CAPITOLO XXIII. Vicende infelici de' Francesi. Francesco II Sforza riconosciuto duca di Milano. Venuta in Italia di Francesco I re di Francia, ed assedio di Pavia.
(1519) L'odioso governo che il Lautrec faceva dello Stato di Milano aveva fatto emigrare un buon numero di cittadini, o per sottrarsi alla violenza o per aspettare un miglior tempo, sotto un meno arbitrario governo. Girolamo Morone, il quale era l'âme de toutes les intrigues, et le véritable chef des mécontens[1], dispose che questi esuli malcontenti si radunassero in Reggio di Lombardia, città che allora era posseduta dal papa, e quest'adunanza avea per oggetto l'espulsione de' Francesi dall'Italia, e lo stabilimento della casa sforzesca sul trono di Milano, col riconoscere per duca Francesco, duca di Bari, fratello del duca Massimiliano e figlio del duca Lodovico Maria. Per comprendere quali apparenze vi fossero da concepire quest'idea, conviene dare un'occhiata alle combinazioni politiche generali di que' tempi. L'imperator Massimiliano avea terminata la sua vita il giorno 12 di gennaio 1519, e, malgrado gli uffici della Francia, era stato eletto imperatore il re di Spagna Carlo, il qual rese poi nelle serie de' Cesari famoso il suo nome di Carlo V. Questo monarca, nel vigore del ventesimo anno dell'età sua, favorito dalla natura d'un animo attivo, elevato, passionato per farsi un nome, favorito dalla fortuna, che gli avea dati i regni delle Spagne, quei delle due Sicilie, la Fiandra, l'Olanda e gli Stati della Germania; questo imperatore potente, appena innalzato al trono cesareo, rivolse lo sguardo all'usurpato dominio di Francesco I nel milanese, feudo imperiale, dominato dal re senza investitura o dipendenza dall'Impero. Nella Germania le nuove dottrine di Lutero s'andavano spargendo; già varii sovrani le proteggevano; e correva rischio il papa di perdere del tutto la Germania, se Carlo V, vigorosamente opponendosi, non avesse posto al bando dell'Impero il promotore de' nuovi dogmi, il quale «sarebbe stato facile, dandogli qualche dignità o qualche modo onesto di vivere, di farlo pentire degli errori suoi», dice il Guicciardini[2], se il cardinal Gaetano, legato apostolico, colle ingiurie e colle minacce non l'avesse spinto al disperato partito che prese dappoi. Il papa per questo gravissimo oggetto della Germania avea bisogno di tenersi amico l'imperatore. Il papa non perdeva di vista Ferrara, Parma e Piacenza, e, collegandosi con Carlo V per discacciare i Francesi da Milano, otteneva di staccare nuovamente dal ducato di Milano queste due città, già usurpate da Giulio II, e di consegnare il rimanente del ducato a Francesco Sforza. Secretamente si andava concertando la lega fra Carlo V e Leone X. Francesco Sforza stavasene a Trento. L'imperatore gli assegnò centomila scudi, ed ottantamila gliene assegnò il papa, colle quali somme potè assoldare degli Svizzeri, a ciò aiutato dal cardinal di Sion[3]. I Fiorentini, il marchese di Mantova entravano nella lega contro dei Francesi. Molto confidavano e cesare e il papa sulla buona volontà de' Milanesi, l'affetto dei quali molto doveva contribuire all'esito della guerra. E questo motivo fu quello per cui dal Morone vennero essi chiamati a Reggio, di che veggasi l'opera, poco sinora conosciuta, ma che merita di esserlo, del Sepulveda: De Rebus gestis Caroli V imp. et regis Hisp., autore contemporaneo, che scriveva i fasti del monarca al quale serviva, e dal quale anche a voce poteva chiedere istruzione de' fatti che esponeva in buon latino nel di lui regno. Della qual opera v'era bensì la traduzione nella Spagna, ma a caso venne a trovarsi manoscritta soltanto l'anno 1775, e si pubblicò dalla regia stamperia di Madrid nel 4780, sotto la direzione della reale accademia di storia[4].
