[XLIX.] La smania settaria invadeva ancora l'animo di molti emigrati, ed eressero a Moulins una Vendita carbonica, coll'intento, dicevano essi, di cooperare al rimpatrio, che, a seconda delle loro idee, doveva succedere da un giorno all'altro, e che invece decorsero tre lustri prima che avvenisse. In questa nuova Vendita non tutti gli emigrati erano introdotti, ed i lamenti degli esclusi giovarono alla polizia per iscoprire ogni cosa. Tosto i capi, fra i quali lo Spada, vennero scacciati dal suolo francese e i subalterni confinati nella Bretagna.

Da Moulins sino ad un certo punto si viaggiò in diligenza [giugno '33]; il Governo corrispose dieci soldi per ogni lega: poi si montò sopra un battello a vapore che percorreva la Loira. Poco lungi da un paese chiamato Ancenis si ruppe qualche cosa nel meccanismo del vapore, e tutti i passeggieri dovettero far sosta ad Ancenis per accomodare il vapore. Discesi a terra noi emigrati ed uniti insieme passeggiando per le strade, si agglomerò una turba di gente con grida, fra le quali quella di morte ai San Simoniani; allora consigliai agli amici di entrare in una chiesa aperta, che ci era dappresso, ove giunti chiamai il sagrestano e lo pregai, regalandogli alcuni soldi, di andare a chiamare il Maire o Sindaco: la risoluzione fu buona, egli non tardò a venire, gli si fece conoscere che noi eravamo emigrati italiani, inviati dal governo in Bretagna, e nulla sapevamo di San Simonismo. Il Maire uscí, disperse la turba, e fummo liberi d'andare all'osteria, ch'era di fronte al battello, per soddisfare agli urgenti bisogni dello stomaco. Nel mentre che si stava mangiando un boccone, eccoti tre individui di sinistro aspetto; l'un di essi si levò il cappello, trasse fuori delle cartucce e battendole sul tavolino, gridava: «C'est du poivre sur les ennemis de la duchesse de Berry»: allora mi feci ardito e dissi in francese, alla meglio che potei avendolo studiato in Ravenna da Verlicchi, che noi non eravamo nemici della duchessa di Berry, ma emigrati italiani inviati dal Governo in Bretagna. Allora la scena si mutò d'aspetto, ci porsero da bere, e si rimase in loro compagnia sino alla chiusura dell'osteria: noi andammo a dormire sulle panche del battello. Giunti a Nantes [27 giugno] prima mia cura fu quella d'andare a vedere il ripostiglio, ove la duchessa di Berry fu arrestata: immaginatevi un bel camerino dentro una canna da camino, ove si poteva stare con tutt'agio, ma dal momento che si accese fuoco nel camino divenne un forno ardente, onde le fu d'uopo d'arrendersi senza perdere un minuto di tempo. Da Nantes a Vannes, capoluogo del dipartimento del Morbihan, se la mente non m'illude, mi pare che si facesse col cavallo di san Francesco, a piedi, per mancanza di pecunia: da Vannes fummo traslocati ad Auray, piccolo paese assegnatoci per deposito.

[L.] L'entusiasmo per la duchessa di Berry era indescrivibile in tutta la Bretagna, e immenso l'odio contro il Governo di Luigi Filippo; talmente che i soldati, che andavano in congedo e che transitavano per quelle contrade, correvano pericolo di essere uccisi. L'avversione cadeva pur anche su di noi; quando gli abitanti c'incontravano, sputavano in terra tre volte e si facevano il segno della croce, per disperdere l'influsso della scomunica, di cui dicevano essi essere noi aggravati. In vista dell'odio del paese contro di noi nutrito, si pensò di stare tutti uniti, e a tal fine si prese un'intera casa in affitto: facevamo da noi la spesa e la cucina; i viveri in Bretagna costano meno che nelle altre località, havvi abbondanza di burro, di formaggi, di selvaggina e di pesce, specialmente di sardine, ma si beve male; per chi non ha modo di comprare del bordò, la bibita ordinaria del paese è il cidre che è spremuto da pomi, bibita acida, cattiva allo stomaco quando non è vecchia. Anche il clima non mi favoriva punto, perché umido ed incostante a causa dell'influsso del vicino Oceano; perciò ero quasi sempre ammalato.

