(1737) Restituito lo stato di Milano in seno alla pace, fu necessariamente, per varii anni, privo di avvenimenti degni di essere ricordati, per cui appena si ha a far parola dell'ingresso in Milano del nuovo arcivescovo, Carlo Gaetano Stampa, accaduto il 10 maggio del 1737. Il 6 luglio dello stesso anno morì Giovan-Gastone, ultimo gran duca di Toscana della casa Medici, succedendogli, per le precedute convenzioni, il duca di Lorena, sposo dell'arciduchessa Maria Teresa. È non meno meritevole di ricordanza la morte, accaduta in Milano, del gesuita Tommaso Ceva, nella grave età d'ottantotto anni. I piacevoli suoi costumi, i suoi versi latini, qualche produzione matematica, e il suo buon gusto nelle belle lettere, del quale ci fan prova i precetti conservatici dal Muratori nella di lui vita, lo resero uomo distinto. (1739) Due anni dopo, l'arciduchessa Maria Teresa d'Austria e il gran duca Francesco di Lorena, di ritorno dai loro Stati di Toscana, onorarono, nel mese di maggio, la città di Milano colla loro presenza, e furono accolti cogli accostumati festeggiamenti. (1740) L'anno 1740 fu di funesto presagio per l'Italia, mentre all'esito infelice della guerra turchesca, colla perdita di Belgrado, si aggiunse, il 20 ottobre, la morte dell'imperatore Carlo VI, essendo d'anni cinquantacinque, dopo una malattia di soli tre giorni. Con esso ebbe fine la linea maschile dell'augusta casa d'Austria, la quale, nel corso di quattrocentosessantasette anni, diede al romano impero sedici Cesari e sei re alla Spagna. Appena divulgata la funesta nuova, l'arciduchessa Maria Teresa, come primogenita, secondo la prammatica sanzione, fu proclamata e riconosciuta regina d'Ungheria e di Boemia, e principessa sovrana di tutti i regni e Stati già appartenuti all'augusto genitore. Due suoi dispacci, spediti due giorni dopo la di lei assunzione al trono, giunsero in Milano; col primo de' quali ordinava la celebrazione de' funerali e le dimostrazioni del lutto per l'estinto monarca; e col secondo confermò il conte Traun in governatore dello Stato. Con altro dispaccio del 7 dicembre annunziò a questa città la generosa risoluzione di aver promosso il real consorte a coreggente in tutti gli acquistati dominii, senza lesione della sovranità o pregiudizio della prammatica sanzione. (1741) Di là a pochi mesi ebbero i sudditi lombardi motivo di nuova allegrezza per la notizia della successione assicurata alla casa austriaca, colla nascita di un arciduca primogenito, avvenuta il 13 marzo, che fu poi l'imperatore Giuseppe. Il conte Verri, mosso da ciò che quest'augusto prometteva nell'aurora del di lui regno, registrò nelle sue Memorie la nascita di esso, appellandolo il Giusto e l'Amico degli uomini. Ma dietro quest'aura di prosperità, e sotto quest'apparenza di ciel sereno, sorgeva minacciosa la più funesta procella, suscitata dalla concorde ambizione di tanti altri sovrani, per dividersi il ricco patrimonio di tanti regni. Stromento immediato riputavasi il re di Sardegna; e il caso volle che, per lasciarlo maggiormente libero di seguire gl'impulsi della sua politica, morisse a quel tempo la regina Elisabetta Teresa. Non fu tarda la corte di Vienna a proporgli un nuovo parentado colle nozze dell'arciduchessa Marianna, secondogenita del defunto Carlo VI; ma una tale proposizione non ebbe effetto, benchè per questa volta la fede serbata all'Austria si trovò d'accordo cogl'interessi della sua corona. Vide allora l'augusta Maria Teresa essere inevitabile il turbine di usa guerra accanita, e imminente lo scoppio; al che, come al più pronto rifugio, prese la memorabile risoluzione di ricorrere alla magnanimità della nazione ungherese; e, coll'occasione che il 25 di giugno fu essa coronata a Presburgo, si presentò agli Ordini della nazione, nuovamente radunati, tenendo fra le braccia il reale infante, della sola età di due mesi, e con tale dignità ed energia perorò per la sua causa, che da quell'assemblea, commossa fino alle lagrime, ottenne un unanime sfoderar di sciabole, accompagnato dal noto giuramento: Moriamur pro rege nostro Maria Theresia.
