Frattanto gli affari de' Francesi andavano ogni dì peggiorando. Il presidio francese nel castello di Milano, il giorno 15 d'aprile 1523, aveva ceduto il suo posto,[33] Custodibus partim morbo absumtis, partim morae taedio inopiaque cibariorum adactis, dice Sepulveda[34]. Non rimaneva più alcuno spazio occupato dai Francesi, trattone il castello. Il loro comandante, Janot d'Herbouville, signore di Bunon, era morto. Erano in tutto quaranta francesi, e trentadue essendone periti, i soli otto che rimanevano si obbligarono con giuramento di non ascoltare mai proposizione di rendersi, e diciotto mesi si sostennero. Così almeno ce n'assicura lo storico Brantome[35]. I Veneziani, vedendo andare così alla peggio gli affari del re di Francia, informati della indole del re, distratto dalle occupazioni, immerso nei piaceri, dominato a vicenda da due donne, conobbero che erano passati i tempi del buon Lodovico XII, e che l'essere collegati colla Francia non poteva essere loro di verun giovamento, anzi riusciva di molto pericolo attese le minacce del potentissimo ed attivissimo Carlo V. Veramente non aveano i Veneziani alcun plausibile pretesto per mancare alla lega che univali colla Francia; ma la Francia istessa, quattordici anni prima, colla lega famosa di Cambrai aveva insegnato ad essi a sostituire al codice del gius delle genti quello della convenienza. Il re di Francia in oltre era minacciato d'una invasione per parte degli Inglesi. A ciò si aggiungeva la moderazione che Cesare mostrava, consegnando al duca Francesco Sforza le fortezze acquistate dai Francesi, il che toglieva dall'opinione l'inquietudine che un monarca troppo potente, occupando il milanese, no 'l ritenesse, e li rendesse confinanti d'una terribile sovranità. Tutto ciò mosse i Veneziani a collegarsi coll'imperatore, col papa Adriano, Francesco Sforza, i Fiorentini, i Sanesi ed i Lucchesi. S'obbligarono a somministrare seicento uomini d'armi, altrettanti cavalleggeri e seimila fanti per la difesa dello Stato di Milano; e Carlo V si obbligò a difendere tutte le possessioni de' Veneziani nell'Italia. Tal confederazione seguì nel mese di luglio del 1523[36].
La duchessa d'Angoulême voleva che si ricuperasse il ducato di Milano, come lo bramava pure il re; ma voleva che l'onore di quest'impresa venisse accordato all'ammiraglio Bonnivet, e il re al solito accondiscese. Trentamila fanti e duemila uomini d'anni furono posti in marcia sotto il comando di Bonnivet, creatura della duchessa d'Angoulême; e questo Bonnivet fu poi cagione della totale irreparabil rovina de' Francesi e della prigionia dello stesso re, siccome vedremo. Il vecchio generale de' collegati, Prospero Colonna, non trovandosi forte a segno di sostener l'impeto di quest'armata, che s'incamminava verso del milanese, divise nei presidii i soldati. Diè Pavia da comandare al Leyva, per sè tenne il comando di Milano. Mentre si disponeva questa invasione, il duca Francesco Sforza fu in pericolo colla sua morte di lasciare più libero il campo alle ragioni del re di Francia; poichè, venendo egli da Monza a Milano a cavallo, ed avendo ordinato alle sue guardie di stargli lontane per non soffrire la polve che alzavano col calpestio, se gli accostò Bonifazio Visconti, giovine di nobilissima famiglia, e giunto ad un quadrivio, a tradimento sfoderò una daghelta e tentò di percuotere il duca nella lesta; ma il movimento del cavallo fe' sì che appena leggermente lo ferì sulla spalla. Questo Bonifazio era assai domestico dell'eccellenza del duca, dice Burigozzo, il quale asserisce essere accaduto il fatto nel giorno 21 di agosto 1523. L'assassino profittò del velocissimo suo corsiero, e potè salvarsi nel Piemonte[37]. Il duca ritornossene a Monza. Per Milano si sparve nuova che il duca fosse morto o moribondo, e ciò produsse una vera desolazione ne' cittadini. Tre giorni dopo il duca venne a Milano. L'ammiraglio Bonnivet, senza contrasto alcuno, entrò nel milanese, e direttamente si presentò sotto le mura di Milano per assediarla; ma la plebe era ardentissima con l'animo e con le opere contro i Francesi, dice