(1759) Fu dato in successore al conte Cristiani nella carica di ministro plenipotenziario nella Lombardia il conte Carlo di Firmian, che giunse in Milano il 16 giugno del 1759. Figlio cadetto di una famiglia nobile tirolese, egli avea passato la sua gioventù in Roma come aspirante nella carriera prelatizia senza far fortuna. Di carattere pusillanime e di scarsi talenti, amava più la rappresentazione che gli affari, ed avea l'arte di coprire le qualità che non possedeva colla compostezza, colle scarse e misurate parole, e con un officioso sussiego. In altri tempi, quando i governatori erano i despoti e i legislatori del paese, questa mediocrità poteva nuocere; ma dacchè il conte di Kaunitz fu assunto al supremo ministero della monarchia, le disposizioni legislative e di buon governo procedevano dall'alto, e i ministri nelle provincie divennero semplici referendarii ed esecutori; onde tutto il male che poteva farsi da essi limitavasi a qualche sfavorevole relazione alla corte, e a qualche abuso di minuta polizia, della quale erano lasciati arbitri. Durante il ministero del conte di Firmian furono eseguite le più importanti riforme; e in queste si fecero procedere di pari passo le materie civili e le ecclesiastiche. Si fece sparire ciò che ancora rimaneva delle immunità personali e reali del clero; si proibirono le carceri private alle comunità religiose; fu abolito l'asilo sacro: istituzione incompatibile coi nuovi tempi, e per lo più scandalosa nella pratica. (1762-1768) Il Santo Ufficio dell'Inquisizione venne soppresso. Si limitò la giurisdizione ecclesiastica e il diritto di acquistare alle mani-morte, e si sottoposero le spedizioni di Roma alla cautela del regio exequatur, senza il quale non potevano essere eseguite[317]; fu delegata una Giunta per le materie ecclesiastiche miste[318], cui fu poscia sostituita una Giunta economale[319], con giurisdizione privativa ed inappellabile; s'instituì in fine una Giunta subalterna per la riforma dei luoghi pii e delle parrocchie[320]; e queste diverse disposizioni, dopo l'esperienza di sei anni, furono dall'autorità sovrana definitivamente stabilite e confermate[321].
(1769) Forse il caso e forse la precoce antiveggenza dell'imperatore Giuseppe II a raffermare gli animi de' sudditi, fu cagione del primo viaggio che fece quel sovrano in Italia. Partito da Vienna sul fine di febbraio, sotto il nome di conte di Falkenstein, che conservò sempre ne' viaggi successivi, trascorse senza fermarsi a Mantova e Firenze, e fu diritto a Roma con piccolissimo séguito, dove dopo Carlo V nissun altro cesare erasi mostrato. L'improvviso arrivo, la modestia dell'accompagnamento, l'affabilità de' modi, il rifiuto d'ogni pomposa onorificenza furono argomenti di generale sorpresa e meraviglia. Giuseppe II, osservate le cose più insigni di Roma, e di Napoli, visitate le nuove fortezze costruite sull'Alpi dal re di Sardegna, si trattenne nel ritorno nella sua Lombardia nel 23 giugno al 15 luglio. Egli vi si fece ammirare come amico dell'ordine e della giustizia, desideroso del pubblico bene, nemico degli abusi, di un'attività straordinaria, e singolarmente ricco di utili cognizioni. E poichè i fatti parziali sono talvolta più istruttivi di un'intera storia, così non è da tacersi che quel sovrano, il quale, appena ebbe dalla madre nella prima gioventù il potere di ordinare tutto ciò chè concerneva l'esercito, ad imitazione del sistema prussiano, volle introdotta la coscrizione militare in tutti gli Stati austriaci, ad eccezione de' Paesi Bassi, dell'Ungheria, del Tirolo e del Milanese[322]. Avendo, nella visita de' monasteri fatta in Milano, osservato che le monache non occupavansi se non di poco utili esercizi, mandò ad esse una gran quantità di tela affinchè ne preparassero camicie per i soldati[323]. Una inclinazione guerriera, associata ad un istinto di beneficenza e di novità, fu infatti il caratteristico di questo sovrano.
