L'ordine per la partenza nostra venne alla sera e si estendeva a tutti quelli la cui condizione di salute permetteva il viaggio.
Dei vicini nostri partivamo io e il Bassini. Questi era allora in buone condizioni. Più tardi invece le ferite gli si riaprirono e sofferse una lunga e penosa malattia. Le bajonette gli avevano forato un intestino.
La nostra partenza fu motivo di grande accoramento e di dolore per gli amici costretti a rimanere. Il capitano Ronco, la ferita del quale in quei giorni avea assunto aspetto cancrenoso, quando ilare e contento lo salutai facendogli coraggio:
— Addio, addio, mi disse; non ci rivedremo più, sai.
— Perchè?
— Perchè io non uscirò di qui che per andare a Campo Verano!
Baciai tutti gli amici, ci scambiammo vicendevolmente promesse ed auguri, salutammo con vera effusione d'affetto il buon capitano Galliani, ringraziammo i medici, e allegri come andassimo a nozze lasciammo l'ospedale per andare in patria.
Invece andavamo a... Castel Sant'Angelo!
Attraverso corridoi, scale ed androni, a suon di chiavacci e di cancelli arrugginiti, fummo introdotti in uno stanzone lungo e buio, difeso dal freddo e dall'umido della notte con impannate di tela e lungo il quale in terra era disposta della paglia con dei sacconi.
Al lume delle fiaccole rividi il Campari, il Colombi e il Fiorini, i tre compagni che vollero rimanere nella vigna per curare i feriti, restando così prigionieri volontari, i fratelli Rosa di Bergamo ed altri che non ricordo.