[LI.] Era con noi un certo Piolanti, ufficiale del papa al tempo dei movimenti del 1820, buon liberale addetto alla Carboneria. Fanatico per la canina e per le buone bibite, sentivasi venir meno, dovendo ingoiare quel pestifero cidre. «Perché, gli diss'io, non ricorri al re per un sussidio, onde comprarti un poco di bordò? Noi abbiamo qui un buon amico, che ne vende d'ogni sorta e che può farti star bene nell'acquisto». Pensò alquanto sulla mia proposta e poi mi disse: «Redigi tu l'istanza, sul tema del mal di stomaco». Lo esaudii tosto, e via per la posta l'istanza. Trascorse piú d'un mese, senza avere alcuna notizia, e già la concepita speranza svanivasi, quando un giorno il Maire d'Auray annunziò a Piolanti che teneva a sua disposizione cento franchi, elargitigli dal re. L'annunzio arrivò l'antivigilia dell'anniversario della rivoluzione del 6 febbraro 1831; onde si risolse di festeggiarlo, erogando una parte del dono in acquisto di bordò. Io mi recai subito dal negoziante, credo che si chiamasse Ardoin, l'unico liberale che ebbi a conoscere a Auray; combinai sul prezzo, sulla quantità, gli dissi che trattavasi di solennizzare la memoria della nostra rivoluzione, e lo invitai ad onorare colla sua persona il nostro banchetto: ma non accolse l'invito, in vista forse di non compromettersi cogli abitanti, che ci tenevano in conto di scomunicati, e di non essere compreso fra esseri per loro tanto malevisi. Dopo la festa corsi a pagare l'importo del vino, ma non vi fu modo di farglielo accettare; egli persisteva a dire: «Lasciate che io abbia la soddisfazione di concorrere alla gioia da voi giustamente provata». Ma la maggior gioia l'ebbe l'amico beneficato, a cui restò l'intero beneficio, erogato in breve tempo nella bibita a lui prediletta.

Intanto il deposito di Auray diminuivasi ogni giorno per trasferimenti accordati a chi li chiedeva. Tra i traslocati annoveravasi il corrispondente di Mazzini, che lasciò a me le funzioni che gli spettavano, e le assunsi col nome di Pietro Borna. Era il momento della spedizione di Savoia e Mazzini instava che colà si corresse. Ma con quali mezzi sostenere la spese di un sí lungo viaggio? Come intraprenderlo senza passaporto? Io pur domandai di essere inviato nel centro della Francia, e mi scelsero per luogo di dimora Dijon, magnifica città, antica sede dei duchi di Borgogna, e dove già esisteva un altro deposito di Piemontesi e Modanesi. Io aveva in animo di lasciar da parte Dijon, e di accostarmi alla Savoia, ma seppi in cammino che la spedizione era andata a male; quindi avanzai il passo al paese destinatomi, in cui dimorai varî anni [febbraio 1834-agosto 1840]. Poi ebbi lettera da Antonio Spada, che dalla Svizzera si stabilí nel Belgio, offrendomi un buon impiego nella tipografia Haumann, per correggere opere latine ed italiane; onde rinunciai al soccorso di Francia e andai a Bruxelles.