Guicciardini[38]; e il Gaillard scrive: «L'infaticable Moron, plus utile au duc de Milan, que les plus habiles généraux, encourageoit et les bourgeois et les soldats, veilloit à l'approvisionnement de la place, à l'avancement des travaux, et faitsoit de plus repentir les François de ne lui avoir point tenu parole[39]». La comparsa de' Francesi sotto Milano segui verso la metà di settembre; intrapresero l'assedio: ma il giorno 12 di novembre cominciò a cadere gran copia di neve, e continuò un tempo cattivissimo per tre giorni. Le opere che aveano scavate i Francesi, erano impraticabili a cagione del fango profondo. Assai malvestiti erano i Francesi, e non era possibile che reggessero a questa stagione; quindi il giorno 14 di novembre 1523, dopo otto settimane di assedio, si ritirarono ricoverandosi a Rosate ed Abbiategrasso.[40] Bonnivet voleva ripassare le Alpi, e per assicurarsi la ritirata propose a Prospero Colonna una tregua; ma il Colonna non diede retta a tal partito, quantunque l'ammiraglio francese avesse interposta a favor suo la mediazione di «Madonna Chiara, famosa per la forma egregia del corpo, ma molto più per il sommo amore che le portava Prospero Colonna[41]»; il quale innamorato aveva ottant'anni[42], ed infatti fra pochi giorni spirò in Milano il 28 dicembre 1523[43], essendogli succeduto nel comando il vicerè di Napoli Carlo Lannoy. Circa a quel tempo venne a Milano il duca Carlo di Bourbon, già contestabile di Francia, e luogotenente e governatore del milanese sette anni prima; indi, in questo stesso anno 1523, col carattere di luogotenente generale cesareo.
(1524) Rimanevano i Francesi acquartierati ad Abbiategrasso, non senza molestia della città, la quale riceve una buona parte della provvisione dal canale detto Naviglio, che passa appunto in Abbiategrasso, quindi quella via rimaneva intercetta, a meno che non se ne facessero sloggiare i Francesi. Il duca, amato e riverito da' suoi Milanesi, pensò a quest'impresa. I Milanesi avevano somministrati novantamila ducati al loro buon principe, che ne aveva bisogno per difendersi[44]. Nel mese di aprile del 1524 il duca Francesco II, con una scelta squadra de' suoi Milanesi, marciò ad Abbiategrasso, e impetuosamente per assalto se ne impadronì[45], e poco dopo l'ammiraglio Bonnivet ripassò i monti, e così terminò questa spedizione[46]. Sgraziatamente però terminò per Milano la vittoria di Abbiategrasso, poichè eravi la pestilenza; ed i Milanesi vincitori la portarono nella patria, la quale pestilenza fu una delle più funeste e micidiali. La strage maggiore seguì nei mesi caldi di giugno, luglio ed agosto del 1524[47]. La cronaca del Grumello dice: «Et fu un pessimo sacco per la città Mediolanense. Apichata fu peste crudelissima in epsa città per le robe amorbate d'epso castello portate in dicta cittate, si existima moressero de le anime octanta millia, et più presto de più che di mancho[48]»; e Burigozzo fa ascendere la mortalità a più di centomila persone. Una cronaca originale, che si conserva in Pavia presso la nota famiglia dei conti Paleari, intitolata: «Relazione delle cose successe in Pavia dall'anno 1524 al 1528, del molto magnifico signor Martino Verri, dice che in Milano, per la pestilenza del 1524, morirono la metà delle persone, e quella durò per tutto il mese di agosto. Il Sepulveda asserisce che più di cinquantamila uomini vi perirono[49]. Il Bascapè, nella vita di San Carlo, dice:[50] Ut amplius quinquaginta millia hominum in urbe interirent, praeter alios innumerabiles qui in oppidis desiderati sunt[51]. Questa insigne disgrazia forma una epoca per la storia di Milano. Se per lo passato la città, ricca, popolata, presentò i suoi cittadini animosi e non indegni della stima altrui, dopo questo colpo fatale la città stessa, misera, spopolata, languente, non mostrò più se non pochi cittadini, oppressi nell'animo, e destinati, per le sciagure de' tempi, a invidiare la sorte dei loro parenti uccisi dalla pestilenza. Così in fatti vedremo; e pur troppo duolmi di dover occupare l'animo mio delle luttuose avventure che dovrò riferire[52].