(1520) Il maresciallo di Foix, ossia Lautrec, informato di questa unione che si andava facendo in Reggio, quantunque le intelligenze fra il papa e l'imperatore fossero segrete, senza rispetto alla pace vigente, invase a mano armata il Reggiano, e si accostò alla città con animo di sorprendere i Milanesi forusciti. Il Guicciardini storico era allora comandante di Reggio, e seppe render vano il progetto de' Francesi, le violenze de' quali, commesse in quella infruttuosa spedizione, sono da lui medesimo descritte. Un tal fatto, seguito nel seno apparente della pace e ad insulto sulle terre del papa, cagionò negli animi sempre maggiore il ribrezzo verso della dominazione francese, che sconsigliatamente il Lautrec aveva resa disgustosissima ai popoli. (1521) Questa incauta scorreria sul Reggiano seguì nel 1521, ed un fenomeno fisico, accaduto poco dopo in Milano, si combinò sgraziatamente pei Francesi onde alienarne sempre più gli animi degl'Italiani, colla persuasione di essere la stessa divinità manifestamente nimica della dominazione francese. Erano stati poco prima scomunicati dal papa Leone X gl'invasori del Reggiano[5]. La vigilia appunto di San Pietro, cioè il giorno 28 di giugno del 1521, due ore prima che tramontasse il sole, essendo il cielo quasi sgombro, da una nuvola si scagliò un fulmine sulla massiccia torre di marmo che stava sulla porta del castello di Milano. Quivi era a caso collocata una porzione di polvere, destinata a spedirsi alle altre fortezze dello Stato, che dal Gaillard si fa ascendere a dugentocinquantamila libbre. Prese fuoco, e la esplosione fu orrenda. Il comandante del castello, signor di Richebourg, e trecento soldati francesi acquartierati vi rimasero sepolti[6]. «La torre era, come attesta il Guicciardini[7], di marmo, bellissima, fabbricata sopra la porta, nella sommità della quale stava l'orologio», il che produsse la rovina quasi totale del castello, e la piazza del castello, sulla quale in quel punto trovavasi molti al passeggio, rimase coperta di cadaveri e di tanti sassi, che pareva cosa stupendissima[8]; alcuni sassi di smisurata grandezza volarono lontani più di cinquecento passi. Il Burigozzo così descrive il fatto: «Ma a dì 28 zugno 1521, che fu la vigilia de santo Pietro, a due ora prima di notte, venne uno horribile tempo da sorte che la sajetta dette in el torrazzo in mezzo della fazada del castello, dove gli era gran quantità de polvere da bombarda, talmente che quella torre sino al fondamento fu fracassata, et portò prede grandissime sino al meno della piazza, e tutto el castello se squassò, adeo che per la ruina grande che fu, moritte el capitaneo et da rocca et da castello, sotto le prede qual ruinorno, el moritte innumerabile altra gente, d'onde questo fu una gran cosa». E il Grumello riferisce il fatto nel modo seguente: «A dì 28 junio 1521 da hore 23 dette la saietta in la torre de le hore del castello di Porta Giobia de Millano, cossa stupendissima et da non credere chi non la vide, et io la vidi con gli occhii levar la media parte de dicta torre et li fondamenti insiema et portarla oltra il revellino et la fossa, et gittarla in su la piazza de dicto castello, et hebe occixo li doi castellani et il cavalero Vistarino, quale hera ditenuto in prigione in epso castello, et foreno occixi la più parte de le gente herano abitante in detto castello. Le ruine de le stancie et tecti et muraglie non ne dicho niente. Più ruina fece Iddio in un momento in epso castello, che non haveria facto l'artellaria dil re gallico in un anno. De le ruine facte di fora dil castello non ne scrivo, come ruinamenti de tecti, de ecclesie, caxe, rompimenti di catenazi, de botteghe, invedriate, cose admirande[9]». Di questo disastro ne scrive un'altra cronaca citata dal Lattuada[10], ed è di Bernardino Forni, da Gallarate. Il papa non tralasciò di far ravvisare la vendetta di san Pietro in questo avvenimento; e questo ancora contribuì non poco a sgomentare i partigiani francesi, e ad animare sempre più i loro avversari. Quindi côlta l'opportunità della violazione fatta sulle terre pontificie, e datane ai Francesi tutta l'odiosità, si pubblicò senz'altro la lega, e si radunò verso Bologna la già disposta armata.
