[XLIII.] Il papa all'annunzio della presa di Ancona si risentí dell'aggressione dannosa agli interessi del suo Stato, protestò contro l'adoperata violazione del suo territorio, instò perché i Francesi lasciassero liberi i luoghi da essi occupati. Ma tutto ciò non valse a rimuoverli dal loro assunto, e si davano cura di far credere che erano venuti in Italia per liberarla dal giogo che le pesava sul collo. Si dischiusero le carceri a detenuti politici; patriottici canti in ogni lato; gli animi si concitarono non solo in Ancona, ma bensí nelle Romagne. Chi non si stimava sicuro nel proprio paese annidavasi in Ancona, ed era ben accolto ed ammesso in una legione instituita pel buon ordine del paese, il cui comando venne affidato a Nicola Ricciotti. Ma venuto Cubières in Ancona, il vero oggetto della spedizione si appalesò alla mente anche dei piú illusi. Vietò i canti e le riunioni nelle vie [12 marzo]; chi non era di Ancona dové partire; molti ivi rifugiati furono tratti in Corsica ed arruolati nella legione straniera; e rimandati in Francia Combes e Gallois che avevano suscitato lo spirito di libertà. Intanto dal canto suo il conte di St. Aulaire assicurava [15 aprile] Bernetti che il Governo francese professava una «perfetta amistà» alla Santa Sede e che «gli elementi della politica francese in Italia» erano sempre gli stessi: la conservazione dell'autorità temporale del papa, dell'integrità e della indipendenza de' suoi Stati»; e quindi il papa aderí di buon cuore alla dimora dei Francesi in Ancona, che fu regolata con determinate condizioni. Dopo tutto ciò accrebbero le ire contro i Francesi e contro il Governo papale. Si tentò di uccidere un certo Origo, colonnello dei gendarmi; si uccisero soldati francesi e soldati del papa; trafitto da vari colpi, cadde morto il gonfaloniere Bosdari: spavento generale. Energiche misure adottò Cubières: due rei dei fatti avvenuti furono fucilati, altri condannati alle galere; e nello stesso tempo il Pontefice lanciava la scomunica contro coloro che congiuravano a danno della sua autorità.
[XLIV.] Ansioso il papa di acquistare una piena autorità, come i suoi antecessori l'avevano esercitata nei tempi addietro, cioè senza il concorso di forze straniere, venne consigliato di formare esso pure una sètta di fedeli alla Santa Sede, che paralizzasse quella dei patrioti e che suo scopo fosse di abbatterli ed esterminarli. Ad un certo G. B. Bertolazzi fu dato l'incarico di organizzarla; a seconda dell'ordine del giorno da esso emanato nel 1º settembre 1832, questa congrega ascendeva a 50 mila uomini distinti col nome di Centurioni: in esso atto chiamava i liberali partigiani, sanguinari, rivoltosi, sovversivi, nemici di ogni principio religioso, atei, imbrutiti, intenti a dissolvere i vincoli della società umana. La sètta aveva nelle Marche e nelle Romagne una direzione generale con parziali presidenze sul tesoro, sulla giustizia e sulla guerra; dieci comandi formavano una divisione, ogni comando componevasi di 12 centurie, ogni centuria di 10 o 12 decurie, ogni decuria di 10 o 12 volontari. Il papa accordò loro molti privilegi, specialmente quello di portar armi d'ogni sorta. Alla condotta scellerata dei Centurioni sono da attribuirsi gli omicidi che afflissero in quei tempi le Romagne. Le città piú conturbate dalle loro, azioni furono Lugo, Imola e Faenza, ma quest'ultima in particolar modo dilaniata: havvi chi ha asserito che in Faenza il numero dei morti ed uccisi ascese ad ottocento; in Russi spensero un lume di dottrina, di carità e di nobili sensi, Domenico Farini. Ma chi può ridire tutte le vittime del furore di una sètta cosí bestiale e feroce? Essa rese la tirannide papale insopportabile in ogni rango di persone.
Malgrado l'appoggio dei Centurioni, il papa non si tenne sicuro a frenare l'impeto rivoluzionario, e approfittando dello scioglimento dei reggimenti svizzeri a Parigi, ne chiamò due al suo servizio. Aiutato dagli Austriaci, dai Francesi, dagli Svizzeri e dai Centurioni, il Governo sciolse i consigli comunali e li formò di uomini abbietti, privò di cariche e d'impieghi chi era sospetto di liberalismo e ai congedati sostituí i Centurioni o uomini fedeli, senza tener conto né del loro sapere, né delle loro qualità; le università chiuse e gli studenti che parteciparono alla rivolta del 1831 impediti dal continuare i loro studi; i balzelli accresciuti, prestiti dannosi, appalti favorevoli ai benevisi al Governo: e tutto ciò per estinguere l'influsso liberale.
