Un'altra censura fatta al conte Verri, non parziale alla storia, ma estesa a tutte le sue opere, è quella di essere licenzioso scrittore in fatto di lingua. La difesa ch'egli fece a sè e a' suoi colleghi nel noto foglio periodico il Caffè, come pretendenti ad un illuminato arbitrio, provocò gli sdegni di un giudizioso ma intemperante critico, Giuseppe Baretti; il quale, dalla sua famigerata Frusta letteraria in poi, continuò fino alla morte l'incessante suo chiasso per questa, a suo dire, imperdonabile arroganza. Verri, in quei primi ardimenti del suo ingegno, scriveva da filosofo, non da grammatico; forse errò nel menarne vanto; ma nel calore di una fazione di guerra, quale era quella propostasi dagli animosi e illustri giovani della società del Caffè contro i parolai e i pedanti, come misurare le mosse a compasso e pretendere che non trascendasi? Consimili cose erano state da me dette nelle Memorie biografiche che ho fatto precedere agli Scritti scelti del Baretti, pubblicati nel 1822, e sembravano di avere con ciò servito abbastanza alla giustizia e all'imparzialità; nè credeva che fosse necessario di ripetere ad ogni passo sempre lo stesso avvertimento, imitando il costume de' legali nelle dispute forensi colle parole solenni, come le avrebbero chiamate i giureconsulti romani, d'impugno, nego, ec., per modo che il non opporle si avesse per una confessione dell'assunto dell'avversario. Ma così non parve all'anonimo che in due estratti inseriti nella Biblioteca Italiana (numeri CII e CXII) rese conto di quel mio lavoro; e nell'estratto II, non contento di quanto io aveva scritto a correzione delle invettive del Baretti nei capi X e XVI, e in una nota all'articolo 25 del capo XIX delle citate Memorie, altre annotazioni pretese che da me lombardo si fossero fatte a difesa dei lombardi ingegni. Premesso incidentemente ch'io non ho l'onore di appartenere alla Lombardia se non per la scelta del domicilio, essendo nato in un borgo del Novarese, non so con quale logica si pretenda che le lodi e le difese degli autori debbano prendere incitamento dell'accidentale affinità del municipio, anzi che dalla ragione; e forse che, conseguenza di questa logica, fu che l'autore di quegli estratti, per non essere lombardo, ha creduto di potersi dipartire nel secondo di essi dalla decenza serbata nel primo, e per cumulare qualche critica di più asserì, che raro è unicamente ciò che è inedito, e che di cose inedite appena un terzo si contiene in quella mia collezione, delle quali osservazioni dirò soltanto che nella prima farneticò, e nell'altra mentì apertamente, non essendo questo il luogo di estendermi in più copiose parole.

§ III. Continuazione del canonico Frisi.

Avendo il conte Verri lasciata interrotta la sua storia circa alla metà del secondo volume, siccome si è detto, il canonico teologo Anton-Francesco Frisi si assunse di proseguirla, e la condusse per la succesione di quarant'anni sino al pontificato del cardinale arcivescovo Carlo Borromeo, chiudendo il suo lavoro col di lui elogio dettato colle parole di un vescovo francese e di un dottore della Sorbona, e mettendo in luce il volume nel 1798. Ne scrisse quindi un terzo volume, nel quale la storia è continuata fino al 1750, e questo, che ha la data del 1813, rimase inedito e si conserva nell'archivio della casa Verri. Nella nota alla pag. 208 del vol. II, dove il Frisi ci avvisa della interruzione del lavoro per la morte dell'illustre autore, soggiunse: Al compimento di esso mi sono data la pena di fedelmente raccogliere la più parte di quanto segue da alcuni tomi in foglio manoscritti ritrovati presso il defunto. Avendo io, vivente l'autore, avuto il comodo di vedere quei tomi, aveva potuto convincermi che l'asserita fedeltà non reggeva; quindi nelle Notizie che scrissi intorno alla vita e alle opere di Pietro Verri, colla franchezza che si conviene alla manifestazione del vero, diedi pubblico rimprovero al Continuatore (tomo I, pag. 25 di quest'edizione) «di aver violato la protesta da lui fatta di trascrivere fedelmente i frammenti dell'autore, mentre osò di mutilarli». Sopravisse tredici anni ancora il canonico Frisi, cioè fino al 20 luglio del 1817, e riputando la difesa impossibile, non aprì mai bocca su quell'accusa, non ostante che ben conosce l'opera nella quale fu pubblicata, e che egli cita alla pag. 211 del rammentato tomo III inedito della sua continuazione. Ho voluto estendermi in questi dettagli, mentre qualche lettore superficiale avrebbe potuto oppormi a viltà l'accingermi a combattere un morto; nè senza la presente occasione avrei più parlato di lui; e nella necessità di parlarne e di giustificare la mia asserzione, il farò più compendiosamente che mi sarà possibile.