E le riforme proseguivano. Fino dal 1765 era stato creato un supremo consiglio di economia: in questo dicastero, trasformato poscia in magistrato politico camerale, sedettero successivamente gli uomini che maggiormente onorarono il paese, Gian-Rinaldi Carli, Cesare Beccaria e Pietro Verri. (1770) Si eresse un nuovo monte dei creditori camerali, che, dal nome della sovrana, si disse di Santa Teresa, e in esso furono trasportati i creditori del monte civico e del banco di Sant'Ambrogio, salvo a quelli che non amassero il nuovo investimento di ritirare fra un mese i loro capitali[324]. Si ordinò che nello stesso monte fossero versate le somme di riscatto dei debiti di mani-morte, de' quali era permessa la redenzione[325]; e vi furono pure inscritti a credito de' possessori, coll'interesse del sei per cento, i capitali rappresentanti i dazi, i pedaggi e le altre gabelle d'ogni sorta, che nel corso di due secoli e mezzo erano stati venduti, e che furono rivocati alla regia camera[326]. L'esame delle entrate e delle spese delle diverse amministrazioni dello Stato e de' pubblici, che da prima era generalmente avvolto nel mistero, confuso e arbitrario, fu ridotto in un solo centro e ad un metodo uniforme coll'istituzione di una camera de' conti[327]; e fu una prova del merito di essa, frammezzo a tante mutazioni successive, la continuata sua sussistenza. Per fine le pubbliche finanze, che nella sola vista di servire al bisogno presente erano state, nel 1751, date in appalto ad una compagnia di speculatori, i quali, da una condizione oscura, salirono poi a grandi onori e ricchezze, furono per esse gradatamente richiamate allo Stato; prima, nel 1766, coll'averle ridotte ad una Ferma mista, con un terzo di utili e un rappresentante regio; e quindi, nel 1771, con una piena emancipazione, che recò inoltre al regio erario centomille zecchini di maggiore benefizio. (1771) Questo lucro servì all'appannaggio del reale arciduca Ferdinando, che nell'anno stesso si stabilì in Milano, dove il 16 ottobre contrasse, secondo le convenzioni, il matrimonio colla principessa estense Maria Beatrice Riccarda, ed entrò nell'esercizio della carica di governatore e capitano generale della Lombardia. Nè perciò si restituì a' suoi dominii il vecchio duca di Modena che lo avea fino allora rappresentato; ma alternando la sua dimora tra Milano e la sua villeggiatura di Varese, morì in quest'ultima, di ottantadue anni, il 22 febbraio del 1780. A questo tempo ebbe pure effetto un'istituzione di grande e permanente utilità, il pio albergo Trivulzio, aperto ai poveri de' due sessi che hanno oltrepassata l'età di sessant'anni. Benchè questo stabilimento sia in origine dovuto alla privata munificenza, fu esso dalla provvidenza sovrana assai favoreggiato, sia coll'assenso prestato per i beni soggetti a vincolo feudale e assegnatigli in dote, sia coll'unire a quello l'antico ospitale de' vecchi e con altre proficue assistenze[328]. Si vide allora una celebre donna dedicarsi spontaneamente in quell'albergo alla soprintendenza del quartiere femminile, e poscia ella stessa ricoverarvisi per essere più pronta a que' servigi. Fu dessa Maria Gaetana Agnesi. Nata in Milano, di nobile famiglia, nel 1718, educata alle lettere e nello studio delle matematiche dal dottissimo e modesto Ramiro Rampinelli, avea di trent'anni pubblicate le sue Istituzioni analitiche, che, neppure avvertite in patria, riscossero altissime lodi dalle primarie società scientifiche dell'Europa. Visse poi il restante della lunga sua vita nell'albergo Trivulzi, indifferente alla dimenticanza de' suoi concittadini, dividendo ogni sua cura tra le assunte opere di pietà e gli studi sacri, ai quali erasi intieramente dedicata, finchè tardi venne la morte a raggiungerla nell'ottantesimo primo anno della sua età.
