— Bellissima.

— È l'arma prediletta degli Italiani.

— Esagerazioni. Si crede che ne facciano un uso sacrilego, ma s'adopera di certo meno degli altri paesi d'Europa, o almeno, confrontando le statistiche, l'Italia conta minori delitti degli altri popoli, e se avesse un sistema politico quale ha il Belgio, sarebbe un modello di saviezza. — E le rapportai diversi fatti che dové persuadersi di quanto asseriva.

Un altro giorno mi porse un piccolo forziere, onde ponessi in assetto le carte in esso rinchiuse, e nell'esaurire il mio incarico rinvenni un rotolo di guillaume di oro, che equivalgono, credo, 21 franchi, che io consegnai subito. Tutto ciò faceva per mettermi alla prova: col pugnale volle vedere quali sentimenti io spiegava; coi danari sperimentare la mia probità. Prima di lasciare il Belgio volle che rimanessi alcune settimane nel suo casino di campagna, deliziosissimo luogo, a cui era annesso un vasto bosco in cui potevasi esercitare ogni sorta di caccia, e mi pregò di sceglierla per mia dimora, onde tener compagnia al di lei vecchio padre, colpito di apoplessia. Ma il timore che si potesse supporre che io accettassi per non essere rifuggito politico e non compreso nell'amnistia, mi indusse a rinunziare l'offerta.

Di un altro scolare mi conviene far menzione, del principe de Merode, capitano nelle truppe belghe e decorato della croce della legione e di quella di Leopoldo. Io avrò occasione di parlare di lui in seguito.

Tutti i miei scolari mi usarono atti di benevolenza superiori al mio merito, tra i quali il figlio del generale Duvivier e....., il quale quasi ogni domenica mi veniva a prendere in carrozza per condurmi a pranzo nella sua villeggiatura.

Malgrado ciò i prodotti erano insufficienti a reggermi, e il generale Chazal mi offerse di entrare in sua casa come precettore dei suoi figli, lasciandomi libero il tempo di continuare le mie lezioni: tavola, alloggio, servizio, ecco i benefici che poteva trarre, e non eran pochi; lo stipendio si riduceva a tenue cosa. Chazal, originario francese, prima della rivoluzione del Belgio s'industriava in case di commercio, come loro commesso viaggiatore: uomo di coraggio e d'intelligenza, seppe nei primi momenti della riscossa impadronirsi di Mons, e per questa sua impresa ebbe subito il grado di colonnello: in seguito, perfezionandosi cogli studi nell'arte militare a cui si era consacrato, pervenne ed essere generale e ministro della guerra. Era un buonissimo uomo, affabile, eccellente padre ed amoroso marito; ma io aveva di lui una soggezione che non seppi mai superare, perché io scorgeva che non lo appagava nel metodo di istruire i suoi figli: egli affacciava certi sistemi per me affatto nuovi e che sarebbe stato necessario che io stesso li avessi studiati. Lo Spada, amico di Chazal e che poteva giovarmi, non esisteva piú. In che stima ed affetto fosse lo Spada si desume dai funerali che alla sua morte gli vennero fatti, degni solamente di un personaggio di alto rango e di eccelso talento. La somma spesa per tale oggetto fu a carico del paese, e quando si pose in vendita quanto gli apparteneva, una gara ardente sorse tra gli acquirenti, perché tutti volevano una memoria del defunto, e il prodotto della vendita fu il quadruplo di quello che costava; il quale venne spedito in Ravenna al di lui fratello Attilio, il quale nel ricevere il danaro speditogli gridava: «Che buona gente debbono essere quei signori di Namur!» La iscrizione funebre che esiste nel camposanto di Namur mostra in qual conto tenevasi.

[LV.] Finalmente l'amnistia di Pio IX [16 luglio 1846] mi tolse da ogni imbarazzo: essa mi fu annunziata dal giovine Duvivier in un curioso modo. Stava a conversazione presso una mia scolara, madama Jean de Fontaine, quando sono chiamato nella anticamera, e mi sento stretto al collo da un individuo che dapprima non conobbi: «Oh con quanto piacere vi do la lieta notizia dell'amnistia emanata da Pio IX; ora potrete rimpatriare, rivedere i parenti, gli amici e dar termine ai mali dell'esilio». Io lo ringraziai dell'annunzio, e rientrai nella camera della conversazione, ove propagai la notizia ed ebbi felicitazioni senza fine. La padrona di casa ci fece vuotare alcune bottiglie di sciampagna pel lieto annunzio. Poi il generale Chazal mi procurò dal Governo un sussidio, onde pormi in grado di sopperire alle spese del viaggio.

Io aveva in animo d'instruirmi prima di partire nell'andamento dell'amministrazione ferroviaria, sí bene regolata nel Belgio, ma mi accorsi che ciò non si poteva ottenere in breve tempo, né i fondi erano sufficienti all'intento: quindi rinunziai al mio progetto. Da Bruxelles mi recai a Parigi, ove rimasi alcuni giorni; da Parigi a Marsiglia, da Marsiglia per la via di mare a Civitavecchia, da Civitavecchia a Roma [febbraio 1847].

[LVI.] Io credeva che a Roma esistessero Comitati per soccorrere i poveri rifuggiti che rimpatriavano; ma di niente di ciò, né trovai chi mi offrisse un centesimo. Fui raccomandato ad Angelo Bezzi, mio concittadino che lavorava da scultore in Roma, esimio nell'arte, ma uomo spensierato, eccentrico e affatto privo di mezzi. Si credé che, essendo amicissimo di Ciceruacchio, potesse essere di un gran sostegno; ma se ritraeva da lui benefici, bisognava che li erogasse per la sua famiglia: egli servivasi dell'influenza acquistata col mezzo di Ciceruacchio per usare prepotenze, tanto che una sera fu assalito da un turbine di sassi e fu sul punto di essere un secondo santo Stefano.