[LXIV.] Un'altra festa ebbe luogo [19 febbraio] nel borgo di Porta Sisi ad onore della nuova repubblica, solennizzata colla erezione dell'albero della libertà, in mezzo a suoni, a spari, a luminarie; e bello fu il vedere questo simbolo del comune risorgimento, circondato da 80 giovani a cavallo vestiti di tuniche rosse e del berretto frigio.

[LXV.] Ma colle feste, come dissi altre volte, quando la libertà di un popolo è avversata da chi ha battaglioni armati da osteggiarla, non può reggere lungo il tempo; e cosí fu della nostra repubblica, la quale assalita da ogni parte da truppe straniere dové in breve soccombere.

[LXVI.] Garibaldi alla testa de' suoi prodi militi aveva rinnovato le gloriose antiche gesta dei Romani e rimesso in onore il nome italiano, vilipeso dai Francesi, falsi repubblicani che mancavano ad ogni sano principio politico. Garibaldi raccolse presso di sé un buon numero di volontari, e prima che i Francesi entrassero in Roma si ritirò verso la Toscana, eccitando quei popoli ad unirsi con lui per fare nuovi sforzi al riacquisto del perduto. Ma la sua voce non fu intesa. La disperazione, che può sola infondere quel coraggio irresistibile che sa oprar prodigi, non risvegliò alcuno; onde sciolto il corpo che aveva rannodato per sí alta impresa, non dové pensare che alla propria salvezza: e fu un miracolo se, per le cure e i sacrifici dei Ravennati, pervenne a sottrarsi dalle mani degli Austriaci, che già da ogni parte lo circondavano [agosto '49].

[LXVII.] Alcun tempo prima che Garibaldi fosse in salvo un tenente austriaco alla testa di un drappello di croati invase il mio domicilio, frugò la camera ove dormiva e s'impossessò delle carte che ivi rinvenne, delle quali fece un pacco che sigillò, per regolarità del sequestro eseguito. Indi m'intimò di seguirlo. Qual fosse l'agitazione della famiglia David presso cui dimorava è impossibile immaginarlo. Ella sapeva di avere nella legnaia delle armi nascoste, e se la perquisizione si fosse estesa sino a quel luogo, la mia sorte era decisa: la legge stataria allora in pieno vigore condannava alla fucilazione chiunque teneva armi non denunziate in propria casa. I David certamente non avrebbero azzardato di dichiarare che le armi rinvenute ad essi appartenevano; e poi? anche con questo atto eroico erano certi di salvarmi, o di trarmi piuttosto con essi alla pena prescritta? La perquisizione durò poco piú d'un quarto d'ora, credo, ma fu un'ansia che tale non ne soffre chi trovasi sul punto di morte. Cosí i David mi narrarono quando tre anni dopo mi fu ridonata la libertà. So pure di un certo Crescimbeni, mio compagno di carcere in Forte Urbano, che, dietro denunzia di non so chi, si scopersero armi in un muro di sua casa: fu tosto arrestato e condannato alla fucilazione; la moglie di lui corse dal Duca di Modena e poté far cambiare la pena in vari mesi di detenzione; ma fu condotto nella piazza d'armi del quartiere generale di Bologna, ivi gli si lesse colle dovute formalità di legge la pena di morte, poi solamente dopo una pausa non tanto breve gli si annunziò la commutazione: tal fu la scossa sofferta che le di lui facoltà mentali se ne risentirono per lungo tempo.

[LXVIII.] Dal luogo del mio arresto fui direttamente condotto nel palazzo Ginanni Fantuzzi dinanzi al Maggiore austriaco: ivi trovai il signor Pietro Santucci, addetto alla Magistratura, chiamato per constatare la mia qualità di segretario comunale; ciò fatto, il Maggiore consegnò il rotolo sequestrato ad uno dei suoi graduati e mi disse: «Io ho ordine di farlo pervenire a Bologna al quartiere generale; sarà colà condotto da un mio tenente che gli userà tutti i riguardi che merita: la carrozza è pronta e bisogna che parta senza ritardo.»

