Dato in Ravenna dal Palazzo Apostolico di Nostra Residenza questo dí 31 Agosto 1825.
A. CARD. RIVAROLA.
Riguardo all'attentato contro il cardinale Rivarola, vi è nella narrazione dell'Uccellini una allusione a Luigi Pietro Louvel di Versailles (n. 1783, m. 1820), che pieno d'entusiasmi e ricordi napoleonici si era proposto dopo la Restaurazione di esterminare i Borboni e assassinò con un colpo di coltello il duca di Berry (Carlo Ferdinando di Borbone, secondo figlio di Carlo X) alla porta del teatro dell'Opéra la sera del 13 febbraio 1820: la costanza di lui nel serbare il silenzio sui presunti complici, la fermezza onde rifiutò il confessore nel salire al patibolo ne avevano fatto un eroe agli occhi dei rivoluzionari francesi e dei carbonari italiani; ma la sua memoria cadde presto in oblio. Si vedano le biografie del duca di Berry dell'Hocquart, del Chateaubriand e del Delandine.
Il sacerdote Ignazio Muti, che rimase ferito in luogo del Rivarola, era nato a Ravenna nel 1773 e durante il periodo napoleonico si era mostrato tenace fautore del vecchio regime; notevoli sue lettere avanzano, scritte al marchese Camillo Spreti durante quel periodo, nelle quali, oltre pregevoli informazioni sui fatti correnti, sono dati giudizi molto severi sugli uomini dalla parte liberale: fu nel 1814 fatto canonico della Metropolitana e fu anche prelato domestico di Pio VII; morí nel 1830.
La forza militare in Ravenna negli anni 1825-26 era costituita dai carabinieri, dai dragoni e da un battaglione di linea, con questi ufficiali addetti al comando: D. Pompeo principe Gabrielli, colonnello dei dragoni, comandante in capo le forze militari della Legazione; cav. Niccolò Lorini, comandante il 6º Battaglione di linea e la guarnigione di Ravenna; Giuseppe Tesini, comandante la Compagnia dei carabinieri pontifici; Rinaldo Gambelli, tenente aiutante di piazza; Domenico Armari, tenente aiutante maggiore e conte Ambrogio Fanelli, tenente quartier mastro del 6º Battaglione di linea; Gaetano Marsili, tenente, ufficiale di abbigliamento.
[XIII.] La Commissione speciale straordinaria era composta cosí: mons. Filippo Invernizzi, presidente; avv. Giovanni Ruffini, giudice; avv. Giacomo Impaccianti, giudice; Luigi Mattioli Benvenuti, giudice; cav. Giacinto Ruvinetti, colonnello comandante il 1º Reggimento carabinieri, giudice; Lorenzo Sindaci, cancelliere segreto; Vincenzo Mazzoni, giudice processante. Creata con rescritto pontificio del 22 agosto 1826, giunse a Ravenna l'11 settembre, e poi si trasferí a Faenza sul principio del 1827.
A. Borgognoni raccolse da vecchi testimoni questi particolari, che raccontò nella Domenica letteraria del 27 aprile 1884 (a. III, n. 17): «Era oramai scorso un anno e la Commissione non aveva saputo nulla, e, a quanto credevasi, era sulle mosse per ritornarsene a Roma, quando un fatto per sé stesso non grave cambiò d'improvviso e terribilmente la condizione delle cose. Il fatto, narrato con qualche varietà da' testimoni del tempo da me consultati, è sostanzialmente questo. Due guardie forestali (due guardiani, come a Ravenna li chiamano) del pineto vennero a rissa tra loro, e, dalle parole accennando di venire ai fatti, misero mano ai coltelli. Tratti in carcere, i giudici dell'Invernizzi, che da per tutto fiutavano carboneria, cominciarono a interrogarli, e seguitarono, circuendoli e insistendo a tutto potere, sui fatti passati. I due, che appartenevano alla parte piú numerosa dell'associazione, quella che si chiamava la Turba, posti alle strette, misero in tavola il nome del presidente della seconda tra le categorie carboniche, ossia la Società dei figli della Speranza, dicendo che se i signori giudici volevano sapere di quelle cose quegli, e non essi, era in grado di dirgliele. Chiamato costui, e messagli addosso una gran paura coll'affermargli efficacemente di sapere di già il tutto, esso rivelò a largo, come la Commissione non avrebbe mai imaginato e sperato. Anche un carrozzaio, indicato da que' due, fu sottoposto agli interrogatori, e anch'egli aggiunse delazione e materia di processi».
Stefano Piavi è ancora ricordato a Ravenna come traditore della Carboneria: fu per molto tempo impiegato nell'ufficio del genio civile; poi divenuto cieco visse in disparte, piú dimenticato che disprezzato; morí prima del 1860.
