Incomincio a conoscere la mia sezione; le prime quattro squadre m'ispirano molta confidenza; poco la quinta in causa di due individui che mi sembrano troppo ciarlieri per quei momenti serii. — Il capo della prima squadra viene incaricato dal Comandante (il mio Enrico) di una missione speciale.

Alle 3 circa si parte dopo aver ricevuti i fucili.[22]

Verso la 1 di notte si arriva alla foce del Teverone dove troviamo la squadra ch'era stata distaccata la quale avea terminato d'eseguire l'incarico avuto. — Il capo della 5ª squadra viene incaricato d'una missione speciale. — Ci fermiamo a 2 miglia da Roma. Stiamo ad aspettare un paio d'ore, poi si passa in un bosco per un'apertura praticata in una siepe dalla 3ª squadra della mia sezione. Spuntando il giorno, ho l'ordine di occupare in fretta il monte, che è a ridosso del bosco. Accenno alla necessità d'occupare la casa che è alla sommità del monte. Il Comandante (il mio Enrico) mi risponde di fare. Occupo dunque la casa colla mia sezione, dopo averla perlustrata con la Iª squadra colle debite cautele.

23. — Alle 6½ avviso il Comandante che la posizione è occupata sicuramente dalla mia sezione, per cui può esserlo anche dalle altre due. Di lì a poco tutta la compagnia è installata nella casa. L'Aiutante Maggiore visita la posizione per disporre poi le sentinelle. I fucili, essendo stati lasciati nel bosco, perchè s'era stimato sconveniente il sormontare attraverso luoghi rischiarati dal sole, io chiedo al Comandante (il mio Enrico) d'essere incaricato di farli introdurre in casa. Eseguisco in mezz'ora l'operazione colle debite precauzioni. Più tardi si tiene consiglio, presieduto dal Comandante, fra i Capi sezione, l'Aiutante Maggiore e P[erozzi]. Si decide d'aspettare, disposti a disperata resistenza. — Si scrive a R[oma]. — Dietro mia proposta si decide occupare la casa del vignajolo ove stanno i viveri. — L'occupo io colla prima squadra, quindi vi colloco anche la 2ª; le altre tre hanno ordine di tenersi pronte. — Dietro ordine visito gli avamposti che trovo bene collocati. — Più tardi sono avvisato dal Capo della squadra lasciata di guardia alla casa del vignajolo essere passato in vicinanza un drappello di dragoni a perlustrare; probabile dunque un prossimo attacco. Ne avviso il Comandante e chiedo di portare in quella posizione tutta la mia sezione coi fucili. Eseguisco l'operazione e mi stabilisco là io pure. — Un'ora e mezza più tardi, verso le 5¼ pom., si presentano i papalini al cancello della vigna; è una compagnia di Carabinieri esteri. — Mando subito ad avvertire il Comandante e dispongo in catena la mia sezione — una squadra nella casa, alle finestre, che poco dopo colloco colle altre. — Di lì a poco arrivano i colpi nemici; dobbiamo soffrirli per buon tratto senza tirare, stante l'inferiorità dei nostri fucili. Quindi faccio aprire il fuoco. Arriva il Comandante (il mio Caro Enrico) e mi ordinò di ripiegare verso la casa grande; si eseguisce nel massimo ordine. — Moruzzi è ferito da due palle; io e Campari facciamo ogni sforzo per poterlo trasportare con noi, ma inutilmente; siamo costretti a lasciarlo sul terreno.

Poco dopo è ferito Castagnini.