Il papa Leone X spedì seicento uomini d'armi papalini, toscani e mantovani. Seicento altri uomini d'armi ne fece marciare da Napoli l'imperatore Carlo V. Diecimila fantaccini vi erano, parte italiani, parte spagnuoli, ed ottomila fantaccini oltramontani[11]. Prospero Colonna comandava l'armata della lega pontificia, sotto di lui comandava Ferdinando d'Avalos, marchese di Pescara; ed era già in modo distinto in quell'armata Antonio da Leiva, soldato di fortuna, il quale ebbe poi molta influenza nel milanese, come si vedrà. Il conte Guido Rangoni, Giovanni de' Medici, principe della casa di Toscana, Girolamo Morone, vi si trovarono parimenti. A questa armata si unì un corpo di svizzeri condotti dall'ostinatissimo cardinale di Sion[12]. L'armata de' collegati prese Parma. Gli Svizzeri stipendiati da Lautrec mancando di paga lo piantarono, dice Guicciardini. I collegati, dopo ciò, poco penarono ad impadronirsi del milanese. Lautrec tentò invano a Vaprio di disputar loro il passaggio dell'Adda. Giovanni de' Medici, montato su di un caval turco, arditamente fu il primo a passar l'Adda, il che animò l'esercito a seguirlo. Lautrec si ricoverò in Milano, «dove arrivato, o per non perder l'occasione di saziar l'odio prima conceputo, o per mettere con l'acerbità di questo spettacolo terrore negli animi degli uomini, fece decapitare pubblicamente Cristofano Pallavicino, spettacolo miserabile per la nobiltà della casa, e per la grandezza della persona, e per l'età, e per averlo messo in carcere molti mesi innanzi alla guerra[13]». Questo illustre signore, parente della casa Medici, forse in odio del papa mandato dal Lautrec al patibolo, aveva settantacinque anni[14]. Dopo l'affare di Vaprio, Lautrec entrò in Milano il giorno 10 di novembre 1521, e il giorno 11, due ore avanti giorno, venne il Pallavicino decapitato sulla piazza del castello di Milano. Egli era stato fatto prigione con insidia dal fratello di Lautrec, ch'era compare di lui. Stavasi Cristoforo Pallavicino nel suo castello di Buffetto, dove accolse l'insidiatore[15]. Già sino dal giorno 6 di luglio il di lui nipote Manfredo Pallavicino era stato squartato vivo sulla medesima piazza del castello, e le sue membra poste sulle porte della città; «et a molti altri gentiluomini milanexi, piacentini, et dil Stato fureno tagliate le teste[16]». Bartolomeo Ferreri, a detta del Guicciardini, insieme col di lui figlio, aveva terminati per mano del carnefice i suoi giorni. Insomma il Gaillard dice: «Le mareschal de Foix se ressasia de vengeances cruelles, et combla le désespoir des malheureux Milanois, le supplice fut le partage de tous ceux, qui avoient eu les moindres relations avec Moron[17]».
