Correva l'anno 11 di Nerone, quando tra gli Ebrei e i [pg 80] Greci di Cesarea s'impegnò una zuffa, perchè uno di questi ultimi trovandosi possessore di un terreno situato presso la Sinagoga dei primi, un sabbato, per far loro onta, dispose tutti gli apparecchi necessarii, per compiere ivi un sacrificio di uccelli, cosa che gli Ebrei volevano impedire assolutamente. Questa fu la scintilla che produsse la guerra giudaica: guerra intrapresa nei santi nomi di Dio e della patria da un pugno d'uomini contro quella sterminata potenza che aveva esteso il suo dominio su tutto il mondo allora conosciuto: guerra di cui la storia non ha la seconda, e che certo avrebbe avuto un esito ben diverso, se pel compimento dei suoi imperscrutabili ed eterni consigli, Dio non avesse permesso la guerra civile[49]. L'indole del nostro lavoro non ci permette di seguire passo a passo tutte le fasi di questa guerra da leoni, sostenuta per oltre tre anni contro la potente monarchia dei Cesari; ci limitiamo pertanto a riassumerne gli avvenimenti principali.

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Il primo avvenimento che presentasi al nostro esame è la rotta che gli Ebrei fecero subire a Cestio Gallo, e che fu tanto grande da mettere in pericolo l'impero dei Romani nell'intiero Oriente.

Viene dopo l'assedio di Iossafat di Gàmala che fu sostenuto dagli Ebrei con un eroismo più che umano, e i cui difensori vista perduta ogni speranza di scampo, per isfuggire alla ignominia di cadere vivi nelle mani del feroce vincitore, scannarono le mogli e i figli; incendiarono la roba e gli edificii: indi tirarono a sorte dieci fra loro che dovessero essere i carnefici degli altri; i quali sdraiati ciascuno presso i corpi dei suoi cari, attesero con tranquilla indifferenza la spada che doveva accompagnarli agli estinti. Compiuto questo orrendo uffizio anco i dieci si uccisero.

Quantunque il terreno fosse disputato palmo a palmo ai superbi invasori con un accanimento fierissimo, il nemico avanzava sempre; poichè è innegabile che oltre ai grandi mezzi di cui esso poteva disporre, spiegò in questa guerra, che per lui valeva il dominio o l'abbandono dell'Oriente, una costanza, un'abnegazione ed un eroismo a tutta prova. La guerra si ridusse pertanto alle porte della Capitale. E fu qui, assai più che nei precedenti combattimenti, dove il Romano si trovò di fronte non uomini, ma leoni indomabili, che si battevano colla tenacità e ferocia della disperazione, unita alla calma di una risoluzione bene pesata e ponderata. L'entusiasmo che inspira una causa santissima; l'odio legittimo verso chi non offeso traversa l'oceano per rapirvi o contaminarvi ogni più puro e santo affetto dell'anima per libidine d'impero e per sete d'oro, era temperato e guidato dalla calma più fredda e dalla più fina prudenza. Le abili operazioni militari dei Romani trovavansi oppugnate da manovre altrettanto abili e giudiziose da parte degli Ebrei.

Ma a lottare contro il destino l'uomo non vale, per quanto s'impieghi la più ferrea ed imperturbata costanza, l'eroismo il più sublime, i sacrifizii i più penosi.

[pg 82] Scoppiò la guerra civile capitanata da tre facinorosi[50] che, se per un lato la storia severa ne segnò i nomi con nota d'infamia, dall'altro giusta ed imparziale dovette concedere, che alla libidine di comando era pari in essi, l'amore di patria e l'indomito valore. La prima funesta conseguenza della guerra civile fu lo sperpero e l'incendio di molti granai, per cui la fame non tardò a farsi sentire in tutta la sua orridezza[51]. Ma nè la fame, nè il ferro, nè il fuoco, nè le epidemie che mietevano le vittime a migliaia, valsero a scuotere la costanza degli strenui difensori dell'ultimo baluardo della patria, e ad inclinarli ad accettare le proposte di pace, fatte loro da Tito per mezzo di Giuseppe Flavio già governatore di Iossafat[52], [pg 83] e poscia storico illustre delle guerre giudaiche e delle sue antichità. Nè gli uomini soli prendevano parte a quei micidialissimi combattimenti, ma bensì ancora le donne e i fanciulli; e questi ultimi con tanta bravura ed astuzia da meritarsi l'ammirazione degli stessi nemici.

Ma negli eterni consigli divini era stata decretata la caduta di Gerusalemme, e Gerusalemme cadde.

Quel giorno funesto era un sabbato, 10 del mese di Ab: ed allora al tintinnìo delle armi, al grido dei combattenti, al gemito dei moribondi, ai clamori di vittoria degli uni, alle grida di disperazione degli altri si univano le voci strazianti dei cittadini che vedevano consumarsi «la casa dei secoli», e con essa il più caro dei loro pensieri, l'orgoglio dei loro cuori, la speranza della loro vita. Il secondo Tempio fu distrutto nello stesso preciso giorno, in cui 658 anni avanti era stato incendiato e distrutto il primo da Nabo-Sar-Adan generale di Nabucco. La città fu saccheggiata, e i soldati fecero tale un eccidio di gente, che essi medesimi, per quanto oltremodo esacerbati per la lunga resistenza ed eccitati dalle furie della vendetta, dalla libidine del sangue che li rendeva ferocemente briachi, si sentivano stanchi e nauseati dal troppo uccidere.

«Tale fu il fine, scrive un nostro illustre correligionario (Munch), di questa guerra spaventevole, che pose fine alla esistenza politica della nazione ebrea di cui l'eroica resistenza dopo la sottomissione di tutto l'Oriente, umiliò l'orgoglio di Roma. La sua lotta fu gloriosa, unica forse negli annali delle nazioni. La sua catastrofe è una delle più spaventevoli di cui la storia ci abbia conservato il ricordo. Gerusalemme fu più grande nella sua caduta, di quanto lo fu giammai nella sua magnificenza. I fieri [pg 84] romani dovettero ammirare il coraggio invincibile degli ebrei, e quell'ardente amore della patria che faceva loro temere la vita più che la morte, dacchè li si voleva distaccare dal suolo paterno».