(1742) La prima esplosione della procella seguì nella Germania, cumulandosi allo sforzo dell'armi gli effetti delle macchinazioni politiche. Nello stesso tempo che l'invasa Boemia apriva ai nemici le porte della sua capitale, gli elettori, radunati a Francoforte, proclamavano all'impero il duca di Baviera, col nome di Carlo VII. Intanto la Lombardia era minacciata dagli Spagnuoli, partiti dal Napoletano e radunatisi in Romagna, ai quali fece fronte il governatore di Milano, maresciallo conte Traun, possentemente sussidiato dal re di Sardegna, avendo instituita, per rappresentarlo nell'amministrazione dello Stato, una real giunta di governo. La milizia civica fu posta a presidiare il castello; nella quale onorevole incombenza durò per dieci mesi. Quasi contemporaneamente un altro esercito spagnuolo invase la Savoia; il che costrinse il re sardo ad accorrere alla difesa de' propri Stati. (1743) Il 23 dicembre di quest'anno morì, più che sessagenario, l'arcivescovo cardinale Stampa, cui dal sommo pontefice Benedetto XIV, il 15 del successivo giugno, fu sostituito l'arciprete della chiesa metropolitana, Giuseppe Pozzobonelli, promosso tre mesi dopo al cardinalato: onorificenza ormai consueta ai titolari di questa sede arcivescovile. Circa la metà dell'anno, videro pure i Milanesi cambiato il loro governatore, il quale passò al comando degli eserciti in Germania, «lasciando in queste parti grata memoria del suo discreto ed onorato procedere, della sua moderazione ed affabilità, del suo disinteresse, e di molta carità verso i poveri[310]»; ed ebbe in successore il principe Giorgio Cristiano di Lobkowitz, che tosto si recò al campo contra gli Spagnuoli, confermando la giunta di governo già stabilita. Nè a ciò limitandosi la previdenza di Maria Teresa, si fece forte nel trattato di Worms, firmato il 12 settembre, co' sussidii navali e pecuniarii dell'Inghilterra, estesi anche al re di Sardegna, suo alleato; e, per vieppiù tenersi questo in fede, acconsentì di eseguire, a suo favore un terzo smembramento dello stato di Milano, concedendogli Bobbio, Voghera e Vigevano coi loro territorii, per modo che l'intiero corso del Ticino, dal lago Maggiore al suo confluente nel Po, fosse la linea di confine tra i due Stati; e di questa concessione venne il re di Sardegna posto in possesso nel principio del seguente anno. (1744) I consigli dell'attenta sovrana erano pure secondati dalla fortuna, venendo la guerra in Italia condotta con tale indolenza dai Gallo-Ispani, che consumarono l'intiera estate nell'inutile investimento di Cuneo; onde ha quella potuto mantener grossi e concentrati i suoi eserciti per un maggiore sforzo nella Germania. (1745) Sopraggiunse ancora più fausta per essa la morte avvenuta in Monaco il 20 febbraio del 1745, di Carlo VII, il quale, sebbene non sia mai stato che una larva d'imperatore, era tuttavia di continuo e grave inciampo a' suoi disegni. Fu quindi facile alla di lei destrezza di far eleggere al trono imperiale il proprio consorte duca di Lorena, il quale infatti fu incoronato a Francoforte il 4 ottobre, e prese il nome di Francesco I.
