[XXIV.] Erano undici mesi ormai dacché mi tenevano seppellito in quel tugurio, umido e micidiale, e nessuno davasi cura di me. Già dappoi la esecuzione de' miei cinque compagni di carcere, avevo perduto l'appetito né era stato piú capace di riacquistarlo, onde fui obbligato di scrivere ai miei di casa che cessassero d'inviarmi oggetti mangiativi. Il pane che lo stabilimento mi forniva — quattro baiocchi al giorno — dapprima mi spariva dinanzi agli occhi senza che me ne accorgessi, poscia mi rimanevano dei grossi pezzi che venivano raccolti dai carabinieri pei loro cavalli. Insomma, corroso da quell'aria mefitica, senza un respiro d'aria buona, senza un'ora di movimento, mi sentiva venir meno la vita ad ogni istante; tutti i camerotti erano sgombri, a me solo non si pensava; null'ostante a ciò, mai un lamento, mai un ricorso. Risolsi entrando di essere passivo apatista in tutta la forza del termine; risoluzione che seppi conservare, come si vedrà nel seguito del racconto, nelle altre carceri. Che fa il detenuto allorché si inquieta? fa gioire coloro che lo rinchiusero, perché il loro desiderio è che soffra. Invece tenendosi indifferente mostra di essere d'animo forte e d'illibata coscienza e superiore a tutte le angherie che gli possono usare.
[XXV.] Finalmente ebbi il favorevole incontro di poter consultare il mio benigno maresciallo sulla mia pendenza, e seppe farmi conscio di quanto erasi deliberato: e cioè che il processo era stato ridotto ai due titoli di settario e di autore del dialogo di sant'Apollinare e san Vitale; che per tale scritto monsignor Invernizzi propose in udienza che mi si tagliasse la mano destra sul palco in piazza e fossi condannato alla reclusione non so per quanto tempo, ma che mio padre, il quale era pervenuto a porsi in buoni rapporti cogli altri membri della Commissione, specialmente col colonnello Ruvinetti, ottenne che la proposta di monsignor Invernizzi non venisse ammessa; e che ero stato condannato a tre anni d'opera pubblica: infine mi disse che mio padre col mezzo di monsignor Marini in Roma sperava di vedere commutata la pena di galera in quella di detenzione; e che aspettavasi di giorno in giorno una risposta per essere condotto al mio destino. Quanto mi espose il maresciallo era esatto, giacché non trascorsero dieci giorni che fui tratto dal mio tugurio, chiuso in un legno e colla scorta di tre gendarmi traslocato di notte nella Rocca d'Imola, custodita da Spinucci rinomato per austerità. E difatti, giunto al mio posto, vedendo quest'uomo di una corporatura colossale, con un aspetto oltre ogni dire burbero e severo, mi incusse timore e pensai di avere a soffrire non pochi disturbi. Ma è pur vero che alle volte l'apparenza inganna. Usciti dalla Rocca i gendarmi, mi guidò con bel garbo nella stanza dei guardiani subalterni, alias secondini, e mi cedé uno dei loro letti per riposarmi. Nel mattino venne a riprendermi, mi condusse nel corridoio superiore, ove stavano gli altri detenuti di larga o di passaggio, e vi trovai il conte Eduardo Fabbri di Cesena, già da me ricordato, l'avvocato Franceschelli Carrozza e un certo Gamberini di Castel Bolognese. Ammesso nel loro consorzio, divenni loro commensale, e coi 20 baiocchi al giorno che percepivamo dal Governo pel nostro trattamento avevamo un buonissimo pranzo, che servivasi con qualche altra aggiunta anche per la cena. Mi si assegnò una camera a parte, e non poteva desiderare di meglio. Libero di girare pel forte dalla mattina alla sera, di ricevere qualunque persona, in compagnia di persone educate ed istruite professanti gli stessi miei principi, mi parve di rinascere; tanto piú che lo Spinucci seguiva ad essere amabile e compiacente.