(1773-1779) La presenza e l'attività del reale arciduca diedero moto a provvedimenti più immediatamente utili al paese. Ne' sette anni dal 1773 al 1779 si prepararono colla maggiore maturità i lavori, che diedero poi all'Italia nella moneta milanese i più bei tipi e il più ben calcolato sistema monetario che allora si conoscesse[329]. Si instituì un magistrato generale degli studi, e l'università di Pavia fu riorganizzata, ampliata, arricchita[330]; e salì poi ad altissima fama pei sommi uomini che onorarono le sue cattedre, Tissot, Gian-Pietro Frank, Mascheroni, Spallanzani, Volta. Milano, che fino dal 1766 area avuta una specola astronomica, fondata sotto la direzione di Ruggiero Boscovich, vide quella ampliata dopo la soppressione dei Gesuiti nel 1773, data una nuova e più ampia consistenza alle loro scuole col titolo di real Ginnasio, raccolta e aperta al pubblico con gran dispendio nel loro collegio di Brera una copiosissima biblioteca, e applicati i beni di essi alla pubblica istruzione. Le scuole Palatine, nelle quali era stata eretta qualche anno addietro una cattedra[331] di economia pubblica col titolo di Scienze Camerali (seconda in Italia, dopo quella di Napoli, instituita da un privato filantropo), n'ebbero un'altra per ammaestrare nell'esercizio dell'arte notarile[332]; all'instituzione della quale succedette il provvidissimo stabilimento di un generale archivio per la custodia degli atti de' notari civili di lutto il ducato[333]. Nel 1773 venne fondato presso le scuole di Sant'Alessandro un museo di storia naturale e di mineralogia, e di là a tre anni si vide eretta una Società patriottica per i progressi dell'agricoltura, delle arti e delle manifatture, con una dotazione per i premii da distribuirsi annualmente, e l'assegno di un terreno per gli esperimenti[334]: fondazione di gloriosa ricordanza per i beneficii da essa recati al paese, e di cui è comune vergogna il trascurato repristinamento, dacchè e Firenze e Torino e Verona hanno restituito in fiore le loro società e accademie agrarie. Nello stesso anno, 1776, dopo quasi tre secoli trascorsi in isterili progetti e in infelici tentativi, fu resa perfetta la navigazione dall'Adda a Milano coll'apertura del canale detto di Paderno, tagliato nel margine del monte, per cui le navi dal bacino di Lecco scendono liberamente nell'antico naviglio della Martesana. Le arti e le manifatture ebbero più sorta d'incoraggiamenti con premii, con privilegi, con sovvenzioni in danaro. E tra le belle arti l'architettura in ispecie godette del più deciso favore. Era di già stato chiamato da Napoli il migliore architetto che allora avesse l'Italia, Luigi Vanvitelli, a dirigere gl'importanti ristauri che si fecero nel palazzo di corte per l'arrivo del reale arciduca[335]. Si chiamò poscia il più distinto de' suoi discepoli, Giuseppe Piermarini di Foligno, il quale cogli esempi de' molti nobili lavori che eseguì nel corso di più di vent'anni[336], potentemente in ciò sussidiato dagli abili professori ed allievi della nuova accademia delle belle arti, restituì in onore l'architettura tra noi, purgandola di quanto ancora le rimaneva degli stupri Borromineschi, benchè nè l'uno nè gli altri fossero riusciti ad elevarla alla maestà dei grandi modelli. Sono opere di Piermarini la regia ducale corte, la real villa di Monza, il compimento del palazzo di Brera, il monte di Santa Teresa, il nuovo gran teatro costruito dove esisteva la collegiata della Scala, di cui ritenne il nome, compito nel 1778, e l'altro della Canobbiana, aperto al pubblico nell'anno seguente. I privati signori si volsero, com'è il solito, a corteggiare il gusto di chi presiedeva al governo dello Stato, imitandolo; onde si viddero più antichi palazzi ristaurati o rinnovati, e tra questi meritano speciale menzione i due palazzi del principe e del conte generale di Belgioioso, l'uno eretto circa i tempi di cui parliamo, sotto la direzione di Piermarini, l'altro nel 1790 (salito poi all'onore di real villa) dall'architetto Leopoldo Polack, di cui bell'opera fu pure la facciata dell'insigne tempio di Rho, ch'era stata lasciata imperfetta dal celebre Pellegrini.