Frattanto che il crudele Lautrec inferociva in Milano, l'armata de' confederati s'accostò alla città. Io, come sempre, così al presente tralascio di annoiare il lettore colla esatta descrizione delle mosse e dei minuti avvenimenti marziali. Pare che gli scrittori prendono un piacer singolare ad internarsi colle descrizioni in siffatte carneficine, e nelle gloriose scelleraggini della guerra. La filosofia c'insegna a non abituarci a mirare con insensibilità simili sciagure; e forse il bene dell'umanità suggerirebbe di non consecrarle alla gloria, ma di punirle col silenzio degli storici. L'armata de' collegati s'impadronì di Milano il giorno 19 di novembre 1521. Vi entrarono Prospero Colonna, il cardinale dei Medici, il marchese di Mantova, «ignorando quasi i vincitori, dice Guicciardini, in qual modo o per qual disordine si fosse con tanta facilità acquistata tanta vittoria». Molte case vennero saccheggiate dagli Spagnuoli col pretesto che fossevi roba de' Francesi. Venne proclamato duca Francesco II Sforza, e Girolamo Morone vi comparve governatore in nome di lui. Lautrec lasciò nel castello di Milano un presidio francese, sotto il comando del capitano Mascaron, di nascita guascone. Cremona pure conservò nel castello i francesi sotto il comando di Janot d'Herbonville; Como, Pavia, Lodi, Alessandria, Piacenza e Parma vennero tosto in potere della lega. Appena Leon X ebbe la nuova d'essersi occupate dalle armi pontificie le città di Parma e di Piacenza, e d'essere in potere della lega lo Stato di Milano, e proclamato lo Sforza, ch'ei morì improvvisamente, all'età di quarantaquattro anni, il giorno 1.º di dicembre 1521, non senza sospetto di veleno, per cui venne carcerato Barnabò Malaspina, suo cameriere, deputato a dargli da bere. La morte del sommo pontefice, che aveva somma influenza negli affari appena innoltrati, cagionò non lieve inquietudine negli animi.
(1522) Al momento che gli avvenimenti cominciarono a mostrarsi prosperi, Francesco Sforza, il quale coi denari somministratigli da cesare e dal papa, aveva presi al suo stipendio seimila tedeschi dal Tirolo, passò nella Lombardia; e come dice Sepulveda:[18] Franciscus quoque Sfortia, quem Germanorum sex millia sequebantur, Mediolanum pervenit, singulari civitatis gratulatione; e ne adduce il motivo, perchè era vir de cujus humanitate, temperantia et justitia, magna erat hominum opinio. Da Trento passò pel Veronese senza ostacolo con seimila fanti tedeschi, ai quali i Veneziani non fecero opposizione, indi per il Mantovano, Casalmaggiore e Piacenza portossi a Pavia. Lautrec e alcuni corpi veneziani s'erano posti a Binasco per impedire la venuta a Milano del duca; ma lo Sforza, côlto opportunamente il tempo, passò a Milano il giorno 4 aprile 1522. «Dove è incredibile a dire[19] con quanta letizia fosse ricevuto dal popolo milanese, rappresentandosi innanzi agli occhi degli uomini la memoria della felicità con la quale era stato quel popolo sotto il padre e gli altri duchi sforzeschi, e desiderando sommamente di avere un principe proprio, come più amatore de' popoli suoi, come più costretto ad avere rispetto e fare estimazione dei sudditi, nè disprezzarli per la grandezza immoderata»; e la cronaca del Grumello: «fece la intrata in la città Mediolanense con allegria, et tutto il popolo con sonar di campane, sparare di artellaria, parendo ruinasse il mondo. Mai fu visto, ne audito tanto triumpho. Cosse da non creder fureno facte per epsa repubblica mediolanense di allegria di Francisco Sforcia suo duca, et domandando denari el Sforcia per paghare lo exercito cexario, da gentillvomini, marchatanti, plebei et poveri herano portati danari, collane, argento; ogniuno portava qualche cossa per far danari, che mai fu visto tanta dimostrazione di amore, et di tutto hera tenuto bono conto, et a tutti quali havevano dato danari, collane, argento, fu a tutti facta la restituzione per Francischo Sforza, et così fu dato pagha allo exercito cexareo, et ognuno fu di bono animo di combattere contro i Galli[20]».