[XIV.] Di Gaetano Rambelli e dei quattro suoi compagni di supplizio (cfr. cap. XX) l'Uccellini, a richiesta del conte Gioacchino Rasponi, stese nel 1873 accurate notizie biografiche, le quali mandò a Mariano d'Ayala per le sue Vite degl'Italiani benemeriti della libertà e della patria; ma il volume consacrato agli Uccisi dal carnefice fu pubblicato postumo (Roma, Bocca, 1883), e non contiene le notizie dei martiri ravennati. Un frammento rimastone tra le carte dell'Uccellini, oltre il racconto della fine del Rambelli (cfr. cap. XIX), ci dà la seguente biografia di uno dei suoi compagni: «Angelo Ortolani nacque nel 1802 presso Ravenna, in luogo detto il Bastione nel sobborgo di S. Mamante, da parenti che traevano il sostentamento di lor famiglia, composta di quattro figli, due maschi e due femmine, dal commercio de' cereali, e specialmente dalla vendita delle farine. Suo padre, di nome Paolo, lo ammise di buon'ora nelle scuole comunali, ove apprese a leggere, a scrivere e a far conti: ed era quanto gli occorreva per avviarlo nella industria che egli stesso esercitava. Dapprima lo collocò in uno spaccio di sali e tabacchi, affinché s'iniziasse negli usi commerciali. Il giovane Angelo seppe comportarsi sempre con modi urbani, e captivarsi la grazia del suo principale, sostenendo con zelo il di lui interesse. Cresciuto in età si rese caro, con retti procedimenti e con sensi liberali, agli studenti piú accreditati del paese, i quali non tardarono ad ammetterlo nella Società della Speranza, ramo della Carboneria, composto in gran parte dei giovani che frequentavano le scuole pubbliche. L'Ortolani lasciò in seguito il ricordato negozio, e fu impiegato come agente nel forno che conduceva suo zio Andrea insieme con altri intraprendenti: ed ivi diede maggiori prove di probità tanto che crebbe a dismisura nell'amore dei congiunti e degli amici. Dopo i moti politici del 1820, le Romagne, come ognun sa, sebbene non cooperassero che coi desideri ai tentativi di emancipazione operati negli altri Stati d'Italia, furono tribolate con vessazioni di ogni genere. Nel 1824 ebbero a soffrire sevizie indicibili da un Domenico Matteucci. Direttore provinciale di polizia, contro cui fu esploso di nottetempo un'arma a fuoco, che gli tolse la vita. In seguito la Corte di Roma inviò Legato a Latere a Ravenna con pieni poteri il cardinale Agostino Rivarola coll'incarico di dar termine ai processi politici del 1821 e di estirpare dalle Romagne le sètte liberali. Le iniquità commesse da costui inasprirono siffattamente gli animi di tutti gli abitanti, che nella notte del 23 luglio 1826 videsi aggredito nel mentre che montava in carrozza per restituirsi dalla casa Rasponi Bonanzi alla propria dimora: ma il colpo di pistola direttogli ferí leggermente il suo Segretario; ed egli rimase affatto illeso. Richiamato il Rivarola a Roma, le Romagne furono date all'arbitrio di una Commissione speciale, presieduta da un certo monsignor Invernizzi, che fece man bassa sin dal maggio 1827 su tutti quelli che gli erano designati come sospetti liberali; e l'Ortolani fu uno dei primi ad essere arrestato, e rinchiuso nelle carceri straordinarie che si erano erette in S. Vitale, ampio ex-convento dei Monaci Cassinesi. Affidato alla custodia dei carabinieri pontifici, scelti fra i piú feroci Sanfedisti, non è a dirsi a quali e a quanti tormenti soggiacesse il giovane Angelo; e dopo un anno di durissima prigionia, in cui provò tutti i mali che il Santo Uffizio soleva altre volte infliggere, fu nel 13 maggio 1828 appeso alla forca nella piazza della città, allora denominata degli Svizzeri, ora d'Alighieri, sotto le finestre della residenza del Governatore, per dare al medesimo l'agio di ammirare il terribile spettacolo. È qui da notarsi che fu inibito all'Ortolani di produrre testimoni a discarico contro l'accusa di cui era aggravato, di complicità nell'omicidio del Matteucci e del tentativo contro la vita di Rivarola, né di scegliersi un difensore. Rimangono della famiglia di Angelo un fratello di nome Raffaele, magazziniere, ed una sorella.»
[XV.] Sul trattamento fatto ai prigionieri politici nelle carceri ravennati di San Vitale è da vedere ciò che scrisse Angelo Frignani nel suo raro e curioso libro La mia pazzia nelle carceri (Parigi, Trouchy, 1839), specialmente ai paragrafi VII-X, XVI-XX, XXIII-XXVI, XXX, XXXVII, dove sono parecchie dissonanze da ciò che narra l'Uccellini, meno fantastico e piú credibile testimonio.