Gli effetti di un tal regime illuminato e benefico erano rapidi e progressivi. La popolazione accrescevasi; le moderate imposizioni, e l'impiego della parte di esse eccedente le spese dello Stato, in opere pubbliche di strade, canali, fabbriche di ogni sorta, nell'arricchire le biblioteche, i musei, i gabinetti scientifici, in sovvenzioni e premii a promovere l'agricoltura e le manifatture, diffondevano l'istruzione, l'agiatezza e la prosperità in tutte le classi: beati tempi, allora non conosciuti, nè apprezzati abbastanza, non tanto per la naturale abitudine degli uomini di adattarsi al bene con indifferenza, quanto per l'apatia propria dei Lombardi, e che, per la forza di più secoli di pessimo governo, era divenuta in essi una seconda natura. (1780) Tuttavia fu questa vinta dalla forza de' benefizi; e i Milanesi, che avevano già dato prova di affettuosa sensibilità verso la loro sovrana quando nel 1767 era stata posta dal vaiuolo in grave pericolo della vita, accorrendo in folla ai tridui, che allora celebraronsi in tutte le chiese, mostrarono un sincero dolore all'inaspettato annunzio ch'essa avea cessato di vivere per idropisia di petto il 29 novembre del 1780. Essa avea settantatre anni, quaranta de' quali ne trascorse tra le cure del governo de' vasti suoi dominii. Si mostrò costante e prudente, non meno nella contraria che nella prospera fortuna. Economa per abito, sapeva all'opportunità essere liberale. Fu zelante osservatrice della religione, e amante della giustizia; ma diede un'importanza eccessiva alle minute pratiche di quella, e si mostrò talora intollerante; dava pure facile orecchio alle segrete delazioni, e con predilezione occupavasi de' piccoli affari. Ebbe perciò alcuna volta a lagnarsi di essersi ingannata nelle sue scelte, e che le sue intenzioni fossero state male intese o mal eseguite. Con tutto ciò il regno di Maria Teresa è il secolo d'oro dei popoli della casa d'Austria[337]. In essa si estinse l'illustre casa d'Absburg, dopo però di essersi quasi propaginata e già riprodotta in quella di Lorena, ora regnante. Il conte Gherardo d'Arco, Paolo Frisi e monsignor Turchi ne scrissero l'elogio, e ognuno di questi dotti uomini vi si mostrò quale doveva essere, colto e giudizioso patrizio, scrittore filosofo, frate panegirista.
L'indole del successore, l'augusto Giuseppe II, inclinato fervidamente a beneficare i suoi sudditi, temperò il danno della fatal perdita; se non che l'impeto e la precipitazione con cui soleva operare, resero spesso spiacevole, e talvolta agli occhi del volgo travisarono il beneficio. Con non lunghi intervalli si susseguirono tre altre morti, che per la Lombardia furono memorabili. (1782) La prima è quella del ministro plenipotenziario conte di Firmian, avvenuta il 20 giugno del 1782. Alcuna cosa già si disse del di lui carattere, al che poco rimane ad aggiungere. La sua autorità, che ne' primi dieci anni fu sufficientemente estesa in molti oggetti di minuto dettaglio, si attenuò dopo la venuta del reale arciduca. La di lui bontà permise che alcuni suoi scrivani favoriti abusassero della sua confidenza. Coloro che confondono la bibliomania coll'amore delle lettere, il tennero e il dissero un mecenate. I Milanesi lo compiansero. Fu sostituito al conte di Firmian il conte di Vilzek, personaggio mediocre al pari di quello, e che lasciò fama di non aver fatto nè bene nè male. (1783) Nel seguente anno morì pure il cardinale arcivescovo Giuseppe Pozzobonetti, dopo di avere presieduto alla chiesa milanese per il lungo corso di anni quaranta: prelato saggio, attento e unicamente occupato del sacro suo ministero. Il 1.º settembre dell'anno medesimo gli fu dato in successore monsignore Filippo Visconti, in di cui lode basterà il dire che ne' tempi burrascosi successivi al 1796 egli si meritò di essere pubblicamente difeso da un vecchio filosofo, il conte Pietro Verri, contro le forsennate invettive de' demagoghi rivoluzionarii. (1784) Non molto dopo morì l'insigne letterato e matematico Paolo Frisi, che non potendo soffrire gl'incomodi di una fistola dolorosa, si sottopose ad un'operazione che in brevissimi giorni, in ancor fresca età, il trasse al sepolcro. Il poc'anzi citato conte Verri, di lui amico, supplì alla solita noncuranza della città onorata dalla nascita e dagli studii di quell'uomo illustre, tessendo di lui un nobile elogio, ed ergendogli un modesto monumento in Sant'Alessandro, chiesa de' Barnabiti, alla di cui congregazione aveva il defunto appartenuto per qualche tempo.
