Rassegnato alla mia sorte pensava piú a procurarmi mezzi di esistenza che alla politica, quando in capo a pochi giorni dal mio rimpatrio, fui ammesso nel Comitato del nuovo consorzio repubblicano, che erasi creato durante il tempo che io fui in carcere, onde dissi a chi mi comunicò l'ammissione: «Volete pormi nel caso di esclamare: appena vidi il sol che ne fui privo, perché se il Governo viene in qualche sospetto, col precetto di cui sono aggravato, mi rimettono in carcere senza perder tempo. Ma non importa, io sono sempre pronto a sostenere i principi che professo, succeda quel che sa succedere». Il nostro nuovo Comitato ebbe una triste crisi a soffrire. Fu d'uopo tenere un congresso a Cesena, in cui intervenne un membro di ogni Comitato di Romagna, e Ravenna vi fu rappresentata dal degno patriota Augusto Branzanti: il convegno fu scoperto dal Comando austriaco per viltà e ribalderia di uno che vi apparteneva, ed il Branzanti con altri venne catturato e chiuso nelle carceri di Bologna. Gli Austriaci, come il solito, volevano che palesasse quale fu l'oggetto del convegno; lo sottomisero a mille rigori e torture, e finalmente a quella esecranda delle battiture sul deretano: ma egli non si arrese, e mostrò quel coraggio che è proprio di chi è convinto della fede politica che adotta; onde meritò una stima ed un affetto imperituro presso i suoi cittadini. Il Comitato rimase in piedi malgrado i pericoli in cui vedevasi esposto, e specialmente dopo l'insuccesso della insurrezione di Milano. Solamente nel 1859 aderí di fondersi con quello della Società nazionale italiana, nell'intento di costituire l'Italia libera ed indipendente coll'appoggio del Piemonte e della Francia. Ma io che non partecipava a siffatta fusione rimasi escluso dal movimento che si operò all'indicato fine nel 13 giugno 1859, nel quale Ravenna fu sgombra dalle autorità e dalle milizie pontificie ed il Governo affidato provvisoriamente ad una Commissione. I miei colleghi del Comitato repubblicano, mercé l'avvenuta fusione, ebbero onori e cariche; si può dire che signoreggiavano il paese. Di ciò punto mi curava, né io moveva lagnanze sulla mia trista posizione, essendo senza alcun mezzo di sussistenza e senza modo di rinvenirne; ma quello che m'indispettí fu l'intolleranza dei nuovi reggitori del paese, che a causa della tenacità de' miei principî repubblicani mi fecero una guerra a morte. Dapprima appiccarono sulle pareti esteriori di mia casa cartelloni in lettere cubitali in cui erano scritte queste parole: Viva Vittorio Emanuele Re d'Italia, e il carattere era di qualità nero e rosso, significanti che i repubblicani erano in lega coi preti; poi mi fecero avvertire che tralasciassi di sostenere i principî repubblicani, altrimenti mi sarei esposto a gravissimi pericoli, infine mi si minacciò la carcere, ed ecco in che modo. Un impiegato della provincia, uomo estraneo ad ogni partito, mi fece avere un giornale in cui parlavasi di Mazzini e del movimento politico operatosi: io lo resi ostensibile a qualche amico. Allora il nuovo direttore di polizia Gueltrini, mio collega nel Comitato mazziniano, m'intimò di presentarmi al suo ufficio, e in modo burbero e dispotico mi disse di avere ordine di farmi arrestare: io risposi che mi teneva a sua disposizione. E poi cambiando discorso mi fece intendere che con dodici scudi al mese, stipendio assegnatoli dal cassiere camerale presso il quale era impiegato, non poteva sostenere la sua famiglia e che aveva accettato quel posto per migliorare di condizione. Al che io risposi: «Ognuno deve cercare il proprio interesse, né io voglio esser giudice dell'altrui azioni, ma dico bensí che pretendo si rispetti e si tolleri la mia opinione, sebbene non sia piú omogenea a chi conduce oggi le cose del paese: io sono repubblicano, non mi fondo come i metalli». Dopo scambiate alcune altre parole alquanto risentite da ambo le parti, mi lasciò libero. Privo di ogni mezzo di sussistenza, perché coll'ultima condanna aveva perduto l'impiego di protocollista datomi nel 1848, ricorsi al Municipio per quel tenue tributo vitalizio che mi poteva spettare, e l'ottenni; indi venni ammesso nell'archivio per dare assetto alle posizioni ivi raccolte, e quando si aperse il concorso del posto vacante di vicebibliotecario nella Classense, feci inchiesta per esservi compreso, e i miei vóti ebbero un pieno successo coll'accordarmelo, non per favoritismo, ma per requisiti che aveva prodotti; impiego però meschinissimo, non condegno alle funzioni che si esercitano, essendone lo stipendio inferiore di quello che si accorda ad un semplice scrivano; ma non ho mai usato pratiche perché mi si aumenti, né ho mai affacciato in appoggio i sagrifici sostenuti per la causa della patria, mentre ero in dovere di fare ciò che per essa feci. Dopo la guerra ingiusta che mi si fece per essere rimasto fermo nei principi repubblicani, cioè in quei principi che adottai nel 1832 entrando nella Giovane Italia, insieme, come dissi, col conte Francesco Lovatelli, Giovanni Montanari ed Antonio Ghirardini, ebbi la consolazione di vederli risplendere piú vivi di prima, colla erezione successiva delle società del Progresso, promosse da Nicotera nell'incontro del meeting a favore della Polonia, della Unione democratica e del Circolo Carlo Cattaneo, nel quale il nome di Mazzini, iniquamente respinto nel '59, brillò di una nuova luce, e il gran Maestro divenne caro a tutti i buoni patrioti, il di cui numero superò quello dei moderati fusionisti: anzi molti di essi ripresero ad onorarlo ascrivendosi alle indicate società; ed io, vilipeso ed oltraggiato, ebbi il conforto di essere elevato alle prime cariche delle medesime. Cosí la mia devozione al grande Apostolo italiano ebbe un pieno trionfo, ed oggi pure in età di 73 anni, coi malanni che son propri di un'età tanto avanzata, appartengo alla società repubblicana in essere col titolo Pensiero ed Azione, né devierò mai dalla strada da sí lungo tempo tracciatami. Nacqui repubblicano, e tale voglio morire.

30 giugno 1877.


APPENDICE.


CINQUE MESI DI CARCERE NEL FORTE DI BORMIDA

I padroni d'Italia, come quelli di Francia sulla Bastiglia, eressero sulla Bormida un baluardo alla libertà, e sotto alle sue fondamenta scavarono fosse profonde, e nell'angolo piú oscuro di esse scrissero a caratteri di fango «Pei seguaci della Libertà».

Amico del Popolo, N. 180.