Frattanto Lautrec co' suoi Francesi, con ottomila Svizzeri, e coi Veneziani s'era ricoverato a Monza, ove eranvi il Montmorenci, il maresciallo Chabannes, il Bastardo di Savoia, il gran scudiere Sanseverino, il duca d'Urbino, Pietro di Navarra[21], ed altri illustri personaggi. L'armata della Lega, sotto il comando di Prospero Colonna, aveva posto gli alloggiamenti alla Bicocca, luogo situato fra Milano e Monza, e lontano circa quattro miglia della città; il luogo era vantaggioso per la difesa. Lautrec aveva sin da principio avvisato il re ch'ei non avrebbe potuto difendere lo Stato contro l'armata che si andava formando, a meno che non gli venissero spediti soccorsi dall'erario, onde stipendiare un numero conveniente di Svizzeri; e dalle lettere era bensì stato assicurato di riceverlo, ma realmente mai non l'ebbe. Egli teneva animati gli Svizzeri, mancanti dei loro stipendii, con promesse di imminente arrivo di danaro; ma essi, già troppo lungo tempo delusi, più non badavano alle lusinghe; e minacciavano di abbandonarlo e ritirarsi alle loro case. Il signor di Brantome, nella vita di Lautrec, ricorda il fatto dell'illustre cavaliere Bayard a Pamplona, dove, essendosi ammutinati gli Svizzeri che erano sotto i suoi ordini, egli, colla sua gendarmeria, benchè non numerosa, seppe reprimerli. Lautrec in vece, secondandoli, volle tentare una giornata: la tentò il giorno 27 di aprile 1522, venne battuto e rispinto, e perdette il milanese. Brantome lo condanna per non aver preso almeno il partito di starsene sulla difesa aspettando nuovi soccorsi. A me sembra che il Lautrec abbia operato senta prudenza; s'ei vinceva, avevano i collegati quattro miglia distante una città amica dove ricoverarsi; se perdeva, era tosto abbandonato dagli Svizzeri; i Veneziani freddamente l'avrebbero secondato, ei rimaneva con un drappello di Francesi appena bastante per ricondurlo nella sua patria. Come andasse quell'affare ce lo dicono minutamente più autori. Francesco Sforza era in Milano. Avvisato che i francesi si movevano verso de' Collegati, fece dar campana a martello in Milano, dove, e per odio verso de' Francesi e per amore del duca, al momento uscirono quanti cittadini potevano armarsi per combattere, e seimila se ne contarono:[22] Jussis igitur Sfortia popularibus, omnibus arma sumere, peditum armatorum sex millia, et item quadrigentos equites educit: cum his ad Bicocham in via, quae ducit Modoetiam, consistit[23]. Ed il Grumello dice: «Mai fu visto tanto populo correr alle arme, et il frate predicator di Santo Marco con il crocefisso in mane facendo animo a Milanexi volessero combatter, che era il giorno de la victoria et ch'hera certifichato che vincerebbono senza alchun dubbio. El Sforcia, unito suo exercito, ussite de la citta Mediolanense, et pigliò il cammino de la Bichoca con sua ordinanza[24]». Oltre i seimila cittadini milanesi armati, che sortirono a piedi in seguito del duca, quattrocento lo accompagnarono a cavallo[25]. Il duca co' suoi giunse prima che cominciasse l'attacco. Egli si pose alla difesa di un ponte, ed ivi infatti si scagliò col maggiore impeto il maresciallo di Foix: ma sebben penetrasse, venne rispinto poi con tanto disordine, che la battaglia diventò un macello, poichè dal ponte non potendovi passare che tre uomini di armi di fronte, e ammucchiandosi per la smania di uscire in salvo, si trovarono talmente stretti i nemici, che nemmeno fu loro possibile il difendersi; quindi la maggior parte vennero tagliati a pezzi. I Veneziani poco si mossero e rimasero quasi spettatori[26]. Lautrec aveva fatto coprire di croci rosse il corpo di battaglia: questa era la divisa dei collegati che sperava di sorprendere. Ma Prospero Colonna, informato di ciò, fece porre a' suoi un manipolo d'erba sull'elmo, e così venne delusa l'astuzia. Tremila svizzeri rimasero sul campo. Gli altri il giorno seguente abbandonarono l'armata. La battaglia della Bicocca è rimasta nella memoria dei Francesi, i quali, per significare che un sito costerebbe molto sangue, e gioverebbe poco acquistandolo, soglion dire: C'est un bicoque. La conseguenza di tal giornata fu che i Francesi interamente perdettero il milanese. I Francesi occuparono Lodi, ma ne furono scacciati il dì 3 maggio 1522; indi perdettero Pizzighettone, poi Genova il giorno 23 giugno. Non rimase ai Francesi che il castello di Milano, che evacuarono poi il giorno 15 d'aprile dell'anno seguente, ed il castello di Cremona[27], il quale durò più tempo nelle loro mani. Le bandiere acquistate alla Bicocca si collocarono in trionfo nel Duomo.
