[LXXI.] Erano scorsi piú di sei mesi senza che venisse iniziato alcun processo, quindi ignorava sempre il vero titolo della mia prigionia; ma di ciò non prendeva alcun pensiero, né feci alcuna pratica in proposito: uscito dalle grinfie del Comando austriaco e della legge stataria nulla aveva piú che mi conturbasse. Finalmente venni traslocato nelle carceri di Ravenna: cosí ebbi modo di vedere spesso i miei congiunti e di essere servito da essi di tutto ciò che mi occorreva. La camera che mi venne assegnata era la migliore dello stabilimento, e guernita di una gran finestra con vetri senza l'impedimento del tamburo, in modo che si poteva vedere ed essere visto da chi transitava pel cortile del palazzo governativo. Essa era occupata da gente che non aveva accusa criminale. Il numero dei detenuti ristringevasi ad otto; ognuno aveva da casa pranzo e cena, riunivansi tutti i pasti e formavasi un convito variato e squisito. Poco dopo il mio arrivo nelle carceri di Ravenna, s'iniziò il processo che dappoi sí gran tempo attendeva. Io non intendo di porgere ragguagli su tale soggetto. Il secondo turno del Supremo tribunale della Sacra Consulta, tribunale istituito sulle norme di quello della Inquisizione, mi giudicò [28 gennaio 1851] colpevole di «minacce fatte al Magistrato anche letali in odio di officio», senza indicare quale Magistrato, e perciò mi condannò «a cinque anni di opera pubblica», ed alla pena di detenzione per «ritenzione di carte antipolitiche». Ma ecco il fatto genuino che mosse questa sentenza. La nostra Magistratura si dimise per non eseguire le operazioni elettorali, necessarie per la nomina dei membri alla Costituente romana del 1849; il Prolegato rinunciò pure alla sua carica per non assumerle; cosí vi era il pericolo che Ravenna rimanesse senza rappresentanti alla Costituente: vociferavasi che tutto ciò fosse l'effetto degli intrighi del segretario di legazione Garzía, uomo di principî clericali esaltati ed affezionato al cessato Governo. Quindi io come segretario del Circolo, che rappresentava l'opinione del paese, mi recai dal Garzía e lo consigliai ad allontanarsi dal posto che occupava per evitare un eccesso, mentre il popolo era contro di lui irritatissimo, ritenendo che impedisse la nomina dei membri della Costituente. Il Garzía mi ringraziò del consiglio datogli; ma Gaspare Saporetti, che era un vero energumeno, aggiunse minacce ed improperi che io disapprovai interamente.
Comunicataci la sentenza [5 febbraio '51], fummo traslocati a Roma con mezzo straordinario, cioè con vettura a due cavalli. Da Ravenna a Pesaro il nostro conduttore, che fu un brigadiere, ci usò la cortesia di non ammanettarci; ed a un detenuto che entra in una carcere senza un tale arnese gli si usano sempre molti riguardi: perciò il maresciallo che da Pesaro ci fu di guida sino ad Ancona non ci lasciò liberi nel viaggio, ma solamente quando ponemmo il piede nelle carceri; però ci fu concesso di essere ammessi in una stanza che conteneva giovani instruiti e di merito e che ci favorirono una buona cena. In seguito non ci fu modo di scansare le manette, sebbene io cercassi d'interessare la vecchia guida a raccomandarci alla nuova per tale oggetto. In Spoleto fummo rinchiusi in un orrido sotterraneo, e ciò mi doleva perché ci conveniva di rimanervi 24 ore a causa di una festa che interrompeva la corrispondenza. In Otricoli ci occorse un curioso aneddoto: il paese era in movimento pel passaggio del re di Baviera che recavasi a Roma a visitare il papa. Il custode di quel piccolo paesetto cercava di trar profitto dai vari detenuti di qualche conto che capitavano al suo albergo, ed era in ciò d'accordo colla moglie, donna giovane e di belle fattezze. Appena giunti, ella fece uscire dalla miglior camera che avesse una vecchietta, ivi pure detenuta, e ce l'assegnò rinnovando i sacconi della paglia, che dovevano servirci da letto; poi ci chiese se nulla ci occorreva: il Saporetti, che dal sorriso e dai modi sciolti con cui ci trattava concepí buone speranze