Carlo V, per dare al re di Francia di che occuparsi nel suo regno, senza pensare al Milanese, spedì un corpo d'armati oltre i Pirenei. S'impadronì di Fonterabia, che si arrese al contestabile di Castiglia Inigo Velasco. Il comando di quell'armata venne in apparenza affidato al duca Carlo di Courbon, e, secondo il trattato, dovevano occuparsi Forêt Beajolis, Bourbonnois, Auvergne ed altri feudi del duca, il quale voleva rapidamente marciare a Lione, e così di slancio occupare la Francia meridionale, promessagli da Carlo V, confidandosi molto nel cuore de' suoi sudditi, sdegnati contro l'ingiustizia del re, ed affezionati a lui ed alla sua casa. Ma Carlo V temeva ch'egli, poichè avesse ottenuto l'intento, non si accomodasse col re. Pescara eragli a fianco, e ne attraversò l'idea. Si progettò di occupare le fortezze poste alle spiagge, acciocchè l'armata per mare avesse la sussistenza, la quale sarebbe stata in pericolo di esserle intercetta, qualora avesse dovuto passar per le gole dei Pirenei. Si pose l'assedio a Marsiglia. Il re di Francia, animato dall'ammiraglio Bonnivet, si dispose a portare in persona la guerra nel milanese. Questo colpo, che sembrava ardito ed inconseguente, nacque da uno di quei segreti di Stato, i quali rare volte si indovinano dal pubblico, perchè non sono parti di una sublime politica, alla quale soglionsi attribuire forse con troppa generosità tutte le risoluzioni de' gabinetti; e rare volte trovansi scrittori informati o coraggiosi a segno di pubblicarli. Il segreto di questa risoluzione ci vien palesato dallo storico Brantome nella vita dell'ammiraglio Bonnivet. Bonnivet fece venire al re la smania di vedere la signora Clerici, la più bella donna d'Italia, la quale esso ammiraglio aveva conosciuta ed amata in Milano prima che ne partissero i Francesi[53].
L'armata francese, che scese dalle Alpi, guidata dal suo re in persona, era composta di duemila uomini d'armi, tremila cavalli leggieri, ventimila fanti, metà francesi e metà svizzeri, seimila fanti tedeschi e cinquemila fanti italiani[54]. Alla metà di ottobre del 1524 passò le Alpi. «A tal nuova, quantunque Milano fosse resa deserta dalla pestilenza, e mancante affatto d'ogni provvisione, i pochi cittadini che rimanevano, offersero al loro principe Francesco II la vita e le sostanze»: ma il duca, seguendo anche il consiglio di Girolamo Morone, suo gran cancelliere, ringraziò i cittadini, conoscendo che non era più il tempo di opporsi, e che nella debolezza di allora si sarebbe provocato inevitabilmente l'ultimo eccidio della patria comune. Comandò dunque il duca ai Milanesi che non irritassero i nemici, piegassero ai tempi, e confidassero nell'aiuto della Divinità e nella fortuna di cesare. Egli partì da Milano il giorno 3 di ottobre, e si collocò a Soncino nel Cremonese col vicerè di Napoli, Carlo Lannoy. Il re di Francia entrò nel milanese il giorno 23 ottobre 1524. Si trattenne a Vigevano, e spinse a Milano il marchese di Saluzzo[55]. Tutto ciò seguì senza contrasto alcuno e senza spargimento di sangue, poichè pochi erano gli armati e il fiore di questi si ricoverò in Pavia sotto il comando di Antonio Leyva[56]. Ben è vero che il Bourbon e il Pescara, appena intesero la marcia del re, che, abbandonando Marsiglia, per le riviere marittime passarono per aspri colli[57], e con mirabile celerità volarono con rinforzo alla difesa del milanese, e in venti marce, vicenis castris, dice Sepulveda[58], si trovarono a Pavia nel giorno medesimo in cui il re giunse a Vercelli, cioè il giorno 20 di ottobre anzidetto[59]. I Francesi, impadronitisi della città di Milano, posero l'assedio al castello, presidiato da seicento spagnuoli. Dice il Guicciardini