Queste felici combinazioni politiche, certamente influenti al buon esito definitivo della gran lotta, non valsero a dissipare la fiera procella che da tanto tempo ci sovrastava. Le corti di Francia e di Madrid, costanti nel proponimento di fondare una seconda sovranità borbonica in Italia in vantaggio dell'infante don Filippo, strinsero ad Araniuez un trattato colla repubblica di Genova, obbligandosi a pagarle un sussidio mensile di centomila scudi[311], e si decisero ad assalire con una massa preponderante di forze l'esercito austro-sardo, al di cui comando era venuto di recente il conte di Schulembourg in vece del principe di Lobkowitz, il quale eia stato pure separatamente supplito nel governo della Lombardia dal tenente maresciallo conte Gian Luca Pallavicino, con titolo di ministro plenipotenziario e autorità di governatore. Attesa l'alleanza coi Genovesi, nuovi rinforzi francesi e spagnuoli ebbero facile e sicuro il passo per la via d'Oneglia, ed unitisi col nerbo militare già esistente, e coi contingenti di Napoli, di Modena e di Genova, fecero centro in Acqui. Fra tutti ascendevano a settantamila combattenti, comandati da Francesco III duca di Modena, dal general conte di Gages e dal maresciallo di Maillebois. Di là il duca di Modena, scacciati gli Austro-Sardi da Savona, da Novi e da Tortona, si diresse alla conquista di Piacenza e Parma; nei mentre che il conte di Gages, con tremila granatieri e qualche cavalleria, gettato un ponte sul Po alla Stella verso Belgioioso, nella notte del 22 settembre sorprese Pavia, essendosi quel presidio ritirato in fretta nel castello. A tale nuova il conte di Schulembourg, comandante gli Austro-Sardi accampati in Bassignana, mandò tosto a presidiare il castello di Milano, e con tutta la sua artiglieria per la Pieve del Cairo si appressò a Vigevano, ed incalzato da' nemici, ritirossi quindi verso Casal-Monferrato. Queste mosse difensive lasciaron luogo all'infante don Filippo d'investire Alessandria e Valenza, di acquistar Asti ed altri castelli in que' contorni, e di estendersi a suo piacere nella Lombardia, abbandonata anche dal plenipotenziario conte Pallavicino, ch'erasi rifugiato in Mantova.
Mentre i supremi comandanti della lega nemica, radunati in Pavia, divisavano di progredire nelle operazioni militari coll'occupar Modena e Reggio, riservando il facile conquisto di Milano come una conseguenza dell'assicurata vittoria, giunse loro un ordine pressante della corte di Madrid di eseguirlo di preferenza e senza ritardo. Ciò procedeva dall'impazienza della regina Elisabetta di accelerare lo stabilimento dell'infante suo figlio, e procurargli un dovizioso appanaggio; e con questa improvvida risoluzione si lasciò il campo alla fortuna austriaca di risorgere in Italia. Occupate pertanto le rive del Ticino, il conte di Gages fece avanzare l'esercito verso Milano, dove il 16 dicembre entrò il generale di Camposanto con molti fanti e cavalli e parte degli equipaggi del principe, e in egual tempo due altri corpi furono spediti a prender possesso di Lodi e di Como. Mancando ancora la grossa artiglieria per intraprendere l'assedio del castello, munironsi di palafitte le strade interne che a quelle conducevano, e le due vicine porte della città vennero murate. Il vicario di Provvisione co' delegati civici si trasferì, il 18 dicembre, a Magenta, per adempire alla solita cerimonia della presentazione delle chiavi all'infante don Filippo, il quale nel giorno seguente entrò con gran pompa nella città. È inutile il dire che la popolazione si mostrò giuliva e plaudente, che la nobiltà e le magistrature ai presentarono al novello principe col sorriso sul labbro e con sommo rispetto, e ch'egli accolse i loro omaggi con graziosa clemenza. Questi uffici e siffatte dimostrazioni sono di tutti i tempi; fu però speciale di quella circostanza la grida pubblicata il 24 dicembre dalla Giunta interinale allora instituita, con cui fu aumentato il valore di tutte le monete correnti, e valga per saggio il filippo stabilito al prezzo di lire otto: col qual ordine il nuovo governo fece prova di essere ignorante o truffatore.