La guida assegnatami mi prese gentilmente pel braccio, e colla scorta di non so quanti croati che riempirono il veicolo ci avviammo verso Bologna. Giunti a Lugo, mi accorsi che io era preceduto e seguito da un legno; supposi che contenesse altri detenuti, ma erano pieni di militi: cosí vociferavasi per dove passava che io fossi un arrestato di alta conseguenza. In Bologna si fece alto fuori di Porta Saragozza nella villa Spada, ove risiedeva il generale Gorzkowsky. Io venni chiuso in un camerino, in cui vedevasi un tavolaccio, che doveva servir da letto, e uno stracantone sormontato da un quadro rappresentante san Giuseppe, dinanzi a cui splendeva una lampada. Due militi armati vegliavano nel camerotto il detenuto. Quando mi accorgeva che erano croati, non osava d'indirizzar loro la parola; ma se dimostravano di essere ungheresi, cercavo di aver notizie del luogo e di quanto altro poteva giovarmi. Essi stessi facevano al detenuto esibite ed esprimevano il vivo dispiacere di non essere in grado di soddisfare i loro patriotici desideri. Chi conosceva il latino, era facile di capire il loro linguaggio. Io chiesi a uno di loro che luogo era quello in cui eravamo: mi disse che era la conforteria per quelli condannati a morte; ed ecco come spiegavasi l'altarino ivi eretto a san Giuseppe, a cui i moribondi sogliono ricorrere. Sotto al tavolaccio vidi diversi oggetti di vestiario, e mi fu detto che appartenevano a coloro che mancarono alla legge stataria e che subirono la pena da essa prescritta. Mi si disse che in quel camerotto aveva dimorato Ugo Bassi. La relazione era affliggente, e sebbene mi servissero un pranzo signorile, non fui buono di assaggiarne la minima parte. Cercando di ridurmi a mente gli oggetti che contenevano le carte sequestrate, fui terribilmente addolorato quando mi sovvenne che in Roma nel 1848, quando successero gli sconvolgimenti di Vienna, io d'accordo con Vincenzo Caldesi raccogliemmo un buon numero di Romagnoli e Romani e con essi uniti ci recammo al palazzo di Venezia, residenza dell'ambasciatore austriaco. A memoria di un tal fatto, da un falegname che era accorso cogli utensili di bottega per darne dei pezzi a chi ne voleva, mi feci segare una delle teste delle aquile, e ben ridotta colle pialle vi aveva notato l'anno, il mese, il giorno e l'ora dell'atterramento [21 marzo '48] e con espressioni di odio all'abbattuto Governo: l'iscrizione era rimasta in un vecchio portafoglio che aveva sopra il camino e che cadde fra gli oggetti sequestrati. Questa iscrizione era una spina acuta, temendo che potesse comprendersi nelle disposizioni della legge stataria, e quindi nella fucilazione; ma alla fine mi feci una ragione e quietai l'animo. Già non era piú solo, venne a raggiungermi l'amico Gaspare Saporetti; indi furono ivi rinchiusi due giovani di Castel Bolognese ed un altro che non ricordo chi fosse: cosí eravamo una sufficiente compagnia, ma divieto assoluto di fiatare fra noi; divieto che era osservato solamente quando ci vegliavano i croati; gli ungheresi entravano in conversazione con noi. Chi mi divertiva era il contegno di uno di quei detenuti di Castel Bolognese. Egli bestemmiava sempre come un turco, ma nella sera l'idea di essere in conforteria, in pericolo di essere fucilato da un istante all'altro, lo faceva ravvedere: si accostava a san Giuseppe, si raccomandava alla sua divina grazia, ma in modo che i compagni non s'avvedessero per non comparire bigotto. In capo a cinque giorni si ebbe l'avviso che si cambiava d'alloggio, e l'ufficiale incaricato di eseguire l'ordine ci condusse in mezzo al cortile della caserma in mezzo ad un drappello armato di croati, e questo fu il complimento che ci fece: «Chi tenta di scappare, gli sarà fatto fuoco addosso.»