che il re dispose «con laude grande di modestia e benignità, che ai Milanesi non fosse fatta molestia alcuna[60]». Il povero nostro merciaio Burigozzo, ch'era testimonio di vista, scriveva che i Francesi «fazevano tanto male per Milano, che non saria possibile a poter narrare, e de robare et de logiare senza discrezione, et non tanto il logiare, ma volevano le spese et denari, et andavano in le caxe dove li era buon vino et lo volevono, et così d'altro, etc.» Pavia era stata riparata; era luogo assai forte, ed ivi eranvi ricoverati i soldati migliori. Il re si propose d'impadronirsene, sicuro che, fatto un tal colpo, ei si rendeva assoluto padrone del milanese. Ma tale era l'avversione che il crudele Lautrec aveva stampata negli animi de' popoli per la dominazione francese, che tutti i cittadini, i mercanti, le donne istesse esponevano la vita per difendersi contro dei Francesi; il che si vide prima in Milano, poi in Pavia; dove, postovi l'assedio dal re, talmente erano amici e confidenti i cittadini coi soldati che vivevano come fratelli, s'esponevano ai pericoli, tutti indistintamente, soldati e cittadini; il denaro dei cittadini era offerto per accontentare i soldati che non avevano paghe; i mercanti di panno vestivano i soldati, acciocchè reggessero al freddo, e vedevansi prodigi di valore e di buona armonia. La cronaca del Verri descrive un fatto in cui i soli cittadini respinsero i Francesi, i quali da Borgo Ticino per un sotterraneo erano penetrati al disopra del ponte levatoio; e, sbigottiti dalla sorpresa, alcuni pochi tedeschi che vi stavano in fazione, essendo essi fatti prigioni, i soli cittadini, diceva, si opposero, e diedero tempo al Leyva di accorrere co' suoi, senza di che Pavia era presa. Il Tegio ci racconta che una delle più illustri matrone, «Ippolita Malaspina, marchesa di Scaldasole, non si sdegnò con quelle belle e bianche mani portare le ceste piene di terra al bastione, e con parole ornate e piene di efficacia accendere li animi de' cittadini e de' soldati alla difesa». Tanto male potè fare al suo re il Lautrec, da rendere inespugnabile per l'animosità de' cittadini una città, che ne' combattimenti di dominazione accaduti prima e poi, non comparve mai una fortezza molto importante!
Il re da principio, profittando dell'ardore dei suoi soldati, cercò d'impadronirsi di Pavia con assalti impetuosissimi e replicati; poi, vedendosi vittoriosamente respinto e disperando di ottenere la città con tal mezzo, si pose a battere le mura coll'artiglieria per diroccarle ed aprirsi la strada; ma le rovine del giorno si andavano con maravigliosa avvedutezza riparando la notte dagli assediati, che, con fascine, cementi, travi, terra, riempivano i vani che si andavano formando. Fralle altre prove della sconsigliata condotta del re, vi è quella che mancogli la polve per continuare nell'impresa, e se il duca di Ferrara non gliela somministrava, egli era costretto a desistere[61]. Vedendo inutili gli assalti, delusa l'azione dell'artiglieria, si rivolge al progetto di sviare il Tesino da Pavia, cd inalvearlo tutto nel Gravellone, col mezzo d'una chiusa posta al luogo ove si divide il fiume in due correnti. Il progetto fu d'un tenente della compagnia d'uomini d'arme del signor d'Alençon, che aveva nome Silly baglì di Caen. Se riusciva il progetto, il re presentava le sue forze dal lato debole della città, marciando nel letto del fiume; ma una piena rovesciò la chiusa. Si tentò la seduzione; ma in vano. Finalmente fu costretto il re di cambiare l'assedio in un blocco, ed accontentarsi di cingere la città, aspettando che venisse costretta a cedere per mancanza di viveri. Questa è la serie degli avvenimenti presa nel