[102]I nostri Dottori, che nei loro studi sulla Bibbia non si lasciarono sfuggire nessun precetto e nessun avvenimento senza farne risaltare il concetto morale che ne poteva provenire, si fermarono appunto su questo fatto; e constatarono come la legge divina abbia principio da un'opera di misericordia, praticata da Dio stesso verso Adamo ed Eva col coprirne la nudità con tuniche di pelle allorchè li scacciò dal Paradiso terrestre; e termini con un'altra opera di misericordia compiuta parimenti da Dio verso Mosè col seppellirne il cadavere.
[103]Fedeli al compito che ci siamo prefissi, di dare cioè quelle maggiori nozioni storiche che hanno una qualche relazione coi diversi argomenti che andiamo trattando, e tanto maggiormente poi quando tali fatti abbisognano di essere dilucidati; crediamo utile raccontare brevemente questo avvenimento, facendolo seguire dagli opportuni schiarimenti che ci vengono somministrati da commentatori tanto ortodossi quanto eruditi. Ecco il fatto. Dopochè Mosè ebbe vinto Sihhon re dell'Emoreo, e Og re del Bassan, il campo degli ebrei venne trasportato nelle pianure di Moab. Non era affatto nella intenzione di Mosè di aggredire Moab sia perchè gli era stato ciò espressamente proibito da Dio per la parentela del loro patriarca Loth con Abramo, e sia perchè il suo territorio non s'estendeva in tale direzione da impedirgli la sua marcia verso il Giordano. Ma per un sentimento d'invidia e di odio tanto più biasimevole perchè niun motivo serviva a giustificarlo, Moab desiderava l'eccidio del popolo ebreo. A questo intento e d'accordo colla tribù Madianita spedì un'ambasceria a Balaamo, ritenendo di una sicura validità tanto le sue maledizioni quanto le sue benedizioni, affine ch'egli si portasse presso di lui a maledire quel popolo numeroso e potente, onde poscia potesse combatterlo e vincere. Balaamo esultante in cuor suo per l'insigne onoranza che gli veniva impartita da un potente monarca, e perchè codesto invito gli porgeva la desiderata occasione di cooperare alla distruzione del popolo ebreo che egli odiava quanto altri mai, rispose agli ambasciatori: «che attendessero il mattino onde interrogare Dio nella notte sulla decisione da prendersi». Effettivamente Dio essendoglisi rivelato gli ingiunse di non andarvi. Al mattino gli ambasciatori vennero congedati, ma in modo da lasciare loro indovinare che il rifiuto era dato suo malgrado, e che forse vi avrebbe aderito sotto altre condizioni. Questo fu il motivo per cui gli venne spedita una seconda ambasceria composta di un maggior numero di individui, rivestiti delle più alte dignità e promettitori di ricompense ben più laute. Come la prima, anche questa ambasciata fu invitata da Balaamo a pernottare in casa sua in attesa del permesso divino. Nella notte Dio apparì di nuovo a Balaamo e gli permise di portarsi da Balak colla condizione di poi dire soltanto ciò che Egli, Dio, gli avrebbe imposto. Appena spuntata l'alba, Balaamo lietissimo monta sulla sua asina e in compagnia degli ambasciatori si dirige verso il paese di Moab. Un angelo inviato da Dio con una spada sfoderata in mano si presenta all'asina: la spaventa, e per tre volte la fa deviare dal retto sentiero. Balaamo sommamente indispettito batte tutte e tre le volte la sua montura, ma alla terza volta l'asina apre la bocca, e con parole esprime al suo cavalcatore le proprie lagnanze per le immeritate battiture che le vennero date, e lo interpella se mai fu abituata a comportarsi come in quel giorno. Nel frattempo Dio permette che Balaamo vegga l'angelo, e riconoscendo il suo torto, e come sarebbe stato condotto a benedire Israele suo malgrado, propone di ritornarsene addietro. L'angelo vi si oppone e Balaamo giunto presso Balak, invece di maledire benedisse per tre volte Israele, motivo per cui fu costretto di ritornarsene frettolosamente al suo paese. Due riflessioni si presentano spontanee alla nostra meditazione in questo fatto. Perchè Dio si rivelò ad un idolatra nemico del suo popolo?—Balaamo non era che un sedicente profeta, un mago (kossem) pieno di vanagloria e di petulanza. Dio gli apparve in sogno, coll'ultimo grado della profezia e in quella sola occasione, per l'onore d'Israele e per umiliarlo agli occhi dei suoi stessi ammiratori: obbligandolo a proclamare eletto e protetto da Dio quel popolo che per odio e per interesse avrebbe volentieri annientato. S'egli fosse stato profeta, anzi se la sua indole orgogliosa e malvagia non l'avesse acciecato, egli avrebbe dovuto sapere che «Dio non è uomo da mentire, nè mortale suscettibile di pentimento»; e che avendo stretto un patto d'alleanza con Israele non l'avrebbe rotto giammai. Nè basta; che pel suo ardente desiderio di onori e di averi e per odio verso Israele, egli profanò Dio pubblicamente facendosi credere talmente nelle sue grazie da fargli cangiare di proposito, avendo taciuto la condizione sotto cui eragli stato concesso lo andarvi, poichè ove l'avesse manifestata non gli sarebbe sicuramente stata inviata la seconda ambasceria. La seconda riflessione è la doppia concessione fatta all'asina, cioè la vista dell'angelo e la parola. Premettendo che Dio non dotò l'asina neanche momentaneamente della ragione, ma le permise di esprimere soltanto le fisiche dolorose sensazioni provate per le sofferte percosse, diremo che anche ciò avvenne appunto per castigare l'orgoglioso mago. Quale umiliazione maggiore per un uomo che osa qualificarsi «profeta ascoltante le parole di Dio, intendente la scienza dell'Altissimo, e veggente la visione dell'onnipotente» nel sentirsi rimproverare dalla sua stessa montura di ignorare che in quel momento succedeva qualcosa di straordinario che la faceva agire in modo cotanto per lei inusitato? Quale maggiore umiliazione di quella di sentire un'asinella a rimproverarlo della sua ingiustizia verso di lei, nel medesimo istante in cui egli si disponeva contro la volontà divina, a lanciare la maledizione sopra un popolo «santo regno di sacerdoti» di nulla colpevole verso di lui? Quale umiliazione maggiore di quella di sentire una sozza asinella, priva per natura del dono della parola, esporre giusti lagni al profeta che va a prostituire la parola, quel dono concesso da Dio all'uomo per istrumento di perfezione? Da quanto viene esposto in Giosuè risulta che codesto tristo mago fu poi ucciso dagli ebrei colla spada.
[104]Forse potrà parere strano a qualche nostro lettore che noi stimiamo umana questa misura, ma trasportandoci col pensiero ai tempi di cui noi stiamo parlando, dovremo ammettere indubbiamente che in paragone delle barbarie che si usavano allora coi miseri vinti, tali prescrizioni segnavano già un immenso progresso. Si rammenti poi che in tempi assai posteriori a quelli, i Romani usavano ancora di massacrare freddamente uomini, donne e fanciulli e stimandosi tuttavia umani si lagnavano degli strazii che i Cartaginesi facevano soffrire ai loro prigionieri.

[pg 229]

INDICE

[Introduzione] pag. 5

[Nozioni preliminari] » 7

[Divisione del tempo]

[§ 1. Stagioni] » ivi

[§ 2. L'anno] » 8