alle soddisfazione dei venerei appetiti, ordinò un pranzo da tre, comprendendovi la ninfa; e il pranzo fu buono e lauto, ed aveva oltremodo avvivato lo spirito dell'amico, divenuto rosso come un gambero: i cibi furono gustati, ringraziò chi li aveva forniti, il Saporetti insisté per quanto formava l'intento dei suoi desiderî, e per risposta ebbe: «A mezzanotte». Io mi ero già gettato addosso alla vecchietta, che non mancò di visitarci specialmente al momento del pranzo, e all'ora di notte io era sul mio paglione in braccio al sonno. I sorci mi svegliarono piú volte, e vidi che l'amico stava in un'angosciosa aspettativa; al tocco della mezzanotte il carcere si aperse, ma invece della carceriera apparve il carceriere che venne a prendere un saccone; né piú si vide alcuno, e l'amico restò colla piva fuori del sacco. Nel mattino apparve la cara, linda e cortese, chiedendo se volevasi la colazione; l'amico rinacque a nuova speme e le rinnovò l'invito del giorno innanzi, che accolse: «Questa notte non ho potuto; ma fra poche ore, quando tutti attendono al passaggio del re, io sarò qui;» ed intanto ingoiò e non fu di ritorno che quando i carabinieri vennero a prenderci per proseguire il nostro viaggio, e profittò di un comodo posto che era nella vettura da posta per fare una passeggiata insieme coi carabinieri sino a Civita Castellana.
[LXXII.] Arrivati a Roma, fummo internati nelle segrete delle Carceri Nuove in via Giulia: ognuna è dedicata ad un santo, ma sarebbe bene che fosse consacrata ad un diavolo: tutte le segrete hanno una o due finestre nelle pareti laterali, quelle di via Giulia ne hanno una nel mezzo del soffitto, in modo che il povero detenuto che è esposto a quel largo pertugio riceve tutta l'umidità e l'acqua che da esso emana, essendo senza scuro. E qui bisogna far conoscere a chi non è pratico di carcere, che ognuno ha un capo eletto dal direttore, il quale è padrone di fare ciò che piú gli aggrada. Se il detenuto è in grado di pagare al capo una buona dose di vino con una pietanza, può avere da lui la grazia di collocare il suo paglione in un angolo della stanza, fuori dagli effluvi del finestrone; se no, è certo d'esservi messo sotto. Il capo della camera in cui fummo rinchiusi era un militare condannato a morte; il canone del vino era quotidiano, ma per buona sorte dopo pochi giorni fummo traslocati nelle carceri di Termini, luogo di deposito dove si agglomerano ogni sorta di delinquenti. Lo stabilimento è diretto da un capitano, che ha sotto di sé una quantità di aguzzini, perché trattasi di vegliare centinaia di persone. Io pregai il capitano di porci nel miglior luogo che vi fosse, e ci assegnò il corridoio dei discoli, ripieno di giovani dai sedici ai venti anni. Quel disgraziato, che come capo stanza doveva vegliarli, era in un imbarazzo dei piú scabrosi: essi pervenivano sempre ad aver carte da giuoco e passavano l'intera giornata nel farne uso esponendo per premio del vincitore della partita la pagnotta e la minestra che nel giorno dopo era ad ognuno somministrata, e quando facevasi la distribuzione del vitto, il perdente che aveva una fame maledetta non voleva arrendersi a soddisfare il suo obbligo; onde nascevano liti e lotte a cui il capo stanza non aveva modo di metter riparo. Il vizio del giuoco delle carte è proibitissimo nelle carceri; e pure non havvi luogo in cui sia piú avvivato che in essa. I mazzi di carte che servono all'intento vi abbondano: quando i detenuti hanno perduto quei pochi danari che posseggono, mettono in giuoco gli oggetti di vestiario, ciò che dà causa a varie dispute ben peggiori di quelle che sorgono fra i discoli; perché, se alcuno osa di fare il prepotente, può incorrere il caso che nel mattino si trovi soffocato senza che si abbia alcuna traccia del delitto. È il capo stanza che trae il maggior profitto dal giuoco, perché ad ogni taglio deve avere un determinato tributo. Cosí pure è vietato di provvedersi di carta, penna e calamaio, e in quelle di Termini esistevano oggetti di