suo tutto; e questo è il transunto di quanto si raccoglie dal Tegio, dal Guicciardini, dal Gaillard, dalle cronache del Grumello, del Verri e d'altri. Ma siccome per le conseguenze un tal assedio si rese famoso, e forma una epoca memorabilissima, non solo della storia d'Italia, ma della patria nostra singolarmente, così anch'io ne scriverò alcune particolarità, di quelle che soglio ommettere ne' casi comuni. All'oriente di Pavia, cioè a San Giacomo, a Santo Spirito, a San Paolo, a Sant'Apollinare stavano i quartieri degli Svizzeri allo stipendio de' Francesi; al nord stavano i Francesi, acquartierati a Mirabello e Pantalena; da ponente stavano alloggiati alla badia di San Lanfranco il re di Francia e il re di Navarra; a San Salvadore alloggiava il principe di Lorena co' Svevi e Grigioni; a mezzodì finalmente custodivano i posti, sotto il comando del marchese di Saluzzo e di Federico di Bozzolo, gli italiani misti co' francesi[62]. Il giorno 8 di novembre in tre luoghi era aperta la breccia, tanto era possente e replicato l'insulto di grossissima artiglieria! Tentarono dalla parte orientale l'assalto, e già due insegne francesi erano saliti sopra la rottura piantandovi le bandiere, e furono bravamente rispinti e rovesciati nella fossa. Contemporaneamente il re diresse l'attacco dalla parte occidentale. Fu impetuosissimo, e volle accorrervi il comandante don Antonio de Leyva. Vennero scacciati i Francesi, lasciando più di trecento morti sotto quelle mura[63]. Nè sempre stettero sulla difesa gli assediati; fecero anzi delle uscite, fralle quali una ne scrive la cronaca di Martino Verri, per cui s'innoltrarono sino a Campese, e tagliarono a pezzi dodici insegne di bellissima gente, onde ricoveraronsi nella città carichi di bottino, trasportando due pezzi d'artiglieria. Il presidio di Pavia era di seimila soldati[64].
In mezzo a tai felici successi però i Tedeschi presidiati in Pavia, mancando di paghe, si mostravano malcontenti; fecero quanto potevano i Pavesi radunando denaro per acquietarli. Il Leyva fece battere l'argenteria sua in forma di denaro, stampandovi il nome proprio[65]; ma non bastavano questi sforzi a formare una somma corrispondente al loro credito. Il giorno 22 di novembre tumultuarono a segno di minacciare che avrebbero aperte le porte al nemico. Il comandante di questi Tedeschi aveva nome Arzanes[66], ed era l'autore principale di tal emozione[67]. Il vicerè Lannoy, informato di tal pericolo, raccolse a stento tremila ducati d'oro; tant'era la penuria in cui trovavasi l'armata; e per fargli entrare in Pavia si servì dell'opera di due semplici fantaccini spagnuoli, i quali cucirono nella sottoveste questa somma, e comparvero al campo francese come disertori, ed ivi, côlto il momento d'una uscita che fecero gli assediati, s'immischiarono nella zuffa, e nel ritirarsi che fecero i cesariani, con essi entrarono in Pavia, e consegnarono il denaro al Leyva. La fede, l'onore, il nobile sentimento di questi due uomini mi ha fatto bramare di sapere i loro nomi; ma in varii scritti da me esaminati ho trovata bensì la virtuosa azione, ma non i due nomi che meritavano luogo nella memoria de' posteri. Con questo sebben tenue soccorso, distribuito come un pegno del maggiore che aspettavasi per una sovvenzione dei Genovesi, si calmarono gli animi; e pienamente poscia venne ristabilita la tranquillità colla morte dell'Azarnes, procuratagli, come sembra, dal Leyva, insidiosamente e per veleno. I costumi de' tempi si conoscono dai fatti non solo, ma dal modo ancora col quale gli storici li raccontano. Senza verun sentimento di ribrezzo un tale attentato del Leyva si descrive come un rimedio prudentemente adoperato da lui[68].