Non è colpa del canonico Frisi se, per la diversità dell'educazione e degli studi, e, diremo anche, per la sproporzione de' talenti, si trovò egli inferiore di forze a sostenere lodevolmente un carico che l'amicizia e la stima per l'illustre defunto gli fecero assumere; e così se egli, credendo di far meglio, stemperò in circonlocuzioni e frasi contorte e floscie il testo chiaro, preciso, robusto, evidente del Verri; se come canonico e teologo, tanto nel proseguimento stampato che nel tomo manoscritto, modificò o tacque ciò che di sfavorevole incontrava in argomenti di giurisdizione ecclesiastica, riducendo il suo lavoro ad un perpetuo panegirico de' governatori e degli arcivescovi di Milano; se avendo trovato nelle memorie del Verri le incisioni di quattro figure di danzatori ed una lunga di lui nota intorno ai balli e ai teatri della fine del secolo decimosesto, non ha potuto resistere alla bramosia di pubblicarle, e per riuscirvi trasportò la nota racconciata a suo modo dall'anno 1598, cui spettava, al 1545, con manifesto anacronismo; e se, vagando per tutta la storia dell'Europa, impinguò il suo testo con lunghi riempitivi presi dal Guicciardini e dal Muratori, senza riguardo al savio precetto del Verri, nel tomo I (pag. 68 di questa edizione), ove dice: Non avendo io preso a scrivere una storia generale, ma unicamente quella di Milano, nè per ora nè in séguito mi stenderò mai sugli avvenimenti d'Italia se non di volo, e per quella connessione che ebbero colla nostra città. Siccome sbagli innocenti debbono pure riguardarsi nel lavoro del Frisi diverse inesattezze di epoche o di nomi; quale è, per esempio, quella a pag. 248, dove con aperta distrazione di mente fa condurre da Lannoy, noto generale di Carlo V, un esercito francese in Italia in servizio della Lega; quella alla pag. 263, nell'avere indicato Francesco I qual possessore tuttavia di una buona parte del milanese, invece del duca Francesco II, come dice il Verri con più proposito; quella di aver detto alla pag. 269 che Clemente VII creò cardinale il figlio del gran cancelliere Morone nel 1542, mentre quel papa era morto fino dal 1534; e del pari l'altra, a pag. 358, che il governatore duca di Sessa fosse giunto in Milano in marzo dell'anno 1558, laddove il signor Salomoni, nelle sue Memorie storico-diplomatiche, pag. 147, ha provato che quel duca nel mese di giugno era ancora in Madrid: errore suo proprio, benchè minimo, non essendovi traccia di esso ne' manoscritti del conte Verri.