[XLV.] Ma nel tempo che ciò operavasi sorgeva in Italia ed altrove, nel posto della vecchia Carboneria, una nuova formidabile società col nome di Giovine Italia, promossa da un giovane generoso, di profondo ingegno, di volontà ferrea, tutto anima per rendere libera e indipendente la patria: questo giovane chiamavasi Giuseppe Mazzini. Egli esortò dapprima Carlo Alberto re di Sardegna a tentare la magnanima impresa di sottrarre l'Italia dal giogo straniero austriaco, ma la nobile proposta lo pose in sospetto di cospiratore, e per evitare i danni che gliene potevano venire, emigrò in Francia. In Parigi si accordò coi suoi compatrioti fuorusciti, e instituí la società col nome di Giovine Italia; si eresse pure cogli stessi principi la Giovine Alemagna, la Giovine Ungheria, e Mazzini fu eletto supremo regolatore delle medesime. Un giornale col titolo della società stampavasi a Parigi per scuotere l'inerzia del popolo; in esso dicevasi: «Ma parla, popolo, cosa mai fanno i nostri nemici per sollevare la tua miseria? Supplica e sarai deriso — lagnati, e ti getteranno in carcere — percuoti alle porte di costoro per chieder pane, e ti lancieranno in volto una pietra — per essi le ricchezze e i piaceri, per te le fatiche e le lagrime — per essi gl'impieghi e gli onori, per te la servitú. Guardati intorno, o popolo; vedi se esiste una terra al pari d'Italia benedetta da Dio, con i suoi doni. Un campicello che tu vi possedessi basterebbe a vestire e ad alimentare la tua famiglia — ma alcuni pochi la possiedono tutta, a te non è lecito sperarne altra parte, oltre quella che servirà per la tua sepoltura». Com'è ben da credere il Mazzini fu accusato di socialismo. In seguito altri giornali apparvero nello stesso senso, uno col titolo Il precursore ed un altro in Londra col titolo L'apostolato. Questa società si estese in tutta Italia, e vi divenne formidabile: perciò incusse timore nel cuore dei principi e commosse altamente la corte di Vienna, come ciò si rivela dalle note dirette da Metternich al cav. Menz, incaricato di affari diplomatici a Milano, riportate in diverse storie.
[XLVI.] In Ravenna ebbe l'incarico di formare una sezione della Giovine Italia il conte Francesco Lovatelli, il quale nell'assumerlo si aggiunse per coadiutori Giovanni Montanari, Antonio Ghirardini e me. Ci trovammo un giorno tutti insieme, per concertare il modo di erigerla, ma poco tempo dopo io ed il Ghirardini fummo arrestati, né saprei dire come si comportarono i miei due colleghi per dar esito alla faccenda. Seppi però nelle carceri di Bologna, ove fui condotto unitamente ad altri quattro cittadini, che il Lovatelli ricercato dalla polizia evase. Ora m'è d'uopo di dar ragguaglio di quell'arresto per le particolarità che presenta.
[XLVII.] L'arresto ebbe luogo, se non sbaglio, nella notte del 16 dicembre 1832, e fui tradotto nella caserma di San Vitale, ove trovai Gaspare Della Scala, grosso maggiore della sciolta Guardia civica, Ghiselli di Cesena, professore di chimica e fisica nel collegio, e i due fratelli Boccaccini, Agostino e Gregorio, due distinti possidenti del paese; né poteva figurarmi in che fossero compromessi per soggiacere ad un arresto. Poche ore si rimase in caserma, e in appositi legni chiusi, scortati dai gendarmi, venimmo traslocati nella torre di Bologna all'ultimo piano: il Ghirardini, essendo infermo di malattia di petto contratta nel tempo che si tenne rinchiuso nel forte di Ancona, ebbe altra destinazione che non saprei indicare.