(1746) Ma benchè gli Spagnuoli fossero in possesso della capitale e si estendessero per un gran tratto di paese, gli Austriaci tenevano, oltre il castello di Milano, Pizzighettone, Cremona e Mantova; il re di Sardegna occupava la cittadella di Alessandria, e il principe di Lichtenstein erasi ritirato col suo corpo verso Trino e Crescentino, donde poteva agir di concerto coll'esercito austro-sardo non molto di là discosto. Inoltre l'imperatrice regina, pacificatasi opportunamente sulla fine di dicembre col re di Prussia, si trovò libera di spedire copiosi sussidii di gente in Italia; i quali, a malgrado de' rigori dell'inverno, giunsero in febbraio sul mantovano, e senza far posa, oltrepassato il Ticino, recaronsi al campo del principe di Lichtenstein. Con tali aiuti il principe, unitamente ai Piemontesi, ha potuto sorprender Asti, liberare Alessandria, riprender Acqui e stringere i nemici tra Gavi e Novi, senza però essere riuscito a toglier loro le comunicazioni col Genovesato e coi Napoletani. Da un altro lato il tenente maresciallo conte Pallavicino, che comandava nel mantovano, avanzossi alla destra del Po verso Guastalla, rinforzò la parte dell'esercito ch'era nel cremonese, e ricuperò Modena. Nel corso di queste operazioni, che andavano rendendo sempre peggiori le sorti della federazione nemica, l'infante don Filippo passava il tempo in Milano, ristorandosi dai disagi de' campi ne' tripudii delle feste e de' teatri, finchè, avendo gli Austriaci riacquistato Codogno e Lodi, e spinte le loro scorrerie fino alle porte di quella metropoli, il generale conte Gages fu costretto, nella notte precedente al 19 marzo, di annunziare al real principe la necessità di una pronta partenza; la quale fu eseguita nell'alba seguente con tale precipitazione e scompiglio, che, se fosse avvenuta dopo la perdita di una battaglia campale, non poteva essere più disastrosa. Così, dopo soli tre mesi di effimera occupazione spagnuola, tornò la Lombardia sotto il dominio austriaco, e tosto riassunse le cure del governo la real Giunta, che il conte Pallavicino avea eretta nella città all'atto di abbandonarla. I primi ordini da quella emanati, che ora, per i posteriori esempi, sarebbero riguardati per abituali ed indifferenti, riuscirono allora di sorpresa nel pubblico. Prescrivevasi in uno di essi che, nel termine di tre giorni, dovessero notificarsi tutti gli effetti, danari o mobili spettanti agli Spagnuoli, e che presso alcuno degli abitanti esistessero; e, con altro, erano dichiarati invalidi e nulli tutti gli atti seguiti nel tempo dell'invasione nemica. E a questa nullità fu data una sì precisa esecuzione, che, avendo l'infante don Filippo, ad istanza della contessa donna Clelia Grillo Borromeo, dama allora celebre per coltura e vivacità di spirito, fatta grazia della vita a un chierico Didino, condannato alle forche per causa d'omicidio con ruberia, volle il senato che si eseguisse la sentenza. Si è proceduto altresì con molto rigore contro le persone che prestarono favore ai nemici; e diverse ne furono punite con varie pene, tra le quali si conserva ancor viva la ricordanza del conte Giulio Antonio Biancani, uno de' questori del magistrato ordinario di Milano, che da una commissione speciale, autorizzata dall'augusta sovrana, fu condannato al taglio della testa ed alla confisca de' beni, come disertore e fellone.