Ripiegata la sezione fino all'ultimo risvolto della strada che conduce alla casa grande, la stabilisco di nuovo in catena sulla linea delle altre. Dopo poco spuntano i papalini. Grido «W. Italia!» che, proferito, è ripetuto da tutti con entusiasmo. — Il Comandante comanda la carica alla baionetta e si slancia alla corsa verso il nemico; io lo seguo con tutta la sezione. — Vedendo il Comandante (il mio Enrico) troppo distaccato da noi, lo chiamo: — «Aspetta, Enrico, che andiamo uniti». — Ei mi aspetta. Arrivatolo, m'accorgo che il mio revolver non funziona bene; lo aggiusto, sparo un colpo nella direzione del nemico, quindi con Enrico monto la scarpa sinistra sulla strada ed entro nella campagna ad inseguire i fuggenti. — Alcuni si sono fermati; il Capitano è fra essi. — Ci dirigiamo a lui (che ci prendeva di mira con una pistola) coi revolver spianati. Enrico sparò; in quel momento vedo un carabiniere diretto contro di lui; mi gli slancio addosso e trovando nuovamente il mio revolver ribelle allo scatto, glielo percuotei furibondo sul viso. — Dopo un istante di mischia furiosa, mi trovo accanto (sulla sinistra) d'Enrico mio e circondato; una scarica ci fa cadere nello stesso istante. — Appena a terra ci vediamo barbaramente assaliti alla baionetta; ci feriscono ancora, e fuggono seguiti dalle nostre imprecazioni di «Vigliacchi!» e «Birbanti!».[23]

Passai alcuni istanti in una specie di letargo; appena svegliato [mi parve] d'essere stato sotto l'incubo d'un sogno, ma subito fui chiamato alla triste realtà dalla voce del mio Enrico e dai dolori delle ferite. — «Muoio» mi disse il fratel mio. — «Io pure» replicai. — «Povera la nostra Mamma!» ripigliò Enrico. — Poi gli si aumentò l'affanno; aveva due gravi ferite al petto, l'una ch'io non poteva scorgere, l'altra all'angolo destro della bocca. — Feci il possibile per dargli aiuto; non potei altro che prestargli debole appoggio del mio braccio destro. — Soffriva assai il mio Enrico, ma emetteva pochi lamenti. — Riprese: — «Desidero essere seppellito a Groppello» — poi, dopo un istante di silenzio: — «Salutami Mammina, Benedetto, Minoja» — fece uno sforzo supremo per dirizzarsi sull'anche, e ricadde. — Il mio Enrico spirava. — Gli mandai un bacio come potei. Poco dopo io pure sentiva vicinissima la morte; la sordità, abbondantissimo il sangue (specialmente dal capo), l'emozione della morte del fratello, la posizione incomodissima m'avevano procurato un affanno tale che parea il rantolo dell'agonia. — Soffriva tanto che affrettava col desiderio la morte. — Accorgendomi dai lamenti d'aver alcuni de' nostri a poca distanza pure feriti, dissi: — «M'è morto Enrico in questo momento». — Alcune voci improntate da profondo dolore mi risposero, una tra l'altre (quella di Bassini) con queste parole; — «Vorrei potermi avvicinare per baciarlo» — Aggiunsi: — «Io pure muoio. Salutate la mia Mammina; desideriamo essere seppelliti a Groppello». — Dopo poco riprendeva: — «Ci resta però la soddisfazione d'aver fatto il nostro dovere, siamo caduti da forti». — «È vero!» risposero tutti quei dolenti amici — «W. l'Italia!» aggiungevano [Prima aveva scritto: mormoravano.] ancora in coro con voce fioca. — L'affanno diminuiva sensibilmente, sicchè più distinti mi si facevano i rumori all'intorno. — Distinguevo i lamenti del povero amico Mantovani da quelli di Papazzoni e di Bassini, poi udii chiaramente una voce in lontananza gridar «Aiuto!» — Si aspettava ansiosamente d'essere soccorsi, qualcuno che venisse almeno ad inumidirci le fauci ardenti per la sete; invano. — Parlo di tentare uno sforzo per alzarmi; Bassini dice tentare d'aiutarmi. Due volte mi provai, ma ricaddi estenuato di forze coll'affanno di nuovo aumentato. Alla terza prova, tentata dopo non breve intervallo, riuscii e mi trovai in piedi. — Mi provai a camminare, lo potei barcollando. — Bassini ebbe la stessa sorte. — Ci accompagnammo l'un l'altro fino a cercar la strada; lo potemmo con molto stento per uno dei punti meno scoscesi della riva. Arrivati sulla strada non sapevamo qual direzione prendere; la mente indebolita pel sangue perduto non sapeva a sufficienza raccapezzare le idee per condurci a qualche punto ben conosciuto, tanto più che l'oscurità era grande. Finalmente io potei orizzontarmi ed additare con quasi certezza la direzione della casa del vignaiuolo. Presici sottobraccio c'incamminammo alla meglio a quella volta; non avevo errato: di lì a poco la trovammo. Entrammo sotto il porticato che nella giornata ci aveva servito di corpo di guardia; udiamo un lamento; ci avviciniamo; è Moruzzi disteso su d'uno strato di paglia. Mi prega di cangiargli posizione alla gamba ferita; l'aiutiamo a grande stento. — Quindi io mi porto fuori e mi trascino fino all'uscio di casa; batto, non si risponde; replico, odo una voce cui rispondo, e mi viene aperto. Quei bravi coloni mostrano gran dispiacere al vedermi ridotto in quella guisa. — Parlo loro di mio fratello morto e degli altri compagni feriti che attendono soccorsi; li supplico di accorrere a raccoglierli, quindi, estenuato di forze, mi corico su d'un letticciuolo che mi vien preparato. Mi si prodigano molte cure, mi fasciano le ferite alla meglio; quella del capo ne aveva specialmente grande bisogno. Passo così alcune ore tormentato dalla debolezza e più dalla sete che ogni tanto vo smorzando con un po' d'acqua che quei pietosi mi porgono; grandissima è poi l'agitazione d'animo per la cocente rimembranza del mio Enrico spento, e pel pericolo dei miei dolenti compagni che forse sono ancora stesi sul terreno in attesa d'aiuti, e che io non posso volare a soccorrere. Qual pena, mio Dio! Ad ogni tratto chiamo qualcuno e rinnovo la preghiera [Seguono alcune parole inintellegibili.]..... dan promessa, non mai la consolazione di cedere sull'istante alle insistenti mie domande.

