— Com'è trattato?
— Benissimo.
— Ha nessun reclamo da fare?
— Nessuno. E lisciandosi il petto colla mano destra e torcendo il collo, come praticano i gesuiti, proseguí col dirmi:
— Già, già, vedi, si tira via.
— Scusi, monsignore, questa parola si tira via non si addice ad un giudice che ami la giustizia, perchè toglie l'idea di quella investigazione che occorre nei giudizi: un mese di piú non pregiudica, anzi può giovare quando serva a meglio conoscere la verità.
— Dice bene: può scrivere quando crede ai suoi — e se n'andò.
Il maresciallo, che aveva preso a confabulare meco, mi disse che l'Invernizzi era rimasto stupefatto del mio linguaggio, tanto diverso da quello degli altri detenuti.
[XIX.] Finalmente si pervenne alla soluzione del terribile dramma. Gli autori stessi degli omicidi, un Lossada, un Raulli, un Gamberini, un Branzanti, o autori principali o complici, presero per tempo l'impunità e furono salvi; chi non si arrese soggiacque alla pena dell'ultimo supplizio. Premeva alla Commissione di dare un grande esempio; e, visto che non pochi erano coloro che dovevano soggiacere al patibolo per la loro partecipazione agli omicidi avvenuti, si contentò di averne cinque. In quanto ai Carbonari non imputati di delitti comuni, si contentò di accettare da loro una rinuncia, chiamata spontanea, di non appartenere mai piú a sètte contrarie al Governo, colla minaccia d'incorrere nelle prescritte pene non osservando la rinuncia.
La scena funesta di cui qui intendo parlare ebbe luogo nel 13 maggio 1828. Mi ricordo che in quella mattina era in piedi prima delle sette e stava accomodandomi la cravatta al collo dinanzi alla piccola fessura dell'assito della mia finestra, quando due tocchi quasi simultanei della campana della pubblica torre mi colpiscono l'orecchio: essi mi fecero l'effetto di due stoccate al cuore, perché compresi che annunziavano l'agonia di condannati a morte. L'essere chiusi sin dalla sera antecedente tutti gli sportelli delle carceri, il rimanere tuttora chiusi, il silenzio perfetto che regnava nei corridoi in cui s'acquartieravano i gendarmi, mi diedero a conoscere che i condannati erano del nostro rango, di quelli che tenevansi in custodia ove noi eravamo. Il segno dell'agonia proseguiva sempre, ed uno dei compagni del camerino attiguo al mio, non pratico del paese, mi chiese che significava il suono di quelle due campane; a cui risposi: «Sventura! alcuni dei nostri sono oggi giustiziati»; ed il curioso si è che la domanda mi venne dal fratello dell'ebreo che era compreso tra i condannati. Ansioso di trarre maggiori indizi, mi accostai allo sportello, lo spinsi indietro e vidi che i corridoi erano quasi deserti e non intendevasi che il passo monotono delle due sentinelle che ci sorvegliavano. Allora mi rivolsi all'assito della finestra, e con un chiodo che aveva del medesimo allargai una fessura, da cui scorgeva benissimo la strada detta di San Gaetanino, e vidi veicoli di ogni sorta trasportar forse alla Pineta chi si allontanava dalla terribile scena, onde sempre piú mi confermai nei concepiti sospetti. Le campane non cessavano di far intendere il loro tristo e lugubre suono, onde pieno di dolore mi gettai in letto, cercando colla mente d'indovinare chi potessero essere le vittime e la causa di una agonia si lunga, la quale dalle sette del mattino si prolungò sino ad un'ora dopo mezzogiorno. A quest'ora, ritornata la falange dei gendarmi ai loro posti, si riapersero gli sportelli e riapparve il movimento di prima. Prima loro cura fu di distribuire il pranzo: il maresciallo, incaricato della distribuzione, mostrava nel viso una gioia da cannibale; onde, addolorato come era, non mi riuscí di mandar giú un sol boccone, e per occultare il dolore che mi opprimeva gettai l'intero pranzo nella latrina.