Ad animare il popolo molto giovò un frate agostiniano, che il Guicciardini chiama Andrea Carbato[28]. Costui, eloquente predicatore, mosso fors'anche dal sagacissimo Morone, aveva preso sopra del popolo quel predominio che ebbe già in prima frate Jacopo de' Bussolari in Pavia, come vedemmo nel secondo tomo, cap. XIII; e senza ricorrere ai secoli trasandati, come l'ebbe in Napoli il gesuita Pepe, il quale, padrone del popolaccio, a forza di biglietti stampati con alcune parole pie, ammassò tanto da far gittare una statua d'argento di naturale grandezza. Egli dal pulpito annunziò la morte del proposto Lodovico Antonio Muratori, padre e maestro della critica e della erudizione, onore dell'Italia, e lo annunziò Franco Muratore, e nemico della vergine, nemico de Mamma mia. Lo stesso spirito mosse a declamare altri da que' pulpiti contro Pietro Giannone, costretto a perdere la patria, e ridotto a terminare i suoi giorni in un carcere in pena d'averli spesi ad onore dell'Italia, patria nostra, sedotta dalla interessata e sediziosa voce d'un sacro declamatore. Morone conobbe quanta utilità poteva cagionare un tal mezzo, e l'adoperò. Questo frate si pose a predicare con applauso, anzi con entusiasmo universale in Milano, e confortava i Milanesi a difendersi contro dei Francesi, che stavano per discendere dalle Alpi, ricordando che se erano stati crudeli per lo passato, ora per odio e vendetta di aver abbracciato il principe naturale non si sarebbero saziati di carneficine, nè appagati con tutto l'oro, ed avrebbero con più ferocia rinnovata la memoria del Barbarossa. Ricordava gli esempi de' valorosi antenati, assicurava la salute eterna a chi moriva colle armi in mano per difesa della patria e del suo legittimo sovrano. Comparve sommamente animato il corpo de' cittadini milanesi formato dalla milizia urbana. «Era maraviglioso l'odio del popolo milanese contro ai Francesi, maraviglioso il desiderio del nuovo duca; per le quali cose, tollerando pazientemente qualunque incomodità, non solo non mutavano volontà per tante molestie, ma messa in arme la gioventù, ed eletti per ciascuna parrocchia capitani, concorrendo prontissimamente giorno e notte le guardie.... alleggerivano molto le fatiche dei soldati».
Il duca Francesco Sforza l'anno 1522 confermò il senato; stabilì che venisse composto di ventisette senatori, cioè cinque prelati, nove cavalieri e tredici dottori. L'editto è del giorno 18 maggio 1522[29]. Questo corpo ebbe in quella occasione la pienissima podestà di procedere, e giudiziariamente, ed anche per la via della equità:[30] Possitque ea omnia quae justitiae et aequitatis. Creato, siccome vedemmo, nel principiare del secolo XVI, egli, sebbene mutata la forma e ridotto a soli undici giureperiti de' quali nove soli sedenti, durò sino alla primavera del 1786 per lo spazio di ducent'ottantacinque anni. Gaillard, nella sua assai bella storia del re Francesco I, ci informa di varii aneddoti, i quali hanno relazione immediata cogli avvenimenti accaduti nel milanese, Lautrec, siccome accennai, aveva da bel principio chiesto soccorsi di denaro al re, protestandosi incapace di far fronte ai collegati senza di questo mezzo, per mantenere l'armata ed accrescerla cogli Svizzeri. Il re credeva che Lautrec avesse ricevuti quattrocentomila scudi, ch'egli aveva comandato se gli spedissero; e restò sorpreso, allorchè intese da Lautrec in sua discolpa che nulla eragli giunto, e che i Francesi erano creditori dello stipendio di diciotto mesi. L'ordine l'avea dato il re ad un vecchio ed onorato ministro di somma integrità, che il re chiamava padre suo, cioè al sopraintendente Saint-Blançay, il quale, interpellato dal suo monarca sulla spedizione di quella somma, tremando e sbigottito, gli significò che la duchessa d'Angoulème l'aveva obbligato a consegnarle i quattrocentomila