[XXVI.] Ma né forche né carcerazioni né esigli né tutte le persecuzioni che il dispotismo sa inventare valgono a distruggere lo spirito di riforme che in ognuno s'infonde dall'assoluto bisogno di migliorare la propria condizione civile e materiale, e nulla giova a disperdere quell'avvilimento che provasi, col progredire della civiltà, del giogo che la prepotenza impone, e gli sforzi per abbatterlo crescono di continuo. Quindi nel 1830, che è il tempo in cui entra la mia narrazione, lo spirito di libertà e d'indipendenza era piú vivo ed esteso. Una formidabile società formata in Francia e diretta da sommi personaggi tendeva a far cangiare d'aspetto l'intera Europa; il Comitato di essa risiedeva in Parigi, da dove dirigeva il movimento. In Italia Francesco IV duca di Modena, allettato da maggiore supremazia, entrò nella lega colla promessa di estendere i di lui domini in Lombardia e negli altri ducati della penisola: quindi egli si pose d'accordo per le operazioni che erano a farsi, specialmente quella di costituire l'Italia libera ed indipendente, con Ciro Menotti e con Misley, corrispondenti del Comitato centrale di Parigi per l'Italia. Intanto che agivasi nel senso indicato, Carlo X re di Francia balzò dal trono, su cui fu elevato Filippo d'Orleans: egli proclamò solennemente il principio del non intervento, cioè l'interdizione a qualsiasi potenza di immischiarsi negli affari delle altre nazioni, libere di adottare quel sistema politico che loro conveniva. Ma il duca di Modena non ebbe alcuna fiducia nel nuovo sovrano di Francia e rinunciò all'assunta impresa di appoggiare il movimento concertato per erigere in Italia un regime costituzionale.
Dopo le novità sorte in Francia si proibí di ricevere chicchessia nel forte d'Imola; e poco dopo il conte Eduardo Fabbri e l'avvocato Franceschelli Carrozza vennero traslocati nel forte di Civita Castellana; ed io fui graziato dei pochi mesi che dovevo scontare a compimento dei tre anni di detenzione addossatimi [luglio 1830].
Intanto i liberali, malgrado la defezione del duca di Modena, insorsero colla speranza che il principio del non intervento fosse sacro e rispettato da chi lo aveva annunziato. In Modena [3 febbraio 1831] vi fu un serio conflitto tra i soldati estensi e i patrioti, vari dei quali rimasero prigionieri del Duca, e fra questi il Menotti; e quando videsi obbligato a rifuggirsi in Mantova per i moti di Bologna, li condusse seco in pegno della presente sua sicurezza e per oggetto di futura vendetta. Negli altri paesi la rivoluzione si compí da sé per la paura dei Prolegati che li governavano, i quali non azzardarono di opporre la benché minima resistenza, sebbene fossero ben forniti di forze; meno però in Forlí e per tafferuglio ivi insorto soccombé il degno patriota Ferdinando Rossi.
[XXVII.] In Ravenna le cose erano ad un punto veramente vergognoso.
L'insurrezione doveva aver luogo nel mattino del 6 febbraro [1831], e niun materiale era in pronto per effettuarla: non armi, non munizioni, tranne un piccolo deposito di cartuccie, fabbricate dai fratelli Morigi ramari; ma le coccarde a tre colori abbondavano da ogni parte, se ne confezionavano in tutte le case, specialmente in quella di Domenico Montanari in via del Vecchio Seminario. Visto il mal andamento, mi unii a varî amici, fra i quali mi fu di valido appoggio il pittore Angelo Ferrari, e ci recammo nella case dei particolari a raccoglier armi; ne mettemmo insieme diverse, ma non quante potevano bastare all'uopo. Molti si rifiutavano di accordarcele, o per timore di compromettersi in caso che la faccenda andasse a male o che si smarrissero. Il fatto sta che si raccolsero sulla piazza dei Tedeschi un drappello di 60 persone circa, di cui io feci l'appello e presi in nota; gente animata dalla piú buona volontà del mondo, ma inesperta. È vero che altri drappelli stavano nei borghi disposti all'azione, ma potevano essi superare un battaglione di soldati, ben armati e ben condotti? no di certo. La fortuna volle che il nostro Prolegato, seguendo l'esempio di quello di Bologna, cedé senza alcuna resistenza il governo ad una Commissione provvisoria (essa si compose dei seguenti personaggi: conte Pietro Desiderio Pasolini, Giulio cav. Rasponi, Giuseppe avv. Zalamella, Clemente Loreta, conte Francesco Rasponi, Rota Girolamo), che prese in consegna tutte le armi e le munizioni della guarnigione, che fu sciolta ed ogni militare partí verso il proprio focolare. Eletto da Leonardo Orioli, uno dei capi del movimento, ufficiale di guardia alla residenza municipale colla responsabilità di custodire le armi e le munizioni suddette, depositate nella seconda sala dell'indicato luogo, la mattina eressi pel primo la bandiera a tre colori sul balcone del palazzo municipale, ed Apollinare Santucci, che era ufficiale alla gran guardia, fece altrettanto su quello del palazzo governativo: dopo ciò io mi dimisi dalla carica datami, ben conoscendo che il militarismo non era fava per i miei denti.