[LII.] Sempre fornito di pochi mezzi, pagai l'importo della diligenza sino a Bruxelles e la borsa rimase affatto in secco. «A me basta arrivare a Bruxelles, ove troverò tutto quello che mi occorre»: cosí dicevo ritenendo che in viaggio non avrei incontrato alcuno ostacolo. Ma giunto a Quiévrain sulla frontiera del Belgio [21 settembre '40], appena resi ostensibile a quel Commissario il mio passaporto mi disse che non poteva piú inoltrarmi, mentre un ordine espresso del Ministero vietava l'ingresso ai rifugiati politici. Invano gli feci conoscere che il Ministro dell'interno signor Lebeau era consapevole della mia andata nel Belgio; ma il Commissario non poteva né doveva mancare agli ordini avuti: egli mi permise di scrivere al Ministro e s'incaricò egli stesso di fargli pervenire la mia domanda. Scrissi in pari tempo a Spada, e lasciato il mio bauletto nella camera del Commissario, che apparve oltremodo cortese, col mio mantello sul braccio sinistro, coll'ombrello m'avviai fuori del paese. A 30 passi di distanza mi posi a sedere sull'orlo d'un fosso pensando ai casi miei: «Dove vado senza un soldo in tasca? come potrò sostenere la fatica d'un viaggio che da qui a Valenciennes non è corto? In ogni modo non havvi altro partito da prendere»; e via con passo moderato per non stancarmi presto. Giunsi la sera a Valenciennes: non ne poteva piú, e mi ficcai dentro alla prima osteria che mi si presentò davanti agli occhi; cenai alla meglio e me ne andai a letto. La mattina lasciai alla padrona dell'osteria il mio tabarro, l'ombrello, quasi a garanzia del debito contratto la sera antecedente, e le chiesi se in paese si trovava nessun emigrato italiano. Mi disse di sí, ma non seppe indicarmi il suo indirizzo, quindi mi fu d'uopo di recarmi in polizia, ove ebbi le necessarie informazioni. L'italiano era un Piani di Faenza che mi accolse, sebben non mi conoscesse che di nome, con una cortesia non comune; e al racconto di quanto m'era avvenuto, aperse un cassetto del suo scrittoio contenente varie monete con facoltà di servirmene. «No, io non ho bisogno di denari, meno quei pochi soldi che saranno da pagarsi all'osteria; ma di un ricovero sin che ho risposta da Bruxelles» e mi tenne in sua casa come un fratello. La risposta non tardò molto a venire, e col permesso di seguire il mio viaggio si aggiunsero denari.

A Bruxelles feci tosto conoscenza dei molti emigrati che ivi stanziavano; fra i quali Gioberti che stava nel collegio privato di Gaggio, ove aveva alloggio e vitto per la carica di professore che vi esercitava: egli non usciva di casa che la sera, e lo vedevamo nel caffè dei Tre Svizzeri; e non è a dire quanto ci riusciva grata la di lui conversazione, e s'aggirava spesso sull'opera che allora componeva, Il primato d'Italia. Di un altro degno patriota mi resi amico, del colonnello Bianco, vero padre e benefattore degli emigrati: era tutto cuore per essi, e pei molti debiti contratti, vedendo che la famiglia, a cui tutti i suoi beni erano ceduti, non si prestava a pagarli si annegò nel canale che è presso Bruxelles: il dolore fu immenso per tutti.

[LIII.] Vedendo che la promessa dell'impiego non sortiva alcun effetto e non avendo piú alcuna risorsa, mi portai a Namur ove dimorava Spada, o per meglio dire, dove signoreggiava Spada. Provvisto del sussidio assegnato agli emigrati, eletto professore di lingua italiana nell'Ateneo con un buon onorario, amico delle precipue famiglie, ben visto e festeggiato dovunque, conduceva una vita da principe; ed io, che conosceva gli scarsi, anzi scarsissimi meriti di Spada, non sapeva rendermi di ciò ragione. Io credo che una causa di questo benessere emergesse dalla sua abilità nel cantare: veniva a tal fine invitato in tutte le conversazioni ed anche nelle accademie. Ma non seppe provvedere ai miei bisogni e mi consigliò di stabilirmi a Mons, ricco paese dell'Hainaut, dove non esisteva alcun italiano e poteva darsi lezioni con profitto [dicembre '40]. Infatti, colle lettere che seppi procurarmi, posi insieme vari scolari, tutti appartenenti alle precipue famiglie del paese; ma mi accorgeva bene che prendevano lezioni non per imparare l'italiano, ma per sovvenire ai miei bisogni.

[LIV.] Io non posso qui rattenermi dal ricordare la baronessa Enrichetta De Leuze, amabilissima signora, fresca ed avvenente, ma di una corporatura colossale, che non le toglieva però di essere snella come una lepre. Ella conosceva già l'idioma italiano e lo parlava, avendo soggiornato qualche tempo a Roma, ma per non smarrirlo leggeva e traduceva ex-abrupto ciò che aveva letto, ed io doveva correggerla dove sbagliava. Essendo amantissima della musica italiana, spesso mi toccava di stare al suo fianco, quando cantava in italiano, e farle osservare dove la parola non era ben pronunziata. Mi aveva accordato una piena facoltà di entrare nel suo gabinetto, anche quando non vi era. Un mattino vidi aperto sopra il di lei tavolino un pugnale, magnifica arma inglese, con manico d'avorio, guarnito di argento; io non lo mossi, e quando entrò mi disse:

— Che ve ne pare di quell'arma?