Riesco solo a sapere che fu portata dell'acqua ai due rimasti sotto il porticato, Bassini e Moruzzi. — Fra quelle angoscie spunta il mattino; se il tempo ha sensibilmente scemata la debolezza fisica, vieppiù ha aumentata l'agitazione morale. — Il letto mi pare di carboni accesi. — Mi alzo. — Mi dicono essere stati nella notte levati i feriti dal campo; non si sa se dai nostri o dal nemico, e ricoverati nella casa principale. — A quella nuova procuro d'accelerare l'operazione del vestirmi, o meglio del farmi vestire. Sono in piedi, debole sì, assai, ma capace di camminare coll'aiuto di un bastone, che mi viene collocato in mano. Esco e mi dirigo verso la casa grande, deciso a penetrarvi. — È in mano dei nostri, pensai, e niente di meglio potrei fare; è del nemico e dividerò la sorte dei miei compagni. — A ciò insomma in ogni caso sono deciso, trovare la sorte istessa dei miei amici. — Arrivato al tratto di strada che corrisponde al campo del combattimento, non so impedirmi dal valicare la scarpa e dall'entrare. Fucili, qualche revolver stanno sul terreno. — Mi porto fin sul luogo in cui cademmo io e il fratel mio, in cui egli spirò. — Oh sì, ne son certo, l'ho perfettamente riconosciuta quella sacra zolla! Raccolsi un pugno di terra e lo baciai; il bravo contadino che mi seguiva ne fu commosso vivamente. — Procedo per la mia strada ed arrivo in pochi minuti alla casa. — Un fazzoletto bianco applicato ad un bastone è messo in vista presso la porta. — Penetro nella prima camera e parmi dall'aspetto (senza sapermi abbastanza spiegare tale impressione) che la casa debba trovarsi in mano del nemico. — Ciò malgrado senza esitare un istante (non ero io già deciso per ogni caso?) entro nella seconda camera. — Qual momento di mesto conforto. — Due compagni feriti stesi su due pagliericci riconosco sull'istante; Moruzzi e Papazzoni; due altri vedo dirigermisi incontro col volto impressionato della più cara sorpresa. Uno è l'intimo amico Campari, l'altro il bravo Fiorini cremonese; ci abbracciamo con trasporto. — Mi dicono che la mia apparizione riesce loro tanto più cara per ciò che mi ritenevano morto, mi aggiungono che tale persuasione si son portata seco i compagni che in numero d'una sessantina nella notte abbandonarono la casa per unirsi, dopo ben lunga strada, alle bande. — Nella casa son rimasti i feriti e tre bravi amici a soccorrerli; Campari, Fiorini, Colombi. — Avute in tutta fretta codeste informazioni, domando a stento del corpo del mio Enrico. — «È là» (mi dicono accennando alla camera vicina) «assieme a quello del povero Mantovani». — «Lui pure!» — dissi — «Buon amico. Morto forse per ritardo di soccorsi». — E qui scacciava il pensiero che se fossi riuscito a spedire subito gli uomini del vignaiuolo a raccogliere i feriti, forse i soccorsi non sarebbero riusciti inefficaci al bravo Mantovani. Mi levarono l'acuta spina facendomi intendere come gli altri compagni feriti fossero stati tolti dal campo ben poco più tardi di me. Ciò per l'opera di Tabacchi e di Stragliati. — Mostrai l'intenzione di vedere il fratel mio, ma ne fui impedito dalle esortazioni degli amici. Mi recai a veder a stento [Prima voleva scrivere: lentissimamente.], come poteva, tutti gli altri compagni feriti; trovai a letto Bassini e Colloredo; Ferrari e Castagnini in piedi, feriti ambedue al braccio; tutti mostrarono in vedermi grande sorpresa. — Più tardi non seppi resistere alla tentazione di vedere il mio Enrico, vinsi le esortazioni degli amici, ed entrai nella stanza dei morti, quella stessa nella quale con tanto ardore il mattino si era tenuto consiglio sotto la direzione del mio spento fratello. — Entro e scorgo i cadaveri dei due amici, l'uno accanto all'altro: mi chinai sul mio Enrico e lo baciai in viso. — Qual consolazione, mio Dio! — Il buon Campari mi strappa a forza da quella camera. — Scorgendo il bisogno che i feriti fossero alla meglio medicati penso recarmi a raccogliere delle bende alla casa del vignajolo. — Mi faccio accompagnare da Campari. — Là arrivati, riceviamo dai bravi coloni quante pezzuole ponno raccogliere. — Campari scrive un biglietto indirizzato all'autorità militare di Roma, in cui si dà avviso di feriti che richiedono pronti soccorsi. Come avrei voluto risparmiarci tale passo; ma (per non parlare del mio stato) quello in cui si trovavano Moruzzi, Papazzoni, Colloredo, lo richiedevano imperiosamente. — Si vinse dunque la ripugnanza, e si consegnò il biglietto al vignaiuolo perchè lo portasse in Roma, raccomandandogli però di non consegnare il biglietto che in extremis. — Nell'uscire ci vien dato avviso essere stato ricoverato un ferito dei nemici sotto il porticato. — Entriamo a visitarlo. — Appena ci scorse mostrò temere assai, lo rassicuriamo colle parole seguenti: — «Per noi il nemico, quando ferito, diventa sacro». — Gli atti accompagnarono le parole. — Ci mettiamo, io pure, benchè sofferente per le avute ferite, a medicargli la grave ferita. — La coscia è trapassata da una palla. Ma si riesce alla meglio a togliergli di dosso le robe ed a fasciarlo. — Durante la operazione brevi interrogazioni mi fan sapere essere il ferito un Perugino già da diversi anni arruolato nell'armata pontificia. — «Renitente» — gli dissi — «della nostra armata forse?» — «No» — rispose — «emigrai da giovinetto e m'arruolai nell'esercito pontificio». — Sciagurato, pensai, hai tradito la tua patria! — Nè perciò vennero meno le mie cure. — Il nemico ferito, pensai ancora, è sacro. — Terminata alla meglio la pia bisogna, si tornò alla casa grande presso gli altri compagni. Discorrendo dei casi nostri si previde la probabilità di esser assaliti da distaccamenti di truppe talmente inspirate a sensi di crudeltà da voler scorgere nel nostro ricovero un nido di banditi, anzichè un ospedale di feriti, ed agire di conseguenza, cioè perpetrare un orribile massacro, una strage di individui storpiati in mille guise dalle ferite. In tal caso, conchiudevamo, quel po' d'armi che ci è qui rimasto, servirà per vendicarci alla meglio, per impedirci di morire come le pecore sbranate dal lupo.