Fece Giuseppe II due nuovi viaggi in Italia, l'uno in quest'anno, l'altro nel successivo. Nel primo corse fino a Roma, dove ricusò il ricambio di onorificenze che il papa voleva prestargli per quelle a lui usate in Vienna due anni addietro. Conchiuse però con esso un concordato, col quale fu conceduta ai duchi di Milano la nomina ai vescovati e ai beneficii della Lombardia austriaca, che prima spettava alla Santa Sede[338]. Stipulò pure colla Toscana, il 4 dicembre, a favore della Lombardia stessa, un trattato per le reciproche successioni de' sudditi nei due Stati[339], del pari che erasi precedentemente stabilito colla Francia e la Prussia[340], col governo Sardo[341] e colla repubblica di Venezia[342]. (1785) Egli si trattenne in Milano dal 19 febbraio al 9 marzo. L'ultimo viaggio fu limitato alla Lombardia, con una permanenza di soli sette giorni: la più lunga fu quella del primo viaggio nel 1769, che ne durò ventuno. In quest'anno vendette l'imperatore al papa i possedimenti della Mesola nel Ferrarese per novecentomila scudi[343]; e il re e la regina di Napoli, visitando per piacere l'Italia, si trattennero in Milano dal 1.º settembre al 23 luglio, festeggiati con sontuosa magnificenza. Prima di partire da Vienna per il suo secondo viaggio, lasciò Giuseppe II ai capi dei dicasteri aulici la legge de' suoi voleri, che, tradotti dal tedesco, circolarono allora per l'Italia. Appare in essi ad ogni passo il suo amore per l'ordine, per il buon servigio e per il pubblico bene; e, nella certezza di farne un gradito dono ai lettori, si riportano in fine di quest'ultimo capitolo (pag. 285).
L'imperatore in que' viaggi raccoglieva e maturava gli elementi per compire le sue riforme. Intanto le parti di esse ch'erano già in corso presso il ministero, andavansi successivamente pubblicando e mettendo in esecuzione. Erano queste d'ogni specie, scientifiche ed economiche, di beneficenza e di polizia, civili e religiose, e si estendevano dai minimi ai massimi argomenti. A rendere più comune l'arte di frenare e regolar le acque, che in ispecie devastavano frequentemente il mantovano, fu eretta una cattedra d'idrostatica ed idraulica[344]. Perchè i piccoli commercianti di seta non fossero più posti nella necessità di vendite precipitose, s'instituì un Monte o Depositorio delle sete, da cui, mediante un tenue pro, potevano avere in prestito quasi l'intiero loro capitale per alimentare le successive speculazioni[345]. Fu proclamata la tolleranza dell'esercizio delle diverse religioni separate dalla Chiesa romana[346]. Si proibì di ricorrere a Roma per le dispense agl'impedimenti canonici de' matrimoni; indi fu stabilita su quest'oggetto una speciale legislazione[347]. Si tolse pure alla corte di Roma la collazione de' benefici, restituendola ai vescovi diocesani per quelli in cura d'anime o portanti dignità capitolare, e attribuendo quella de' semplici al governo; e tutti per concorso[348]. E di tolleranza, e di matrimoni, e di benefizi, e di ricorsi a Roma si trattò di nuovo in successivi ordini, chiarendo, modificando, confermando[349]. Anche l'università di Pavia ebbe confermati ed ampliati i suoi regolamenti[350]. E i monti di Pietà che esistevano per antica istituzione in varie parti dello Stato, e in particolare quello di Milano, furono riorganizzati, estesi e muniti di provvide norme[351].
