«Anno 1188.... V'erano in tutto in Milano sei monasteri di frati e sette di suore. Al giorno d'oggi siamo assai più divoti, e se non vi fosse la Giunta Economale lo saremmo ancora di più».

«1515. Morì Tristano Calco, nè potè condurre a fine la Storia di Milano. Il conte Giulini è morto pure a messo il suo lavoro. Sarebbe uno sproposito insigne se io pure facessi questa cattiva creanza di abbandonare a mezzo i miei cortesi lettori. Per servir bene la nobiltà loro bisogna passeggiare più che non faccio; mangiare più sobriamente di quello che non soglio; lasciar andare il mondo comodamente col suo moto: e allora staremo bravamente sani e saldi, ricordandoci che nostro padre è morto di ottantotto anni, e nostro avo di novantadue. Esempi imitabili veramente!»

«1621. Il 31 marzo muore Filippo III in età di anni quarantatre. Morì per etichetta. Era convalescente, e si trovava a sedere nel suo consiglio. Una bragiera di fuoco lo incomodava; era assente l'ufficiale cui spettava maneggiare il fuoco; il re non volle moversi dal suo posto; nessuno ardì di guastare l'ordine di corte, trasportando la bragiera: infine il mamalucco morì».

Di siffatti spogli egli giovossi nello scrivere la Storia, senza più essere costretto ad interrompere l'ordine e la scorrevolezza del suo dettato per rintracciare nelle fonti i fatti e le discussioni di essi. Che tale fosse il suo intento nella paziente e noiosa opera di formare quegli spogli, apparisce chiaro dal vedersi ch'essi concernano esclusivamente gli antichi e bassi tempi; e nel volume degli Annali, che unico si estende oltre di quelli, dal principio del secolo XVI in poi, le materie vanno rendendosi sempre più scarse, a segno che, per gli ultimi due secoli, si risolvono in nude note cronologiche, e queste pure incomplete, sparse raramente di qualche racconto di fatti parziali o di cenni caratteristici di alcuni personaggi. E specialmente intorno ai fatti del secolo XVI, di cui stava occupandosi nel proseguimento del suo secondo volume, varii lunghi frammenti avea scritto l'autore, in separati fogli, da inserirsi poi agli opportuni luoghi, diversi de' quali mi furono mostrati dall'autore stesso mentre gli scriveva, come li avrà veduti il canonico Frisi; ma di quelli non esiste più traccia.

Condusse il conte Verri il suo lavoro con sobria erudizione, con fina critica e con moderata filosofia, quale si conveniva alla condizione dell'illustre autore, e allo scopo da lui propostosi di ammaestrare dilettando. Sprezzò le assurde e magnifiche favole delle origini municipali, oggetto di comune ridicolo, compensato e reso muto in ciascun municipio dal pericolo di un eguale ricambio; svolse dalle tenebre de' primi e de' bassi tempi le istituzioni, le sorti, i costumi che diedero luogo allo sviluppamento della successiva nostra civiltà, talvolta nei fatti peggiore della prisca barbarie; chiarì la prepotenza dei pochi a rendere sottomessa la massa della nazione, e la reazione di questa, resa forte per l'industria, il commercio, l'unione, per ristabilire l'egualità delle condizioni, siccome è il voto della natura nella egualità della specie. Dimostrò le vicende del clero, prima favoreggiato dai popoli come mediatore di pace, di concordia, di consolazione; poi accarezzato dai sovrani come strumento per abbassare l'orgoglio e contenere il soverchiar de' magnati; quindi costituitosi difensore dei popoli contro le pretese e le vessazioni del partito imperiale; reso in séguito audace per l'acquistato ascendente; giunto a riclamare per sè maggiori prerogative di quelle contrastate ai nobili e agl'imperatori; e infine, nella lotta tra esso e i sovrani d'accordo coi popoli, sceso a moderare l'esorbitanza delle sue pretese, e a limitarsi per gradi ad una preminenza di considerazione, che sola gli è dovuta. Narrò come lo Stato di Milano, primo tra gli altri d'Italia, al pari di essi, per la libera scelta, per i compri voti, per l'aperta forza, passò alla piena obbedienza di coloro che, a riguardo de' propri meriti e della dignità del casato, erano stati promossi ai consigli ed alla direzione delle forze del comune; come i popoli furono per lungo tempo zimbello dell'ambizione, de' raggiri e de' tradimenti de' loro nuovi tiranni; e come questi furono successivamente con giusta vicenda traditi e sottomessi da tiranni maggiori, e per ultimo tutti assorbiti nel vortice delle grandi monarchie, che avrebbero pur recato ai popoli la pace da tanto tempo sospirata, se non avessero scelta l'Italia a teatro delle loro interminabili querele, non che de' capricci e della rapacità de' loro generali e governatori. Era entrato l'illustre autore a svolgere gli accidenti di quest'infausto periodo della nostra storia, quando, sorpreso dalla morte, fu causa che al canonico Frisi e a me toccasse l'incarico di un proseguimento, ingrato e difficile per il soggetto, e assai più pericoloso per il confronto.

