[XX.] Dal maresciallo, che mi si era reso benevolo seppi il numero dei condannati, il loro nome e il supplizio a cui erano stati sottomessi, ed ebbi piú tardi una copia della sentenza che aggiungo alle presenti memorie per miglior schiarimento dei fatti. Seppi pure il motivo del prolungamento dell'agonia; esso derivò dall'insistenza di Rambelli e dell'ebreo a non voler adempiere ai doveri di religione. Messe in uso tutte le pratiche necessarie coi preti che li circondavano da ogni lato senza frutto alcuno, si ricorse a monsignor arcivescovo Falconieri, ritenendo che la sua autorità vincesse la prova; ma ogni suo tentativo riuscí vano. Il Rambelli gli rispose in modo risoluto: «Oh! mi lascino alla fine in pace», e tenendo un Cristo in mano esclamò: «Io ho aperto a Lui, — additando il Cristo, — «l'animo mio, con Lui ho fatto i miei conti; e ciò basti: cogli uomini nulla ho piú a che fare». Appresi piú tardi da Natale Mariani capo custode delle carceri, uomo di sensi magnanimi e liberali, che monsignor Gianolli, vicario dell'arcivescovo, quinta essenza di iniquità, propose che il Rambelli venisse tratto nei sotterranei del carcere ed ivi con battiture indotto a confessarsi; ma la proposta fu rigettata. Mi diceva il Mariani che, se tosse stata accolta, egli sagrificavasi di certo, mentre aveva risolto di chiudere i due monsignori col loro seguito nel sotterraneo e scappare ambedue per un adito a lui solo noto. Comunicò pure piú tardi ciò al conte Eduardo Fabbri tipo dei liberali d'Italia, uomo distinto in lettere, che, riconosciute le nobili doti del Mariani nel tempo che si tenne alla di lui carcere gli fu amico e compare. Questo Mariani è il padre di quell'Angelo, che tanta gloria si acquistò nell'arte musicale. Un altro fatto che merita di essere narrato è quello che successe ad un certo Spada del borgo di Porta Sisi, papalone sino nel fondo dell'animo. Il supplizio da infliggersi a dei liberali gli serví del piú gradito spettacolo; e sino dalla mattina di buona ora si pose dirimpetto al palco delle forche nella piazza dei Tedeschi, or del teatro Alighieri, colla testa nuda sotto un sole cocente, attendendo la esecuzione, ed ad ogni individuo appeso gridava giulivo: «E uno!». Ma l'operazione andò alla lunga sino ad un'ora dopo mezzo giorno, come abbiam detto: i raggi del sole gli mossero una infiammazione al cervello, che lo trasse al sepolcro. La gente recavasi in chiesa ove era esposto, gli lacerava il panno funebre, gli sputava addosso, onde fu necessario chiuder la chiesa.
[XXI.] La misura piú efficace a deprimere la Carboneria fu quella della spontanea, o rinuncia adottata dall'Invernizzi, perché le toglieva quella forza morale che la teneva in vita. E difatti dal momento che uno confessava con atto solenne il torto di aver avversato il Governo e di avere congiurato contro di esso, e prometteva con giuramento di tenersi suddito fedele ed obbediente, diveniva un essere spregevole, su cui non era da farsi piú calcolo alcuno. D'altra parte il Governo sarebbe stato costretto d'imprigionare tutta la falange numerosa dei Carbonari e sottometterla a diverse pene, ciò che avrebbe aggravato l'erario pubblico di non lieve spesa senza ottenere un pieno intento, mentre i castighi infervorano ed avvivano i partiti, ma non li annientano. Già le impunità e le defezioni accennate agevolarono l'ultimo colpo mortale.
[XXII.] La missione di monsignor Invernizzi era ormai compiuta, quando una sera mi si presentò Nardoni segretario, credo, del colonnello Ruvinetti, il quale dopo i saluti d'uso mi disse:
— Dunque ella non vuole uscire di qui?
— Cioè, dica piuttosto che non mi vogliono far uscire.
— Ma dipende da lei l'esser libero.
— Mi favorisca di espormi in che modo.
— Col fare quello che han fatto i suoi colleghi.
— Vale a dire?
— Col rinunciare alle sètte, ai loro diabolici fini ed alle massime perverse che inspirano.