(1786) Il torrente delle innovazioni proruppe nel 1786. Tutti gli ordini civili furono sconvolti e obbligati a subire una nuova forma. Il magistrato politico camerale, la commissione ecclesiastica, il tribunale araldico, quello della Sanità, la Commissaria generale e la Congregazione dello Stato vennero soppressi, e le loro attribuzioni concentrate in un consiglio di governo; conservarono soltanto una separata esistenza la Camera de' conti, l'intendenza generale delle finanze e una congregazione di Patrimonio per ciascuna città[352]. S'istituirono otto intendenze politiche in altrettante province, nelle quali fu diviso il paese[353]; e si eresse in Milano un nuovo ufficio generale di polizia, conforme a quello stabilito nella Germania, donde fu mandato un buon numero di soldati invalidi per fare le funzioni di guardie, che con denominazione francese chiamaronsi di police, e procedevano armati di bastone[354]. Nuova forma, nuovo metodo, nuovi vocaboli ebbero i tribunali giudiziari. Il senato fu soppresso. Questo corpo rispettabile per la ruggine dell'età, e che aveva introdotto il dispotismo nel santuario della giustizia, vantandosi di giudicare tamquam Deus, si estinse dopo ducentottantacinque anni di esistenza, senz'aver lasciato memoria di un solo beneficio recato allo Stato. Si crearono più giudici o tribunali di prima istanza, uno d'appellazione ed un supremo di revisione per i casi che le due precedenti sentenze fossero discordanti; le cause di commercio e di cambio ebbero ne' tribunali mercantili una prima istanza separata[355]. Un regolamento giudiziario civile stabilì le norme per la procedura, e queste per la chiarezza dell'ordine, per l'esclusione d'ogni arbitrio, per la sobria tutela prestata ai litiganti meritarono gli encomii de' saggi giureconsulti. Di un conio meno felice fa il codice criminale. Mentre questo proscrisse quasi la pena di morte, riservandola ai soli delitti di ribellione[356], surrogò ad essa una lenta morte con durissimi supplici, esercitata nei segreti degli ergastoli, e perciò senza pubblico esempio[357]. Dopo di avere stabilito la giusta massima che la pena non può colpire che l'autore del delitto, così che «il castigo e il supplizio stesso del malfattore non debbano recar danno alla moglie, ai figli, ai parenti, agli eredi[358]», ordina pei delitti di lesa maestà e di ribellione la confisca de' beni, «senza riguardo alcuno che vi siano figli[359]». Si aggiunsero come inasprimenti di pena la marca infame della forca da imprimersi con un bollo a fuoco sulle guance o ne' fianchi[360], un più rigoroso digiuno, e bastonate e nervate e vergate, delle quali e della loro ripetizione è lasciato arbitro il giudice colla sola riserva di non oltrepassare i cento colpi per volta[361]. Il qual malaugurato esercizio del bastone s'incontra ad ogni passo in quel codice criminale, e figura non meno distintamente nel codice de' delitti politici, che a quello succede; onde, dopo di avere con filosofica idea dichiarato doversi i bestemmiatori trattare come frenetici, imprigionandoli nello spedale de' pazzi[362], vuole che alle pene della prigionia più o meno dura e del lavoro pubblico, decretate contro gli sprezzatori della religione, gli scandalosi, i rei di delitti venerei, i banditi disubbedienti, sia sempre aggiunta l'altra delle bastonate[363]. Un inasprimento di pena non accennato nel codice, e che sarà stato ordinato da posteriori istruzioni, ricordomi di aver veduto in Milano nella mia prima gioventù, nell'essere condotti i rei a ricevere in pubblico l'impressione della marca infame, distesi sopra un graticcio, e strascinato da un cavallo al luogo del supplizio.