Dopo lo sgombramento di Milano, abbandonarono di seguito i Gallispani il restante della Lombardia, ritirandosi a Piacenza. Verso la stessa città furono incalzati gli altri loro corpi che occupavano Guastalla, Reggio e Parma. Un fatto d'armi, avvenuto il 15 giugno, al collegio di San Lazaro presso Piacenza, e un altro, il 9 agosto, a Rottofredo, entrambi vantaggiosi agli austriaci, decisero la piena ritirata de' collegati, resa ancor più sollecita per la notizia ricevuta a Voghera della morte del re Filippo V. Onde, per la stessa via della Riviera di Ponente, che sette mesi addietro aveano percorso, avanzandosi gonfi di tante speranze, non più si ristettero finchè giunsero nella Provenza. La repubblica di Genova, che aveva aperto e favorito il passaggio ai nemici, non doveva andare impunita. Investita per mare e per terra, si arrese, e fu occupata dagli austriaci. Ma questi presto la perdettero, essendone scacciati dalla popolazione, irritata per l'eccesso delle contribuzioni e delle vessazioni, ed eccitata clandestinamente dall'influenza francese; nè dee tacersi che, a stancare per tal modo la pazienza de' Genovesi, fu principale stromento un nobile italiano, il marchese Botta Adorno di Pavia, che comandava gl'imperiali. (1747) Egli fu allora privato d'ogni comando; ed essendo poi stato trasferito al governo delle Fiandre, venne colà egualmente in esecrazione, così che, non ostante la protezione della corte, dovette esserne rimosso. Questo ministro era attaccatissimo agl'interessi dell'augusta padrona, ma avea la sfortuna di rendersi ovunque sommamente odioso, e parea nato a posta per far sorgere de' tumulti[312]. Per l'esito della guerra in Italia, era il gabinetto austriaco pressato da due opposte cure: avrebbe voluto trarre pronta vendetta dello smacco di Genova, che offendeva l'onor delle sue armi, non meno per le cause che negli effetti; e l'incalzava la brama di portare il flagello della guerra nel paese del nemico. Fece dar opera all'uno e all'altro divisamento, e nessuno gli riuscì. Furono senza buon esito i campeggiamenti nella Provenza, per la novità dei luoghi, per la difficoltà de' viveri, per le scarse forze; e mancò del pari l'impresa di Genova, per essere stata condotta senz'unità di piano, fra la rivalità delle corti e la gelosia de' comandanti. Nè i Francesi e gli Spagnuoli si distinsero con alcun fatto memorabile, se si eccettua il funesto capriccio del maresciallo di Bellisle di aver voluto far superare a forza i trincieramenti del Colle dell'Assietta, tra Exilles e Fenestrelle, difesi valorosamente dagli Austro-Sardi sotto gli ordini de' conti di Colloredo e di Bricherasco, senz'altro esito che di avere sagrificato infruttuosamente cinquemila francesi, e insieme con essi il proprio fratello. Questa vittoria fu, a buon dritto, festeggiata con varii Te Deum sì in Piemonte che in Lombardia[313].
Se la perdita di Genova fu cagione della disgrazia del generale Botta Adorno, il non averla ricuperata portò il richiamo del comandante supremo, conte di Schulembourg, cui venne sostituito il conte di Traun, e del ministro plenipotenziario, conte Gian Luca Pallavicino, caduto forse in sospetto per essere di nascita genovese, entrambi partiti per Vienna a render conto del loro operato. Per il governo della Lombardia fu creata una real Giunta, composta del gran-cancelliere, conte Beltrame Cristiani, stato assunto a questa carica fino dal 1744, dai presidenti del senato e dei magistrati ordinario e straordinario, ed altri otto soggetti. Lasciò il Pallavicino fama d'uomo disinteressato e magnifico, ed eguale la mantenne allorchè, di là a tre anni, restituito in grazia, tornò alla primiera carica in Milano. Nel triennio intermedio a questi due suoi governi, la carica congiunta di governatore e di capitano generale della Lombardia austriaca fu coperta dal conte Ferdinando Bonaventura di Harrach, venuto il 19 settembre. Egli fu un buonissimo signore, senza fasto, umano, amico dell'ordine e della tranquillità, nemico delle novazioni. La contessa di lui consorte, giovane, vivace, e anche bella e galante, diffuse l'allegria nel paese, e introdusse la moda di cavalcar le dame anche in città, e di girare pe' palchi le maschere al carnevale[314].