Non gli sfuggi la massima rammentata da Robertson nella Prefazione all'Istoria dell'America, che chi scrive gli avvenimenti delle epoche rimote, non merita la confidenza del pubblico, se non avvalora con testimonianze le proprie asserzioni. E nel produrre queste testimonianze fu egli esattissimo, non affastellando le citazioni altrui, alla foggia di un suo invidioso censore, che ci occuperà nel § II, ma attingendole alle fonti, dopo che, non fidando alla critica altrui, l'aveva affinata al crogiuolo del suo sperimentato criterio. Opportuno fu in ciò il suo avvisamento, ed ottimo sarebbe riuscito, se egli vi avesse aggiunto una diligenza di più, lasciando scorrevole e piana la sua narrazione, e riservando alle note le discussioni e le testimonianze, specialmente in lingue straniere, sicchè queste non fossero d'inciampo ai lettori, con rendere quindi necessario per una non piccola parto di essi l'espediente adottato dagli editori della presente ristampa, di far eseguire da abile mano ed aggiungere in piè di pagine la traduzione dei frequenti passi di latinità, per lo più barbara, che si incontrano nel testo. Di due metodi di scrivere la storia, intorno ai quali è da tanti secoli contrastata e disputata la preferenza, egli prepose all'aridità delle cronache la spontanea e ragionata esposizione de' fatti, quale è sporta dalla natura nella famigliarità del discorso, dove il racconto si trova frammischiato colle riflessioni suggerite all'opportunità dall'esperienza e dall'ingegno del narratore. E in vero, il pretendere che la narrazione sia arida e circoscritta ai nudi fatti, è contrario al principale istituto dello storico, che è d'istruire cogli esempi, mentre nissuno contenderà che novanta almeno sopra cento lettori sono incapaci di concordare e commentare ciò che leggono; laddove per la maggior parte possono appropriarsi e far tesoro per il loro ammaestramento delle riflessioni che trovano pronte e naturalmente esposte frammezzo e come conseguenze delle cose narrate. Colla riunione di tante doti di talento, di dottrina, di esperienza e di filosofia, non è da stupirsi se Verri è riuscito a primeggiare fra il popolo degli storici particolari dell'Italia; chè ben popolo può chiamarsi lo sterminate loro numero, a segno che il semplice catalogo di essi raccolto dal Coleti in un grosso volume in 4.º appena ne racchiude circa la metà. Ed egli, che sapeva quanto ingente fatica avesse sostenuto e quali difficoltà superate per porgere a' suoi paesani, scevro d'ogni spino, il racconto degli avvenimenti patrii e delle gesta dei loro maggiori, non può dirsi al certo troppo presuntuoso se si lusingò di meritarsi da essi qualche significazione di aggradimento. Per ben giudicare quindi delle sue doglianze, conviene ricordarci del di lui carattere, che, fortificato per il sentimento de' molti suoi meriti, era vivamente ambizioso di estimazione e di lode, e che s'egli ebbe la prima nel segreto de' buoni, che mai non mancano anche nella più trista società, non ebbe della seconda alcuna palese testimonianza. L'abate Isidoro Bianchi, nell'Elogio Storico del nostro autore (pag. 210), dice che, disgustato per tale ingratitudine, fu in