cancelleria di ogni genere che si compravano occultamente dal capo stanza al prezzo che gli piaceva. Da ciò si vede che le sue funzioni sono molto lucrative, in modo da procurargli non pochi denari; credo che goda anche altri beneficî dalla fornitura del vitto: ha di certo razione doppia che vende a chi non ha sufficiente nutrimento, il quale consiste in tutte le carceri di larga in una pagnotta e in una minestra al lardo. Le carceri di Termini, come tutte le altre, sono soggette a sei visite, tre di giorno e tre di notte. Quando il capo guardiano entra nella camera dei detenuti è seguito da vari aguzzini armati di randello che cadono pesanti sul dosso di colui che al momento della visita fosse fuori dal suo posto, cioè fuori dal sacco di paglia assegnatogli. Stanco di rimanere nel corridoio dei discoli, a causa degli schifosi insetti che ivi si annidavano, dei litigi e querele che insorgevano di continuo, pregai con lettera il cardinale Marini, col quale mio padre aveva avute intrinseche relazioni quando era governatore laico in Ravenna, sotto il governo del cardinale Malvasia, di cui ritenevasi fosse figlio; e nel mentre che aspettava l'ordine di un cambiamento, una sera fu condotto a noi un nostro amico di cuore, un nostro concittadino, qualche tempo prima di noi arrestato, Epaminonda Rambelli, il figlio di quel Gaetano che fu impiccato per ordine della Commissione Invernizzi, di cui abbiamo già parlato. È indicibile la gioia che da noi si provò, specialmente quando ci disse che era rimesso in libertà e che era tradotto per corrispondenza ordinaria sino a Ravenna, ove avrebbe ottenuto l'opportuno rilascio. Egli rimase due notti e un giorno con noi, atteso l'intromissione di una festa che interruppe il corso della corrispondenza. Egli ci espose che avendo militato nelle truppe doganali, comandate dal colonnello Zambianchi e che cotanto si distinsero contro gli attacchi dei Francesi al tempo della Repubblica Romana, era stato incolpato di aver preso parte agli eccidî di San Calisto, ove vari frati vennero uccisi: ma non essendo risultato nel processo alcuna prova, mettevasi fuor di causa. Essendo stato improvviso l'ordine della sua istradazione e non avendo avuto tempo di farsi spedire da casa fondi necessari al viaggio, venne da noi provveduto di quanto gli occorreva.
[LXXIII.] Nel giorno dopo alla partenza dell'amico Epaminonda, venne l'ordine di essere trasferiti alle carceri di San Michele in Ripa Grande, magnifico locale, ampio, arioso e comodo. II luogo in cui fummo collocati formava un corridoio, illuminato da un larghissimo finestrone, e ai fianchi del medesimo s'innalzavano due ranghi di camerini pei detenuti, ove ognuno rimaneva libero: essi si aprivano nel mattino e si chiudevano due ore prima di sera, e durante la giornata il detenuto passeggiava in compagnia de' suoi camerati, sempre però sotto la sorveglianza di due gendarmi, che si cambiavano in ogni 24 ore. Il direttore del luogo era un maresciallo della stessa arma, conosciuto sotto il nome del Monco dei Monti, uomo di una severità indicibile. Verso di me mostravasi mansuetissimo, e mi trattava con cordialità; quando la notte recavasi alla visita dei camerini, e che mi trovava ancora alzato a leggere, mi salutava e soleva dirmi: «Eh! che non vi stancate di leggere?» senza toccare il polso ai catenacci ed alle ferriate secondo l'uso. Fra i gendarmi vi era sempre qualche benevolo, che ci teneva in relazione col di fuori e coll'altro corridoio dello stabilimento, ed io n'era il corrispondente. In ogni modo, siccome ci era permesso di far venire il pranzo dal di fuori, cosí si trovava modo di essere in corrente delle notizie le piú importanti coi biglietti che si nascondevano nelle pietanze o dentro il turacciolo dei fiaschi del vino. Tutti i detenuti di San Michele dipendevano dal Tribunale della Sacra Consulta, che è quanto dire addebitati di titolo politico; ivi feci conoscenza di Calandrelli e di molti altri personaggi di merito che si erano distinti in Roma nel '49.