Era impaziente il re d'impadronirsi di Pavia, e lo doveva essere, perchè frattanto s'andavano accrescendo le forze de' cesariani, siccome vedremo. Non giovando gli assalti, essendo delusa e riparata l'azione dell'artiglieria, reso vano il progetto di deviare il Tesino, allontanata la speranza di ottenere colla fame una città di cui il presidio colle frequenti scorrerie, per lo più fortunate, riportava nuovi soccorsi, pensò a vincere corrompendo il comandante. Questa avventura sarà da me riferita colle parole del Tegio. «Il primo giorno di dicembre il re di Francia mandò entro la città un frate dai zoccoli, a cui soleva ogni anno confessarsi Antonio da Leva, ad esso Leva che gli persuadesse a volerli dare la città, che altrimente esso, con tutti i suoi, sarebbe stato tagliato a pezzi con tutti li cittadini, e distrutta tutta la città sino alli fondamenti, non lasciando di fare tutte quelle crudeltà che si potessero; il che s'egli avesse voluto fare, oltra molto tesoro, gli avrebbe ancora donate molte buone entrate nello stato di Milano: la cui ambasciata avendo bene isposta il frate, Antonio da Leva, salito in gran collera, proruppe in tai parole: Se tu non fossi nunzio regale, e tale, come io ho sempre creduto, di buoni costumi et di santità di vita, io ti farei oggi finire la tua vita sopra la forca: non pigliar mai più tale impresa; per hora vanne senza veruna offesa; e dirai alla regia maestà ch'io mi maraviglio molto di quella, che habbi mandata una tal ambasciata a me, il quale ho sempre anteposto la fede a qualunque magistrato e dignità ed oro. Sia lontano da me ogni nome di perfidia e di traditore; ch'io accetterei piuttosto qualunque sorte di crudel morte. Pavia è di Cesare, e data al sapientissimo Francesco Sforza, duca di Milano, e quella mi sforzarò di conservargliela con ogni cura, studio e diligenza, e di rendergliela». Malgrado però l'industria e il valore degli assediati i viveri erano assai pochi in Pavia. Si vendevano alle macellerie carni di cavalli e d'asini. Una gallina si vendeva per un ducato d'oro, le uova si vendevano venticinque soldi l'uno. Mancava il burro, non v'era lardo nè olio; di che Tegio minutamente c'informa. Tutto soffrivasi da'cittadini però, anzi che ubbidire nuovamente al dominio di un re che Lautrec aveva reso odiosissimo. In mezzo alla pubblica miseria Matteo Beccaria, il giorno 12 dicembre 1524, insultò l'umanità, dando un convito magnifico agli ufficiali del presidio. Il Tegio lo racconta come una magnificenza nel modo seguente. «Lavate prima le mani con acqua nanfa, posto in tavola primamente focaccine fatte col zuccaro et acqua rosata, e marzapani et offellette e pane biscotto; lo scalco portò poi fegati arrostiti di capponi, galline ed anitre, aspersi con sugo di aranci, e lattelli di vitello, e contornici e tortore molto grasse, arrostite nello spiedo; terzo, furono portati pavoni e conigli arrosto, e varii piattelli di carne di manzo trita, condita con zenzevero, cannelle e garofani; da poi capponi e lonze di vitello a rosto, con piattelli di carne di caprioli, con uva in aceto composta. Poi petti di vitello, capponi a lesso, con tortellette di formaggio e cinamomo, coperte con bianco mangiare, ovvero sapore composto con mandorle, zucchero e sugo di limone; poco da poi teste di vitello condite con passule e pignoli, e gran pezzi di carne di manzo, con senape e ulive; da poi colombi, anitre, lepretti acconci con pere, limoni e aceto. D'indi a poco furono portati porcelletti arrosto intieri, coperti di salsa verde; poco appresso papari grassi, cotti con cipolle e pepe; dopo lo scalco fece portare i latticinj e fritelle fatte a modo tedesco, e cose fatte di cacio di molte sorti. Ultimamente si posero mirabolani, citrini, kebuli, e corteccie di cedro e zucche confettate. Ho tralasciato il pane bianco come neve, e vini bianchi e rossi, al nettare o all'ambrosia non cedenti, di che i tedeschi maravigliosamente se ne godevano e con grande stupore. V'erano molti cantori e suonatori di varie sorti con trombe e tamburi, che rallegrarono molto i convitati; nel qual mangiarono certamente più di trecento uomini». Oggidì si conosce meglio la virtù, e meglio s'imparano i doveri sociali. Un pazzo che facesse altrettanto, avrebbe la esecrazione pubblica, e l'autore che lo riferisse non lo farebbe certamente con lode.
AVVERTIMENTO POSTO IN CALCE DEL TERZO VOLUME DELL'EDIZIONE DI MILANO DEL 1824
Il canonico teologo Frisi, editore del secondo volume in-4, stampato nel 1798, fece alla fine di questo capitolo la seguente osservazione.