Ma nelle ultime centosettantadue pagine del secondo volume della storia di Milano, che comprendono l'opera del Frisi, s'incontrano ben più gravi alterazioni in confronto de' frammenti che di quell'epoca in gran copia ci rimangono nei manoscritti del Verri; alterazioni eseguite il più delle volte avvertitamente per coscienziosi riguardi, e talvolta pure senza un fine espresso e per la sola cagione di non avere inteso il suo testo. Porgerò alcuni esempi delle une e delle altre. Delle copiose memorie raccolte dal Verri intorno alla celebre battaglia di Pavia, il suo continuatore molte ne traspose, altre ne ommise e in generale le confuse. Alla pag. 225 dice che il re di Navarra comprò la libertà dei militi cesariani del marchese di Pescara per settemila scudi; laddove furono questi pagati dal marchese ai soldati per avere il re in proprio potere, e quindi sottoporlo ad un esorbitante riscatto. Riferisce a suo modo, alla pag. 228, le sollecitazioni allo spergiuro fatte al re di Francia da chi meno il doveva; e mutila alla pag. 231 il racconto delle trattative per la lega italica, tacendo l'assicurazione data dal papa al Pescara di poter mancare di fede all'imperatore, benchè fosse provata colla testimonianza di un prelato, lo storico Sepulveda. Invece di riportare, alla pag. 240, i fatti che sono ne' manoscritti del Verri, per mostrare la situazione disperata nella quale trovavansi i Milanesi nel 1526, li tace in gran parte, ed accenna seccamente le uccisioni notturne: i fatti all'opposto recano maggiore convincimento, oltre che danno alla storia un interesse drammatico. Con notabile mala fede ha mutilato, alla pag. 242, il transunto della risposta di Carlo V al breve del papa, trasmessogli per mezzo del suo nunzio Baldassare Castiglione; ed a convincersene basta il confronto del suo e del mio testo, il qual ultimo è preso letteralmente dai manoscritti del Verri. Nel racconto dell'assassinio legale del Maraviglia, alla pag. 284-286, oltre le stemperature con cui il Frisi sconciò abitualmente il testo del suo autore, ne travolse pure il senso. Verri dice: «Sembra che il duca, sempre sotto gli occhi e la sorveglianza di Antonio de Leyva, non potesse sopportare la meschina figura che faceva, e cercasse pure qualche mezzo per liberarsi da sì umiliante condizione, e a ciò debba attribuirsi la brama di avere un ministro del re di Francia, col quale all'occasione prendere un concerto; ma inopportunamente svelatasi la cosa, siasi il duca ridotto al miserabile partito di tradire atrocemente il dovere più sacro alla fine di disarmare lo sdegno dell'imperatore». Il Frisi, volendo variare, secondo il suo costume, ne inverte del tutto il senso, dicendo stranamente....... Ma sciaguratamente svelatasi la cosa, siasi il duca ridotto al miserabile ripiego di non si curare dei patti solennemente giurati con Cesare, e di cercare a ogni modo pretesti di romperla seco lui, ed impegnarlo in nuove guerre col di lui gran rivale Francesco I. Se non si avessero altre prove della cultura d'ingegno del canonico Frisi, a giudicarlo dal riferito passo, si dovrebbe conchiudere ch'ei non capiva quello che leggeva, nè quello che scriveva.

Un'altra insigne prova degli stravolgimenti usati dal continuatore sia la seguente: Il Verri, nelle Osservazioni sulla tortura, § II, entrando a parlare della peste dell'anno 1630, dice: La storia di questa sciagura conviene cominciarla da un dispaccio che dalla corte di Madrid venne al marchese Spinola, allora governatore. Il dispaccio era firmato dal re Filippo IV, ec. Il Frisi dà la colpa a quel dispaccio di tutti i danni recati dalla peste; e se la famiglia del conte Verri non avesse avuto il buon giudizio di lasciar manoscritto il terzo tomo della storia, il pubblico avrebbe letto nel compendio di quelle osservazioni ivi inserito il detto passo, tramutato come segue: «un dispaccio che dalla corte di Madrid venne in questo tempo al marchese Spinola, governatore dello Stato di Milano, rese fatalmente quella pestilenza una delle più spietate che rammemori la storia, avendo essa distrutti niente meno che due terze parti di cittadini. Il dispaccio era firmato dal re Filippo IV, et.», e prosegue quindi la narrazione come sta nell'opera di Verri.

Ancora un esempio, e darò fine. Negli Annali riportò il Verri, sotto l'anno 1617, il racconto di una misera cameriera, stata bruciata come strega per avere ammaliato il senatore Melzi. Il Frisi l'ommise nel manoscritto del suo terzo tomo, e lasciò negli Annali del conte Verri l'annotazione di averlo fatto avvertitamente, perchè molte principali persone vi fanno poco buona figura, e la notizia della strega non interessa la storia. Interessava meno la storia la nomenclatura de' ballerini e de' balli del secolo decimosesto; eppure per non ommetterla le diede un posto fuor di luogo, anticipandola di cinquant'anni. Il vero è che quella nomenclatura faceva conoscere i costumi piacevoli de' nostri maggiori; e il racconto della strega mostrava per il contrario l'ignoranza e i costumi barbari di essi anche nelle classi più eminenti. Sia però onore ai nostri tempi, poichè, se due secoli fa chi aveva il supremo potere si compiaceva nel far arrostire i suoi simili, e il riputava uno dei più sacri suoi doveri, la moda è talmente passata, che si ha vergogna di parlarne. Tale è l'effetto dei progressi dell'incivilimento, di ridurre alle forme del vero gl'idoli della fantasia, come li direbbe il gran cancelliere Bacone, liberando così gli uomini dalla tirannia delle false opinioni armate del potere, le quali, dopo di averli oppressi per secoli, sono poi riconosciute per assurdità. Così avvenne del diritto preteso dai papi di essere arbitri dei troni, sciogliendo i popoli dall'obbedienza; del possesso in cui per sì lungo tempo si mantenne il clero, di non contribuire ai pesi dello Stato che lo proteggeva; del feudalismo de' nobili, del diritto di tenere schiavi gli uomini, dell'esistenza delle streghe e perfino degli indemoniati.