procinto di dare al fuoco gli esemplari del primo volume della storia e le preziose memorie preparate per proseguirla, e che ne fu distolto dagli uffici degli amici. Io non posso far fede di tanto; so bensì che in più luoghi degli scritti da lui lasciati appaiono gli onorati suoi sdegni e le sue doglianze; e basterà di qui riferire come un saggio, quanto scrisse sulla coperta del rammentato volume delle sue Cronache: «Per la fatica di molti anni, per molte spese fatte per consegnare nelle mani dei Milanesi una storia leggibile della loro patria, e un libro che senza rossore potessero indicare ai forestieri curiosi d'informarsene, io non ho avuto dalla città di Milano nemmeno un segno che s'accorgesse ch'io abbia scritto. Ma già lo sapeva prima d'intraprendere un tal lavoro, e conosceva rerum dominos gentemque togatam. Nella Toscana, nella terra-ferma veneta e nella romagna vi è sentimento di patria e d'amore della gloria nazionale. Ivi almeno una medaglia, una iscrizione pubblica, un diploma d'istoriografo, qualche segno di vita si darebbe, se non altro per animare alla imitazione. Ma noi viviamo languendo in umbra mortis. Non si sapeva il nome di Cavalieri; l'Agnesi è all'ospedale; Frisi e Beccaria non hanno trovato in Milano che ostacoli e amarezze. Il sommo bene di chi ardisce di far onore alla patria è se ottiene la dimenticanza di lei. Io forse l'ho ottenuta......»

§ II. Giudizi della detta storia.

Il conte Verri, per ciò che appare da' di lui scritti, mostrò di occuparsi soltanto della critica fatta ad un passo della sua storia dal canonico Mario Lupi, dotto antiquario di Bergamo. Nell'osservare quanto scarse e sterili sieno le memorie rimasteci del secolo decimo, e la diligenza del conte Giulini intorno ad esse, egli aveva soggiunto nel tomo I, pag. 57 della prima edizione (T. I, p. 94 della presente) che «ben lungi dal farne io un rimprovero al saggio scrittore, gli tributo l'encomio che ha meritato colla immensa fatica da lui sopportata, e coll'esatta critica adoperata esaminando fatti che meritavano la luce, e per essere preziosi avanzi di quei tempi, e per la possibilità che servano a beneficio di private persone; sebbene non siano materiali servibili per tesserne una storia». Era chiaro in questo passo l'intendimento dell'autore, che non contendeva il merito di cotali ricerche, ma solo dolevasi della poco utile messe che se n'era conseguita. Ma il canonico Lupi, qual chi è avvezzo a misurare l'importanza dei lavori dalla fatica impiegatavi, riguardò il concetto del Verri come una sentenza di riprovazione degli studi antiquari, e alla colonna 1040 del suo Codice Diplomatico sortì colla seguente doglianza:[69] Propterea miror vehementer clarissimum Comitem Petrum Verri, in recentissima sua Mediolanensi Historia, pag. 57, tradidisse, hujusmodi monumenta ad historiam harum aetatum contexendam nihil conferre, quod quidem adeo absonum mihi videtur, ut fateri cogar me ignorare quidnam historiae nomine clarissimus auctor intelligat. Si meritò quindi una nota di risposta, dataci imperfetta dal canonico Frisi e riprodotta intiera in questa edizione, che può leggersi al capitolo vigesimosesto di questo terzo volume.