Non solo l'Italia, ma l'Europa intiera era stanca ed estenuata dalla guerra, laonde l'ambizione dovette ricevere la legge dalla necessità. (1748) Tutti i sovrani erano, nel loro cuore, concordi nel voler la pace, e per conseguirla meno svantaggiosa, fecero un ultimo sforzo, ponendosi ciascuno nell'attitudine più guerresca. Fu essa sottoscritta in Acquisgrana dai ministri plenipotenziari delle varie potenze, e il 23 ottobre il fu dal conte di Kaunitz per l'imperatrice regina, la quale, per quel trattato, conservò tutti gli Stati ereditari, ad eccezione della Slesia e della contea di Glatz, cedute alla Prussia; ricuperò i Paesi Bassi, ma rinunziò alle conquiste che avea fatte in Italia; cedette i ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, da erigersi in sovranità a favore dell'infante don Filippo, e confermò le cessioni fatte al re di Sardegna. (1749) L'esecuzione di questo trattato, quanto all'Italia, rese necessario un parziale congresso, apertosi nel mese di dicembre in Nizza di Provenza, che tutto sistemò con buon ordine, per cui, nella seguente primavera, eseguite le rispettive cessioni e represtinazioni, ha potuto anche la nostra Lombardia gustare i beneficii della pace, dietro la quale avea per otto anni inutilmente sospinto. (1752) E per vieppiù consolidarla, strinse l'augusta Maria Teresa un trattato di alleanza e di commercio coi re di Spagna e di Sardegna, sottoscritto ad Aranjuez il 27 aprile del 1752[315], al quale accedettero in seguito (come era stato loro riservato) il re delle Due Sicilie, il gran duca di Toscana e il duca di Parma. In quello, oltre la reciproca garanzia e difesa di quanto ciascuno possedeva, fu stipulato che, in caso di ostile aggressione, dovessero, due mesi dopo esserne richiesti, accorrere in soccorso della potenza minacciata con un determinato numero di truppe, che non poteva esser minore, per ognuna delle tre principali potenze, di ottomila fanti e quattromila cavalli; quanto al re delle Due Sicilie, di quattromila uomini di fanteria e milleduecento di cavalleria; e di mille uomini a piedi e cinquecento a cavallo per parte dell'infante don Filippo; con facoltà inoltre di dare, invece di soldati, ottomila fiorini d'Impero al mese per ogni mille uomini a piedi, e ventiquattromila per altrettanti a cavallo, da essere rimessi mese per mese ne' banchi di Genova fino al termine della guerra. E per riguardo al commercio, si convenne che i rispettivi sudditi godrebbero presso le altre potenze contraenti dei maggiori privilegi accordati alle nazioni amiche. In particolare poi si conchiusero dall'imperatrice colle corti di Napoli e di Parma alcuni vicendevoli matrimonii, da pubblicarsi ed eseguirsi a suo tempo, e si fissò che tanto il regno delle Due Sicilie, quanto il gran ducato di Toscana, formassero in avvenire due secondogeniture della casa d'Austria e di quella di Borbone del ramo spagnuolo, reversibili alle rispettive discendenze, onde avessero sempre il proprio sovrano naturale. (1753) Anche la situazione famigliare della casa ducale d'Este, ridotta ad un'unica figlia e fuori di speranza di aver altra successione, non fu trascurata dalla perspicacia del ministero austriaco; e, più destro o più fortunato del gabinetto di Parma, che mirava allo stesso intento, riuscì a stipulare una convenzione, per la quale le corti di Vienna e di Modena strettamente si collegarono, a condizione che la principessa Beatrice, figlia del principe ereditario Ercole Rinaldo, ed erede presuntiva di tutti i dominii estensi, nata il 7 aprile 1750, sposerebbe l'arciduca terzogenito, e a questi sarebbe stata conferita la carica di governatore e capitano generale della Lombardia austriaca, da essere supplita durante la sua minore età dal duca di Modena Francesco III. E tutto ciò ebbe immediato effetto, a segno che questo principe, trasferitosi a Milano il 4 gennaio 1754, entrò tosto in possesso della sua nuova dignità, e il conte Beltrame Cristiani, ch'ebbe il merito di aver negoziato quel vantaggioso partito, dalla carica di gran cancelliere del governo, che fu soppressa, venne promosso a quella di ministro plenipotenziario nella Lombardia. Con distinti trattati furono regolati inoltre i confini col re di Sardegna, col duca di Parma, cogli Svizzeri e co' Veneziani. Ma le amichevoli intelligenze e i varii vincoli di parentela e d'interesse contratti colla Spagna e colle potenze italiane non avrebbero bastato a rendere sicura l'Italia nell'emergenza di nuove guerre in Europa, se non riuscivasi a rendere anche la Francia partecipe di siffatti accordi; e a quest'oggetto avendo rivolto l'Austria ogni suo intendimento, vi riuscì con pari felicità: e l'alleanza fra le due corti per tanto tempo rivali, che sempre più si consolidò, se non ha meritato un'unanime approvazione