[LXIX.] Il nuovo luogo assegnatoci furono le carceri di San Francesco. Noi ci arrivammo di sera avanzata, e fummo posti in una vera bolgia infernale, di dove emanava un puzzo micidiale a causa delle latrine contigue: era un corridoio contenente detenuti ungheresi; a causa del caldo si tenevano nudi sul loro paglione, e quando si alzavano in piedi sembravano tante anime dannate. Verso l'ora di notte s'intese in tutto il locale un rumore insolito: «All'erta, ci si disse, in quest'ora il profosso è sempre ubbriaco, ed è un vero demonio; mettetevi in rango.» Appena entrato in carcere fece ricerca dei nuovi arrivati, ma non giovò essere in rango ed in atto della piú perfetta sommissione. Al primo del rango toccarono pugni con non so quante contumelie, e cosí agli altri di seguito; la belva però si ammansava nel passarci in rivista; cosí il mio amico Saporetti che stavami appresso non ebbe che una tirata di cravatta che gli fece quasi uscir gli occhi dalla testa. Eccomelo infine dinanzi colla mano alzata, ma prima che mi facesse alcuna interrogazione, gli dissi: «Sono il segretario del comune di Ravenna.» Fu una parola magica, che da tigre valse a farlo diventare un agnello. «Mi dispiace, tosto mi disse, che io non abbia un miglior sito da collocarlo, ma domattina all'alba lo condurrò nelle camere di sopra: le notti in luglio spariscon presto, il sacrificio sarà breve; intanto lo ringrazio vivamente delle sue cortesie.»

Partito il profosso, non azzardai di coricarmi su quei luridi giacigli per timore di una irruzione formidabile di ogni sorta d'insetti; mi posi a sedere sulla cima d'una banca e appoggiai la testa al muro tanto da non istare in disagio. Allo spuntare del dí il mio profosso fu pronto a mantenere la promessa datami, e mi trasse in un magnifico loggiato in cui erano stanze signorili; venne meco il Saporetti, mi sembrò di rinascere, e riparai al sonno sofferto nella notte antecedente. Verso alle dieci ritornò il profosso con lettere e denari inviatimi da casa, e mi assicurò che nella sera stessa sarei rimesso in libertà. «Oh! allora questa mattina da pranzo mangio i cappelletti». Egli aveva messo a servizio una delle sue ordinanze. Il profosso sapeva bene che il Comando austriaco non trovò alcun titolo da applicarmi una pena in base alla legge stataria, che era quella con cui si regolava; ma forse ignorava che era in obbligo di consegnarmi alle autorità pontificie, da cui la mia piena libertà dipendeva e che attesi tre anni.

Nella sera verso l'ora di notte il profosso mi condusse cogli altri quattro detenuti del giorno antecedente nell'ufficio di polizia; ma avendolo trovato chiuso, ci depositò nelle carceri della piazza. Quivi pure la qualità di segretario produsse un altro beneficio, e fu quello di far ottenere ai detenuti della stanza ove fui rinchiuso il benefizio di fumare e di tenere il lume la sera. Ogni mattina aspettava il rilascio o l'ordine di essere rimesso in libertà, ma dopo cinque giorni venne invece quello di essere trasferito in Forte Urbano, ove esistevano già vari detenuti politici.

[LXX.] Ebbi una dolce sorpresa in quel luogo vedendo che era sotto l'ispezione d'un vecchio amico carbonaro, di Baroncelli di Faenza: egli mi escluse dalle solite noiose visite personali, e mi condusse nel suo appartamento, ove mi espose che avrebbe fatto pei detenuti politici quanto le sue funzioni lo comportassero: «Mi servirete da segretario», e m'installò nel suo ufficio d'ispettore. Poi mi condusse in una stanza, ove teneva rinchiusi i detenuti politici di riguardo, e mi lasciò con loro, dandomi un buon letto con istramazzo. Ristauravasi nel Forte un altro corridoio che guardava la piazza d'armi, chiamato le Colonnette, e quando fu accomodato mi lasciò scegliere le camere che meglio mi convenivano; cosicché fui in grado di favorire gli amici di Lugo, fra i quali l'avvocato Masi, Morandi e Bedeschi, che a me si unirono quando ivi ci rinchiusero. Si poté conseguire dalla fornitura il vitto di segretura in natura, cioè la carne e la minestra crude, ed il pane dell'infermeria che era bianco e buono: a queste provvigioni aggiungevamo una tangente ciascuno e si riusciva ad avere un secondo piatto. Il Bedeschi, esperto in affari di cucina, ci preparava sempre un buon pranzo: il vino, a spese comuni.