Qualora si prescindesse dall'avvertire che avevasi a fare con un soggetto che avea trascorsa la più gran parte e la migliore della sua vita tra le lettere, la filosofia e le gravi incumbenze di alte e difficilissime magistrature, altre e più sode avvertenze potevano esser fatte intorno alla sua opera storica, e alcuna se ne fece, ma con quella moderazione che si addice agli uomini veramente dotti parlando di persona rispettabilissima. Non meno l'abate cisterciense Angelo Fumagalli, che il conte Gian-Rinaldo Carli, l'uno nelle Antichità longobardico-milanesi, e il secondo nelle Antichità italiche rimarcarono e dimostrarono l'esagerazione sostenuta dal nostro autore, d'essere stata Milano pressochè distrutta dalla vendetta del generale de' Goti Uraia. Scarsa nella Storia di Milano, più che non potevasi, è la parte storica e politica delle dominazioni barbare, e alla sterilità delle notizie si aggiunse per i tempi dei Longobardi l'adozione de' volgari pregiudizi intorno alla loro rozzezza e brutalità, dimostrate insussistenti da una critica più diligente e più severa; per i quali due oggetti merita particolar lode un altro patrizio, il marchese Giuseppe Rovelli, il quale, nelle Dissertazioni preliminari della sua Storia di Como, con meno alti voli, ma con più pazienza, illustrò in particolare la legislazione de' Barbari che tra noi dominarono. Mentre s'incontrano nella Storia dei Verri varie discussioni di fatti oscuri o disputati, condotte con isquisita diligenza, quale tra le altre è quella delle lunghe e sanguinose contestazioni agitate tra il clero milanese nei secoli IX e X per il celibato de' preti, alcune inesattezze vi si rimarcano all'opposto, pure in argomenti parziali; e basterà il citarne alcuni esempi. 1.º Il severo e ingiusto giudizio dato del governo della repubblica milanese succeduta alla morte del duca Filippo Maria Visconti, riportando con affettato studio le minuzie delle ordinarie prescrizioni municipali, che sole per caso furono a notizia dell'autore, e non le varie utili istituzioni, non la sagacità, il vigore e la costanza degl'istantanei provvedimenti, non le leghe destramente conchiuse co'sovrani esteri, non il valor militare in più occasioni dimostrato; con aggiungere per tal modo verso quel breve governo il peso di non meritati rimproveri al torto, già per sè grandissimo, di essere rimasto soccombente. 2.º L'avere seguito la volgare opinione che attribuisce a Leonardo da Vinci l'invenzione dei sostegni necessari a compensare il diverso livello delle acque, per far comunicare la navigazione del naviglio della Martesana con quella del naviglio grande per mezzo della fossa che circuisce la città, mentre è provato che que' sostegni ingegnosissimi esistevano più anni prima che il Vinci venisse ai servigi del duca di Milano. 3.º L'asserzione che fosse stato eretto nella chiesa di Santa Marta il monumento sepolcrale di Gastone di Foix, scolpito da Agostino Busti, benchè consti che questo insigne lavoro, di cui tante belle parti si conservano tuttora in più luoghi, non sia mai stato ridotto a compimento; e infine la troppo facile giustificazione del tradimento usato in Novara dagli Svizzeri a danno del duca Lodovico Maria Sforza, dal quale erano stipendiati, d'onde venne la di lui miserabile prigionia, che non ebbe fine se non colla morte: giustificazione così gratuita, che neppure fu adottata dagli storici svizzeri, ultimo dei quali è il Mallet. Ma queste inesattezze sono tanto più scusabili, ove si rifletta che la polvere degli archivi copriva ancora nella massima parte i documenti che sarebbonsi potuti allegare a difesa e ad illustrazione di quella procellosa triennale repubblica, ecclissata poi dalla vittoria e dalla magnificenza del nuovo governo sforzesco; che l'insussistenza degli altri due fatti riferibili alle arti lombarde risulta per prove emerse posteriormente all'epoca in cui il Verri scriveva; e che l'indebita apologia delle milizie svizzere, le quali in allora, per le facilità di mercanteggiare i loro servigi, per la loro venalità, rapacità ed incostanza, potevano a ragione chiamarsi gli Albanesi del secolo XV, è soltanto ripetibile dalla soverchia fede prestata all'autorità di quell'ambizioso intrigante di Girolamo Morone, che aveva per abito d'immischiarsi in tutto e di vantarsi di tutto sapere.