ne' rapporti degli interessi eminenti della monarchia, fu senza dubbio del più deciso vantaggio per la quiete d'Italia. Un altro oggetto della saggia previdenza di Maria Teresa fu di antivenire al caso, benchè rimoto, della successione al trono imperiale, la quale restava quasi assicurata alla sua discendenza se avesse potuto far nominare l'arciduca Giuseppe, suo primogenito, in re de' Romani. Ma questo progetto, messo in campo circa l'epoca di cui trattiamo, e caldamente favoreggiato dall'Inghilterra, potea con difficoltà essere accolto dagli elettori per l'età del principe, che appena giungeva ai dodici anni, ed ebbe un insuperabile contradittore nel re di Prussia, onde soltanto nel 24 maggio 1764, dopo la pace d'Hubertsburgo, che pose fine alla famosa guerra dei sette anni, ha potuto aver esecuzione; abbastanza però ancora in tempo, mentre l'imperatore Francesco I morì l'8 agosto dell'anno seguente. Questo avvicendamento di combinazioni politiche, con tant'arte preparate e condotte ad un solo scopo, fu cagione che la pace d'Italia non fosse più turbata per il corso continuo di quarantotto anni fino al 1796; e tanto la rammentata disastrosissima guerra dei sette anni, che l'altra per la successione nella Baviera, e la turchesca, unicamente un'influenza pecuniaria esercitarono nell'austriaca Lombardia per i sussidii che ha dovuto somministrare. Per la qual causa, congiunta ai buoni ordini introdotti, de' quali siamo per parlare, e alla tranquilla indole degli abitanti, ebbero pur merito i Lombardi d'essersi mantenuti in una costante obbedienza e fedeltà, allorchè, per le riforme dell'imperatore Giuseppe II, eransi ribellati i Paesi Bassi, fervevano gli Stati ereditari, e sì altamente querelavansi gli Ungheri, che fu duopo accondiscendere a' loro gravami.
È gradito incarico allo storico imparziale, dopo di aver dovuto narrare i vizi e gli errori de' potenti e la conseguente oppressione e l'impoverimento de' popoli, di poter talvolta ricreare la mente propria e quella de' lettori colla rappresentazione di tempi meno infelici, e col racconto di un genere di pubblica amministrazione più consentaneo alla dignità e al ben essere degli uomini. Questa lode è meritamente dovuta al regno di Maria Teresa, la quale, a malgrado delle lunghe guerre da cui era bersagliata la monarchia, si mostrò costantemente intenta a dar migliori ordini ai varii rami del suo governo. E fu in ciò provvidamente secondata dalla sorte, mentre, avendo risoluto di liberarsi del referendario Bartenstein, che colla sua prepotente arroganza avea svergognato la diplomazia austriaca sotto Carlo VI, assunse, nel 1753, al supremo ministero il conte, indi principe Antonio Venceslao di Kaunitz-Rietberg. Questo grand'uomo, nato nel 1711, che resse con gloria per lo spazio di quasi quarant'anni i consigli della casa d'Austria, era dotato di molto ingegno, d'uno zelo instancabile e dì somma integrità; abile negoziatore, profondo dissimulatore senza parerlo, impenetrabile ne' suoi secreti, ma ricco d'amor proprio, e perciò presuntuoso ed altiero: così ci è descritto dal Coxe[316] sulla fede de' documenti ufficiali del ministero inglese. Ei possedeva a tal segno la confidenza della sua sovrana, che, essendo ella piissima, ha potuto tuttavia intraprendere e compire con mano ferma le riforme più delicate nelle materie ecclesiastiche. Per ciò che concerne la Lombardia, il compimento del catastro delle proprietà fondiarie, come base della giusta ripartizione del principale tributo, occupò le prime cure dell'imperatrice regina. Questa grande opera, tentata quasi due secoli prima dagli Spagnuoli con informi elementi, instaurata nei primordii della dominazione austriaca, era rimasta interrotta, dopo la spesa di più milioni, per le vicende belliche del 1733. Fu riassunta nel 1749 coll'erezione di una nuova Giunta del censimento, cui fu dato a presidente un dottissimo giureconsulto, Pompeo Neri, espressamente chiamato dalla Toscana, ove copriva la carica di secretario del consiglio di reggenza. Nello stesso tempo fu questi incaricato di esaminare i mezzi più opportuni per una sistemazione del corso delle monete, colla quale fosse posto rimedio al gravissimo danno che si soffriva dal pubblico per il valore arbitrario di esse. A tal fine molte conferenze e molti esperimenti furono allora eseguiti, di concerto colla real corte di Torino, dove un altro gran ministro, il conte Giambattista Bogino, fece ogni sforzo perchè il provvedimento da adottarsi fosse a comune beneficio esteso a tutta l'Italia. Però le corte viste e le piccole gelosie fecero riuscire a vuoto la saggia proposizione; onde questo gravissimo oggetto, rimasto allora deserto, con principii più sicuri, ma circoscritto alla sola Lombardia, fu poscia sistemato soltanto nel 1778.
