Il numero delle vittime dell'assedio e della presa di Gerusalemme fu immenso. Flavio lo fa ascendere a un milione e cento mila oltre a novantasette mila prigionieri[53]. Il bottino fatto a Gerusalemme fu così enorme, che l'oro perdette in Siria la metà del suo valore.

Non possiamo por fine a questi brevi cenni sulla caduta di Gerusalemme senza aggiungere, che oltre alle orribili efferratezze che Tito permise in tale occasione alle sue soldatesche, egli stesso portandosi in Cesarea a dare grandi feste per celebrare l'anniversario di suo fratello Domiziano, condannò 4500 ebrei a battersi nel circo o contro le fiere o da essere abbrucciati vivi. Spettacoli consimili diede a Berito in onore del padre; lo stesso fece in più altre città della Siria e dell'Asia Minore, ove gli ebrei trascinati d'uno in un altro luogo, nudriti come animali da stia, venivano esposti al ludibrio del volgo a sbranarsi a vicenda, o ad essere sbranati da belve, ovvero legati ad un rogo facevano le veci dei nostri fuochi d'artificio. Le loro membra palpitanti, i loro gemiti, le loro agonie, servivano di giocondo trastullo a popoli che passavano allora, e che da certi storici si decantano tuttavia pei più inciviliti e quasi quasi si propongono a modelli. Ma non desterà niuna meraviglia il diletto che vi prendeva la plebe, quando si vorrà riflettere che tali feroci ed esecrandi trastulli venivano ordinati da un principe il cui nome fu tramandato ai [pg 85] posteri fregiato col sublime epiteto di: «delizia e bellezza del genere umano[54]».

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«Tito, scrive un autore cristiano[55], la delizia del genere umano, la cui dolcezza passò in proverbio nelle nazioni dell'occidente, è singolare modello di bontà e di clemenza nell'assedio e presa di Gerusalemme! Ei faceva crocifiggere ogni giorno 500 ebrei di null'altro colpevoli che di cercare intorno alla città un po' d'erba per ammorzare la fame, e quando il figliuolo di Vespasiano usò moderazione, si limitò a far tagliare le mani alle povere genti rimandate nella città!.... Questi Romani che Mitridate denominava il flagello dell'universo, eran pure di genio esecrabile, se il loro miglior Imperatore poteva compiere atti di ferocia simili a quelli accumulati in questo racconto».

Ma se veramente questi fatti ci provano una strana aberrazione del senso morale talmente pervertito che popoli e principi trovavano immenso diletto in ispettacoli orrendi; quali severe parole basteranno a biasimare quegli uomini che privilegiati per ingegno e per posizione invece di adoperarsi ad impedirli, per qualche beneficio ricevuto o sperato, non solo non trovavano nei loro cuori avviliti un senso di commiserazione per le povere vittime, nè dalle loro penne vendute usciva una parola di biasimo per gli scettrati carnefici che li ordinavano; ma anzi ne lusingavano la vanità con lodi immeritate. Ma per buona ventura la verità si manifesta sempre per quanto si faccia per soffocarne le voci con colpevoli adulazioni. L'eloquenza dei fatti, prova che la verità sta dal lato dei nostri Dottori che appellarono quell'uomo Titóss Arassanh (l'empio Tito), poichè non si troverà sicuramente anima bennata che non mandi una parola di esecrazione alla memoria di chi ordinava tali inutili [pg 87] macelli. In questo caso poi il nostro animo è doppiamente addolorato nel dovere confessare che lo stesso Flavio testimone di tali efferatezze, non solo si astiene dallo stigmatizzarle con quell'indegnazione che bene avrebbero meritate, ma anzi irride ancora allo strazio inenarrabile dei suoi fratelli, e lo dichiara al disotto delle loro colpe. E dire, che questo apprezzamento viene fatto da tale uomo che in principio della guerra, rispose forse con un tradimento, alla fiducia che avevano riposto in lui i suoi concittadini nominandolo governatore della importantissima fortezza di Iossafat; e viene diretto a uomini che se ebbero qualche colpa, fu unica quella di avere amato sopra ogni cosa la religione e la patria!

A complemento degli importantissimi avvenimenti suesposti aggiungiamo una rapida narrazione di alcuni fatti che vi tennero dietro, i quali servono a dimostrare ancora una volta, quanto gli animi dei nostri antichi fossero potentemente agitati dal desiderio d'indipendenza e quanto amore li legasse al patrio suolo; perchè ancora una volta essi osarono alzare il capo e fare un ultimo sforzo per ritogliere la loro patria al potente impero che l'aveva soggiogata.

Allorchè i soldati romani ebbero abbandonata Gerusalemme cangiata in un mucchio di rovine, parecchie famiglie ebree e cristiane vennero a stabilirsi in quei luoghi di desolazione: preferendo un miserabile tugurio sulle ruine della sacra città, al soggiorno comodo ed agiato che potevano offrire loro altre città della Giudea risparmiate nella guerra devastatrice.

I romani conoscendo che l'indole fiera ed indomabile degli ebrei, mal si piegava a schiavitù, lasciarono una guarnigione di sei cento uomini sul monte di Sion, per impedire la riedificazione di Gerusalemme; temendo a giusta ragione, ch'essa ridiventasse per loro un centro di riunione.

L'imperatore Domiziano fratello e successore di Tito perseguitò tanto gli ebrei quanto i cristiani. Si dice, ch'egli [pg 88] desse ordine di scoprire tutti i superstiti della famiglia di Davide onde averli nelle mani, e colla loro morte togliere agli ebrei ogni speranza di vedersi restituita per essi la perduta indipendenza. Traiano li perseguitò ancora più fieramente: e le asprezze che venivano loro usate dal governatore romano li esasperò talmente da farli ricorrere alle armi in parecchi punti dell'Impero. Ma se tali insurrezioni parziali non ebbero altro effetto, all'infuori di quello di causare la morte di parecchie migliaia di ebrei e di rendere più dura ancora la sorte di quelli risparmiati dalla spada; nullameno bastavano a dimostrare come essi non avessero ancora rinunciato a sostenere colle armi il diritto che avevano di vivere e morire liberi nella terra dei loro padri; e come il sangue dei loro innumerevoli martiri, anzichè atterrirli, li spingesse, li affermasse nel loro poco meno che insensato, ma nobilissimo progetto.

Forse non si attendeva da loro che una favorevole occasione onde effettuarlo, e questa fu loro presentata dalle stolte e crudeli prescrizioni dell'imperatore Adriano. Quantunque si creda che in principio del suo regno costui non fosse tanto ostile agli ebrei quanto i suoi predecessori, pure è un fatto ch'egli richiamò in vigore un decreto di Traiano col quale veniva proibito agli ebrei di praticare la circoncisione; d'osservare il sabbato; e di occuparsi di qualunque studio religioso. E non soddisfatto di queste prescrizioni risolse di rifabbricare Gerusalemme, per farne una città pagana popolata di Romani e di Greci: e così togliere agli ebrei qualunque speranza di una ristorazione politica.