SIVAN (Maggio-Giugno)

Coll'intervento divino manifestatosi coi grandi prodigi di cui noi parlammo nel mese di Nissan, Israele infrange le sue ritorte; con mano alta esce da quella terra che fu tanto inumana per lui, e si accinge a conquistare il paese di Canaan promesso ai suoi antichi patriarchi, che già avevano avuto in esso lunga dimora.

Ma colla libertà è indispensabile a tutti i popoli una educazione religiosa, civile e politica atta ad illuminare la mente di ogni singolo cittadino, e a fortificarne il cuore: onde quella stessa libertà, ch'è il più caro tesoro dell'uomo, non degeneri in licenza alterando il morale equilibrio della società e preparandole spensieratamente disordine e rovina.

Egli è per questo che quasi appena data la libertà al suo popolo, Iddio stesso volle proclamare al suo cospetto, i principii fondamentali di quel codice eterno che col mezzo del suo servo fedele, Mosè, intendeva elargirgli.

Ed ecco come avvenne questo fatto grandioso.

Correva il terzo mese dacchè Israele era uscito dall'Egitto, ed era precisamente il giorno sesto di Sivan, quando frammezzo a spessa nuvola, preceduto ed accompagnato da spaventoso fragore di tuoni e da terribili lampi; Iddio stesso proclamava sul Sinai il Decalogo[27]: compendio [pg 43] religioso-morale non solo d'Israele, ma della intiera umanità; inquantocchè esso racchiuda i principali e massimi doveri che la religione e la morale reclamano imperiosamente da ogni individuo. Il solo primo di questi precetti ha un carattere tutt'affatto speciale verso al popolo d'Israele; perchè con esso Iddio, si dichiara tale per lui, per averlo tratto dalla schiavitù d'Egitto.

Preparato tre giorni innanzi a santo raccoglimento con corporali astinenze purificatrici del corpo e dello spirito, il popolo intiero, uomini, donne e fanciulli furono testimonii di questo grande avvenimento. «Domanda alle generazioni che furono, dice Mosè a Israele, dall'una all'altra estremità della terra, dal dì che Dio pose l'uomo sulla terra sino al giorno d'oggi, se mai abbia avuto luogo ciò che successe a te; che Dio stesso siasi rivelato ad un popolo intero circondato da un fuoco avvampante ed abbia proposto direttamente a lui le basi del suo patto![28]» È Dio stesso che col primo precetto abolisce in massima ogni sorta di schiavitù[29] e di caste[30]; proclama colla sua Unità la eguaglianza fra tutti gli uomini componenti l'Assemblea di Giacobbe, perchè tutti indistintamente trasse dall'Egitto da casa di schiavi. «Presso di loro (gli Ebrei), [pg 44] dice a questo proposito l'abate Gúenée, nissuna di quelle ingiuriose distinzioni di casta stabilite presso gli Egiziani ed i Romani; nè quell'oltraggiante disdegno d'un ordine di cittadini per l'altro; nissuna di quelle barbare istituzioni che altrove riuniscono in una parte della nazione i privilegi e l'autorità.... Tutto conduceva all'eguaglianza naturale». E D. Calmet diceva a questo proposito: «Tutta la legge è nell'interesse della nazione intiera, e non del tale o tal altro privato. Le distinzioni sociali non possono essere basate che sull'utilità comune».

Col secondo precetto Iddio raccomanda di non adorare idoli, di non fare immagini nè figure di qualunque oggetto esistente nel cielo, nella terra e nelle acque; poichè egli, Dio geloso, punisce i peccati dei padri sui figli sino alla terza e quarta generazione, ed usa con benevolenza coi suoi amici sino alla millesima generazione. Come! esclamarono in ogni tempo ed esclamano tuttavia i detrattori della Bibbia. Il Dio di Mosè partecipa dunque a tutte le umane passioni? Sente gelosia, serba rancore, prova il bisogno di vendetta? Nè basta ancora che punisce i figli per le colpe dei loro padri e dei loro avi?—Eppure niente di più erroneo di questo ragionamento. Dopo la fatta proibizione di tracciare immagini, che per le impressioni portate seco dall'Egitto e per l'esempio di tutte le nazioni da cui erano circondati sarebbero stati immancabilmente condotti ad adorarle; Iddio proclama una verità naturale, un fatto che si rinnova ogni giorno[31]. Daltronde la Bibbia intiera [pg 45] protesta contro una tale supposizione. Ne citeremo alcuni esempi: Tra i consigli e gli ordini che Mosè stesso impartisce ai giudici onde non si lascino influenzare da verun sentimento di debolezza verso il potente, di commiserazione verso il povero ecc.; troviamo la seguente raccomandazione: «Non saranno fatti morire i padri per i figli nè i figli per i padri: il colpevole solo sarà fatto morire». Ed è inspirato a questo principio di giustizia che Ezechiele rivolge le seguenti parole agli abitanti della terra d'Israele: «Che andate voi ripetendo questo proverbio: i padri mangiarono l'agresto e i denti dei figli sono allegati? L'uomo giusto vivrà; se il figlio è tristo, quel figlio morrà; se il figlio d'un uomo tristo non imita il padre vivrà sicuramente. La probità del giusto starà sopra di lui, e la malvagità dell'empio sopra di lui resterà. Quando il giusto si ritrarrà dalla sua probità e commetterà inique azioni, egli perirà a cagione di quelle. E quando l'empio si ritira dalle malvagità che commetteva e pratica giustizia ed umanità, egli si procura la vita».

Nel libro dei re vediamo l'adozione pratica di questa equa disposizione. Il cronista sacro dopo avere raccontato come il re Amassià abbia punito colla morte gli uccisori del proprio genitore; aggiunge la seguente considerazione: «E i figli degli uccisori non fece morire, uniformandosi a quanto sta scritto nel libro della legge di Mosè comandata da Dio: «Non saranno fatti morire i padri pei figli nè i figli pei padri: il solo colpevole subirà la morte».

Col terzo precetto si proibisce di proferire il nome del Signore per cose vane. Quel santo nome che ci richiama [pg 46] alla mente quell'Essere infinito centro di ogni perfezione, amore e delizia di ogni anima pia; non può e non deve venire pronunziato che nelle nostre preghiere e per motivi gravi, e con quel rispetto e con quella venerazione che per noi si può maggiore.