duca, dichiara che senza una perfidia manifesta e una infame violazione de' suoi doveri, ei non poteva svelare i segreti del suo naturale sovrano. In séguito espone un prospetto della vita propria e della condizione presente degli affari pubblici; e con tanta energia, con tanta evidenza si difese, che, giunto a morte il marchese di Pescara, ordinò nel testamento all'erede marchese del Vasto, di supplicare Carlo V per la liberazione del Morone. Ma il tardo buon volere del Pescara poco avrebbe giovato a scampare il Morone dalla morte, se non fosse venuto in pensiero al duca di Borbone, tornato di recente in Italia, di mettere a prezzo il di lui riscatto; onde gli offerse la libertà mediante il pagamento di ventimila ducati. L'irregolarità del giudizio e l'improvvisa proposta fecero credere al Morone che tutto fosse una finzione, ma sentendo che erasi già eretto il palco per la esecuzione della capitale sentenza, pagò, e fu liberato dal carcere. La carica però di gran cancelliere venne trasferita nel conte di Landriano, Francesco Taverna.
Questa pericolosissima sciagura del Morone ebbe origine dallo sdegno per le esorbitanti vessazioni con cui l'armata imperiale smungeva lo Stato di Milano. Francesco Sforza non aveva che il nome di duca, sebbene l'imperatore avesse preso le armi per lui. L'imperatore avea posto un tributo di centomila ducati sul milanese, indi chieste somme esorbitanti allo Sforza per l'investitura[109]. Inoltre il duca, vedendo vessati sopramodo i suoi sudditi dall'esercito cesareo, avea fatto un accordo col marchese di Pescara di pagargli altri centomila ducati, con che, represse tutte le estorsioni, si prendesse egli la cura di provvedere l'esercito di viveri e di stipendi[110].
La somma di queste disavventure ed oppressioni del duca Francesco si fu che, giovandosi il marchese di Pescara ed Antonio de Leyva dei progetti manifestati da Girolamo Morone, fecero, in un congresso tenuto in Pavia, sentenziare di fellonia il duca Sforza, dichiarato sovrano del milanese l'imperatore Carlo V. In conseguenza della quale dichiarazione il marchese di Pescara fece domandare allo Sforza il castello di Milano, quello di Cremona ed altri, presidiati dal duca. Il povero duca appena cominciava a riaversi da una malattia mortale, quando gli venne fatta sì terribile intimazione dall'abate di San Nazaro. Ricusò egli di dare al Pescara i due nominati castelli: bensì accordò gli altri, e disse che se l'imperatore voleva anche quelli, e a lui fosse constato, non solamente i castelli, ma lo Stato eziandio e la vita gli avrebbe dato; ch'egli era sempre stato ed attualmente era innocente e fedele a cesare, e sperava che tale sarebbesi fatto conoscere. Si lagnò del suo destino, che, bambino ancora, lo aveva portato esule lontano dalla patria, colla prigionia e rovina del padre; poi, ricuperato appena lo Stato nella sua adolescenza, il re di Francia ne lo aveva balzato. Finalmente, fatto prigione il re, mentre credeva veder pacifici i sudditi e ristorati dai sofferti lunghi danni, mentre credevasi tranquillo, ecco una mortal malattia, ecco una calunnia a rovinarlo. A malgrado di siffatte querele il marchese di Pescara volle entrare in Milano. Lo Sforza chiedeva soltanto che si aspettasse la risposta di Sua Maestà cesarea; che se quella comandava che egli fosse privato dello Stato, era pronto a tutto cedere. Il Pescara ricusò di aspettare, mandò tremila tedeschi ad assediare il castello, ove il povero duca s'era ricoverato, e da mille altri tedeschi e cinquecento spagnuoli fece occupare Cremona[111]. I nostri cronisti proseguono a dire che il duca, assediato nel castello di Milano, faceva spesse sortite con grave danno de' cesariani, mentovando un curioso cambio di prigionieri: il duca rimise liberi cinquanta lanschinetti per cinquanta vitelli[112].