scudi, comandandogli il segreto, e rendendosi ella mallevadrice delle conseguenze. Il povero ministro aveva la polizza segnata dalla duchessa, da cui appariva lo sborso fattole. Sin qui si scorge un intrigo di corte per fare scomparire Lautrec, fratello della favorita, a costo della perdita d'una provincia e del sangue di migliaia di uomini. Luisa di Savoia, madre del re, e duchessa d'Angoulême, secondò due personali passioni, l'avidità del denaro, e la gelosia di comandar sola nell'animo del re suo figlio. Qualche cosa ancora di peggio manifestò ella poi, quando chiamò mentitore il Saint-Blançay, e sostenne che que' denari erano un capitale suo che se le restituiva. L'orrore poi va al colmo, sapendosi che quell'onoratissimo vecchio ministro venne impiccato a Montfaucon[31]. (1523) La duchessa d'Angoulême, nel 1523, aveva quarantasette anni, nudriva qualche passione pel duca di Bourbon, contestabile di Francia, avendo essa contribuito a fargli avere degli onori, dovuti alla nascita e merito suo, ma che il re da sè medesimo dati non gli avrebbe, attesa la nessuna conformità fra l'umore vivace del re e la grave fierezza del duca; aveva trentaquattro anni il contestabile, allorquando le attenzioni della vedova duchessa d'Angoulême divennero sì pressanti, che ei lasciò chiaramente scorgere quanto importune gli fossero. La duchessa era tanto bella, quant'era possibile all'età sua. Ma ella avea l'anima tanto bassa e plebea, che pensò di vendicarsene, o di ridurre il duca a capitolare con lei promovendogli de' mali. Cominciò a fargli sospendere le pensioni. Il duca non se ne lagnò, anzi a dispetto di lei accrebbe il fasto e la pompa, per mostrare quale ei fosse indipendentemente dai soldi del re. Il contestabile invitò il re alla sua terra di Moulins, e lo accolse con feste splendidissime[32]. La duchessa fece proporre al contestabile la sua mano; egli sdegnò e derise queste nozze. Allora la donna in furore, adoperando il cancelliere di Francia Duprat, uomo nemico del contestabile, creatura della duchessa, e degno di tal protettrice, intentò una lite a nome del re al contestabile per ispogliarlo di tutti i suoi feudi, il Borbonese, l'Auvergne, la Marche, il Forêt Beaujolis, Dombres e molte altre signorie. La lite cominciò collo spogliare il contestabile, e porre i suoi beni sotto sequestro. Egli era il secondo principe del sangue reale, il primo pel suo merito e contestabile del regno. Carlo V, che avea rocchio sulla Francia, côlse il momento opportuno, e, per mezzo del conte di Beaurein, fece al contestabile le più vantaggiose proposizioni: si trattava d'invadere la Francia, e colle armi spagnuole dare al contestabile la sovranità delle terre sue, con aggiunta di altre: contemporaneamente Arrigo VIII dovea invadere altre province, sulle quali l'Inghilterra avea delle pretensioni. Così il re di Francia diventava un principe da non più contrastare a Carlo V. La trama venne scoperta. Il contestabile a stento, trasvestito, si pose in salvo nella Franca Contea. Il re Francesco avrebbe voluto che il parlamento di Parigi fosse sanguinario contro i complici, e lo mostrò tenendo un letto di giustizia, e rimproverando al medesimo le sue mitigate sentenze. Coloro che credono siffatti intrighi di corte invenzione dei tempi a noi più vicini, leggono meglio la storia. Così debbe accadere ogniqualvolta un principe d'animo debole si lasci dominare; e peggio poi, se da due opposti partiti. La duchessa d'Angoulême voleva comandar sola. La contessa di Chateau-Briant voleva aver parte al comando. Il duca di Bourbon, prendendo il partito di Carlo V, comparve un fellone. In fatti egli lo era. Coriolano pure per altra cagione tale si mostrò. Se non posso far l'apologia del duca di Bourbon, posso almeno compiangerlo; egli meritava un miglior destino. Gli storici nostri l'hanno insultato oltre il dovere.