Nella stessa prigione stavano pure molti fra gli arrestati della città. Ce n'era d'ogni condizione. C'era pure un clown di compagnia equestre che ogni tanto per tenersi in esercizio dava spettacolo di salti e capriole. Costui stette in prigione fino al 1870 e appena liberato ritornò al primitivo mestiere. Il poveretto finì più tardi la vita in un ospedale di Bologna, cieco d'ambedue gli occhi.

Rivedere i miei buoni amici fu per me somma consolazione; e in quella sera, per quanto ci fu permesso dalla presenza dei secondini e dei custodi, ragionammo a lungo dei casi nostri e delle passate traversie.

Essi però erano più al corrente che noi di notizie, perchè le avevano giornalmente dall'Osservatore Romano, che un secondino recava loro piegato nelle fodere del suo berretto. Per questo incarico (del resto abbastanza arrischiato) veniva retribuito con una lira per ogni copia.

Un pensiero ci angustiava, che con noi non ci fosse Giovannino, ancora detenuto alle Carceri Nuove, e pensavamo che forse il Governo papale volesse fare di lui un martire, lasciandolo soffrire chi sa per quanti anni in segreta.

Quella notte non dormii, e nemmeno i miei compagni. Si sapeva di dover partire, si vegliò tutti al buio.

A notte inoltrata, i chiavistelli delle porte girarono e comparvero finalmente alcuni secondini con torcie e con lumi. Fra questi se ne notava uno vestito da zuavo, aitante della persona e giovane ancora, ma inerme. Costui trasportò in braccio fino al basso il Bassini e qualche altro che non reggevasi in gambe, come avesse portato sacchi di piuma. Mi fu detto che era notissima spia, famigerato sicario e arnese segreto della polizia e che era riuscito colle sue arti a darle in potere parecchi compromessi politici. Vociferavasi ch'egli, unico in tutto il presidio, avesse l'accesso da Castel S. Angelo al Vaticano per il noto passaggio segreto riserbato ai pontefici in caso di cataclismi, e ciò perchè non s'arrischiava ad uscire in città, non essendo sicura la sua pelle se poneva piede fuor delle inferriate del Castello. Di là dirigeva con acutezza di vero cagnotto le sue operazioni di gran mastro caccialepre.

Da Castel S. Angelo alla stazione marciammo a piedi al chiaror delle fiaccole. Era notte inoltrata e si traversò tutta Roma senza incontrare anima viva.

Qual triste senso avrà dovuto fare un corteo simile, di notte, per quelle strade ove, anzichè prigionieri, due mesi prima speravamo di passeggiar trionfatori!

Ma scommetto che quest'antitesi abbastanza dolorosa non ad uno dei nostri in quella notte passò per la mente. Il miraggio dell'imminente libertà e la certezza di rivedere fra brevi ore la famiglia era in quell'istante l'unico nostro pensiero.

Il treno che doveva portarci al confine fu scortato da soldati francesi.