I fratelli Cairoli, doveano in Roma prestar mano a Francesco Cucchi, designato capo dell'insurrezione. Le cose andavano per le lunghe: il comitato nazionale tradiva; i cospiratori perdevansi in infeconde organizzazioni e in preparativi sballati; i vecchi non avevano fede, i giovani migliori, disdegnosi della tirannide papale aveano, da gran tempo, presa la via dell'esilio e, in quell'ora, si trovavano già al loro posto nelle file dei garibaldini. Quando la verità verrà a galla sarà una gran brutta pagina per certi messeri quella dell'abortita rivoluzione del 1867.

Enrico Cairoli, assetato d'azione, rifuggente da ogni indugio, molestato dalla polizia e per breve tempo arrestato, stanco oramai dall'attendere e smanioso di pericolo, un bel giorno lasciò l'eterna città e se ne venne a Terni ove adunò intorno a sè il glorioso manipolo che ha reso eterno nel cuore degli italiani il ricordo di Villa Glori.

I settanta hanno oggi l'onore di appartenere alla leggenda.

Pio Vittorio Ferrari fu del bel numero uno e, dopo trentadue anni, pubblica oggi questo volumetto, nel quale narra minutamente gli episodi giornalieri dell'eroica spedizione.

Anche Pio Ferrari trovavasi a Roma, quando vi era il Cairoli, quando, di momento in momento, dovea scoppiare la rivoluzione e, disilluso anche lui, piantò l'assonnata città per andare con Garibaldi.

La narrazione dell'imberbe giovinetto, scappato, si può dire, dalle sottane della mamma che amava, riamato, dell'affetto più intenso e sbalestrato in un mondo che ei non aveva mai potuto intravedere, improvvisato soldato e cospiratore incosciente, è quanto di più semplice possa mai immaginarsi.

Il pregio maggiore di queste memorie alla casalinga è proprio quello di non contenere alcun artifizio e di esser prive addirittura di qualunque fronzolo o ciarpame rettorico. Il vero vi si rispecchia in ogni frase, in ogni periodo. L'autore non ha la pretesa di fare un'opera d'arte: egli racconta alla buona le peripezie che, lungo le marcie, durante il breve combattimento, nel quale egli fu tra i primi ferito, e nel lungo soggiorno dell'ospedale — a San Spirito e poi a Sant'Onofrio — accompagnarono un breve periodo della sua vita, del quale può andare giustamente orgoglioso.

Uno dei difetti più facili a incontrarsi nelle pubblicazioni che riferisconsi a imprese guerresche e sono narrate in prima persona è quello di sgusciar, non volendo, nel Miles gloriosus di Plauto. Il Ferrari questo difetto non l'ha davvero: anzi, allorchè parla di azione, di eroismi, di pugna ei si ritrae, come una sensitiva, e pare voglia nascondersi...

Nulla però è più efficace della verità; e le scene dei cospiratori in via dei Quattro Cantoni, e il via-vai dei monsignori che vogliono convertire i garibaldini nell'ospedale sono bozzetti addirittura geniali.

Della campagna del 1867 non è stata scritta finora una storia esatta; importanti lavori ne furono pubblicati e non pochi. Basti il citare Da Terni a Mentana del Guerzoni e gli stupendi sonetti, in dialetto romanesco, di Cesare Pascarella, così cari al Carducci, e così efficaci nel ritrarre i particolari più salienti della spedizione dei settanta. Tutti però si sono limitati a dettare memorie personali o ad illustrare fatti isolati. Molti furono i canti, manca insomma il poema.