(1758) Erano quasi ridotti al loro termine i lavori del censimento colle assidue cure di nove anni, quando, essendo il Neri richiamato a Firenze, la Giunta fu sciolta, e sostituita una governativa delegazione; a questa fu dato l'onore di proclamare il compimento dell'opera, e s'incominciò nel 1790 a ripartire il tributo prediale sul nuovo catastro. Contemporaneamente alla partenza del presidente Neri, Milano rimase priva di un altro illustre ministro, il plenipotenziario conte Beltrame Cristiani, morto il 31 luglio, dopo una lunga malattia, che lasciò alternare speranza e timore. La sua morte fu da uomo senza la minima imbecillità. Spedì gli affari con mente serena fino all'ultimo giorno. Egli da un'umile condizione col suo merito e colla sua prudenza giunse al sommo grado di essere padrone del milanese. Gli fa onore il ricordare ch'egli cominciò nel 1725 come podestà di Borgonuovo, feudo del marchese Giandemaria di Parma. Poi fu impiegato in Piacenza, dove il conte Trotti, governatore, lo conobbe e lo fece conoscere ai comandanti degli eserciti austriaci che guerreggiavano. La fermezza del carattere, la sagacità de' ripieghi, la fedeltà sua, gli utili servigi che rese, lo fecero ben presto ammirare. Il duca di Modena, incautamente unitosi agli Spagnuoli, avendo abbandonato i suoi Stati, ne fu commesso il governo al Cristiani, che seppe accontentare l'imperatrice, il duca e il paese. Popolare e disadatto nel suo aspetto, distratto talvolta e balbuziente, senza fasto, e memore sempre del suo primo stato, cercò di placare l'invidia, e l'implacabile superò coll'ingegno. Fu spedito a Vienna colla lusinga che la grossolana figura, anche sucida per l'uso del tabacco da masticare, dovesse dispiacere alla imperatrice regina, e che l'ignoranza del tedesco e del francese lo dovesse far comparire un meschino curiale. Ma egli superò il sorriso che avea destate fra le colte persone, e l'imperatrice gli si rese affetta dopo che gli ebbe parlato. Egli non poteva sperare di essere governatore di Milano per difetto de' natali. Le aderenze colla casa di Modena gli diedero occasione di formare il progetto di far venire a governar stabilmente il milanese il duca Francesco III col titolo di amministratore. Il duca s'annoiava a Modena, amava il soggiorno di Milano, e questo se gli offriva nel luminoso carattere di amministratore del governo, con soldo assai cospicuo, con tutti gli onori, purchè lasciasse ogni cura al Cristiani e concedesse la principessa Beatrice sposa a un arciduca. Si presentò dall'altra parte all'imperatrice un matrimonio per un figlio cadetto, e con esso gli Stati di Modena, Reggio, Mirandola, Massa e Carrara. Richiedevasi l'animo del conte Cristiani per condurre a termine e fermare tali idee. Questo sempre più gli acquistò il cuore e la confidenza dell'augusta sovrana, della quale teneva delle firme in bianco da riempiere, occorrendo un dispaccio. Sin ch'egli visse, lasciò tutte le apparenze al duca, che ognuno credeva che comandasse. Questi mezzi, uniti alla sua mente e operosità, lo fecero trionfare de' nemici. Era uomo generoso, e fedele alla sua parola. Aveva la politica grande, e non pareva nè imbarazzato nè circospetto. Era capace di domandare scusa anche ad un povero, se in un impeto di collera l'avesse ingiustamente offeso. Chi riceveva un'ingiustizia da lui per precipitazione o prevenzione, era sicuro, non solamente d'essere risarcito, ma di fare qualche fortuna. Non era per altro nè colto, nè sensibile in conto alcuno al merito di un letterato o d'un artista. Sapeva il latino, l'italiano, la legge e un po' di storia e nulla più; ma sapeva l'arte di conoscere gli uomini.