Esaminiamo dunque brevemente queste sei epoche dell'anno ebraico.

L'epoca prima, quella della mietitura, comincia alla metà di aprile per finire alla metà di giugno (secondo e terzo mese dell'anno ebraico). Per tutto questo tempo il cielo ordinariamente è sereno; ma ai primi giorni d'aprile l'aria comincia a farsi calda.

L'epoca seconda è la stagione dei frutti e dura dalla metà di giugno alla metà di agosto (quarto e quinto mese). Il calore comincia ad ingagliardire tanto che gli abitanti dormono spesso sui terrazzi[1] a cielo scoperto.

L'epoca terza, segna il tempo del gran caldo che si fa [pg 8] sentire eccessivo dalla metà di agosto alla metà di ottobre (6º e 7º mese), e per la sua ardenza i ruscelli si asciugano e la terra si screpola. Le pioggie sono bensì rarissime dalla metà di aprile alla metà di settembre, ma in compenso cade abbondante la rugiada a ristorare la campagna.

L'epoca quarta è quella della seminagione, e dura dalla metà di ottobre fino alla metà di dicembre (8º e 9º mese). La temperatura è varia; sopravvengono pioggie, brine, nebbie, ecc. Il più spesso verso la fine d'ottobre cominciano a cadere le prime pioggie d'autunno, indicate nella Bibbia col nome di iorè e tanto necessarie ai campi per la germolazione del seminato.

L'epoca quinta segna l'inverno, e comincia alla metà di dicembre per finire alla metà di febbraio (10º e 11º mese). La neve cade talvolta anche nel piano, ma è raro che duri un giorno intiero, ed il ghiaccio sempre sottilissimo si strugge ai primi raggi del sole. I lampi, il tuono e la grandine vengono molto frequenti. Verso la fine di gennaio, i prati cominciano ad abbellirsi di fiori, i maggesi inverdiscono, gli alberi si rivestono di foglie.

L'epoca sesta, che corre dalla metà di febbraio alla metà di aprile (mesi 12º e 1º), è la stagione del freddo. La temperatura che nel principio di quest'epoca si mantiene tuttavia freddetta va riscaldandosi a gradi. Nel principio del mese di aprile cadono le ultime pioggie indicate nella Bibbia col nome di malcosc, per le quali si facevano pubbliche preghiere e voti ardenti, essendo esse assai necessarie per la fecondazione dei campi.

§ 2.—L'anno.

Non è probabile che i primi uomini abbiano determinato la durata dell'anno e regolatone il corso secondo il cammino del sole; imperocchè sarebbero loro bisognate cognizioni astronomiche, che solamente più tardi potettero acquistare; epperò è molto più verosimile che essi abbiano preso per norma la state e il maturare dei frutti della terra. Osservando infatti che la state e la maturità dei [pg 9] frutti ritornavano, nei principii, dopo dodici lunazioni circa, composero l'anno di dodici mesi lunari, onde nelle età primitive l'anno ebbe solamente 354 giorni.

Ma come dopo un certo numero d'anni così computati, lo stesso mese aveva finito per ricondurre stagioni opposte, si sentì la necessità di conciliare l'anno lunare col solare. Difatti dalla narrazione della grande catastrofe diluviana si rileva come fosse già stabilito l'anno di dodici mesi a giorni 30 caduno. Mosè prescrisse agli Ebrei l'anno lunare: ma affinchè fosse sempre in armonia col solare, comandò di offerire a Dio nel secondo giorno di Pasqua, vale a dire nel giorno sedicesimo dopo la neomenia del mese di Nissan, un manipolo di spighe mature (ómer): così se le messi non erano ancora giunte a maturanza i sacerdoti dovevano aggiungere un mese. Questa cosa dovevano farla quasi ogni tre anni, giacchè gli undici giorni di differenza che passano annualmente tra l'anno lunare e il solare, componevano in tre anni più di un mese intiero. Questo mese aggiunto si chiamava Veadar.