All'annunzio della insurrezione del centro d'Italia il Papa rilasciò in libertà i detenuti politici: i rei confessi e le impunità negli ultimi fatti presero il volo all'estero; gli altri ritornarono in patria. Fu allora che il professor Meli, protomedico e direttore dell'ospitale, mi espose che intendeva di recarsi all'incontro del conte Fabbri, che dalle carceri di Civita Castellana dirigevasi verso la propria casa, e che desiderava di avermi compagno insieme col custode Mariani. Accettammo ambedue l'invito, ed incontrammo il conte a Fano. Chi può descrivere il modo festevole con cui veniva egli accolto dagli abitanti dei luoghi in cui transitava? mi parvero tante ovazioni ad uso di quelle che i Romani porgevano ai loro Consoli di ritorno da una qualche conquista. Al suo arrivo tutte le campane suonavano a festa, sparavansi mortaletti, le giovani vestite di bianco su carri trionfali gli presentavano fiori, tutti i signori del paese correvano a complimentarlo fra gli applausi del popolo e lo favorivano di rinfreschi e di squisite refezioni. Da Fano a Cesena l'accoglienza diveniva sempre piú solenne; solennissima fu poi a Cesena, suo paese nativo. Meritava egli tanti attestati di stima e di affetto? certo di sí. Uomo rispettabile per intelligenza, mentre erasi distinto con diverse opere letterarie rese pubbliche colle stampe, uomo irremovibile nei suoi principî, né le persecuzioni a cui la corte di Roma lo sottomise valsero rimuoverlo dai suoi propositi, modello insomma di virtú cittadine, era l'idolo delle Romagne: io lo lasciai a Cesena, con promessa che non mancherebbe di fare una visita a Ravenna che tanto affezionava. La Commissione provvisoria, subentrata nel posto del Prolegato pontificio per reggere la provincia, mi conferí l'impiego di commesso nell'ufficio di polizia, di cui si elesse direttore Gaspare Della Scala, franco muratore e giacobino nel 1797. Al Fabbri venne in seguito affidata la viceprefettura del proprio paese natio.
[XXVIII.] La mattina del 6 febbraio si affisse una stampa di un anonimo ravennate, con cui eccitava ogni rango di persone a sostenere la ricuperata libertà con ogni mezzo possibile, e prima cura dell'autorità fu quella di porre in essere la Guardia nazionale. Il Prolegato stesso nella mattina del 7 confidò il comando della medesima per la provincia al conte Ruggero Gamba, che aveva già sette lustri addietro sostenuto degnamente altri simili incarichi. Egli dispose che i cittadini dai 18 ai 50 anni s'inscrivessero nei ruoli della suddetta Guardia; alla quale poi la Commissione governativa diede un regolare assetto. Poi con un energico ordine del giorno formò la colonna mobile, composta di soldati pontifici, arruolati fra gl'insorti, e di cittadini volontari, la quale doveva far parte del glorioso esercito destinato sotto la direzione del generale Sercognani a liberare Roma dalla schiavitú clericale. Gli ex militari pontifici dipendevano da Antonio Conti, ufficiale caro pel suo patriottismo, e i volontari da Giovanni Montanari, che aveva già cooperato alla presa di Comacchio, conosciuto di una fede politica irremovibile sino dal 1820. L'ordine del giorno del Gamba terminava con queste degne parole: «Marciate adunque tutti di accordo come fratelli finché il vessillo tricolore sventoli sul Campidoglio: questo sacro vessillo, che vi consegno, sia da Voi difeso col vostro sangue: esso non porta ancora alcuna iscrizione, ma voi vi leggerete — O libertà o morte. —»
[XXIX.] La prima operazione ebbe luogo nel 12; giorno in cui il forte e la piazza di San Leo vennero cedute dal cav. Bavari, maggiore delle truppe pontificie, al capitano del servizio nazionale Stelluti: il prodotto di questa resa, oltre l'acquisto di non pochi cannoni, di viveri e di munizioni da guerra, si fu la liberazione di 28 detenuti politici, in quel forte custoditi. Intanto Sercognani stringeva piú da presso l'assedio d'Ancona, e alla fine il generale Suhtermann che lo comandava videsi ridotto a sottomettersi alle schiere degli insorti, e quasi solo se ne ritornò a Roma [18 febbraio].