(1786-1789). Le cose ecclesiastiche, argomento favorito in allora del ministero austriaco e prediletto dall'imperatore, furono in quell'anno soggetto di tanti ordini, editti, regolamenti, che sembrava che, dopo il molto ch'erasi già operato da venticinque anni in poi, nulla ancora si fosse fatto. Fino dal 1782 erasi dato mano a sopprimere i conventi e monasteri, specialmente i più ricchi, come Certosini, Cisterciensi, Olivetani e simili. Fattesi ora le soppressioni più numerose, s'intimò un'egual sorte alle monache, quando non si prestassero a rendersi utili nell'educazione femminile[364]; e talmente prevalse l'abitudine al tedio dell'ozio claustrale, che il più gran numero preferì di essere soppresso, rendendosi generalmente oggetti di ludibrio per l'imperizia de' costumi sociali, e a molti di compassione. Si espulsero i seminaristi elvetici dal loro collegio, e vi s'installò il consiglio di governo. Fu stabilito un nuovo compartimento delle parrocchie; si determinò lo stipendio de' parrochi, e sulle rendite de' regolari soppressi fu supplito alle mancanti congrue; si vietò l'ordinazione de' cherici quando non avessero fatto il corso de' loro studi nel seminario generale eretto in Pavia; tutti i consorsi, che vari e sotto diversi nomi esistevano presso le chiese, furono aboliti, salve le confraternite delta carità o della dottrina cristiana, che si dissero poi del Santissimo[365]. Una legge sontuaria fa emanata pe' funerali[366]; la tumulazione nelle chiese, già dapprima abrogata[367], fu di nuovo proibita severamente, sostituendovi i cimiteri da erigersi fuori dell'abitato[368]. Il numero de' giorni festivi fu ridotto; limitate le funzioni sacre e le processioni, vietate le novene, le ottave, i tridui; fissato il tempo di suonare le campane, e l'orario per tener aperte le chiese[369]. Queste minuzie, bensì opportune, ma disdicenti alla maestà del sovrano, spiacquero al volgo più che le grandi riforme, sparsero di ridicolo i di lui regolamenti, e giustificarono il frizzo di Federico II, re di Prussia, che usava chiamarlo: mio fratello il sagrista. Provvedimenti che più generalmente ottennero la pubblica soddisfazione, furano la sistemazione de' dazi e l'erezione delle scuole normali. La prima, contro il solito, procedette per gradi, e non fu fissata che dopo lunghi e maturi esami; durò quindi più che ogni altra. Si fece precedere l'abolizione dei dazi intermedi tra i territorii dell'una e dell'altra città; si soppressero varie minute gabelle locali, di sostratico, di pascolo, sui quadrupedi, detta della dogana viva, su molti prodotti indigeni, sulle manifatture, sui pellami, sulle telerie, sul sapone, sui nastri e perfino sugli zolfanelli[370]. Fu quindi pubblicata una nuova tariffa daziaria, con lo stabilimento di un dazio unico e la libertà dell'interna circolazione delle merci[371]. L'istruzione elementare erasi in addietro abbandonata alla tirannia de' pedanti, si volle rendere ragionevole, più generale ed uniforme; il che si ottenne colle scuole normali, benchè abbiasi voluto fare una distinzione tra il povero e il facoltoso, prescrivendo per quest'ultimo l'obbligo di un meschino annuo pagamento[372], abrogato poscia nel 1791. Non furono trascurati l'ornato e la decenza della città, e ciò che spetta alla polizia amministrativa. Le case furono numerizzate, le lampade dell'illuminazione poste per le strade, formato un giardino pubblico dove prima era il ritiro delle Celestine. La libera circolazione ed esportazione de' grani fu proclamata e regolata[373]. Non meno le farmacie, che l'esercizio della medicina e della chirurgia ebbero una nuova sistemazione[374]. Con saggio intendimento fu deciso di togliere la mendicità questuante, ma non si provvide a sufficienza per renderla operosa. Perciò i cittadini con compassione ed isbigottimento videro gli agenti della police dare la caccia ai pitocchi per le strade e strascinarli in carcere; ma per risparmiare il pane che consumavano, rilasciavansi in breve con giuramento di non più mendicare; quindi, con quasi ridicola vicenda, imprigionavansi di nuovo per aver contravvenuto al giuramento, costretti dalla necessità. Prima di dar mano a tante mutazioni, e frattanto che si eseguivano le più clamorose, si trovò conveniente che il reale arciduca governatore partisse per un viaggio. Egli lasciò la sua residenza il 29 dicembre 1785; andò da Genova a Nizza, dove passò l'inverno, poi dopo un viaggio in Francia, Inghilterra e Germania, ritornò in Milano la sera del 16 dicembre dell'anno successivo. La popolazione, riguardando la sua assenza come una disapprovazione delle fatte novità, gli andò incontro con immenso concorso.