Un nuovo censore surse contro la storia del Verri nel cavaliere Carlo de' Rosmini, non tanto per quello che ne scrisse sotto il velo più trasparente, che per quello che non scrisse. Questo letterato, conosciuto con distinzione come scrittore diligente di varie istruttive biografie, si produsse di recente con un'altra voluminosa Storia di Milano. Qualche giornalista, e più delle parole di esso, la non curanza del pubblico, l'ha certamente posta più al basso che intrinsecamente non merita, come fatica di lunga lena, diligente in più luoghi e con dettato abitualmente piano e dignitoso, se non fosse guasto dalla coda spesso impiombata dei lunghi e strascicanti periodi per una troppo servile imitazione del suo modello, il Guicciardini. E a questi soli pregi dee star contento chi avrà la pazienza di leggerlo; chè degli altri molti richiesti dagli uomini dotti di tutti i tempi negli scrittori di storie, e per cui i buoni storici sono sì rari, cominciando dall'imparzialità, si farebbe inutile ricerca in que' quattro grandi volumi. I torti del cavaliere Rosmini verso il conte Verri sono varii e gravi: non lo citò mai, e quel ch'è più, il criticò talvolta senza nominarlo. Il primo rimprovero, come di semplice ommissione, potrebb'essere trasandato, senza quel suo peccaminoso compagno; quantunque abbia pur esso la sua dose di malizia in un'opera, come la sua, lardellata quasi ad ogni pagina di copiose citazioni, dove ha per costume di affastellare l'un dopo l'altro i cronisti della Raccolta del Muratori, e il Bosso e il Calco e il Corio e il Giulini e perfino il Ripamonti, il quale ognun vede che, fuori de' tempi in cui visse, è di una stupenda autorità. Abuserei della pazienza dei lettori se volessi estendermi a dimostrare come e quante volte attinse egli all'opera del Verri, non citandola; onde mi circoscriverò a recare un solo esempio della sua seconda colpa, ma sarà di tale evidenza, che renderà superfluo il dirne di più. Fu quell'esempio già in parte allegato dall'autore dei tre Articoli critici intorno alla storia del Rosmini inseriti nella Biblioteca Italiana (fascicoli LXXXII, LXXXIII e LXXXV, di ottobre e novembre 1822, e gennaio 1823), scritti con savia e sobria dottrina e brusca risolutezza; se non che ai lettori imparziali parvero essi troppo turgidi e rimbombanti e più strepitosi nel minacciare che nel ferir forti. Il passo del cavaliere Rosmini, in cui è evidente l'allusione al capitolo decimosesto della storia di Verri, è preso dal libro undecimo, al quale diede questo incominciamento: «Qualche moderno storico, per servire ai tempi in che fioriva, e per coprire la viltà di palpare i viventi colla non pericolosa baldanza di mordere i trapassati, ha ripreso come ingiusto ed insensato l'unanime consentimento de' Milanesi, dopo la morte del duca Filippo Maria Visconti, di sottrarsi ad ogni soggezione di principe, e puerili, stolte e cenobitiche ha dichiarate le leggi che i capitani e difensori della libertà, la repubblica rappresentanti, intorno al buon governo di essa han pubblicate: ec.» La critica essendo chiarissima, non ha bisogno di commenti; vediamone l'applicazione. Verso la fine di giugno 1797, quando fu sorpreso dalla morte, era giunto il Verri alla metà della stampa del suo secondo volume; e dal vedersi che il funesto caso interruppe nello stesso tempo la stampa e lo scritto, per modo che tosto dopo ha dovuto il canonico Frisi dar mano al proseguimento del lavoro, è chiaro che l'autore faceva progredire nella stampa a misura che innoltravasi nel dettato della storia; cosa tanto più eseguibile da esso per la somma facilità sua nello scrivere, nota a quanti il conobbero. Questa osservazione servirà a confermare il successivo mio discorso: intanto suppongasi ch'egli abbia composto quel capitolo, ch'è il primo del suo secondo volume (primo pure di questa ediz.) durante l'antico governo austriaco: quali erano sotto di esso i potenti che l'autore settuagenario voleva blandire? Forse i ministri, de' quali