§ IV. Del mio lavoro.

L'opera da me impiegata fu di due maniere. Per l'epoca dal 1525 al 1565, intorno alla quale esisteva la stampa del Frisi, mi circoscrissi a ristabilire nella loro integrità le parti spettanti al Verri col confronto delle minute da lui lasciateci; e dove mi trovai mancante di questa scorta, ridussi il testo alla dicitura che mi è sembrata più naturale e conveniente, seguendo l'ordinario lume della critica, che facilmente mi ha insegnato a distinguere lo stile stemperato e da predica, ed a sostituirgli quello di una spontanea e compendiosa narrazione. Il confronto che voglia farsi tra la stampa frisiana e la mia, ne mostrerà la somma differenza. Il togliere, l'aggiungere, il mutare fu opera di lunga lena e di gran noia, e quel ristauro importò una fatica assai maggiore, che non sarebbesi usata nel fare di nuovo. E il fu ancora di più, attesa la fedeltà propostami di conservare scrupolosamente il testo del Verri, e perfino qualche trascuratezza di lingua, riflettendo che l'emendare questi nêi nel solo terzo volume avrebbe recato difformità in confronto degli altri; e sono altronde macchie lievissime nel nostro storico presso qualunque lettore che nelle storie richieda, come principal merito, pensieri, nervo, stile, e non badi che per ultimo alle parole.

La stessa scrupolosa fedeltà ho osservato nell'inserire nel mio successivo lavoro i frammenti che ho trovato servibili nelle note del mio autore; ed oltre il fatto già accennato dell'uccisione del Maraviglia, e il ragguaglio dello stato in cui erano in Milano l'arte del ballo e del teatro al termine del secolo decimosesto, suoi sono i racconti del fine tragico della contessa di Celano, dell'ingresso in Milano dell'arciduchessa sposa del re Filippo III, della legazione a Roma del senatore Giambattista Visconti, della cameriera del senator Melzi bruciata nel 1617 come strega; la nota sul carattere de' nobili circa la metà del secolo decimosettimo; i fatti della condizione di Milano sotto il governatore Ponze di Leon; i caratteri del conte di Fuentes, del duca d'Ossuna e di alcuni ministri sotto il governo della casa d'Austria; la relazione della venuta e dimora in Milano dei Gallo-Sardi nella guerra del 1733, e dell'imperatore Leopoldo II nel 1791. In tutti questi frammenti non v'è altro di mio se non che pochi adattamenti estrinseci per connetterli e conformarli al corpo della narrazione; mai il fondo dei fatti, e in gran parte anche le parole appartengono al conte Verri. Anzi fino alla metà circa del secolo decimosettimo non ho voluto riportare altri fatti, fuorchè quelli accennati da esso nelle sue Memorie, come destinati per il proseguimento della storia; ma li riscontrai alle fonti, e diedi loro quello sviluppamento che l'autore solevagli riservare nel dar forma al suo lavoro. Perciò ho intralasciato più cose che poteva aver pronte, e che (per valermi di una frase d'uso, benchè poco modesta) avrebbero potuto illustrare maggiormente l'opera, come, per esempio, l'esposizione de' tributi straordinari imposti allo Stato di Milano nei regni infausti e turbolenti di Carlo V e di Filippo II, per cui il solo Mensuale fu quadruplicato sotto diversi nomi; mostrare che in que' sovrani l'ambizione e l'alterigia erano pareggiate dall'indifferenza sulla sorte de' popoli, sicchè le guerre erano per sistema intraprese e condotte senz'alcuna predisposizione per gli approvvigionamenti e per le paghe, e gli eserciti vivevano di rapina e a discrezione a carico de' miseri sudditi; estendermi in maggiori prove dell'annichilamento di tutte le sorgenti della prosperità pubblica, allorchè i flagelli fisici, la fame e la peste, si collegarono coll'inerzia e coll'indolenza quasi asiatica de' re successivi e colla brutale onnipotenza de' governatori; svolgere l'influenza esercitata sulla nazione dalla lunga durata e dalla scandalosa pubblicità delle controversie giurisdizionali, e altri fatti recarne, quali furono quelli col vescovo di Pavia per la dipendenza metropolitana di che tratta Bernardo Sacco, e per l'immunità de' coloni ecclesiastici, che diede occasione a un celebre consulto del Menochio, allora presidente del senato.