Poco dopo questo discorso udiamo rumori d'armati, guardiamo fuori, è un distaccamento di zuavi (a cui stan mischiati alcuni gendarmi) che s'avvicinano. In pochissimo tempo sono arrivati ad una cinquantina di passi dalla casa. Vedo diversi di essi spianare il fucile verso la porta; in quella direzione sta appunto coricato su di un pagliericcio il ferito Moruzzi. — Visto il gran pericolo mi mostro sulla soglia della porta levando in pari tempo il fazzoletto di tasca agitandolo. Lo credevo bianco, mentr'era orribilmente insanguinato. Allora vedo uno di essi che punta il fucile, affretto il passo e balzo (come le ferite ponno permettermi) fuori della casa esclamando: — «È una casa di feriti!» — Nè per questo si desiste dal tenere spianato i fucili su di essa e sui bravi compagni Campari e Fiorini che senza perder tempo mi han tenuto dietro. Alla fine si mostrano persuasi, non del tutto però; abbassano le armi, ma stanno ancora alcun poco in sospetto. Il mio aspetto di uomo assai malconcio da ferite contribuisce a tranquillizzarli vieppiù. Allorchè si son fatti a noi vicini dico loro: — «Che mai volete che io vi faccia colle quattro ferite che tengo? — Se poi siete in dubbio sui nostri compagni che stanno in casa, vi aggiungo: — Sono nelle vostre mani; quando uno solo dei compagni porti le armi contro di voi, uccidetemi». — «Noi pure» — esclamano ad una voce Fiorini e Campari ed il ferito Ferrari, che a noi s'è aggiunto in quel momento. — Cinque o sei zuavi sotto condotta d'un sergente entrano in casa per perlustrarla; questi prima d'entrare ci affida in consegna di quelli rimasti fuori con queste eroiche parole: — «S'ils bougent, enfilez-les tous le quatre.» — «Anima di fango!» non potei a meno di dire fra me accompagnando il pensiero con una fosca occhiata.