era disgustato? Forse i nobili, coi quali ben poco simpatizzò? Altronde, quale sorta di blandimento poteva esser quello che ancora non conoscevasi, e che anzi andava ad esser reso pubblico dopo che quei ministri non erano più tra noi, dopo che i nobili avevano perduta ogni prerogativa? — Tutto pertanto induce a persuaderci che quella parte di storia, quella specie di satira de' modi confusi, discordanti, tumultuari di uomini recentemente ordinati ad istituto di repubblica, fu scritta dopo gli sconvolgimenti politici incominciati nel maggio 1796; e siccome sotto le nuove istituzioni doveva essere pubblicata, così, se pur v'era un'allusione, era quella di fare ciò che i Francesi direbbono una parodia dei nuovi e strani ordini che allora chiamavansi governo. Scopo era questo consentaneo al carattere imparziale e franco di Verri, scopo degno del suo libero e forte animo, perchè non senza pericolo. E gli sdegni che nel profondo del petto gli fervevano per i deliri di quel tempo, e che a stento comprimeva, de' quali io e i pochi altri suoi confidenti eravamo continui testimonii, ben potevano aver avuto forza di farlo declinare dalla severa imparzialità dello storico, per dare un'indiretta lezione di saviezza a' suoi concittadini, del pari che si tentò da pochi altri, e tra questi dal noto autore de' Romani in Grecia. Una più seria doglianza a difesa della estimazione di un amico infelice debb'essere da me fatta contro il signor Rosmini, e risguarda i molti documenti ch'egli aggiunse alla sua storia del Magno Trivulzio, e alla posteriore di Milano, limitati all'epoca sforzesca. Non è che verità il dire che la ricerca, il rinvenimento, la scelta di que' molti pregevoli alti è dovuta soltanto alla diligenza e al noto spontaneo zelo per i progressi de' buoni studi delle antichità patrie di don Michele Daverio, che, fino alla cessazione del regno d'Italia, presiedette alla direzione del ricchissimo archivio di governo, detto di San Fedele, dove la mole preziosa di tutte le carte procedenti dalla dinastia degli Sforza trovavasi concentrata e pressochè intatta; e che il cavaliere Rosmini appena salutò di uno sguardo alcuni de' copiosi documenti stati trascritti ed editi a grandi spese dal suo generoso mecenate: la quale cortesia egli rimeritò allora in più lettere (ch'io possiedo) con profuso rendimento di grazie, ma nessuna menzione ne fece poi nel pubblicarli; egli che si smania nel mostrarsi riconoscente verso le viventi illustri persone che il fornirono di minimi aneddoti, i quali con affettata premura inserì almeno nelle note della sua prolissa istoria; egli che non aveva dimenticato il nome di quegli cui di tanto era debitore, avendolo citato alla pagina 305 del volume II, come raccoglitore di alcune Memorie stampate, però stortamente indicandolo come archivista della città; egli che in tutte le sue opere, e più nella storia di Milano, si mostra con ragione così tenero dell'osservanza de' precetti della buona morale, tra i quali al certo non è l'ultimo quello di dare a ciascuno il suo e la gratitudine de' beneficii, e che tanto s'incollerisce allorquando si avviene in esempi contrari; egli infine che, per la famigliare educazione di persona ben nata, e per il consorzio di distinti signori che l'ammisero alla loro dimestichezza, avrebbe dovuto avere avvezzato il proprio animo a quella cortesia che piuttosto abbonda anzi che mostrarsi scarsa nel rimeritare, almeno con officiose parole, i servigi che si ricevono. E sia questa una specie di funebre olocausto che l'occasione offrì e l'amicizia tributa alla memoria di Michele Daverio, che, fuori del torbido de' tempi in cui visse, e in altro paese, avrebbe gioito della stima dovuta al candore della sua anima, alle sue sociali e domestiche virtù, alla purissima e fervida smania che il commoveva per il bene della sua patria;... benchè in essa pochissimi sapranno ch'egli abbia finito di subitanea morte la sua mondana carriera in Zurigo nei primi giorni del cadente anno.