[XLVIII.] Per me, che avevo già sofferto tre anni di carcere, essa non mi sconcertò punto, ma ai miei compagni era di grave sconforto. I Boccaccini, usi ad una vita sciolta di divertimenti, stavano di continuo attaccati alle ferriate delle finestre, cercando di conoscere i luoghi che si affacciavano alla loro vista; il Della Scala passeggiava pensieroso; il Ghiselli s'irritava col capo-custode, perché non aderiva di lasciargli aperta la porta: «Siamo galantuomini, gridava, non vogliamo già fuggire». In tutto questo male andare, poco mangiavano; ed io, che non soffriva inappetenza, ingoiava i succulenti pasti che facevano venire dalla locanda. Alla fine un messo d'ufficio ci condusse dinanzi al commissario di polizia, il quale cosí alla buona senza tanti complimenti, come si trattasse di favorirci un rinfresco, c'intimò «l'esiglio in perpetuo, sotto pene arbitrarie in caso di ritorno». I miei compagni, già stanchi di stare in carcere, l'accolsero come un beneficio: il Ghiselli diede peró una famosa lavata di testa al commissario, che se la sorbí senza proferir parola; ed io gli dissi che l'esiglio, l'antica interdizione dell'acqua e del fuoco, era pena gravissima; che io non intendeva mi s'imponesse, senza usare tutti quei procedimenti che la legge prescriveva; e che quindi rigettava l'invito del signor commissario; credo che si chiamasse Grandi. Ricondotti in carcere, i miei colleghi mi furono addosso affinché ritirassi il rifiuto emesso, sul timore che potesse complicare la faccenda e dar luogo per tutti ad una procedura legale, che poteva andare alla lunga e tenerli in carcere Dio sa quanto tempo. I Boccaccini mi gridavano: «Noi ti considereremo come un fratello; le cose possono cambiare, e l'esiglio può essere di breve durata; ritira la rinuncia»; ciò che feci, e pochi giorni dopo fummo scortati dalla forza alla frontiera toscana [dicembre '32].
Ci fermammo a Firenze, ma il Governo di quel ducato non ci permise di stazionarvi; c'inoltrammo però a Lucca, ove i signori Donati Burlamacchi ci installarono in un loro magnifico casino. Dopo tre mesi di patriarcale dimora in quel deliziosissimo sito, ove d'inverno si godeva l'aura di primavera, i due Boccaccini si resero in Baviera; ove colla mediazione del conte Baccinetti, addetto al servizio di quella Corte, ottennero la protezione di quel re, e nell'incontro ch'egli si recò a Roma, li fece graziare dal Papa e l'esiglio per essi disparve. Ghiselli e Della Scala ebbero il permesso di rimanere in Toscana; io e Ghirardini ci dirigemmo in Francia. Il Ghirardini non mi fu dato mai di vederlo; so che fu inviato al deposito di Mende con soli 30 franchi di sussidio al mese: egli mi scrisse perché tentassi di fargli conseguire i 45 franchi che gli altri emigrati percepivano, ed usai energiche pratiche in proposito cogli amici di Parigi; e quando erasi sul punto di riuscire nell'intento, mi pervenne la notizia della sua morte. Buon liberale, fermo nei suoi principî, operò molto per la causa d'Italia: egli fu nel 1821 rinchiuso nel forte d'Ancona e, dopo quattro anni di prigionia preventiva, condannato da Rivarola ad altri non pochi di galera; ma reso libero pei successivi movimenti d'Italia, spiegò maggiore energia di quella che aveva nel 1820. Io nel mio viaggio verso la Francia mi fermai a Livorno, ove fui accolto con molta cortesia da Mayer e Bastogi, capi della Giovine Italia, e questi mi consegnò diverse carte da porgere a Mazzini a Marsiglia, le quali avviluppai nella fodera del mio cappello e, colà giunto in assenza del Mazzini, consegnai ad un certo Bendandi, addetto alla di lui casa. Il viaggio da Livorno a Marsiglia [marzo '33], in una barcaccia carica di ossa che dovevano servire a raffinare zuccheri, fu terribile, atteso che dinanzi alle isole Hyères fummo investiti da un terribile temporale, che ci espose a divenire il pasto dei pesci.
Da Marsiglia seguii il mio cammino sino a Moulins [aprile '33] ove esisteva un numeroso deposito di emigrati; ivi trovai il mio concittadino Antonio Spada. La vita dell'emigrato, non avente altra risorsa che il sussidio del Governo, era trista: prelevato l'affitto, l'imbiancatura, qualche rattoppatura di scarpe, qualche racconciatura di vestito, non restavano pel vitto che pochi soldi al giorno, valevoli appena per un pasto; per evitare la colazione si stava in letto sino a che l'ora del pasto stava per suonare.
Capitò nel deposito un ravennate, credo si chiamasse Samaritani, il quale inveí oltremodo contro lo Spada in riguardo alla sua confessione negli affari di Rivarola, come abbiam detto, e che già in Marsiglia lo espose in pericolo della vita. Il Samaritani commosse tutta l'emigrazione, si pensava di prendere a suo danno una terribile misura. Chiamato io a dar schiarimenti sull'addebito imputato a Spada, dissi esistere la confessione, ma avvenuta in tempo in cui Invernizzi era stato informato da altri di ogni fatto, e che Spada, esponendo le cose come erano, aveva salvata la vita a molte ragguardevoli persone, accusate indegnamente di complicità nell'attentato di Rivarola; ed i miei schiarimenti valsero a giustificarlo.