Per tutto il tempo della perquisizione rimasi in non poca pena: temeva per quei poveri compagni feriti, temeva pel cadavere del mio Enrico, per quello dell'amico Mantovani. L'idea che potessero essere manomessi mi dava raccapriccio. — In quel punto arrivava un ufficiale dei gendarmi. Scendeva da cavallo e poneva il piede in casa. Capii alla prima parola ed al far burbanzoso essere egli un francese. Onde gli dissi mentre entrava: — «Monsieur le lieutenant: je vous prie. Il y a là dedans le cadavre de mon frère» — «Eh bien» — mi risponde entrando — «s'il est mort je ne puis pas lui faire du mal». — «Anime di fango!» dissi fra me una seconda volta e con maggior cruccio della prima. — Ormai avea diritto di dirlo in plurale. — Si fruga per ogni canto. — Sono portate fuori le armi e pressochè tutti i fucili e diversi revolvers. Questi ultimi sono intascati, i primi spaccati in due all'impugnatura. Provai non poco dolore in mirare quell'opera di distruzione. Il soldato s'affeziona presto all'arme che porta per quanto cattiva! Più di tutto il soldato della libertà che deve adoperarle per uno scopo santo. Basta; anche questo strazio (per altro assai minore di quello che in questa circostanza ebbi già a subire) c'era riservato. — Però dura poco, tanto è lo zelo spiegato da quei bravi nel distruggere le armi nostre. — Terminata la perlustrazione e l'opera di distruzione, se ne partono a far ricerca per la campagna dei nostri commilitoni partiti nella notte. — «Oh non riusciranno certo a raggiungerli!» ci diciamo fra noi. — Passa così un altro paio d'ore poi ricompare la stessa compagnia di zuavi a ripetere in fretta una seconda perlustrazione, dopo di che se ne partono. — Passano altre ore ed il bisogno dei soccorsi medici ai feriti si fa vieppiù imperioso, specialmente pel povero Moruzzi ch'è attaccato dai più vivi spasimi.