[LXXIV.] Un giorno stando a conversare coi miei camerati venni a sapere che Epaminonda Rambelli, noto col nome di Moretto, era stato ricondotto nelle carceri. A persuadermi di un fatto sí opposto a quanto egli stesso mi aveva asserito nel reclusorio del Termini, cioè della sua riacquistata libertà, diedi incarico ad uno dei detenuti che stava presso il primo camerone dello stabilimento, in cui si diceva il Rambelli essere stato rinchiuso, a verificare la voce prevalsa; e pur troppo la mattina seguente seppi che era stato ricondotto a Forlí per un confronto e che gli aggravi processuali erano accresciuti a suo danno, e di ciò fummo tutti afflittissimi; e una prova di quanto asseriva nasceva dai modi rigorosi con cui era trattato dal Monco, il quale entrava sempre nel suo tugurio colle pistole montate alla mano, senza mai accondiscendere a quanto di piú giusto sapeva chiedere. Dal secondo camerone venne trasferito nel primo, in quello in cui era, e non so come potesse ottenere la grazia di passeggiare un'ora del giorno quando tutti gli altri prigionieri erano rinchiusi. Ma questa grazia ci pose tutti in un grave imbroglio. Un vecchio capitano dei carabinieri, che si era compromesso negli affari politici del '49, era nel novero dei carcerati di San Michele e godeva il beneficio di avere di continuo l'accesso nel corridoio. Costui aveva militato nelle Romagne al tempo del dominio della Commissione Invernizzi e raccontava limpidamente gli arresti che vi aveva eseguiti, fra i quali quello di Gaetano Rambelli, padre di Epaminonda, il quale venne, come abbiam detto, impiccato. Si ritenne che costui avrebbe raccontato le sue prodezze, come le rendeva note a tutti, anche ad Epaminonda; di certo sarebbe nato uno sconcerto pericoloso, perché egli, giovane ardente che sentiva la sciagura del padre nel piú intimo dell'animo, avrebbe rampognato il capitano con insulti e copertolo di vituperi. Per evitare ciò si riuscí a far credere ad Epaminonda che colui che vedeva nel corridoio nell'ora che gli era concessa di passeggio, era una spia del Governo tenuta fra noi appositamente per rilevare i detti, i motti di ciascuno, e lo consigliammo a tenerselo lontano e a non rispondere a qualunque interrogazione gli dirigesse, e gli facemmo le piú vive premure perché si attenesse al nostro precetto suggerito dall'affetto che noi tutti gli portavamo; cosí si poté evitare il danno da noi previsto, mentre Epaminonda si attenne strettamente ai nostri suggerimenti.
[LXXV.] Erano scorsi vari mesi da che la mia sentenza era emanata, né si risolveva di assegnarmi il luogo dove doveva scontare la pena inflittami: si parlava di Paliano, vecchio castello ridotto a carcere, e dove era stato trasferito già il degno patriota.....
In attesa ebbi la visita di monsignor Matteucci, Direttore generale di polizia, il quale mi chiese se aveva conoscenze in Roma valevoli a procurarmi una diminuzione di pena. Io gli feci intendere che non avrei mai chiesta grazia di sorta alcuna, perché non aveva colpa, e mi se ne attribuiva a solo fine di punire in me il principio politico, mentre a niuno era dato di aggravarmi di addebito criminale; che conosceva il cardinale Marini, perché un tempo fu amico di mio padre e protettore della mia famiglia in triste evenienze; e che conosceva pur anche il principe de Merode, che era stato mio discepolo nel Belgio nell'insegnamento della lingua italiana. Alla parola Merode da me pronunziata, il Matteucci mi fece un urlo terribile, gridando: «Ma non sa che il Merode è l'anima del Pontefice? a lui si rivolga, e vedrà subito i buoni effetti del suo ricorso». — «Monsignore, le ripeto che non mi umilio a chicchessia, perché non ho peccati.» Ma dopo alcune settimane venne ordine che la pena si riducesse a sei mesi di carcere in casa; e nell'istante che fui presentato al cancelliere della Sacra Consulta per comunicarmi la disposizione emessa a mio favore, trovavasi nell'ufficio del medesimo il Rambelli, il quale mi si accostò e mi fece intendere che lo volevano ad ogni costo sagrificare, ma che avrebbe seguito l'esempio di suo padre; poi in pegno d'amicizia mi diede un bocchino da zigari che conservo tuttora. Nel punto che mi pregava di abbracciare sua madre, il Monco si accorse che egli meco parlava. Costui divenne una furia; voleva pormi alla catena, ma il cancelliere seppe calmarlo; ed io fui condotto dapprima alle carceri di Monte Citorio, o della piazza, in seguito in quelle di Termini per la seconda volta: cosí assaggiai non solo tutte le prigioni di Roma, ma ben anche tutte quelle che da Roma si estendono sino in Alessandria, come vedremo in appresso.
[LXXVI.] A Termini non venni piú rinchiuso nel corridoio dei ragazzi discoli, bensí in un salone di uomini adulti, aggravati d'ogni sorta di delitti; io ne contai piú di sessanta. Entrando dentro col mio sacco sulle spalle, che è quanto a dire col sacco che doveva servirmi da letto, su cui poneva lo stramazzo, inviatomi da casa, il capo stanza mi si fece incontro, prese egli il sacco e lo pose nel miglior posto del luogo, cioè lontano dalla latrina, mi disse di conoscermi, di sapere che io era un galantuomo, e mi pregò di comandarlo in tutto ciò che mi occorreva: io lo ringraziai molto delle sue cortesie. Non fu cosí di un altro venuto poco dopo il mio arrivo, il quale fu posto presso la latrina, e siccome io l'aveva conosciuto a San Michele, osai di raccomandarlo al capo stanza: «Signore, non s'interessi di lui, egli è un boia»; nome generico che si attribuisce a tutti coloro che non sono di aggradimento ai detenuti, e corre grave rischio il detenuto che entra in un salone con siffatto nome: soffre insulti, dileggi ed alle volte anche peggio; onde il malcapitato si fece presto cambiar di prigione. Non molto dopo venne un tale abbigliato signorilmente, esso pure col suo sacco sulle spalle, e la prima parola che pronunziò entrando fu il mio nome: «Dalle carceri di Monte Citorio, soggiunse, da cui or vengo mi hanno consigliato di rivolgermi a lei, onde mi assista». — «Ma, signore, io sono nella condizione in cui ella si trova; tuttavia farò tutto quello che può esserle di giovamento»; e lo feci mettere presso il mio letto. Egli era al servizio di una famiglia francese, né so per qual titolo fosse arrestato: io lo consigliai di volgersi all'ufficio dell'ambasciatore francese per essere messo in libertà, mentre mi sembrò che si trattasse di oggetto politico.
In questo camerone il vizio del giuoco delle carte, chiamato zecchinetta, dominava piú che altrove, e il capo stanza faceva buoni affari col tributo che i giocatori erano tenuti di corrispondergli. Chi non aveva denari da applicarsi al giuoco occupavasi di fabbricare utensili di perlette di vetro, che facevano vendere in città, o a costruire figure di raschiatura di mattoni, manipolate con mollica di pane, che sembravano di gesso, e vi era chi in tali oggetti lavorava con una maestria sorprendente: mi ricordo di un Cristo in croce spirante che fu venduto ad uno straniero per non pochi scudi. Vi era chi si divertiva a fare i bussolotti con un garbo che incantava: chi aveva tale abilità apparteneva al rango dei borsaiuoli; infine vi erano vari che dilettavansi di rappresentare le azioni che avevan commesse, come assalti alle persone, assalti alle case, i raggiri usati per riuscire nei loro intenti che erano quelli di far suo quello che ad altri apparteneva: e potete ben credere che le scene erano eseguite con una naturalezza che nessun comico sarebbe in grado di superare, cosí che essi vi porgevano diversi modi di passare senza molta noia la giornata.
[LXXVII.] Finalmente monsignor Matteucci in persona venne ad annunziarmi il giorno della mia partenza per Ravenna [4 marzo 1852], ove doveva scontare, come dissi, sei mesi di carcere in casa. Il viaggio in vettura, accompagnato da un gendarme travestito, era a mie spese. La mia guida era buonissimo giovane; arrivato nella città, mi lasciava piena libertà, e noi ci trovavamo insieme solamente all'ora dei pasti che il vetturino era in obbligo di darci due al giorno. Il nostro viaggio non presentò alcun incidente, e arrivai a casa sano e salvo, in cui mi rinchiusi e rimasi sei mesi come se fossi di convalescenza.